La sfilata Cinquecento soldati in più, divisi su tre turni, per presidiare il centro di Milano. Ma il Quirinale frena Meloni: non avranno poteri di intervento. La premier si consola con leggi speciali contro la protesta dei giovani: fermo di polizia per i minorenni e maxi multe per i fumogeni
La sfilata Il governo vara l’ennesimo pacchetto sicurezza: pene inasprite e fino a mille euro per i genitori dei ragazzi colpevoli
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Milano, i manifestanti scappano dalla polizia – Foto di Andrea Carrubba / Getty Images
Nuovi reati, inasprimenti delle pene, revisione del processo minorile, ingiunzioni di pagamento immediato e multe per i genitori dei minori che commettono reati. Il governo ha varato ieri il nuovo pacchetto sicurezza e, rispetto alle premesse annunciate, ha gonfiato ancora di più il testo. Ha dovuto però rinunciare alla misura con cui più sperava di poter mostrare i muscoli a Milano dopo le manifestazioni dell’ultimo fine settimana: nel capoluogo lombardo verranno sì inviati altri 500 militari, ma non avranno quei poteri di polizia giudiziaria che aveva invece annunciato il ministro della Difesa Crosetto.
LO STOP è stato imposto dal Quirinale nel corso delle interlocuzioni di ieri, nonostante il ministro dell’Interno Piantedosi abbia provato a minimizzare parlando di un «confronto fluido». I 500 dunque partiranno per Milano e vi resteranno fino a fine anno, ma tutto rimarrà nell’ambito dell’operazione Strade sicure. Che per i militari prevede solo compiti di presidio, senza la possibilità di identificare o arrestare qualcuno: peraltro, considerati i turni di lavoro suddivisi in tre tranche da otto ore, significa che nelle strade saranno poco più di centocinquanta per volta. La misura doveva essere il piatto forte dell’ennesimo decreto, è finita citata appena di passaggio nel video che Meloni ha pubblicato sui social subito dopo il consiglio dei ministri. Il passo indietro, dopo aver incautamente preannunciato la novità, non era però un’opzione possibile. E così anche Crosetto si è visto costretto a difenderla, nonostante da anni predichi il contrario, ovvero che senza nuovi compiti l’ampliamento dell’operazione Strade sicure sarebbe un inutile cosmetico. Forse avrà cambiato idea in una notte, ieri ha commentato con un laconico: «La difesa c’è».
IL DECRETO, ad ogni modo, è ben guarnito della visione panpenalista del governo. «Non c’è niente di rivoluzionario nel devastare e nel rubare. Devastare e rubare non è protesta, è criminalità e la risposta dello Stato deve essere ferma» ha detto Meloni in video. Si parte dal nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche». Si tratta di una pena da due a cinque anni per chi, in un gruppo di almeno cinque persone, lancia oggetti o compie atti violenti nel corso di un corteo. Una versione ridotta del già noto reato di devastazione e saccheggio, a cui peraltro ora la destra ha deciso di introdurre delle aggravanti, così come a quello di devastazione. Non solo, sono in arrivo pene anche per chi «con strumenti telematici o informatici organizza o istiga» questi gruppi. Si va dai cinque ai dodici anni: una misura pensata dopo i riot milanesi, sorti fuori dalle strutture tradizionali delle organizzazioni politiche e autoconvocatisi online, attraverso canali Telegram o ricondivsione di video sui social.
PER I MINORI, poi, l’esecutivo ha confezionato il grosso del provvedimento. «Conosciamo le difficoltà di tanti giovani, sappiamo cosa significa cercare un lavoro, avere uno stipendio insufficiente, non vedere prospettive per il futuro. Sono problemi sui quali lavoriamo dall’inizio del mandato e continueremo a farlo e lo facciamo ogni giorno, ma il disagio non può diventare mai un alibi per la violenza» ha commentato la premier. La prima modifica riguarda il principio di imputabilità: non sarà più necessario verificare la capacità di intendere e di volere di un ragazzo, che al contrario sarà sempre presunta. È lo stesso principio del disegno di legge che il governo aveva già varato in estate, e che si apprestava a iniziare il proprio iter parlamentare. Il provvedimento è stato svuotato e spostato nel decreto, così da renderlo subito efficace. Un principio criticatissimo già in estate, su cui è tornate anche ieri il presidente dell’Associazione dei magistrati dei minori Claudio Cottatellucci: «La strada dell’inasprimento delle pene potrà anche incontrare il consenso dell’opinione pubblica, perché svolge una funzione rassicurante, ma è fallimentare e assolutamente inefficace» ha spiegato. Anche perché, dopo gli innumerevoli decreti dell’esecutivo che hanno ampliato la possibilità di custodia cautelare per i ragazzi, per la prima volta anche gli Ipm si trovano sovraffollati. «Sta passando l’idea che questi ragazzi debbano essere trattati come adulti, ma la violenza non li rende più adulti» ha detto a proposito del principio di imputabilità.
NONOSTANTE le incertezze dell’ultimo miglio, è rimasta invariata l’estensione del fermo preventivo. La misura introdotta con l’ultimo decreto sicurezza ora potrà essere applicata anche ai minorenni, accompagnati in questura fino a dodici ore se si sospetta che possano diventare un «concreto pericolo per la sicurezza». Non accadrà solo prima delle manifestazioni, ma in tutti i luoghi «caratterizzati da un consistente afflusso di persone». Pensata per i luoghi della movida, ora sarà facilmente riutilizzabile per qualsivoglia centro città dove si pensa che possano replicarsi cortei spontanei, ma rimarrà in vigore anche oltre.
INFINE c’è il capitolo dei risarcimenti e delle multe: ai genitori dei ragazzi che commettono reati potranno essere applicate multe dai 500 ai 1000 euro, «salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto». Multa che raddoppia nel caso in cui il fatto venisse reiterato. Nei casi di danneggiamento, invece, il prefetto potrà rivolgersi ai genitori per ottenere un risarcimento dei danni. E lo stesso potranno fare i privati, a cui ora è consentito ottenere immediatamente un decreto ingiuntivo per farsi risarcire.
Commenta (0 Commenti)Prova a prenderli Accuse pesantissime, decine di arresti, retate su base etnica. Il giorno dopo la rivolta di Milano, mentre se ne annunciano di nuove, si allarga la risposta repressiva. Il governo vara altre leggi di emergenza: impiego dei militari e fermo indiscriminato. Non servirà
Prova a prenderli Dopo gli scontri, i dubbi sui motivi della rabbia. C’è solo una certezza: torneranno ancora
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Ottobre 2026, scontri a Milano – Foto di Andrea Carrubba/Anadolu via Getty Images
Quello che vedi è quello che hai. Alcuni ragazzi hanno un sorriso irresistibile, altri devono farsi una reputazione. I marginalizzati, i criminalizzati, i razzializzati. Loro: i maranza.
Due giorni di riot a Milano: sabato a margine di una manifestazione completamente autorizzata e domenica senza nemmeno bisogno di trovare un pretesto. La verità, al netto di tutto, è talmente semplice che si può riassumere con le due frasi scritte in rosso su un muro vicino al liceo scientifico Leonardo da Vinci, davanti al tribunale. Dice: «Picchia lo sbirro, ruba al padrone». Alla domanda su chi sia stato a fare tutto questo la risposta è sfuggente. Se poi si chiede il perché entriamo nel campo minato della sovrainterpretazione. Ma l’odore del Napalm si sente forte e quello va seguito per cercare di capirci qualcosa. Un espertissimo agente della digos sostiene che questo sia il primo vero pericolo per l’ordine pubblico da tanti anni a questa parte. Almeno a Milano.
GLI AVVOCATI specializzati in certe cose si affannano tra il palazzo di giustizia e la questura, ma hanno pochi clienti. I difensori degli arrestati sono per lo più quelli d’ufficio e i familiari di chi si è messo nei guai hanno l’aria spaesata. In via Fatebenefratelli ancora all’ora di pranzo di ieri c’era chi aspettava di poter rivedere proprio figlio. Preoccupazione e stanchezza hanno lo stesso volto. Esce un ragazzo, avrà sì e no sedici anni. Un poliziotto gli fa: «Ma come sei vestito?». La madre lo porta via senza mai alzare lo sguardo dal marciapiede.
Parla chi ha una denuncia ma è a piede libero. «Non ci vedono mai, ora finalmente lo hanno fatto», dice un ragazzo appena maggiorenne. E quindi? «Che ne so? Io non ho fatto niente». Ovviamente. Molti fermi sono stati effettuati sulla base del colore della pelle e dell’abbigliamento. Chi tutela l’ordine non è incline all’osservazione delle sfumature. Allora si pone un problema semantico: maranza è termine etnico o generazionale? Non c’erano solo le famose seconde generazioni a fare a botte con la polizia e a sfondare i negozi per sfregio e per saccheggiarli. Molti erano italiani con genitori, nonni e anche bisnonni italiani. Comunque ci tengono molto ad autodefinirsi così: maranza. Venivano da Milano (non solo periferia) e dai suoi dintorni. Ma anche da un po’ più lontano: Padova, Verona, Alessandria. Avevano letto dell’appuntamento in piazza del Duomo su Telegram. Non avevano aspettative particolari, dicono. Poi però le cose sono andate come sono andate e allora eccoci qui a brigare con avvocati e poliziotti, giudici e pubblici ministeri.
LUIS HA 21 ANNI, studia beni culturali alla Statale ed è «l’organizzatore», cioè quello che materialmente ha chiesto l’autorizzazione per la manifestazione di sabato a nome di «Milano in piazza». Tutto è nato parlando di quanto sia difficile la vita – pochi soldi, tante spese – con i suoi amici. Poi hanno fatto un gruppo su Whatsapp che in breve ha raggiunto il limite massimo di iscritti, oltre 2000. Così tutti si sono spostati su Telegram e lì hanno deciso di scendere in piazza. «Con chi ha fatto gli scontri noi non c’entriamo niente», sottolinea. Dice che la colpa è tutta dei maranza. «Sono arrivati e da subito hanno cominciato a creare problemi». Non se lo aspettava Luis. Non c’era servizio d’ordine in piazza del Duomo, che, a proposito di ordine pubblico, sarebbe una «zona rossa». Non c’era niente. All’inizio quasi neanche la polizia. Troppo indaffarata a gestire male la situazione: hanno fatto partire il corteo troppo presto e poi lo hanno spezzato in tre tronconi. Dopo ancora lo hanno chiuso senza lasciargli via d’uscita. Così è partita la prima sassaiola. Il resto è noto.
IN QUESTURA pensano di sapere cosa sia successo. C’era un gruppo di Telegram chiamato «17 ottobre civile» dentro il quale i maranza si sarebbero organizzati al puro e semplice scopo di scontrarsi con la celere e prendere a mazzate le vetrine. Con una tattica particolare: mandare avanti chi in ogni caso di «custodia» se ne fa poca, cioè i minorenni. Magari con precedenti, già avvezzi ad avere a che fare con la polizia. Di provocazione in provocazione, quando il minore in questione viene preso, si va a liberarlo. Cioè a scontrarsi. Una, due, tre, dieci volte. Senza piattaforme, senza rivendicazioni. La rabbia non è solo cieca, è anche sorda e muta. È un fatto esistenziale. Per questo è inutile dire che «bisogna ascoltare». Quel tempo, in realtà, è già finito.
«LA QUESTIONE è sia pre-politica sia post-politica», ragiona Carlotta Cossutta. «Alla base sembra esserci una forte insoddisfazione per la propria vita. Dal covid alla guerra, passando per il genocidio di Gaza: questo sono stati gli ultimi anni. E le prospettive sono tremende. D’altra parte non si cerca alcuna mediazione, quindi è difficile anche capire di preciso cosa si dovrebbe ascoltare». Nessuno lo sa. Il sindaco Sala chiede più polizia. Il governo è pronto a varare nuovi pacchetti sicurezza. I protagonisti degli scontri, tutti ne sono sicuri, torneranno. Pare ci siano già delle date: il prossimo weekend. E quello dopo ancora. Ieri, nel primo pomeriggio, a un certo punto pareva fosse scattata di nuovo l’ora del tafferuglio. Paranoia? Intorno a piazza del Duomo camionette della polizia e dei carabinieri. Fuori dai negozi guardie private con cui sembra meglio non litigare.
TUTTI pensano che ci saranno altri pomeriggi di tafferugli nel ricchissimo cuore di quella che continua a ritenersi capitale morale, nonostante tutto. Uno strano risveglio civile: gli scacciati sono qui. E sono proprio quello che sembrano. Vogliono ridare indietro un po’ di quello che ricevono ogni giorno della loro vita.
Commenta (0 Commenti)La bella stagione Parigi chiama, altre piazze d’Europa rispondono. In Francia 800mila persone contro il carovita e per la scuola pubblica. Guidano gli studenti, poi sindacati, partiti e Gilet gialli. Cariche della polizia e scontri. Come a Milano e Bologna, in Portogallo e in Albania
Le piazze I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti
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Corteo Studentesco No Meloni Day – Foto di Guido Calamosca/LaPresse
Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei «manifestanti pacifici».
I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi non si può pretendere che non straripi.
Ad ogni buon conto questa miserevole caricatura della democrazia a cui partecipano tutte le parti politiche senza eccezione non ha ben chiara la distinzione tra lotta e mendicità. I movimenti non sono processioni di postulanti che reclamano garbatamente da chi li governa «pane, lavoro e sconti fiscali», come piacerebbe a una destra specializzata nell’elargizione mirata di aiutini e prebende. Le lotte partono piuttosto dalla presa di coscienza collettiva che qualcosa è stato sottratto, qualcos’altro negato o dirottato non per errore ma per scelta interessata. Che una collettività ha subito danni e trova di fronte a sé strade sbarrate da precise decisioni politiche.
Dunque perché la propria voce possa avere forza, e questa forza essere temibile, qualcosa deve essere almeno temporaneamente sottratto al normale svolgimento della vita del paese. Il rispetto delle regole deve essere aggirato, sospeso o reinterpretato, che si tratti di scioperi o di occupazioni (di edifici e di suolo pubblico), di sospensione di servizi, di blocco delle merci o altre forme di boicottaggio. Per mostrare concretamente, oltre che affermarlo, che «non si può andare avanti così».
Lo scriveva anche Machiavelli che senza tumulti la Repubblica degenera e i governanti inclinano verso l’arbitrio e la tirannia. E i tumulti, per dirla in cinese antico, «non sono un pranzo di gala». La società francese applica da sempre questa forma di correttivo alle politiche di governo e assai frequentemente con successo.
L’attuale movimento degli studenti non fa eccezione.
La destra, quella originale, così come quella subalterna dei partiti socialdemocratici, vedono la conflittualità sociale come il fumo negli occhi, come un assortimento di reati e di manipolazioni politiche da denunciare e perseguire. Tuttavia scontrarsi con questo principio d’ordine è il solo modo per smuovere rapporti sociali stagnanti e arrestare l’avanzata di forme sempre più autoritarie di governo.
Beninteso il conflitto e le forme di lotta possono essere interpretati in diversi modi e a diversi gradi di intensità, in alcuni casi discutibili se non proprio controproducenti. Così come anche la risposta delle forze dell’ordine, che va dal semplice presidio di luoghi sensibili fino alla Diaz e Bolzaneto, segue una modulazione politicamente guidata da governi che secondo le opportunità intendono intimorire o rassicurare, simulare un dialogo o sbandierare intransigenza. E che si sono dotati di strumenti repressivi sempre più mirati a colpire pesantemente proprio quelle forme di lotta che per amplificare la voce della protesta mirano a interrompere o turbare il normale svolgimento delle attività quotidiane.
Gli autotrasportatori e gli agricoltori, generalmente orientati a destra, sono stati risparmiati, ma cosa accadrà al primo blocco stradale degli studenti?
Commenta (0 Commenti)La prima ora Soldi alla scuola, solidarietà alla Palestina, no al caro affitti, lotta ai decreti sicurezza e ai tetti per gli stranieri. Senza un coordinamento e senza una piattaforma unica gli studenti si sono presi le piazze italiane. Ma per Meloni e Valditara sono solo «teppisti»
La prima ora 500 mila in corteo in tutta Italia. Valditara: «Teppisti». Meloni: «La sinistra condanni»
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Milano, il corteo rivendica «Nessuno è straniero» – Foto Marco Ottico/LaPresse
Le proteste in Spagna per il diritto alla casa e quelle della scuola in Francia sono state solo l’innesco di un’agitazione sotto la cenere da tempo. Le questioni sollevate dai coetanei nel resto d’Europa sono le stesse che si pongono i giovani italiani, che hanno in più l’aggravante di futuro precario e malpagato e di avere un governo che nel frattempo li criminalizza. Definiti «sdraiati», hanno invece, con il genocidio in Palestina, imparato a scendere in piazza. E anche ieri lo hanno fatto in tutta Italia per il No Meloni Day.
NESSUN COORDINAMENTO nazionale tra città e città, nessuna piattaforma condivisa, nessuna sigla capofila, giusto l’indicazione di una data ha portato ieri a manifestazioni di studenti partecipate come non si vedeva da anni. Decine di migliaia di persone hanno sfilato nella Capitale, duemila a Firenze, cinquemila a Milano, altrettanti a Torino, Napoli, Genova, Palermo. E centinaia nei cortei delle città più piccole, come Latina, Mestre, Padova. In totale mezzo milione di ragazzi ieri hanno portato in piazza un misto di rivendicazioni: le condizioni della propria scuola con i decreti sicurezza, la solidarietà ai palestinesi con il caro affitti, l’emergenza climatica con quella della violenza di genere. Tutto tenuto insieme dall’opposizione alle destre che aumentano la spesa militare tagliando il welfare. «Soldi all’istruzione, non alla guerra», recitavano gli striscioni degli spezzoni delle scuole siciale come piemontesi. «I nostri coetanei francesi ci hanno dato un esempio importante – dice Zeno di Torino – vogliamo dimostrare di essere una generazione che non vuole più tenere la testa bassa e accettare la propaganda razzista del governo, abbiamo rivendicazioni molto concrete sul modello di scuola e di sviluppo economico necessario alle nostre comunità».
Per questo la protesta degli studenti si è fusa a Napoli con quella per la giustizia climatica e ambientale nel quartiere Bagnoli e contro l’America’s Cup, a Pisa un blitz pacifico ha interrotto la cerimonia inaugurale dell’anno accademico della Normale in protesta contro i tagli, a Milano il focus era sul tetto agli alunni stranieri e il diritto all’abitare (alla fine del corteo è stato occupato un immobile vuoto in via Francesco Sforza), a Cagliari l’edilizia scolastica. E poi a Padova, dove la manifestazione è terminata con un pranzo sociale contro il carovita davanti alla prefettura mentre a Salerno gli studenti si sono uniti ai portuali e agli autotrasportatori in lotta. «Non è più accettabile che studiare sia un privilegio, che le nostre famiglie debbano spendere centinaia di euro ogni anno per mandarci a scuola e che, mentre il costo della vita continua a salire, a pagare siano sempre gli stessi», spiega Aurora, sedicenne romana. E Francesco, ultimo anno di liceo scientifico a Bari denuncia «istituti fatiscenti, assemblee di istituto annullate e mancanza di spazi di socialità e democrazia, con tutte le conseguenze dei fondi investiti nel settore bellico e sottratti a scuola, università e sanità a causa delle politiche di questo governo».
NEL COMPLESSO non ci sono stati incidenti: qualche cassonetto rovesciato, lanci di petardi e di uova, cartelli denigratori verso il ministro all’Istruzione (e merito) Valditara, la premier Meloni così come per Netanyahu e Trump, una bandiera israeliana bruciata, un carro armato di cartone messo a fuoco contro le guerre in corso. La gestione delle piazze ha ricalcato la differente linea delle diverse questure: nessuna carica a Roma, dove un piccolo gruppo di incappucciati ha tentato di fare barricate e acceso fumogeni e qualcuno ha lanciato petardi davanti al Mim, scontri a Bologna (dove sono state identificate 60 persone), Milano, Torino. A Treviso è stata multata la madre di un 15enne che aveva fatto esplodere un petardo per non aver impedito «comportamenti incompatibili con la libera fruizione dell’autostazione». Il figlio è stato denunciato. «Evitiamo allarmismi, vanno ascoltati», ha consigliato il preside dell’Ipsia Giorgi di Verona dopo l’incendio di alcuni cassonetti in una via adiacente alla scuola. Altri dirigenti hanno reagito diversamente, chiedendo ai genitori di denunciare i figli che avevano partecipato ai cortei. Tutti episodi usati dal governo per derubricare l’imponente mobilitazione degli studenti a «delinquenza giovanile» con i sindacati di polizia a dichiarare decine di agenti feriti. «Teppismo politico» per Valditara, sulla stessa linea le dichiarazioni del vicepremier Salvini e del resto della maggioranza. Meloni, a Bruxelles per il Consiglio europeo, ne approfitta per attaccare i leader dell’opposizione «che non riescono a dire una parola di condanna sulle proteste». «Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete», la replica della segretaria del Pd Elly Schlein.
INTANTO IL CAMPO progressista lo suggellano i movimenti giovanili dei partiti di centrosinistra che ieri hanno firmato un documento comune di adesione alla mobilitazione degli studenti. «La protesta delle tende contro il carovita è la mobilitazione giusta – hanno affermano l’Unione giovani di Sinistra, i Giovani europeisti verdi, i Giovani comunisti e gli omologhi del Pd e del M5s – una battaglia che travalica le generazioni perché quello alla casa è un diritto fondamentale». Le realtà della scuola si riuniranno il 23 ottobre in assemblea per poi partecipare allo sciopero nazionale del 30 ottobre in vista «dell’alleanza tra studenti e lavoratori».
Commenta (0 Commenti)Magro bilancio Altro che ultima manovra elettorale, il governo non può mantenere nemmeno la promessa di ristorare le famiglie dall’inflazione. Risparmi su infrastrutture e sanità, tagli ai ministeri, dalle banche solo l’anticipo delle imposte. E non basterà per uscire dall’austerità
Magro bilancio I conti in bilico per il 2027 e l’incubo della procedura d’infrazione per il 2028 e 2029
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, partecipa al Consiglio Europeo a Bruxelles. 15 ottobre 2026 ANSA/ US CHIGI +++ UFFICIO STAMPA CHIGI +++ FOTO NON IN VENDITA – DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
Il deficit italiano riprenderà a salire nei prossimi due anni, perciò l’Italia non potrà ancora uscire dalla procedura d’infrazione europea. Lo prevede il Documento programmatico di bilancio (Dpb) per il 2027 inviato mercoledì sera al parlamento italiano e alla commissione Ue. Si tratta dell’atto preparatorio alla manovra finanziaria, che il governo deve trasmettere a Bruxelles entro il 15 ottobre di ogni anno per anticipare i pilastri della legge di bilancio. Lo scorso anno la premier Meloni e il ministro dell’economia Giorgetti fecero di tutto per far scendere il disavanzo sotto la soglia del 3% del Pil che fa scattare l’infrazione, ma non centrarono l’obiettivo finendo al 3,1%. Quest’anno probabilmente ci riusciranno ma emanando un’altra manovra povera, una delle più leggere nella storia italiana e l’ultima dell’attuale governo, che stavolta sperava di avere le maglie più larghe in vista delle elezioni. Oltretutto, afferma il Dpb, il deficit tornerà al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028.
CIÒ SIGNIFICA che l’Ue non potrà chiudere la procedura d’infrazione che ha aperto contro l’Italia a giugno 2024, dopo un anno e mezzo di governo Meloni, quando il deficit era balzato al 7,4% del Pil. Questo perché per rassicurare Bruxelles serve anche la certezza di restare sotto al 3% negli anni successivi, che l’esecutivo non è in grado di garantire. Quando la procedura fu avviata, Giorgetti aveva previsto che l’Italia non ne sarebbe uscita prima del 2027 e invece servirà almeno un anno in più, forse due. Non solo: per decidere come spendere i 23,5 miliardi che vorrebbe destinare alla prossima manovra, si legge nel Dpb, il governo dovrà attendere gli «esiti delle interlocuzioni in corso con le autorità europee finalizzate alla definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia».
Tradotto, Meloni spera che Bruxelles accetti le deroghe per deviare temporaneamente dai vincoli standard di bilancio, ammissibili in caso di spese eccezionali e impreviste in materia di difesa ed energia: la prima perché include gli investimenti per il riarmo richiesti dalla stessa commissione Ue, la seconda perché è conseguenza delle tensioni geopolitiche in corso per il conflitto tra Usa e Iran che hanno comportato conseguenze economiche in tutto il globo per l’aumento dei costi energetici. La premier sta trattando uno scostamento di oltre 14 miliardi ma non le basteranno a risolvere la carenza di risorse. Le difficoltà economiche sono infatti dovute anche alla sua gestione approssimativa della crisi, a partire dal taglio alle accise sui carburanti che ha fatto bruciare 3 miliardi in sette mesi nell’inutile tentativo di contenere i rincari di benzina e diesel, senza nemmeno fare distinzioni in base al reddito. A pagare saranno soprattutto le famiglie e il welfare, a cui la prossima manovra destinerà meno di 5 miliardi, insufficienti persino per coprire l’aumento dell’inflazione. Seguono la difesa (4,6 miliardi) e le imprese (3,5 miliardi). Anche per le infrastrutture e la sanità, a cui andranno rispettivamente 2,6 e 2,4 miliardi, si tratta di cifre misere e bastanti appena per colmare l’inflazione.
CHE IL GOVERNO non sappia più dove trovare i soldi lo dimostra anche il capitolo sulle coperture. La maggior parte di queste, si legge nel Dpb, arriverà dalle risorse derivanti da «misure a carico del settore finanziario», ovvero banche e assicurazioni, chiamate a contribuire per 10 miliardi nel triennio 2027-2029. Cinque miliardi dovrebbero arrivare nel 2027 e gli altri cinque tra il 2028 e il 2029. Ma non sarà un regalo: lo Stato chiederà semplicemente di anticipare il versamento di imposte future, dunque una sorta di indebitamento per il pubblico senza alcun costo diretto per gli istituti finanziari. Ma questi non sarebbero comunque d’accordo: l’Associazione bancaria italiana ieri ha fatto trapelare di essere «contraria a un nuovo esborso» dopo l’accordo triennale di 10 miliardi siglato nel 2025. Gli ulteriori 10 miliardi da fornire sarebbero stati inseriti nel Dpb senza alcun preavviso né negoziazione, e non è affatto scontato che rimangano nel testo definitivo della manovra. Un altro miliardo sarà ottenuto dai tagli ai ministeri, già molto sacrificati gli anni scorsi. Per Misiani (Pd) il Dpb «conferma una legge di bilancio senza visione e priva di un progetto per il paese», per De Cristofaro (Avs) «è la fotografia del fallimento di quattro anni di politiche economiche del governo Meloni che hanno impoverito l’Italia e gli italiani».
Commenta (0 Commenti)Il limite ignoto Bloccati molti accessi al sistema satellitare di Musk, pagato dal Pentagono. La Russia colpisce tre centrali a Kiev, 600mila senza luce
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Nella sua logica multidimensionale, fra collaborazioni instabili, nuove tecnologie in rapida evoluzione e infrastrutture energetiche trattate alla stregua di target militari, la guerra in Ucraina si rivela spesso un gioco di “coperte corte”. Se negli ultimi mesi e settimane Kiev sembrava essere riuscita a portare a sua vantaggio una certa inerzia del conflitto, grazie ai colpi su raffinerie e siti di stoccaggio in profondità del territorio nemico, ecco che proprio questi successi sono valsi l’ira e il voltafaccia del suo alleato di maggior peso, gli Stati Uniti. Incalzato dalle elezioni di midterm e dal rialzo dei prezzi del carburante (causati dalle avventure belliche in cui si è lanciata la stessa Washington), il leader a stelle e strisce Donald Trump in questi giorni sta mettendo in campo diversi ribaltamenti clamorosi: annuncia accordi con Mosca per le forniture di diesel, intima all’Ucraina di smetterla con gli attacchi contro le strutture petrolifere russe e, soprattutto, pare favorire un’interruzione della copertura satellitare di Starlink al paese aggredito.
QUEST’ULTIMO PUNTO è particolarmente dolente: le dichiarazioni di funzionari ucraini che denunciano le conseguenze delle restrizioni si rincorrono, come in un crescendo di panico. Il consigliere del ministro della difesa Serhii Beskrestnov ha parlato di difficoltà operative sia per le campagne offensive di medio raggio che per le intercettazioni contro alcuni tipi di droni russi. «Non può trattarsi di una coincidenza, è chiaro che la sospensione di Starlink è legata all’attuale situazione politica», ha scritto su Telegram. Anche gli ufficiali sul terreno di battaglia parlano di salti di comunicazione e ostacoli nel coordinamento. Nello specifico sarebbero state bloccate le connessioni oltre la soglia dei 160 chilometri orari di velocità dei terminali – che di solito vengono impiegate per funzioni militari o governative – a segnalare, appunto, che è probabile non si tratti di un mero disguido tecnico. Trump dal canto suo nega, ma il servizio erogato da SpaceX (di proprietà dell’imprenditore Elon Musk) viene pagato dal Pentagono e quindi fornito all’Ucraina. Né è la prima volta che un braccio di ferro simile fra Washington e Kiev pare essersi verificato, sempre in seguito a ghiribizzi diplomatici.
A OGNI MODO la realtà dei fatti è che Mosca sembra riuscire a colpire in modo ancora più efficace e cruento. Nonostante in questi giorni si sia parlato anche di una tregua energetica, ieri la capitale ucraina è tornata sotto la pioggia di missili e droni russi – che hanno lasciato sul campo 5 morti e 25 feriti, nonché palazzi e infrastrutture danneggiate (altri significativi attacchi a Karkhov e Luts). Il presidente Volodymyr Zelensky ha reso nota sui social l’allarmante cifra di 600mila persone rimaste senza approvvigionamento di energia, lasciando intendere che la dimensione della crisi è destinata a crescere. Crisi che, tuttavia, era in buona parte annunciata: le scorte di intercettori Patriot a disposizione di Kiev sono esauriti da tempo, ed è già dall’estate che praticamente tutti in Ucraina – dai leader ai comuni cittadini – si preparano per un inverno che il Cremlino cercherà di portare al limite della sopportazione, come gli altri ma forse più degli inverni precedenti. Sulla scorta delle proprie intemperanze strategiche l’amministrazione Usa, che già dalle prime fasi del suo insediamento non fece mistero di non gradire Zelensky, fornisce dunque un’inaspettata mano a un tale disegno. Sono le famose “carte” che Trump rinfacciava al leader di Kiev di non avere in mano, e in effetti Starlink (assieme ai Patriot) costituisce una bella ipoteca in tal senso.
ECCO ALLORA che il presidente ucraino si rivolge all’Europa, in cerca del sostegno che manca. Ieri una visita nel Regno Unito a incontrare il primo ministro Andy Burnham e il re Carlo III, mentre Bruxelles licenzia un nuovo pacchetto di aiuti finanziari. Bruxelles che, peraltro, prova a minimizzare la rottura con Washington affermando che, al di là di Starlink, non vede segnali di interruzione nella condivisione di informazioni di intelligence con gli Usa.
MA ANCHE IN SEDE continentale avanzano limiti sia tecnici che politici. Da un lato, infatti, sembrano montare le speranze per un’alternativa europea ai servizi satellitari di Elon Musk (accusato duramente sui social dal ministro polacco Radoslaw Sikorski), con l’azienda francese Eutelsat che guadagna punti in borsa mentre SpaceX crolla; ma già l’anno scorso una tale opzione era stata esplorata da Kiev senza successo. Dall’altro, le destre di diversi paesi paiono voler cogliere la sorta di “liberi tutti” lanciato da Trump come occasione per smarcarsi dall’impegno nei confronti dell’Ucraina. In vista del consiglio dell’Unione di oggi, nella capitale belga si è svolto un vertice del gruppo dei Patrioti in cui il vicepresidente del consiglio dei ministri e leader della Lega Matteo Salvini ha detto che «non si potranno mandare aiuti all’infinito». Il tutto mentre su X Zelensky ringrazia la premier Giorgia Meloni per il suo sostegno «chiaro e inquivocabile».
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