Usa-Iran Macché nucleare o democrazia, ormai la guerra è solo per lo stretto di Hormuz. Washington deve garantire i traffici, per Teheran è la linea del Piave. E gli attacchi ripartono: gli Usa bombardano l’isola di Larak, l’Iran le basi americane in Giordania. Così non finirà mai
Usa-Iran Washington vuole segnalare di essere in grado di proteggere il traffico marittimo. Teheran non può non reagire: riecco la guerra
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Navi sullo stretto di Hormuz al largo di Bandar Abbas, vicino all’isola di Larak colpita ieri notte dai bombardieri – Foto Ap
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian affronta per la prima volta gli alleati dopo l’introduzione delle sanzioni economiche eccezionali degli Stati uniti, al vertice annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Kirghizistan. Deve convincere i dieci stati membri a pieno titolo, tra cui Cina, India e Russia, oltre alla Turchia come partner di dialogo, a continuare il rapporto economico con Teheran nonostante le minacce di Washington.
Minacce che nella notte di lunedì si sono di nuovo materializzate sotto forma di missili: le forze Usa hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak, a est dell’isola di Kharg, uccidendo tre persone e ferendone diverse altre. Poche ore dopo la Forza aerospaziale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione ha lanciato diversi missili balistici contro due basi militari statunitensi in Giordania.
Pezeshkian, parlando con il primo ministro indiano Narendra Modi a margine di una riunione sulla sicurezza regionale, ha detto che la soluzione ai problemi risiede nel dialogo e nella cooperazione e che ogni risorsa va impiegata per prevenire la diffusione dell’insicurezza e dei conflitti. Lo scrive l’agenzia iraniana Tasnim. Nel frattempo Trump pubblicava un video generato dall’intelligenza artificiale che, a suo dire, mostra la distruzione del’’isola di Kharg, principale centro petrolifero iraniano, e definisce l’Iran una nazione fallita senza marina né aeronautica.
IL RITORNO ALLE OSTILITÀ arriva dopo settimane in cui l’amministrazione Trump ha intensificato gli sforzi per punire Teheran e i suoi partner commerciali con sanzioni economiche sempre più pesanti. In vista del G20 il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto ai leader finanziari mondiali che i legami economici con Teheran vanno recisi, senza vie di mezzo. «O siete con noi o siete con gli iraniani», ha avvertito.
Modi, dopo l’incontro con Pezeshkian, ha scritto su X che l’India vuole ampliare e diversificare il proprio paniere commerciale in futuro e che i due leader hanno discusso della situazione attuale nella regione. Il messaggio si chiude con un impegno a sostenere ogni sforzo per una pace duratura, formula che lascia trasparire l’ambiguità politica di New Delhi, poco incline a esporsi. Previsti anche incontri bilaterali del presidente iraniano con i suoi omologhi Putin e Xi Jinping.
DA ALCUNI GIORNI gli Stati uniti sostengono di essere riusciti a ristabilire il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Il presidente Usa è arrivato a dichiararlo territorio americano. Secondo alcune fonti iraniane, gli Stati uniti sarebbero riusciti a far passare durante la notte piccole petroliere, usate per i trasferimenti di petrolio da nave a nave, lungo una rotta meridionale vicino alle coste dell’Oman e alla penisola di Musandam. Le imbarcazioni di piccole dimensioni permettono di evitare le mine e riducono l’esposizione alla sorveglianza e agli attacchi iraniani durante la notte. Individuare tali movimenti è diventato più difficile per Teheran dopo i precedenti attacchi statunitensi a radar, torri di monitoraggio e altri sistemi di sorveglianza. Ma Teheran è determinata a impedire che questa limitata riapertura si trasformi in una situazione stabile e starebbe preparando ulteriori misure per chiudere le lacune ancora esistenti, tra cui una nuova operazione di posa di mine e attacchi contro le navi che utilizzano questa rotta.
SE WASHINGTON è riuscita a creare un corridoio marittimo limitato, Teheran cerca di interromperlo e impedire che il traffico si consolidi. In questo scenario l’attacco americano di lunedì notte assume una dimensione politica. Washington vuole segnalare ai mercati e alle compagnie di navigazione di essere in grado di proteggere il traffico marittimo.
L’azione costituisce anche un campanello d’allarme per Teheran, che non può contare su un’assenza di manovre militari Usa in vista delle elezioni di metà mandato. Washington può alzare la tensione in qualsiasi momento. Se l’Iran permettesse che il traffico nello stretto torni gradualmente alla normalità, indebolirebbe la principale leva strategica costruita da Teheran. Non può restare a guardare senza reagire.
UN ASPETTO importante degli attacchi di rappresaglia iraniani è stata la velocità: solo quattro ore tra il colpo statunitense a Larak e il lancio del missile balistico iraniano. L’esercito iraniano ha ridotto drasticamente i tempi di risposta fondendo lo stato maggiore con il Quartier Generale Centrale Khatam al Anbiya.
LA RAPIDITÀ della reazione e il volume di fuoco, 32 missili balistici contro la base americana in Giordania, sembrano rientrare nel cambiamento della nuova dottrina militare iraniana, passata dalla difensiva all’offensiva e annunciata pochi giorni fa dal portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia. Il principio cardine del nuovo approccio, ha sottolineato Akraminia, è una risposta immediata a qualsiasi atto di aggressione contro il paese, con una rappresaglia potenzialmente molto più ampia dell’attacco iniziale.
Gli attacchi di lunedì potrebbero quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo di escalation, stavolta incentrato sulla contesa per stabilire chi sia davvero in grado di dettare e far rispettare le regole di transito attraverso lo Stretto di Hormuz.
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Un Lunedì Rosso sulle nuove forme di colonizzazione. Quella digitale, con l’Europa dipendente dalle grandi piattaforme. Quella delle risorse, con Trump alla conquista del petrolio venezuelano. E quella dell’informazione, tra comunicazione, propaganda e intelligenza artificiale. Nella foto: Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate, una madre tiene tra le mani la foto dei figli durante la marcia a Città del Messico, domenica 30 agosto 2026 (Eduardo Verdugo/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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Pozzo scatenato «Oltre 65 miliardi di barili» delle riserve venezuelane di greggio agli Usa, che raddoppiano così le proprie. Per Trump è «il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo». E durerà un secolo. Caracas ringrazia e ammaina le foto di Chávez e Bolivar
Pozzo scatenato Le mani su «oltre 65 miliardi di barili» delle riserve accertate di Caracas. E tutto «a costo zero per il contribuente americano»
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Una raffineria a Los Taques, Venezuela – Foto Matias Delacroix/Ap
«Al vincitore spetta il bottino», ama ripetere Donald Trump in relazione al Venezuela (e non solo). E ora l’entità del bottino è finalmente nota. Dopo le rivelazioni di Axios su un accordo «colossale» con il governo ad interim di Delcy Rodríguez, la conferma è venuta dallo stesso tycoon: gli Stati Uniti, ha scritto su Truth, controlleranno «oltre 65 miliardi di barili» delle riserve venezuelane accertate, in quello che rappresenta il «più grande accordo petrolifero nella storia del mondo», per di più «a costo zero per il contribuente americano».
DESCRITTA DA TRUMP come un’«alleanza con il settore privato» conclusa dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela», l’intesa «più che raddoppia le riserve petrolifere americane, aumenta notevolmente la nostra fornitura di petrolio e ridurrà sostanzialmente i prezzi del carburante per tutti gli americani, a lungo nel futuro, contribuendo al contempo a indirizzare il Venezuela verso un enorme successo e una grande prosperità».
Ha gongolato anche Rubio, parlando di «una grande vittoria sia per il popolo americano che per quello venezuelano» e spiegando che l’accordo attrarrà quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, «sosterrà migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e darà impulso alla ricostruzione dell’economia venezuelana», a dimostrazione, ha aggiunto, di come «l’audace politica estera del presidente Trump porti a risultati concreti nel rispetto del principio “America First”: garantire riserve stabili e petrolio a basso costo nel nostro emisfero, nonché ridurre i prezzi della benzina in patria».
MA ANCHE DALLA CONTROPARTE venezuelana non sono mancati i toni trionfalistici, nella speranza probabilmente impossibile che il popolo chavista – il quale, dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno – non comprenda appieno di quale cessione di sovranità si tratti. Così Delcy Rodríguez, confermando lo «storico» accordo che assicura agli Usa una quantità di greggio quasi equivalente all’intero ammontare delle loro riserve accertate, ha celebrato l’«impatto significativo» di tale intesa «sulla rinascita della nostra nazione».
Esprimendo la sua «più profonda gratitudine» nei confronti di Trump e di Rubio, quasi come se fosse un regalo, la presidente ha spiegato che «si prevede lo sviluppo di 17 campi strategici, un investimento di oltre 100 miliardi di dollari e più di 209 miliardi in entrate fiscali per lo Stato». E che tali investimenti contribuiranno «non solo alla ripresa e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali».
C’È CHI, TUTTAVIA, non nasconde le perplessità sui costi e i rischi dell’intera operazione. Come evidenzia il Washington Post, molti giacimenti sono privi di infrastrutture di base o di una fornitura stabile di energia elettrica e quelli in cui sono presenti hanno sofferto anni di incuria e furti di macchinari. Non a caso, finora, malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. Senza contare che a concludere «questo accordo incostituzionale», come lo ha definito l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, sarebbe «un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima»: «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio», ha scritto su X.
SUI DETTAGLI dell’accordo, peraltro, si sa ancora poco. Citando un funzionario della Casa Bianca, la Cnn riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» di una nuova joint venture destinata a diventare la seconda maggiore compagnia petrolifera privata al mondo, a cui la presidente Rodriguez avrebbe rilasciato concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari quasi a un quarto delle riserve petrolifere venezuelane non ancora sfruttate e per la durata addirittura di 100 anni. Mentre il Wall Street Journal ha riportato ieri la notizia che Chevron – l’unica compagnia statunitense rimasta attiva nel paese durante gli anni delle sanzioni – e Halliburton, una delle più grandi società fornitrici di prodotti e servizi per l’industria energetica, sarebbero vicine alla conclusione di accordi multimiliardari per incrementare la produzione venezuelana, con Chevron intenzionata ad aggiungere due giacimenti di petrolio alle sue tre joint venture esistenti con la compagnia statale venezuelana Pdvsa.
È IN QUESTO QUADRO che, secondo quanto rivelato da Axios giovedì, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al già declinante blocco dei produttori di greggio, potenzialmente letale dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.
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Reverend Al Sharpton, founder and president of the National Action Network, left, and Senator Bernie Sanders, an Independent from Vermont, during the “March on Washington: Defend the Vote” rally near the Lincoln Memorial in Washington, DC, US, on Friday, Aug. 28, 2026. The National Action Network is holding the rally on the 63rd anniversary of the 1963 March on Washington. Photographer: Daniel Heuer/Bloomberg via Getty Images
Diverse migliaia di persone si sono radunate ai piedi del Lincoln Memorial di Washington per la marcia “Defend the Vote”, convocata a giugno dal National Action Network di Al Sharpton e dal Drum Major Institute di Martin Luther King III nel sessantatreesimo anniversario della marcia su Washington “per il lavoro e la libertà”, quella in cui King, rivolgendosi alla folla e al mondo intero, disse “I have a dream”.
QUEST’ANNO non marca un anniversario a cifra tonda, e la ragione della convocazione sta tutta nel presente: il 29 aprile la Corte suprema si è pronunciata con un voto 6-3, smantellando la norma del Voting Rights Act che dal 1965 permetteva di impugnare i collegi elettorali disegnati per disperdere il voto nero. Da allora nove stati hanno ridisegnato le mappe, facendo sparire i collegi in cui gli elettori neri erano abbastanza numerosi da decidere. «Facciamo queste marce da anni – ha detto Sharpton – ma questa è probabilmente la più importante, perché è il primo anno in cui marciamo con la legge sui diritti di voto annullata dalla Corte suprema».
Sul palco con Sharpton e King III sono saliti anche il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries, la governatrice della Virginia Abigail Spanberger, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.
Ad ascoltarli c’era una piazza arrivata non solo da Washington ma anche, in pullman nella notte, dal New Jersey, dalla Virginia e dal Sud, attenta e partecipe nonostante i 40 gradi percepiti e un’umidità al 97%, che ha sparpagliato la folla sotto gli alberi. «Ciò che definisce la seconda amministrazione Trump rispetto alla prima – ci dice sventolandosi una donna arrivata da una suburbia residenziale e bianca di Trenton, New Jersey – è una crudeltà organizzata che non si può tollerare. Con la mia famiglia andiamo a tutte le manifestazioni in difesa della democrazia, il voto nero è fondamentale per questo».
PER ORGANIZZARE la partecipazione alla marcia W. Franklyn Richardson, presidente del board del National Action Network, aveva chiesto esplicitamente ai leader religiosi di annunciarla dal pulpito e di portare a Washington le proprie congregazioni: «Chiedo a ogni casa di culto di fare di questo un momento di testimonianza. Annunciatelo dal pulpito, state con noi su quella terra sacra». Le chiese nere sono state per secoli l’unica istituzione che i neri americani potevano dirigere da soli, e durante il movimento per i diritti civili sono diventate una struttura operativa vera e propria: è da lì che è cominciato il boicottaggio dei bus di Montgomery, ci ricorda Tyrone, arrivato nella capitale proprio da quella città. «Io non posso credere che dobbiamo ancora manifestare per questo, per il diritto di voto. Eppure eccomi qua, e ho quasi 70 anni».
LA VERA NOVITÀ di questa manifestazione è stata che sotto al palco, fra i cartelli di Black Lives Matter e delle congregazioni religiose, sono arrivati anche quelli del sindacato dei metalmeccanici e dei socialisti. Tradizionalmente il voto afroamericano è più centrista che rivoluzionario, ma qualcosa sta iniziando a muoversi. «Nel 2016 ho votato per Hillary Clinton alle primarie – ci dice Tia – nel 2020 per Biden. Non ho mai votato per Sanders. Oggi però sono qua per ascoltare lui e Aoc. Sentiamo cosa hanno da dire almeno, visto che sono qua col reverendo Sharpton».
E a presentare Sanders è stato proprio Sharpton: «Non chiedete scusa per essere woke – ha detto il reverendo – siamo woke perché ci siamo svegliati con un sogno in mente, e siamo qui a proclamare che il sogno è ancora vivo».
Sanders, che nel 1963 era a quella marcia, ha ricordato che il discorso di King «ha avuto un impatto duraturo» sulla sua vita, e che King «aveva capito che libertà politica e libertà economica sono inseparabili. Chi ha marciato aveva già capito nel 1963 che il cambiamento vero non arriva dall’alto, arriva dal basso. Ora tocca a noi».
A CHIUDERE il comizio è stata Ocasio-Cortez, che si è ricollegata a Sanders facendo una rilettura di classe di quella giornata, sottolineando che prima della legge viene il potere, e il potere lo costruiscono i lavoratori: «Prima che postini, professori, domestiche e organizzatori si riunissero qui, avevano cominciato a costruire qualcosa insieme a casa propria. Prima che un movimento cambiasse la legge, si è organizzato per costruire potere».
Che a chiudere il comizio siano stati Sanders e Ocasio-Cortez non è solo un dettaglio organizzativo. Il 15 agosto il comitato nazionale democratico ha approvato il calendario delle primarie del 2028, che cominceranno dalla South Carolina e non dalla super-bianca Iowa. Quello è lo stato dove gli elettori neri sono più della metà dell’elettorato democratico, ed è lì che la sinistra si è fermata due volte, nel 2016 e nel 2020.
«MI VEDI, SONO BIANCO ma a quanto pare nessuno è abbastanza bianco per Trump», così commenta Brandon la presenza dei socialisti alla marcia per il diritto al voto. «Io ho sempre sostenuto Bernie e ho sempre visto che i due piani si intersecano, quello economico e quello razziale. Trump, però, lo sta rendendo ancora più evidente».
MENTRE LA FOLLA inizia ad andare via alla spicciolata, più che sfilando in corteo, sempre per via del caldo infernale, si sparge la notizia che prima del comizio era arrivato Spike Lee, fotografato insieme alla famiglia King. «Trent’anni fa raccontava la storia dei neri al cinema – ci dice una ragazza – ora è qua a farla con noi».
Commenta (0 Commenti)Dati in pasto Ospitano gli Antifa, e senza tracciarli. Gli Stati Uniti sanzionano, con gli stessi strumenti usati contro Al Qaeda, il collettivo italiano Autistici/Inventati. Punito il dissenso, ma anche una delle poche alternative al dominio delle grandi piattaforme social
Dati in pasto Il collettivo italiano Autistici/Inventati sanzionato dagli Usa: «Aiutano gli Antifa». Per uscire dall’elenco dei cattivi deve fare abiura
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Menlo Park, California, una protesta proPal davanti alla sede di Meta – Foto Getty Images
Uscire dalla lista statunitense delle organizzazioni terroristiche non è difficile. Basta compilare un modulo online e lì dichiararsi ravveduti del proprio comportamento. Bizzarrie legate all’assurdità intrinseca della guerra che l’amministrazione Trump sta facendo agli «Antifa» e in generale a tutti quei gruppi «di sinistra» ritenuti responsabili di chissà quali violenze nel paese. Autistici/Inventati, in questo contesto, è accusato di offrire infrastrutture digitali a questi «gruppi violenti».
Da qui la sua messa al bando, che prevede il congelamento di tutti i suoi beni patrimoniali che si trovano sotto la giurisdizione degli Usa o comunque a entità e società statunitensi e il divieto di effettuare qualsiasi transazione. Di mezzo ci vanno le persone che legalmente rappresentano la piattaforma, cioè gli appartenenti all’Associazione Investici che rappresenta il collettivo per questioni legali e burocratiche.
A questo proposito, l’Ofac (l’agenzia del Dipartimento del tesoro che gestisce e applica le sanzioni economiche e commerciali) ha emesso una General License n. 36, che autorizza fino alle 00:01 del prossimo 25 settembre 2026 (ora della costa Est) le operazioni ordinariamente necessarie per chiudere ogni rapporto esistente.
IN ITALIA, sul piano legale, Autistici/Inventati non rischia nulla: dal Viminale fanno sapere che, trattandosi di misure unilaterali decise dagli Stati Uniti, qui non c’è alcun obbligo di applicare sanzioni di qualsivoglia genere. Così è stato in effetti anche negli ultimi due casi simili, quello famoso di Francesca Albanese e quello della Federazione anarchica informale. Certo, non risulta nemmeno che il governo italiano abbia mai protestato per queste situazioni, e anche stavolta a prevalere è il silenzio più totale. La settimana prossima dovrebbero comunque arrivare alcune interrogazioni parlamentari da Avs e dal M5s. Il collettivo, ad ogni modo, ha tutte le intenzioni di difendersi: verrà trovato un avvocato in grado di interfacciarsi con gli Stati Uniti, poi è possibile il coinvolgimento dell’Eff, la Electronic frontier foundation, un’organizzazione non profit di San Francisco che si occupa dei problemi legali connessi alla difesa dei diritti digitali.
«RESPINGIAMO al mittente tutte le accuse – scrive il collettivo Autistici/Inventati in un comunicato – e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivisti, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente». E ancora: «Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità».
Sin dalla sua nascita, nella primavera del 2001, Autistici/Inventati ha dovuto attraversare diverse vicende giudiziarie di vario ordine e grado. Era il 15 giugno del 2004 quando la polizia postale, su ordine della procura di Bologna che stava indagando su alcuni collettivi anarchici, si presentò alla serverfarm di Aruba a Soci, in provincia di Arezzo. Il personale presente acconsentì allo spegnimento momentaneo del server di Autistici/Inventati per permettere agli agenti di copiarne il contenuto. Soltanto un anno dopo, quando l’inchiesta si arenò davanti al gip, il collettivo venne a sapere che erano state violati circa 5.000 caselle mail, centinaia di siti e liste con decine di migliaia di partecipanti.
ARUBA non si era preoccupata di avvertire nessuno, anzi in un primo momento aveva parlato di un guasto tecnico per giustificare lo spegnimento, e così Autisciti/Inventati decise di varare il «Piano R*», cioè la dislocazione dei suoi server in più paesi. Qualche anno dopo, siamo nel 2009, a seguito di una querela presentata da Casapound, la procura di Avezzano emise una serie di rogatorie internazionali verso Norvegia, Olanda e Svizzera, ottenendo una nuova clonazione dei server.
Anche qui l’operazione intaccò i dati di migliaia di utenti, ma nel giro di poche ore, grazie proprio al Piano R*, Autistici/Inventati riuscì a riattivare i propri servizi nel giro di poche ore.
ANCORA oggi un gran numero di blog, italiani e non solo, si appoggiano alla piattaforma di autodifesa digitale nel nome dello slogan che l’accompagna da sempre: «Socializzare saperi, senza fondare poteri».
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«Ora basta! Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea questa volta scenderemo tutti in piazza. E se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi. Volete vedere che lo facciamo?». A lanciare il guanto di sfida all’amministrazione comunale di Venezia e al neo eletto sindaco Simone Venturini, è Prince Howlader, cittadino italiano di 33 anni originario del Bangladesh. Un breve trascorso come impiegato nell’Ulss locale ed oggi proprietario di una sua azienda di servizi e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità che rappresenta una parte considerevole della comunità bengalese del veneziano. Un trascorso politico tutto a destra il suo. «Abbiamo valori in comune, valori conservatori: la famiglia e la sicurezza per prima cosa» dichiarava Howlader entrando nel direttivo del circolo mestrino di Fratelli d’Italia.
La sua candidatura a consigliere comunale nelle ultime elezioni era data pressoché scontata, salvo poi rientrare nei ranghi del partito quando, proprio negli ultimi mesi della campagna elettorale, gli alleati della Lega, messi alle strette, avevano sventolato la bandiera dell’anti islamismo. Muri, autobus, vaporetti, strade di Venezia e della terraferma sono stati tappezzati con grandi cartelloni e la scritta “No Moschea” a firma del Carroccio.
Proprio quella moschea per la quale Prince Howlader aveva trattato per almeno tre anni con l’allora sindaco Luigi Brugnaro che lo aveva messo in contatto con il proprietario di quell’area dismessa in via Giustizia, a ridosso della stazione di Mestre, guidandolo nell’acquisto e dandogli consigli sulla realizzazione e su come rientrare negli standard urbanistici della zona. Non chiamiamola “moschea” però. «Non ci sarà nessuna moschea a Mestre» aveva dichiarato più volte l’ex sindaco, che preferiva l’accezione «centro di preghiera islamica». Dove sta la differenza lo sapeva solo lui.
DOPO UNA CAMPAGNA elettorale basata solo su slogan nazionalisti e islamofobi, il neo sindaco Simone Venturini, considerato da sempre il “delfino” di Brugnaro, si è trovato tra la mani la pesante eredità di dover continuare a gestire la questione della moschea. O del centro di preghiera islamica, se preferite. Col rischio di dover scontentare il suo elettorato di destra, buona parte del quale proveniente proprio dalla comunità islamica dell’entroterra forte di almeno 20 mila persone. E così Venturini ha scelto di non scegliere seguendo la politica del “prendiamo tempo che magari le cose si risolvono da sole”.
«Io sono un sostenitore della libertà religiosa – ha dichiarato il primo cittadino di Venezia – ma oggi non ci sono le condizioni per aprire una moschea. La comunità bengalese deve prima compiere passi importanti sul fronte dell’integrazione». Passi che, sempre secondo Venturini, sarebbero l’abolizione del velo integrale, il rispetto delle leggi italiane, la proprietà delle lingua, la scuola dell’obbligo per i bambini e mantenere pulita e sicura via della Giustizia, oggi in stato di colpevole degrado e certo non per colpa dei bengalesi. Tutte condizioni, a parte il velo integrale utilizzato comunque da una sparuta minoranza di donne, che una amministrazione potrebbe verificare in poco tempo e che comunque avrebbe il dovere di far applicare, come l’obbligo scolastico o il rispetto delle leggi, senza dover far baratti con la realizzazione di una moschea.
L’ATTESA DELLE “CONDIZIONI favorevoli”, proposta dal sindaco, quindi è stata interpretata da Howlader per quello che è: un rimando alle calende greche. Da qui il suo “ora basta!”. «Non vogliamo che le nostre terze generazioni crescano senza valori – ha spiegato -. Vogliamo realizzare un luogo dove i nostri giovani non crescano dispersi come maranza. Un luogo di aggregazione dove la comunità bengalese possa riunirsi. Anche le donne». Howlader ricorda che tutta l’operazione – 15 milioni circa – è integralmente a spese della comunità. «Noi non abbiamo mai creato problemi a Venezia. Anzi, siamo una risorsa economica per tutta la città. Al Comune chiediamo che venga ultimato l’iter burocratico e concessi i permessi per la costruzione o scenderemo in sciopero. Stiamo valutando l’idea di astenerci da tutti i lavori e andare a pregare davanti al Comune, visto che non possiamo farlo in un nostro luogo».
NON È NEMMENO la prima volta che la comunità bangladese di Venezia minaccia lo sciopero. Ci fu un precedente nel 2017 con Venturini allora assessore delle giunta Brugnaro. La comunità protestava contro la chiusura di una moschea in via Fogazzaro chiedono un luogo alternativo dove pregare. Lo ottennero, sia pure provvisorio, nel PalaPlip, senza bisogno di incrociare le braccia. Qui cominciò la ricerca di uno spazio definitivo arrivato oggi in via Giustizia. Se i problemi non li affronti, prima o poi, ritornano.
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