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UE. Addio al piano del 2019, ora «competitività e meno regole». È un compromesso con i potentati industriali e finanziari. Che fine fa la transizione ecologica? Tantopiù con un’Ue armata

green deal

 

Secondo tutte le maggiori testate giornalistiche Ursula von der Leyen, nel suo discorso programmatico al Parlamento Europeo, ha garantito il supporto al Green Deal, e il timore che il vento di destra che spira in Europa potesse ridimensionarlo è svanito.

È proprio così? Certo, l’affermazione: «Nei primi 100 giorni proporrò un nuovo Clean Industrial Deal» non sembrerebbe lasciare adito a dubbi. Ma è ad altri passi del discorso della von der Leyen che bisogna guardare per essere invece a dir poco perplessi. Per esempio, quando dice che il Green Deal dovrà essere basato su «pragmatismo, neutralità tecnologica e innovazione», sembra di sentire Salvini o la Meloni. Pragmatismo inteso come depotenziare o non mettere in atto le azioni del Green Deal che disturbano potenti lobby industriali, come si è fatto col Nature Restoration Law, con la Direttiva sulle case Green, con il regolamento sugli imballaggi? Neutralità tecnologica e innovazione intese come porte aperte al fantomatico nucleare di IV generazione e alla cattura e stoccaggio sottoterra della CO2, per non disturbare troppo le multinazionali del fossile?

Il tutto in un contesto che sembra essere disegnato dal più acceso dei sostenitori del neoliberismo: competizione, competizione, competizione. Le sue parole sono chiare: «Chi resta fermo resterà indietro. Chi non è competitivo dipenderà dagli altri… La nostra competitività ha bisogno di un forte impulso». E la competitività si promuove con «meno burocrazia e più fiducia… autorizzazioni più rapide». In una parola, mercato assolutamente libero da lacci e lacciuoli delle istituzioni. Sembra sentire gli economisti della Scuola di Chicago. Di questo dovrà tenere conto il Green Deal.

Diversa era la filosofia dietro il Green Deal di cui la stessa von der Leyen aveva parlato nel suo discorso di cinque anni fa, quando fu eletta la prima volta. Il Green Deal originario non orientava l’industria verso le emissioni zero e contro la perdita di biodiversità lasciando il mercato libero e competitivo come solo arbitro, ma attraverso un sistema di regole sviluppate al fine di costruire un sistema economico, sociale e culturale capace di realizzare la transizione ecologica. Transizione che inevitabilmente impone che certe attività produttive, quelle inquinanti, siano abbandonate e altre nuove vengano create. Per questo la filosofia del Green Deal era quella di rendere la vita difficile o progressivamente proibire quelle attività non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e di salvaguardia della biodiversità. Se, come dice ora von der Leyen, si deve andare verso un business «più facile e più veloce», con «meno burocrazia e più fiducia», ci saranno invece meno regole e la tanto decantata competitività non permetterebbe alle imprese inquinanti che andrebbero chiuse o riformate di soccombere, perché sono più forti di quelle più sostenibili non ancora consolidate che dovrebbero sostituirle. Si pensi, per esempio, alle aziende della produzione di beni di consumo che dovrebbero almeno in parte trasformarsi in aziende in grado di fare più riparazione e rigenerazione che produzione, per adeguarsi all’economia circolare, uno dei pilastri del Green Deal. Se non si mettono delle regole restrittive sulla produzione, come per esempio imponendo che i prodotti siano facilmente riparabili e che i pezzi di ricambio costino poco, il business delle riparazioni e rigenerazione non potrà mai decollare, o comunque competere con quello della produzione di beni progettati e realizzati per durare poco, di fatto impossibili da riparare. Per questo finora sono stati introdotti dei vincoli, delle regole restrittive.

Nel nuovo corso, invece delle regole, dei vincoli, si intravede il sussidio. Per rendere l’attività in linea con il Green Deal molto più lucrosa, più competitiva, di quella che in linea non è, si annuncia un contributo pubblico, attraverso il “nuovo Fondo europeo per la competitività”.

È il ribaltamento di paradigma: invece di costringere chi opera in danno della società a smettere di farlo, lo si induce al cambiamento a spese della stessa società che fino a quel momento ha subito il danno. Speriamo di sbagliarci.

Infine, c’è il capitolo agricoltura. Con grande orgoglio la von der Leyen lancia il “Dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura in Europa”, che riunisce agricoltori, gruppi ambientalisti ed esperti di tutta la catena alimentare”, per predisporre “una nuova strategia per la nostra agricoltura e il settore alimentare”. Ma non c’era già il programma “From Farm to Fork”, una ottima strategia già predisposta da tempo e mai messa in atto? Non è piaciuta alle lobby dell’agricoltura industriale e ora ne facciamo un’altra che le soddisfi?

Vero, allora, che la von der Leyen ha confermato l’impegno nel Green Deal, ma un altro, diverso da quello di prima, molto vicino all’Inflation Reduction Act di Biden, un compromesso con i potentati industriali e finanziari che rende più difficile la realizzazione degli obiettivi originari. Obiettivi più resi difficili da raggiungere dalla scelta di avere una Europa sempre più armata, che comporta risorse tolte al Green Deal e grandi quantità di gas serra che forze armate e guerra aggiungono

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USA. Mancano 111 giorni all’Election Day e la famosa election surprise che tante volte ha sconvolto la corsa presidenziale proprio nel tratto finale - tipicamente ai primi d’ottobre - sembra essersi prodotta adesso, per mano di un ventenne

Donald Trump ferito durante il comizio a Butler - Ap Donald Trump ferito durante il comizio a Butler - Ap

Per un tipo anfetaminico, vulcanico, come Trump la politica è scontro rabbioso, agli antipodi del golf che ama praticare nella sua tenuta di Mar-a-Lago, tiri meditati e mirati, pause, una mossa dopo l’altra. Nessuna fretta nel silenzio del verde.

Dopo l’attentato di sabato sembra che il tycoon vorrebbe unire i suoi due mondi e provare a giocare a golf con la politica, basta boxe, basta urla e insulti, è il momento della gravitas presidenziale. The Donald sente di avere già la vittoria in tasca e si muove di conseguenza.

Non per questo ha mollato né mollerà mai la sua base militante, che tanto lo seguirà con religiosa disciplina qualunque maschera indosserà, quella del sovversivo o quella del presidente in pectore. Ora si rivolge a tutto l’elettorato, facendo leva sulla grande emozione suscitata dal pericolo mortale scampato. Un Trump ecumenico, che esorta all’unità, un Trump sulla via di Damasco che fa sapere di aver cambiato e diluito il testo d’attacco del suo intervento alla convention repubblicana di Milwaukee, iniziata ieri.

Un “nuovo” Trump, insomma. Davvero? E quanto durerà? Forse neppure i giorni della convention, visto che, non appena arrivato a Milwaukee, ha ripreso a sbraitare contro i giudici, promettendo vendette, dopo la clamorosa decisione di Aileen Cannon, giudice di sua nomina, che ha archiviato il caso a suo carico dei documenti riservati a Mar-a-Lago e ha praticamente messo sul banco degli imputati il giudice newyorkese Smith. Un’archiviazione dalla tempistica perfetta che consente a Trump di tradurre a modo suo l’appello all’unità che intende rivolgere all’America divisa e in cui spiccano la cancellazione degli altri procedimenti a suo carico, la fine di «tutte le cacce alle streghe» e dell’«uso della giustizia come arma politica».

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La convention sarà una cassa di risonanza di queste e altre minacce, ci sarà una gara tra gli oratori per conquistare un posto nel cuore del candidato presidente, in vista della formazione del prossimo esecutivo, dato che per i delegati di Milwaukee è scontata la vittoria di Trump, addirittura una valanga in grado di trascinare con sé la conquista della maggioranza nei due rami del Congresso. Il Make America Great Again ha egemonizzato il Partito repubblicano – la convention è l’apoteosi del MAGA – e ora s’accinge a conquistare la Casa Bianca e il Campidoglio stavolta con il voto. Sul carro di The Donald sono saliti negli ultimi giorni superpotenze del denaro come Elon Musk e altri grandi donor un tempo sostenitori del Partito democratico. L’uomo più ricco del mondo, il re dell’auto elettrica, alla corte del nemico giurato dell’auto elettrica? È l’effetto bandwagon.

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Il carro del vincitore è dunque partito da Milwaukee, guidato da Trump, con al fianco ora un suo vice, una carica che l’attentato di Butler fa capire come non sia solo decorativa. D’ora in poi è il ticket che peserà nei sondaggi, non solo Trump, conterà anche il numero due. L’accoppiata, se sbagliata, come spesso è accaduto nella storia dei presidenti americani, potrebbe rivelarsi un serio punto di vulnerabilità per il tycoon.

Mancano 111 giorni all’Election Day e la famosa election surprise che tante volte ha sconvolto la corsa presidenziale proprio nel tratto finale – tipicamente ai primi d’ottobre – sembra essersi prodotta adesso, per mano di un ventenne, un evento di cui si sa ancora molto poco.

Ce ne sarà un’altra, di sorpresa? Non potrebbe che essere il cambiamento del cavallo democratico, operazione resa più urgente ma al tempo stesso più complicata dal fallito attentato. Joe Biden si sente a maggior ragione il presidente in carica, nella situazione attuale. I sondaggi per ora non sono irrimediabili per il presidente/candidato ma se i prossimi rilevamenti indicheranno una forte spinta per Donald Trump prodotta dall’emozione del comizio di sangue, sarà inevitabile un intervento deciso dei big democratici per convincerlo a farsi da parte. Anche perché quello che avrebbe dovuto essere un referendum su Trump, il 5 novembre, è sempre più un referendum su Biden, peraltro prevalentemente interno al campo democratico.

La solidarietà al tycoon dopo l’attentato, l’appello dei due contendenti a smorzare i toni, all’unità, sono destinati a durare come il ghiaccio nel luglio infuocato di questi giorni, ma resta inquietante la domanda che sottende il moto ipocrita di sostegno del sovversivo: che sarebbe successo se il proiettile di Crooks avesse colpito il bersaglio? La guerra civile? Uno scenario da far impallidire quello del 6 gennaio 2021? Più probabilmente ci sarebbero state giornate drammatiche di scontri, ma un MAGA senza Trump non può essere più tale. Non può esserci una forza eversiva senza un capo carismatico. Trump è vivo e all’attacco e con lui il MAGA.

E, se vincerà il 5 novembre, saranno seri guai per la democrazia americana. Se perderà, e non accetterà la sconfitta, potrebbe essere ancora peggio. E allora sì, una guerra civile è da considerare uno scenario possibile. La foto/poster che immortala Trump ferito e combattivo a Butler annuncia questo

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Il presidente statunitense Joe Biden sul podio del summit Nato a Washington Il vetice di Washington per i 75 anni della Nato - Susan Walsh /Ap

Il 75° vertice Nato si è avviato alle conclusioni con l’ingombrante presenza del suo convitato di pietra, Donald Trump. L’ex presidente che ambisce a tornare alla Casa bianca si comporta, in spregio al barcollante Joe Biden, come se fosse già il commander in chief e ieri ha persino ricevuto a Mar-a-Lago l’ungherese Orbán che da presidente di turno dell’Ue aveva già sfidato tutti incontrando Putin e Xi Jinping. Il “Time” lo indica come una sorta di mediatore tra Putin e Trump.

Insomma la presidenza Trump è iniziata ancora prima di andare a votare a novembre.

Ed ecco allora che il summit di Washington è stata un’affannosa rincorsa a costruire una sorta di sbarramento di sicurezza intorno all’Ucraina di Zelensky ma senza trascurare due capitoli, la Cina e l’aumento delle spese militari, cavalli di battaglia anche di Trump.

Con l’aggiunta della nomina di un incaricato Nato per il “fianco Sud”, cioè il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa, che appare come una sorta di zuccherosa caramella per la politica estera italiana, sconquassata nel 2011 in Libia da disastroso intervento americano, francese e britannico contro Gheddafi con danni tali a noi e ai popoli della regione che dovremmo chiedere ai nostri alleati la metà degli aiuti dati a Kiev.

Il segretario Jens Stoltenberg (a ottobre sarà sostituito dall’olandese Rutte) ha parlato del «più vasto piano di difesa dalla Guerra Fredda»: un progetto elaborato da mesi anche in caso di un cambio di leadership alla Casa bianca. Ma il comunicato finale è un capolavoro di ambiguità: indica che il percorso dell’Ucraina nell’Alleanza è «irreversibile». Irreversibile e per il momento del tutto improbabile perché le regole Nato vietano l’ingresso di un Paese in guerra che potrebbe invocare a sua protezione l’articolo 5 con l’intervento degli alleati, al punto da scatenare la terza guerra mondiale.

Quindi Zelensky si deve accontentare di 40 miliardi di dollari di aiuti (quasi metà di una nostra finanziaria), della consegna (a rate) dei caccia F-16 e di nuovi sistemi di difesa anti-missile, dai Patriot Usa ai franco-italiani Samp T, una sorta di incoraggiamento all’Italia per aumentare le spese militari al 2% del Pil, a discapito ovviamente delle spese sociali.

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Ma la vera novità rispetto ai vertici precedenti dell’Alleanza è stato l’attacco alla Cina, che evoca in buon parte anche il comunicato finale del G-7 in Puglia. Il vertice di Washington ha accusato il governo cinese di aiutare in modo decisivo la guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina.

La diplomazia cinese ha replicato che la Nato usa un linguaggio «provocatorio, pieno di bugie ispirate da mentalità da guerra fredda». Tutto questo mentre la difesa di Taipei ha seguito 66 aerei da guerra con la stella rossa intorno all’isola e ne ha individuati 56 oltre la Linea mediana dello Stretto di Taiwan.

Nel duro monito della Nato alla Cina – in quanto membro del Consiglio di sicurezza Onu – Pechino viene invitata a «porre fine a qualsiasi forma si sostegno politico e materiale» al Cremlino. Pechino è definita «un pericolo per l’Europa e la sicurezza», insieme alla Nord Corea e all’Iran.

Stoltenberg ha aggiunto che la Cina rischia di mettere in discussione «i normali rapporti» con la Nato entrando nel campo minato dei rapporti commerciali ed economici intrattenuti dagli stessi membri dell’Alleanza con Pechino.

E qui sta il punto, come scriveva ieri Sabato Angieri sul manifesto : c’è una parte di mondo, il più vasto, dalla Cina alla Russia all’India di Modi (che abbraccia Putin anche in questi giorni) al Brasile, a buona parte del continente africano, che non crede più alla funzione rivendicata dalla Nato, ovvero quella di garante dell’«equilibrio globale».

Ed è qui che come al solito – come sottolineava quattro giorni fa sempre sul manifesto Tommaso Di Francesco – che casca l’asino europeo, incapace di definire una propria politica estera e ancora un volta si affida, senza alcuno spirito critico, all’Alleanza atlantica e agli Stati uniti con la nomina dell’inviato in Medio Oriente e Africa. Ma è proprio qui, in questo “fianco Sud” che gli Usa e alcuni dei loro alleati hanno fatto danni di dimensioni epocali.

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Se non ci fosse stata l’invasione russa dell’Ucraina staremmo ancora a parlare del disastroso ritiro nel 2021 dall’Afghanistan dove gli Usa, umiliando proprio gli alleati della Nato, hanno riconsegnato il Paese all’oscurantismo dei talebani. Parliamo di quegli Stati Uniti che usando dozzine di basi nel Mediterraneo hanno attaccato l’Iraq nel 2003 mentendo spudoratamente sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e creando un vuoto di potere occupato prima da Al Qaida e poi dall’Isis.

Quelle stesse basi Usa e Nato sono servite per distruggere il regime di Gheddafi nel 2011 senza creare una valida alternativa: la Russia e la Cina si sono infilate sulle coste del Mediterraneo e in Africa grazie ai disastri creati dai membri dell’Alleanza atlantica.

Il nuovo incaricato per il Medio Oriente – dove la guerra di Gaza e il Libano non sono mai citati nel comunicato finale di ieri – dovrà chiedere alla Turchia, membro storico della Nato, e agli alleati arabi come mai non applicano sanzioni alla Russia. La risposta sarà un sorriso amaro e sprezzante riservato a chi contrabbanda come «ordine mondiale» un caos sanguinoso e senza rimedio

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UE. L’incontro tra la candidata von der Leyen e la delegazione dei Conservatori è stato fissato per martedì prossimo ma FdI ancora non ha deciso cosa farà il 18 luglio. Il […]

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la premier italiano Giorgia Meloni e il premier ungherese Viktor Orban durante la riunione del Consiglio europeo La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la premier italiano Giorgia Meloni e il premier ungherese Viktor Orban durante un Consiglio europeo - Ansa

L’incontro tra la candidata von der Leyen e la delegazione dei Conservatori è stato fissato per martedì prossimo ma FdI ancora non ha deciso cosa farà il 18 luglio.

Il voto diversificato da parte delle varie delegazioni di Ecr non sarebbe un problema: 5 anni fa il Pis polacco votò per Ursula e FdI contro.

Il problema è che il programma concordato con la vecchia maggioranza Ursula non lascerà molti spazi di manovra ai Fratelli. «Al momento non ci sono le condizioni per votare von der Leyen», ammette il capogruppo di FdI a Strasburgo.

Anche la formula per cui si vota la presidente salvo poi riprendere le distanze è diventata una via d’uscita molto stretta dopo i veti ostentati da Socialisti e Liberali e dopo l’irrigidimento sul versante opposto dei neonati Patrioti. Meloni, insomma, non sa che fare.

Vorrebbe votare per l’amica e alleata, come stabilito da mesi. Non è detto che riesca a farlo senza perdere troppo la faccia.

Ma il vero problema, per lei, è che si trova di fronte a un bivio di quelli in cui la strada giusta non c’è. Dopo aver passato due anni a dimostrarsi affidabile in Europa, a tessere relazioni strategiche con il Ppe, a vantarsi in ogni dove del ritrovato protagonismo dell’Italia votare contro la sua principale alleata, o astenersi che in sostanza è la stessa cosa, finendo fianco a fianco con i reprobi antieuropei degli altri due gruppi di destra equivarrebbe a una ammissione di fallimento.

È probabile, ma non certo, che von der Leyen le lascerà aperta una via per il rientro. I Popolari devono tener conto del condizionamento degli alleati essenziali, Socialisti, Liberali e appena in subordine i Verdi. Ma, se appena possibile, non intendono chiudere tutte le porte a destra e in ogni caso il peso specifico dell’Italia è tale da consigliare l’uso della diplomazia. In questo caso, però, la leader di Ecr e del governo italiano salverebbe in parte l’immagine ma nulla della sostanza.

La sua scommessa, quella nella quale ha investito di più nel primo anno e mezzo a palazzo Chigi, era spostare drasticamente a destra l’asse di Bruxelles, se non con un cambio di maggioranza che si profilava sin dall’inizio impossibile almeno con un sostegno esterno tanto necessario quanto condizionante.

Se il disegno si fosse realizzato, la premier italiana avrebbe svolto il ruolo di perno degli equilibri europei, senza entrare in quella formula poco significativa che è «la maggioranza europea» ma ponendosi a metà strada tra il Ppe e la destra, ruolo già dimostratosi prezioso quando si era trattato di convincere Orbán a far passare gli aiuti per Kiev.

Quello spostamento a destra non c’è stato e non ci sarà. Il ruolo di canale di comunicazione tra Popolari e destra è reso impossibile dalla nascita dei Patrioti.

A ritrovarsi fortemente sbilanciata verso il centro in compenso è proprio Meloni. Non era questo il quadro che aveva in mente appena due mesi fa. Si avvicinava di più all’opposto

 

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FRANCIA. Non appena sono stati resi noti i risultati del secondo turno delle elezioni parlamentari francesi si è scatenata una ridda di opinioni e commenti che però non devono oscurare le […]

per Costanza ap place del répubblique 9 luglio

 

Non appena sono stati resi noti i risultati del secondo turno delle elezioni parlamentari francesi si è scatenata una ridda di opinioni e commenti che però non devono oscurare le due lezioni fondamentali da trarre da queste elezioni. La prima, preoccupante ma ricca di potenzialità, è che la Francia sta attraversando una crisi politica e istituzionale senza precedenti. La seconda, positiva ma fragile, è la conferma che la cultura repubblicana è ancora ben radicata nel cuore dei francesi.

La nuova Assemblea eletta dopo la «dissoluzione» decisa da Emmanuel Macron ha confermato la tripartizione delle forze politiche. Ognuna di queste forze ha registrato una vittoria e una sconfitta. La sinistra è la prima famiglia politica, ma ha solo una maggioranza relativa. Il centro macronista ha ottenuto un risultato inaspettatamente alto visti i risultati delle elezioni europee, ma ha perso un gran numero di deputati rispetto alla precedente legislatura. Infine, l’estrema destra non è mai stata così forte ma, contro tutte le previsioni, non è riuscita a conquistare né la maggioranza assoluta, né quella relativa. Il problema non è sottolineare l’incapacità dei francesi di dare vita a un governo tecnico, come avrebbero potuto fare gli italiani, o di creare un’ampia coalizione, come sarebbero in grado di fare solo i tedeschi. Queste analisi modeste essenzializzano i popoli e non reggono a un esame più serio. Dimenticano che sono le istituzioni a determinare le regole politiche. La Quinta Repubblica francese si basa su una diarchia del potere esecutivo e può funzionare correttamente solo con maggioranze chiare. Questo sembra impossibile, hic et nunc.

Il difficile funzionamento del sistema parlamentare e la crisi del principio di autorità – più che mai oggi il Re è nudo – sono avvenimenti che non hanno precedenti storici. Sono il culmine della crisi organica che la Francia sta attraversando da diversi anni. La crisi si è manifestata con l’irruzione nella storia di una grande massa di persone che fino a quel momento erano rimaste passive (i gilet gialli) e continua ad esprimersi nel declino della classe media che crede a torto o a ragione nelle virtù del sistema politico. Infine, c’è la crisi dell’egemonia della classe dirigente.

Mutatis mutandis, le analisi di Gramsci nel settimo Quaderno del carcere offrono una stimolante interpretazione di questa situazione. Emmanuel Macron sogna senza dubbio un’uscita dalla crisi attraverso un «cesarismo senza Cesare», cioè attraverso una riorganizzazione delle élite per mezzo di un’ampia coalizione il cui punto di equilibrio sarebbe la sua formazione politica e che escluderebbe l’estrema destra e la sinistra, stigmatizzata come «estrema sinistra». Il vecchio sogno dell’orleanismo politico!

Vista con le lenti della storia politica italiana l’attuale situazione francese ricorda i tempi di Cavour quando c’era una Camera eletta sulla base del suffragio censitario, la cui missione era quella di realizzare il connubio tra le famiglie politiche liberali favorevoli al Risorgimento ed escludeva i neri (le forze clericali) e i rossi (i mazziniani) dall’arena politica. Ma quel tempo è definitivamente passato. Nell’attuale situazione francese un’operazione del genere sarebbe puramente politicistica e, cosa più grave, metterebbe in discussione il secondo insegnamento di queste elezioni: la riaffermazione della cultura repubblicana.

Un’altra volta ancora la «disciplina repubblicana» è riuscita a bloccare l’estrema destra. Gli elettori di destra e di centro, ma soprattutto quelli di sinistra – gli unici ad avere ricevuto indicazioni chiare e inequivocabili – hanno espresso il loro voto per il candidato opposto a quello del Rassemblement National. Con questa scelta, la stragrande maggioranza dei francesi ha dimostrato il proprio attaccamento all’identità francese nella misura in cui essa deriva dai principi filosofici repubblicani: un francese è colui che rispetta il contratto sociale, cioè i valori della Repubblica. Allo stesso tempo, è stata rifiutata un’identità basata su un approccio naturalistico al concetto di «popolo». Questa teoria ritiene che un francese sia solo colui che fa parte della comunità di sangue. Oggi la cultura politica repubblicana resta quindi la cultura politica dominante. Conserva la forza nazional-popolare che ha avuto sin dalla metà del XIX secolo.

Ma fino a quando durerà? Questa è la grande domanda che tutti i cittadini devono porsi, in primo luogo quelli che occupano posizioni di responsabilità. Come ai tempi dell’affare Dreyfus, dobbiamo raccogliere la sfida della storia costruendo un governo di difesa repubblicana. Il Nuovo Fronte Popolare, riaffermando senza ambiguità la sua cultura repubblicana, ha colto questa profonda esigenza. Ora bisogna dargli i mezzi per rendere meno dolorosa la «questione sociale», consentendogli di applicare i punti essenziali del suo programma. Questo è l’unico modo per sanare una società francese fratturata. Agire diversamente porterebbe la Francia, come ha scritto Gramsci, in «interregno (dove) si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

*Docente di storia contemporanea all’Università di Rouen, autore della biografia Antonio Gramsci: Vivre, c’est résister, Dunod.
(traduzione di Roberto Ciccarelli)

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IL LIMITE IGNOTO. Il macigno che incombe sul summit di Washington è il disastro della leadership Usa, dalla tenuta fisica di Joe Biden all’insidia del probabile arrivo alla Casa bianca del sovversivo Trump

Il crepuscolo americano  dell’Alleanza atlantica Washington, inizia il summit Nato - foto Ap

Il vertice che si apre oggi a Washington e durerà fino all’11 non è una scadenza qualsiasi nella storia dell’Alleanza atlantica, e non solo perché è il 75° anniversario della sua fondazione nell’aprile del 1949, “difensiva” contro l’Unione sovietica (che non c’è più e che rispose con l’alleanza militare del Patto di Varsavia solo 6 anni dopo nel 1955).

Sarà infatti un summit denso di contraddizioni, al limite della domanda di senso necessaria dopo tanto tempo: a che serve la Nato? Ideologicamente e nella prassi le leadership atlantiche la risposta – indicibile – ce l’hanno: la Nato serve a rincorrere, riparare, aggiustare e sviluppare tutti i disastri che ha provocato con la sua iniziativa, fatta di sanguinose guerre aperte e coperte, e con il suo allargamento scellerato a Est. Qualcuno la chiama “lungimiranza”, ma si tratta di un sistema strutturale, rodato sulla pelle di troppe vittime: la Nato si riproduce a mezzo di guerre e destabilizzazioni.

E la guerra in Ucraina con “l’aggressione stupida e criminale di Putin e le provocazioni della Nato” – insiste sempre Noam Chomsky – sono in questa fase un input di riproduzione, a cominciare dall’aumento della spesa militare in Europa, che deve portare tutti i paesi al 2% del riarmo mentre alcuni più virtuosi già veleggiano sul 4% come la Polonia: questo aumento porterà in dote Giorgia Meloni non solo a Joe Biden – se la riconosce – ma anche a Trump, per il quale i membri Nato si “portano avanti con il lavoro” : infatti l’aumento della spesa militare degli alleati minimo al 2% era ed è la condizione di Trump per sostenere la Nato. Un riarmo pesante di fronte ai limiti economici europei del nuovo Patto di stabilità che ha avuto approvazione bipartisan alla chetichella nel nostro parlamento; vuol dire che sempre più i tagli si concentreranno sulle spese sociali per privilegiare le spese militari, come dimostrano l’incredibile decisione di accedere ai fondi del Pnrr per le munizioni all’Ucraina – sempre più dunque nella logica dal werfare al warfare – , e gli accordi pluriennali di cooperazione militare con Kiev siglati finora da 20 governi europei tra cui l’Italia – ieri si è aggiunta la Polonia. Un vero e proprio “sistema di guerra a lungo termine”.

A Washington diventeranno ufficiali le sliding doors, bipartisan, la nomina a segretario, al posto del socialdemocratico Jens Stoltenberg, dell’ex primo ministro di centrodestra dei Paesi bassi, il duro e rigoroso Mark Rutte. Nomina che, va sottolineato, avviene ben prima di quelle istituzionali della Commissione europea, certo alle prese con una situazione a dir poco complessa dopo l’affermazione della destra e destra estrema nelle elezioni europee del 9 giugno scorso che hanno disegnato l’emergere sempre più di una Europa delle nazioni e dei nazionalismi tra loro conflittuali ben più congeniali alla Nato, vista la divisione che impera, di una Ue che invece conservi la sua forte e originaria ispirazione sovranazionale. Di sovranazionale, a guida Usa e d’impronta militarista, di fatto ce n’è pericolosamente una sola, la Nato.

Tanto più che l’Ue non ha né può avere ancora una sua politica estera, lo spagnolo Borrell, l’ex Mister Pesc, non era un ministro ma una sorta d’incaricato, e ora con la prima ministra estone Kaja Kallas, sarà perfino peggio, vista la surroga che la Nato fa da più di un trentennio della politica estera e non solo dei Paesi Baltici, come – fatta eccezione ora per l’Ungheria sovranista legata a doppiofilo all’economia di Putin e che ricatta con la questione magiara – per molti paesi dell’est a cominciare dalla Repubblica ceca (il presidente della Repubblica è un ex generale della Nato ispiratore delle politiche filoatlantiche del premier Fiala), la Bulgaria e la Romania. E poi la Nato è andata sempre d’accordo con la destra e l’estrema destra con cui ha una lunga frequentazione dal dopoguerra.

Gli accordi pluriennali dei Paesi della Nato – Washington stanzierà altri 40 miliardi di aiuti militari per il 2024 – saranno allargati a tutti gli altri paesi ed hanno come principio ispiratore il nodo inevaso e finora ineludibile dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. All’ultimo vertice di Vilnius del luglio 2023 con 31 Paesi (oggi c’è in più la Svezia) venne deciso un Consiglio Nato-Ucraina e si proclamò solennemente: «Il futuro dell’Ucraina è nella Nato». Sta di fatto che da allora in poi l’ingresso non c’è stato né la tanto auspicata da Zelensky road map per entrarci.

E sul fronte della guerra, che sul campo si è rincrudita quanto a violenza e distruzioni con capovolgimenti di fronte decisivi, restando in piedi l’equivoco della “vittoria” e dissimulando con sempre meno efficacia il pericolo di un conflitto nucleare, un cessate il fuoco e un negoziato di pace appaiono a dir poco lontani dopo la recita del forum di Lucerna e le difficoltà a convocare un reale tavolo di trattativa tra nemici, ucraini e russi. È stato lo stesso Biden del resto, in una famosa ed esclusiva intervista alla Cnn del 9 luglio 2023, a dire no all’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza perché “vorrebbe dire entrare subito in guerra con la Russia” e per i nodi irrisolti a Kiev, la deficitaria democrazia e la mega-corruzione; inoltre proprio il Trattato dell’Alleanza dice che non può accettare un paese in conflitto aperto, pena l’immediato coinvolgimento in guerra come da articolo 5. Di fatto siamo al limite di questo ragionamento se, con benedizione di Blinken, si accetta che le armi della Nato vengano usate dentro e contro la Russia.

Ma il nuovo macigno che incombe sul vertice di Washington è il disastro della leadership presidenziale Usa, dalla tenuta fisica di Biden all’insidia del probabile arrivo alla Casa bianca del tycoon sovversivo, Donald Trump. La domanda di media e leadership democratica Usa se “Biden ha fatto le prove neurologiche” si riverbera nel vertice atlantico e già nelle due sanguinose guerre in corso, in Ucraina e nei Territori palestinesi occupati (Gaza e Cisgiordania) dove il massacro continua? Insomma, cadute, balbettii, scambi di persona, afasie, errori di memoria influenzano e influenzeranno pericolosamente questi scenari che pretenderebbero il contrario? Si intravvede non la risposta, ma solo un declino Usa, in un crepuscolo di potenza dove la guerra è la dominante non più solo esportata magari aprendo l’agenda cinese. Qualcuno ha afferrato la minaccia di Trump, evocativa del 6 gennaio 2021, che, vittorioso in pectore per tutti a novembre, se sconfitto “non riconoscerà” i risultati?

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