Assalto a Capitol Hill Oggi con le elezioni di midterm negli Stati uniti i democratici sognano di prendersi il Congresso per contrastare Trump nei prossimi due anni. Tutti «jihadisti e comunisti», dice lui, ma in base ai sondaggi anche gli stati repubblicani potrebbero voltargli le spalle
Assalto a Capitol Hill Oggi gli Stati uniti vanno alle elezioni di midterm con un presidente indebolito dalle sue stesse politiche. I democratici ci credono
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WASHINGTON, DC – NOVEMBER 02: U.S. President Donald Trump delivers remarks at the Lincoln Memorial Reflecting Pool on November 02, 2026 in Washington, DC. With one day left before Americans go to the polls in consequential midterm elections, President Donald Trump is making a last push to hold the GOP’s control of the House and the Senate for the remainder of his second term in office. (Photo by Andrew Harnik/Getty Images)
Negli Stati uniti oggi si vota per le elezioni di medio termine: in gioco c’è il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di circa un terzo – 35 seggi – del Senato, oltre ai governatori e in stati in bilico come Ohio, Kansas, Michigan, Texas, Maine e Georgia. I democratici puntano a sottrarre ai repubblicani il controllo del Congresso, avendo così la possibilità di ostacolare l’agenda legislativa della Casa bianca, avviare indagini sull’amministrazione Trump e, in caso di maggioranza anche al Senato – la camera più difficile da conquistare per i democratici – bloccare le nomine federali a loro sgradite.
DONALD TRUMP ha infatti trasformato il voto in un referendum sul suo operato in questo secondo mandato. Lo ha fatto lungo tutta la campagna elettorale, culminata ieri in un discorso infarcito di attacchi ai propri avversari politici, in particolare contro Abdul El-Sayed, candidato della sinistra dem che in Michigan conduce per quasi dieci punti percentuali sullo sfidante repubblicano Mike Rogers.
Trump ha scelto di chiudere la sua campagna davanti alla Reflecting Pool del Lincoln Memorial a Washington D.C., un monumento al centro di uno dei più controversi progetti di riqualificazione promossi dalla sua amministrazione. La piscina, ristrutturata con una spesa di 14 milioni effettivi a fronte di una previsione di soli 1.5, è diventata un caso politico anche per i ritardi nei lavori, attribuiti da Trump ad «atti di vandalismo». Dopo una ventina di minuti di discorso sconnesso sui lavori sulla Reflecting Pool, Trump ha ribadito che le elezioni sono innanzitutto un referendum sulla sua amministrazione e ha chiesto agli elettori di impedire a «jihadisti e comunisti» di prendere il controllo del Congresso. Il riferimento è a El-Sayed, citato espressamente, che alcuni giorni fa lo stesso Trump aveva definito «jihadista» a Port Huron, Michigan, proponendo di usare per lui uno speciale metal detector se mai venisse eletto.
La narrazione di un’America più forte che mai, al centro del discorso di Trump, fa molta meno presa oggi sui cittadini statunitensi, che vedono gli effetti della crisi abitativa, dell’aumento dei prezzi e, in seguito alla guerra contro l’Iran, dell’aumento del prezzo della benzina.
SECONDO UNA ANALISI di Reuters del 2 novembre, tra gli americani «prevale l’amarezza»: anche se il quadro non è quello di una economia in recessione, con la crescita del Pil al 3.4% e la disoccupazione stabile al 4.2%, l’impoverimento della gente comune è reale. A settembre l’inflazione è salita al 3.7% e la benzina è aumentata di quasi il 10% in un solo mese. L’indice di fiducia dei consumatori rilevato dall’Università del Michigan è sceso in ottobre a 48 punti, il secondo dato più basso mai registrato. La sfiducia non è solo democratica: il 78% degli elettori Usa attribuisce la responsabilità dell’aumento dei prezzi alle politiche di Trump, percentuale che rimane al 64% anche tra i repubblicani. Ma anche per i democratici non è tutto in discesa, nonostante il crollo di popolarità di Trump, oggi ai minimi storici.
IN MOLTE CORSE, faticano a trovare un candidato che unisca il partito e rischiano di disperdere il voto e scoraggiare i sostenitori. L’ultimo momento di tensione è esploso in uno degli stati in bilico, nel Michigan della crisi industriale che, nonostante la tradizione democratica, alle elezioni del 2024 si è schierato con Donald Trump, contribuendo alla vittoria del tycoon. In Michigan, l’esponente dell’ala moderata dei dem, Haley Stevens, che ha perso le primarie contro il candidato di sinistra El-Sayed, ha deciso nel pomeriggio di sabato di appoggiare il candidato repubblicano Rogers, apparendo insieme a quest’ultimo in un evento in una chiesa di Detroit. «Io non appartengo alla campagna di Abdul», ha dichiarato Stevens, confermando che la rottura arriva dopo mesi di tensioni con El-Sayed sul tema della critica a Israele.
E MENTRE EL-SAYED domenica ha raccolto oltre 2.4 milioni di dollari in piccole donazioni, testimoniando la tenuta della sua base, anche i moderati Chuck Schumer e Nancy Pelosi hanno criticato la scelta di Stevens, chiedendole di serrare i ranghi del partito.
INVECE TRUMP ha subito festeggiato la defezione di Stevens, proponendole addirittura di entrare nel partito repubblicano. Sta di fatto che, ad oggi, nella tornata di voto anticipato, hanno già votato 55 milioni di statunitensi, 10 milioni in più rispetto alle elezioni di midterm del 2022. Anche se questi dati sono parziali, gli ultimi sondaggi danno proprio i candidati dem in testa in quasi tutte le corse elettorali, dal Maine al Michigan all’Ohio, e perfino in stati tradizionalmente repubblicani come Kansas, Texas e Iowa: un segno, questo, di una possibile onda blu pronta a sommergere gli Stati uniti.
Commenta (0 Commenti)In questo Lunedì Rosso l’Italia, l’Europa, il mondo.
Tra repressione e catastrofe sociale, la crisi illumina i tanti punti del conflitto.
E della speranza.
Nella foto: Lo sciopero generale del 30 ottobre 2026 a Roma, foto Gregorio Borgia /Ap
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UNIONE EUROPEA
La bella stagione. Il lungo filo delle proteste lega le piazze d’Europa, anche ieri riempite da centinaia di migliaia di giovani. In oltre 30 città tedesche la Gen Z manifesta per la casa, la scuola, e contro la leva obbligatoria. In Francia il terzo atto della mobilitazione lancia lo sciopero del 5
La bella stagione Le strade di tutto il paese ieri sono tornate a riempirsi di studenti e lavoratori malgrado i divieti. E il 5 novembre sarà sciopero
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Il corteo a Parigi – Foto Firas Abdullah/Ansa
Al terzo «atto» della mobilitazione sociale contro il carovita le strade delle città francesi sono tornate a riempirsi ieri, malgrado i divieti di manifestare, le interdizioni amministrative e i coprifuochi messi in atto dalle prefetture nel paese.
Secondo l’intersindacale studentesca, almeno «mezzo milione di persone» ha manifestato in tutto il paese, 200.000 delle quali a Parigi. Secondo il ministero degli interni, i manifestanti sono stati 320.000, 70.000 dei quali nella capitale. Il 24 ottobre, durante l’«Atto II», le autorità avevano contato 410.000 manifestanti e la Cgt ne aveva rivendicati più di 800.000.
QUALCHE SCONTRO si è verificato nelle grandi città alla fine dei cortei, da Marsiglia a Parigi passando per Lione, Lille, Grenoble o Bordeaux. Nella capitale, cariche, granate e lacrimogeni della polizia si sono alternati a sassaiole e alcune bottiglie incendiarie. Il ministro degli interni Laurent Nuñez ha accusato la «galassia dell’ultrasinistra» di essere responsabile delle violenze e ha detto che almeno 422 persone sono state arrestate in tutto il paese.
I sindacati – studenteschi e dei lavoratori – hanno dato appuntamento allo sciopero del 5 novembre, indetto dall’intersindacale francese già diverse settimane fa, per protestare non solo contro il carovita ma, più in generale, contro la manovra finanziaria che il governo dovrebbe approvare a breve e che prevede almeno una quarantina di miliardi di tagli alla spesa pubblica. I Gilet gialli hanno invitato a proseguire le mobilitazioni il 6 e il 7 novembre, al fine di dar luogo a un «six-seven popolare» di scioperi e blocchi.
IL MOVIMENTO iniziato a metà settembre dagli studenti medi della periferia parigina, poi proseguito da gilet gialli e sindacati, duramente represso (sono almeno 5 le persone che hanno perso una mano a causa delle granate della polizia, 4 delle quali minorenni), sembra aver superato con successo lo scoglio delle vacanze scolastiche. Iniziate il 17 ottobre, si concluderanno domenica.
I due sindacati studenteschi principali – l’Union syndicale lycéenne (Usl) per i medi e l’Union étudiante (Ue) per gli universitari – hanno invitato a ricominciare i blocchi e le occupazioni martedì e giovedì. «È stata una grande dimostrazione di forza», ha detto la portavoce dell’Ue Sabrine Kharbach in un video. «Non molleremo niente perché sappiamo che li stiamo facendo tremare», ha detto Kharbach.
LUNEDÌ scorso le organizzazioni studentesche erano state ricevute dal primo ministro Sébastien Lecornu, che aveva promesso la revisione dell’algoritmo di selezione all’università Parcoursup e la creazione di 15.000 posti nelle università, oltre all’annullamento della soppressione di circa 2000 cattedre nelle scuole superiori. Cifre lontane da quanto chiesto dagli studenti, che invocano almeno 250.000 nuovi posti nelle università. «Il governo deve cedere molto di più», aveva detto l’Usl, invitando a continuare la mobilitazione e confidando di non avere alcuna fiducia negli annunci fintanto che non vengono tradotti «nella legge finanziaria».
Come succede ormai regolarmente dal 17 ottobre, quando le grandi manifestazioni contro il carovita sono esplose in barricate, scontri e saccheggi, le prefetture – su espressa consegna di Emmanuel Macron – hanno sistematicamente tentato di vietare le manifestazioni e, quando costrette ad autorizzarle dai tribunali amministrativi, ne hanno permesso lo svolgimento solo nelle zone periferiche delle città, ben lontano dai centri cittadini.
A PARIGI, la manifestazione organizzata da sindacati e studenti avrebbe dovuto svolgersi lungo il più classico dei percorsi, dalla Bastiglia a place de la Nation. La prefettura l’ha vietato, decisione contro la quale gli organizzatori hanno fatto ricorso, con successo; prima che il prefetto non sollevasse la questione davanti al Consiglio di Stato, la più alta corte amministrativa, che ha infine autorizzato un percorso periferico, a ridosso della tangenziale est della capitale.
«Noi non chiediamo mai alle persone di manifestare su percorsi vietati, quindi, obbligati e costretti, con la morte nell’animo, chiediamo a tutti di raggiungerci sull’itinerario autorizzato», ha detto ieri mattina il co-segretario della Cgt di Parigi Karl Ghazi.
Mercoledi, una commissione formata da quattro esperti dell’Onu ha espresso «sgomento» per la «violenza» subita dai manifestanti in queste settimane in Francia. «Le ferite gravi e in certi casi irreversibili subite da minori durante le manifestazioni sono inaccettabili e ingiustificabili», hanno scritto in un comunicato. Secondo gli esperti dell’Onu, le autorità francesi hanno dato una «risposta principalmente securitaria alle proteste» relegando «in secondo piano le cause profonde della mobilitazione».
Commenta (0 Commenti)Compagni di classe La guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale, la libertà di manifestare. Si riempiono ancora le piazze italiane, convocate per lo sciopero generalizzato dal sindacato di base. Ma conquistate da centinaia di migliaia di giovani decisi a riprendersi tutto
Compagni di classe Sessanta città per lo sciopero generale di Usb e sindacati di base. Giovani e studenti esondano: si manifesta dal mattino a tarda sera
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Lavoratori, studenti e attivisti manifestano a Roma per lo sciopero generale – foto Alessandra Tarantino/Ap
L’atto secondo del movimento d’autunno contro il governo e il carovita si consuma nel corso di un’intera giornata: in sessanta città scendono in piazza centinaia di migliaia di persone. «Siamo due milioni, riprendiamoci il futuro», dicono da Usb che ha convocato lo sciopero generale cui si è unita la rete intersindacale composta da Adl Cobas, Confederazione Cobas e Clap. I primi dati parlano di uno sciopero sostanzioso nelle scuole ma relativamente alto anche negli altri settori, soprattutto del pubblico impiego. Siamo ai livelli di quello per Gaza dell’anno scorso.
È L’OCCASIONE che serviva. L’oceanica manifestazione romana ne è una rappresentazione. Dal mattino i rappresentanti del sindacato di base si ritrovano in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. È il luogo da cui partirono le grandi manifestazioni per la Palestina. Si ritrovano proprio le nuove leve che contro il genocidio hanno conosciuto il battesimo della piazza: «Non chiamateci Generazione Zeta, preferiamo definirci Generazione Gaza», dicono. Ci sono gli studenti medi e gli universitari, insieme ai collettivi di quartiere, che nel vuoto lasciato da alcuni centri sociali fungono da strutture aggregative e di formazione politica.
ECCO, I QUARTIERI. All’appuntamento principale ci si arriva tutti insieme: almeno sei cortei partono da Ostiense, San Lorenzo, La Sapienza, Tufello, Prenestino, Appio Latino. Si infilano dietro il grande camion di Usb, che è preceduto da due trattori in segno di connessione con le lotte degli agricoltori del sud delle scorse settimana. Un ragazzo porta una cornice appesa al collo con la scritta «Sono una vetrina». Quelli che proteggono i negozi più delle vite umane avranno qualche remora a colpirlo, evidentemente. «Siamo le tenebre che vi cancelleranno» recita uno striscione che riecheggia uno slogan francese. Ci sono anche i genitori, arrivati per difendere i diritti dei loro figli dopo le centinaia di fermi preventivi della scorsa settimana. Quelli del Pilo Albertelli, il liceo dell’Esquilino intitolato all’insegnante partigiano dell’istituto, ostentano il QrCode della petizione che hanno lanciato contro la repressione.
NELLE SCORSE settimane, a ogni scadenza il governo mandava in avanscoperta il ministro dell’istruzione per spiegare quanto avesse investito sulla scuola. Era per puntare il dito contro una generazione considerata ingrata, che persevera a manifestare sobillata chissà da chi o per mera imitazione dei colleghi francesi. Anche stavolta Giuseppe Valditara ci prova. Succede a metà mattinata, quando già è evidente il volume della mobilitazione studentesca. Fa sapere di aver «convocato al ministero per la prossima settimana le consulte studentesche per un confronto sulle istanze del mondo giovanile» e di avere istituito un ennesimo tavolo tecnico «sulle problematiche giovanili costituito da personalità di alto profilo scientifico».
TUTTO SI TIENE: la guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale i ragazzi che condividono il banco con i compagni con background migratorio vivono sulla pelle. Ci sono quindicenni con i cartelli sul costo del gasolio e pensa che non questione che li riguarda ignora quello che vivono in famiglia. «Mia madre prende 1600 euro al mese e ne paga mille di affitto», spiega Francesca, 18 anni, che espone la scritta «Stiamo con le pezze al culo». «Il costo della benzina, dei trasporti, delle bollette è altissimo, i miei fanno fatica – ragiona un ragazzo del liceo scientifico Righi – Ma non è soltanto una questione di soldi: è una questione di diritti, e della possibilità di far sentire la nostra voce non possiamo pagare il prezzo di tutto». Gli studenti sono convinti che la lotta paga. Serve occupare perché, dice Aurora all’ultimo anno di liceo artistico, «ci mancavano le aule per il disegno e dopo abbiamo ottenuto un piccolo stanziamento. Non basta, però almeno quello lo hanno sbloccato». Qualche metro più avanti è Claudio, studente di fisica, a sostenere che «funziona protestare, guarda in Francia dove alla fine hanno messo fondi per la scuola».
GLI STUDENTI fanno da traino, le persone più grandi si mimetizzano nella fiumana. Qualcuno è persino intimidito, come Viola e Marica che lavorano a partita Iva. «I soldi spesi per il riarmo si ripercuotono su di noi, con il mio stipendio l’affitto non lo pago, il paese è al collasso». «Siamo centomila» dicono da Usb. Il corteo si infila sotto Porta Pia, lambisce i ministeri delle infrastrutture e dell’economia, imbocca via Cavour e arriva su via dei Fori, poco prima del Colosseo. Qui succede quello che era avvenuto sabato scorso: migliaia di persone decidono di proseguire, e lasciano il resto del corteo a montare una tendopoli. Si marcia verso Piramide. Qualcuno decide che non va bene neanche questo. Un centinaio di persone provano a forzare il cordone di polizia all’altezza del Celio per arrivare a San Giovanni.
Breve fronteggiamento, cassonetti per strada e bottiglie lanciate contro gli scudi. La maggior parte sfila in direzione Circo Massimo e poi fino a Porta San Paolo. Ma chi si pensa che sia finita qui, e che la gente sia soddisfatta di essersi presa un’altra fetta di città, si sbaglia di grosso. Succede che in maniera del tutto spontanea, di fronte alla proposta estemporanea di un gruppetto che urla la necessità di raggiungere il «ministero della fucking istruzione» (sic) a migliaia si rimettono in marcia. È come se a ogni tappa si sentisse il bisogno di esondare dai confini dati non sono dalle controparti istituzionali, anche dai più grandi che hanno accompagnato il cammino. Allora l’apparato di sicurezza sbaracca gli argini alle porte di Testaccio e si precipita a riposizionarsi a Trastevere, davanti al ministero. Traffico in tilt, qualche momento di nervosismo. Appare una ballerina di danza classica sulle punte, con tanto di tutù, a rendere ancora più paradossale la gestione della piazza.
Valditara è barricato dentro. Apparirà alle 19 per ringraziare personalmente i poliziotti in tenuta antisommossa. A loro si erano rivolti i manifestanti: «Non siamo contro di voi». E ancora: «Dovreste scendere in piazza con noi, lottiamo anche per i vostri figli, cosa direte loro quando non riuscirete a pagargli gli studi?». Poi il coro «Siamo tutti lavoratori». Quella che sembra spavalderia davanti alle forze dell’ordine è la ferma, forse ingenua, convinzione che la coperta è corta per tutti, che c’è una condizione di disagio che accomuna i lavoratori e i loro figli mentre una piccolissima parte di popolazione ha accesso ovunque e comanda su tutto. L’aura battle degli ultimi resistenti, qualche centinaia di giovanissimi, riparte anche da qui. Si punta al parlamento. Gli uffici stampa dentro i palazzi rilanciano immagini di misure di sicurezza straordinarie. Fronteggiamenti con la polizia a ponte Sisto. Qui si vede la prima vera carica e i lacrimogeni. La massa indietreggia e ritorna su via Marmorata. Qui altri scontri, la polizia usa gli idranti e ferma 8 persone.
OGNI CITTÀ contiene storie significative. A Napoli 20 mila persone hanno sfilato per il centro per raggiungere sulle banchine i lavoratori portuali. A Bologna 50 mila persone hanno bloccato per tre ore la tangenziale. Giusto qualche momento di tensione, come a Torino, quando un corteo spontaneo che si è formato è arrivato in centro e a Mestre. Cariche a Brescia e Vicenza. Erano ventimila a Firenze. E diecimila a Cosenza e Padova. Potrebbero ricomparire da un momento all’altro.
Commenta (0 Commenti)Tutto all'aria L’altoforno dell’Ilva di Taranto va spento per sempre. La salute vale più del profitto, sentenzia anche la Cassazione e chiude l’area a caldo dell’ex impianto più grande d’Europa. Tempo scaduto anche per i rinvii del governo, la città respira ma in 13mila rischiano il lavoro
Tutto all'aria La Cassazione conferma lo stop agli altiforni. In festa gli ambientalisti tarantini, si disperano gli operai e il governo aspetta la gara
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L’altoforno dell’indotto di Taranto – Imagoeconomica
La giornata decisiva per la sorte di Taranto è arrivata: l’ex Ilva chiude. Per metà della città si tratta di una liberazione, per l’altra di un assedio. In ogni caso è la fine di un’epoca, che si trasformi in un altro inizio è responsabilità politica.
LA CASSAZIONE si è espressa ieri sancendo che lo stop dell’area a caldo stabilito dalla Corte di appello di Milano è legittimo. La controversa vicenda dello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, che ha avvelenato una città, stavolta è finita davvero. Gli altiforni, impianti a ciclo continuo (ora in preriscaldo per decreto governativo) saranno definitivamente spenti e non possono essere riavviati se non a costo del loro sostanziale rifacimento. La procedura comporta lo spargimento di ulteriori fumi sul territorio, gli ultimi. La suprema corte ha inciso nella pietra il principio che la salute conta più del profitto e ha rigettato i ricorsi contro lo spegnimento avanzati dai commissari del gruppo. «Più che altro erano ricorsi contro Taranto – dice al manifesto Simona Fersini, presidente del comitato Cittadini liberi e pensanti, una delle associazioni che da anni conducono una battaglia contro l’inquinamento prodotto dal sito – abbiamo già avuto centinaia di morti, non possiamo piangere anche quella dell’altoforno».
NEL PROVVEDIMENTO di oltre 60 pagine la Sezioni Unite della Cassazione sottolineano come «il massimo livello di tutela apprestato dalla Carta costituzionale alla vita, alla salute e all’ambiente è un dato acquisito» e che, di conseguenza, «l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Il decreto emesso il 27 luglio dai giudici di Milano, e confermato due volte nelle udienze di settembre, non lascia spazio ad appelli: «L’impianto industriale è intrinsecamente nocivo per la salute umana a causa delle costanti emissioni di polveri nell’atmosfera e della presenza diffusa di amianto all’interno degli altiforni», spiegano i giudici ricordando come siano ancora presenti «2.140 tonnellate di amianto, sostanza la cui nocività è indiscussa, all’interno dei cowpers degli altiforni e ciò è sufficiente a che tale sostanza debba essere presa in considerazione ai fini dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale, ndr), sulla base dell’interpretazione del diritto fornita dalla Corte di giustizia Ue».
Le associazioni cittadine hanno festeggiato ieri in un parco, «ci siamo riuniti per un abbraccio collettivo dopo tutti questi momenti di tensione – dice Fersini – per noi questo è un punto di partenza e non di arrivo». Anche se quello che succederà da adesso in poi non è prevedibile. Di sicuro c’è solo che a Taranto ci saranno migliaia di persone senza lavoro, forse per anni. Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 unità su un organico di 9.626 e ha avviato la procedura per licenziare l’80 per cento dei dirigenti a tempo indeterminato. Per tacere dei posti persi nei subappalti e nell’indotto.
«C’È DISPERAZIONE: situazioni personali gravi dentro a un dramma collettivo – dice al manifesto Francesco Brigati, segretario della Fiom Cgil Taranto – adesso spetta al governo trovare risposte per questa emergenza che fino ad ora non ha gestito, preferendo additare la magistratura». «Tuttavia – nota il rappresentante dei metalmeccanici tarantini – senza la sentenza sarebbe stato lo stesso: in mancanza di risorse l’area a caldo non sarebbe ripartita». E infatti l’esecutivo si è trincerato dietro la Cassazione: «È evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli», si legge in una nota di Palazzo Chigi. L’esecutivo, ciò nonostante, «non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità come confermato dal decreto legge entrato in vigore qualche giorno fa e come ribadito nell’incontro con i sindacati di martedì scorso». «Guai ad assistere ancora allo scaricabarile tra poteri dello Stato, perché di mezzo ci vanno solo i lavoratori», avvisa Davide Sperti, segretario generale della Uil. Al contrario: «Questo responsabilizza ancor di più il governo, che dovrà mettere in campo tutto ciò che è possibile affinché gli impianti Dri e i forni elettrici vengano realizzati nel minor tempo possibile», sostengono Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò della Fim Cisl.
IL PROSSIMO TAVOLO a Palazzo Chigi si terrà dopo l’8 novembre, data ultima per presentare le offerte di acquisto dell’impianto. Le più concrete sono quelle della multinazionale indiana Jindal e della cordata italiana guidata da Federacciai, entrambe non interessate alla produzione di acciaio ma solo alla sua lavorazione. Con la chiusura dell’Ilva, l’Italia rinuncia quindi alla siderurgia, lasciando il conto alle città che ospitano gli impianti del gruppo. Appelli al governo sono arrivati dalla sindaca di Genova Salis e da quello di Taranto Bitetti, dal governatore della Liguria Bucci e da quello della Puglia Decaro. «Non è più tempo di attendere – il commento di Silvia Salis – la procedura di vendita deve essere definita con urgenza, dal suo esito dipende la salvaguardia di una produzione strategica per il paese come l’acciaio».
PEACELINK, realtà tarantina che da anni denuncia l’inquinamento della città, ha ricordato come l’ex Ilva abbia debiti per 8 miliardi e 480 milioni di euro e una perdita di 551,5 milioni nel primo semestre 2026: «Se oggi disponessimo di quei miliardi il futuro dei lavoratori dell’Ilva sarebbe garantito e finanziato con grande solidità, si sarebbe potuto fare un poderoso investimento per una riconversione economica e produttiva dell’intera città». «Taranto è vittima due volte: gli operai hanno diritto a un risarcimento ma anche il resto della città che si è sacrificata per il Pil del paese, dobbiamo insistere sulla formazione e questa è una lotta che può unire lavoratori e resto della città», si augura Fersini.
Commenta (0 Commenti)Stato io Israele sceglie ancora Netanyahu. La sua politica di guerra permanente ottiene la maggioranza relativa. Non quella assoluta per l’exploit dei partiti palestinesi. Con cui però nemmeno l’opposizione vuole parlare
Stato io Il Likud vuole impedire un (improbabile) accordo tra opposizione e liste palestinesi. Maggioranza lontana, ma il primo è ancora lui
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La festa nel quartier generale del Likud a Gerusalemme – Foto Olivier Fitoussi/Ap
La battaglia per il governo israeliano è appena cominciata. Benyamin Netanyahu e il suo principale avversario Gadi Eisenkot rivendicano entrambi il diritto di guidare il prossimo esecutivo, mentre il conteggio dei voti, fermo ieri sera all’85,6%, restituisce una Knesset senza una maggioranza.
IL PREMIER DI DESTRA, al quale lo spoglio non definitivo dei voti assegna 53 seggi su 120 – il blocco che fa capo a Eisenkot è a 48 e le due liste palestinesi a 19 – è tornato a parlare di «brogli» avvenuti nei centri abitati arabi, senza però portare prove a sostegno di queste accuse. Già durante la giornata elettorale Netanyahu aveva parlato di «furto». «Stanno cercando di rubarci le elezioni», aveva detto riferendosi ai partiti arabi. Le accuse hanno trovato eco tra i suoi compagni di partito.
Si tratta di fuoco di sbarramento sull’ipotesi, peraltro molto remota, che i partiti sionisti all’interno dell’opposizione possano intavolare trattative con i rappresentanti politici dei due milioni di palestinesi in Israele per la formazione di un governo forte di 67 seggi che manderebbe in fumo il progetto di Netanyahu di restare al potere. Per il disappunto, a dir poco, di tanti israeliani, non solo di Netanyahu e i suoi alleati, i partiti palestinesi sono emersi dal voto come potenziali arbitri e ora pongono l’opposizione sionista di fronte a una scelta cruciale in uno Stato che una legge fondamentale descrive di proprietà solo degli ebrei.
NETANYAHU CONTAVA ieri sullo slancio del suo Likud, che si è confermato il primo partito, di poter conquistare qualche seggio in più alla Knesset e di avvicinarsi alla soglia minima di 61 su 120. In questo modo, una volta ottenuto l’incarico dal capo dello Stato Herzog, potrebbe provare a comprare qualche deputato dell’opposizione. Otto seggi però sono tanti per quel tipo di operazione, comunque non insolita nella politica israeliana. Allo stesso tempo la partita è tutt’altro che chiusa. Il Comitato elettorale centrale stima che restino da verificare e scrutinare tra 430mila e 480mila schede note come «doppia busta», espresse soprattutto da militari, poliziotti, detenuti, diplomatici all’estero e altre categorie di elettori impossibilitati a votare nei seggi ordinari.
IL NUMERO, SEPPURE inferiore alle circa 600mila schede ipotizzate in precedenza, potrebbe ugualmente incidere in maniera significativa sulla distribuzione dei seggi. Considerando che un deputato corrisponde indicativamente a circa 40mila voti, queste schede valgono potenzialmente una dozzina di seggi. E visto che in Israele i palestinesi non fanno il militare, quei voti andranno – si ritiene – in prevalenza al Likud e alla destra. La pubblicazione del conteggio completo è attesa questo pomeriggio; i risultati ufficiali dovrebbero essere annunciati il 4 novembre.
Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte come gli chiedono a gran voce Eisenkot e gli altri leader dell’opposizione e spera in un nuovo intervento a suo favore di Donald Trump. Il presidente statunitense, che martedì si è vantato di aver contribuito alla vittoria del suo amico Bibi, starebbe valutando la possibilità di dichiararsi a favore del premier uscente a capo di un governo di unità nazionale.
Su quella linea si muove, per ora, Netanyahu anche se la sua idea di unità nazionale è tutta spostata a destra. «Dobbiamo formare un governo forte, nazionale e di destra», ha dichiarato, indicando tra le priorità anche la «rimozione della minaccia iraniana» e rivendicando i risultati militari conseguiti dal suo governo. Ha insistito sulla continuità della propria politica di sicurezza.
IL SUO OBIETTIVO è mantenere insieme le forze ultranazionaliste e i partiti ultraortodossi, con i quali ha governato negli ultimi anni, provando a strappare all’opposizione i leader di destra Bennett e Lieberman, con i quali condivide tante posizioni, ma è diviso da anni di rapporti personali conflittuali.
Secondo Maariv l’entourage di Netanyahu starebbe promuovendo un piano per formare un governo proprio con Gadi Eisenkot, nonostante la sua promessa di non far parte di un governo con il premier. Sarebbe un esecutivo senza i partiti ultraortodossi e l’ultradestra di Ben Gvir e Smotrich con la rotazione alla guida del governo. Più o meno è la stessa soluzione che Netanyahu adottò durante il Covid, cooptando il leader del partito Blu e Bianco e suo tenace avversario, Benny Gantz. Un passo falso che Gantz anni dopo ha pagato con la fine della sua vita politica: si è ritirato prima del voto di fronte a sondaggi sfavorevoli. Canale 12 ha riferito che Lieberman ha chiuso i contatti con l’opposizione e ora promuove il governo Netanyahu-Eisenkot. Le prossime ore saranno decisive. Netanyahu può ancora sperare che il conteggio delle schede speciali rafforzi il suo blocco e gli permetta di avvicinarsi alla soglia dei 61 deputati.
EISENKOT, DECISO – pare – a respingere l’idea di un governo con i partiti palestinesi, forse punta a un esecutivo di minoranza. Un progetto di difficile realizzazione. Dopo aver ricevuto i risultati ufficiali, il presidente Herzog dovrà consultare i partiti e affidare l’incarico al candidato che riterrà più in grado di formare un governo.
Il procedimento potrebbe richiedere settimane. Se nessuno riuscisse a raccogliere il sostegno necessario, le nuove elezioni diventerebbero una necessità concreta.
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