Il saccheggio Scaffali vuoti nei supermercati del sud. Non è colpa dei giovani spacca vetrine: è l’effetto del blocco dei tir e della protesta degli agricoltori per il caro gasolio. Il governo identifica i rivoltosi e promette spiccioli. File ai benzinai, problemi negli aeroporti e oggi si fermano i pescatori
Il saccheggio Il Viminale manda la polizia. Convocato un cdm d’emergenza ma non ci sono risorse
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In Calabria la protesta dei Tir contro il caro carburante proclamata da Fedralog
17 Ottobre 2026, San Lucido, Italia (Foto Luigi Salsini/LaPresse)
La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio è fuori controllo e mette in difficoltà il governo, che ha iniziato a usare il pugno duro schierando le forze dell’ordine. I blocchi stradali dei tir sono continuati per tutto ieri nel sud Italia, creando congestioni nel traffico e lasciando molti supermercati vuoti. In serata Palazzo Chigi ha convocato un consiglio dei ministri per oggi alle 12, promettendo di «tradurre rapidamente gli impegni assunti in misure concrete» con «un decreto legge che riunisca gli interventi a sostegno dell’autotrasporto». Ma sembra solo un tentativo disperato di calmare le acque senza avere idee né risorse. Al contempo l’esecutivo cerca di distrarre dalle sue responsabilità, invitando a «distinguere le proteste legittime da eventuali fenomeni di illegalità». Il viceministro Rixi ipotizza «infiltrazioni di bande organizzate che nulla hanno a che vedere con l’autotrasporto» e il ministro Lollobrigida si spinge a chiedere di «controllare qualche casellario giudiziario» dei leader.
LA SITUAZIONE è precipitata in poche ore. Dopo l’incontro di martedì col ministro delle infrastrutture Salvini, le grandi associazioni di categoria avevano invitato a sciogliere la mobilitazione. Ma il settore conta 99mila piccole imprese iscritte all’Albo degli autotrasportatori, frammentate in decine di organizzazioni autonome che hanno continuato a mantenere le braccia incrociate. In alcuni casi i camionisti hanno obbligato a fermarsi i colleghi che volevano ripartire, tagliando loro le gomme o mettendosi in mezzo alla strada coi corpi. Centinaia di tir fermi hanno generato vari chilometri di coda nelle autostrade A1, A2 e A30 in Campania, ostacolato la circolazione lungo le statali 19 e 106 in Basilicata, arrestato le consegne in Puglia e Calabria. Anche l’Associazione autotrasportatori siciliani ha annunciato la prosecuzione dello stop e le adesioni si sono espanse verso nord: una ventina di camion ha occupato la piazza principale di Ravenna e Fiera-Confesercenti ha segnalato le prime difficoltà negli approvvigionamenti in Toscana.
QUANDO non è in grado di trovare soluzioni, l’unica risposta della destra è la repressione a tappeto. Nel pomeriggio in vari punti della Campania, la regione dove la protesta era più accesa, è intervenuta la polizia imponendo di rimuovere i presidi lungo le autostrade. Il ministero dell’Interno ha fatto sapere di avere identificato 1.339 persone, di cui 242 sanzionati e 71 denunciati con l’ipotesi di reato per blocco stradale. A sollecitare un intervento di forza del governo contro i camionisti irriducibili è stata persino una lettera congiunta delle grandi associazioni Assotir, Anita, Fiap, Cna Fita, Confartigianato trasporti, Confcooperative e Legacoop. Dunque il Viminale ha iniziato la repressione solo dopo che le sigle confederali si sono dissociate dalla mobilitazione. Piantedosi ha addirittura disposto la scorta notturna di 500 tir in Campania per garantire le operazioni di carico e scarico.
Ma in realtà i motivi della protesta non sono affatto risolti. Il diesel è aumentato del 40% in un anno secondo i dati diffusi ieri da Eurostat, arrivando al prezzo medio di 2,30 euro, il 6% in più rispetto a settembre. Il governo si è limitato a sbloccare 480 milioni di risorse già dovute che erano in ritardo, quelle sul credito d’imposta per coprire i rincari del periodo marzo-agosto. Salvini ha assicurato che i pagamenti sono già partiti ieri «con un ritmo previsto di 2mila aziende al giorno» per soddisfare tutte le 32mila domande arretrate. In cambio Rixi ha chiesto di «smobilitare i blocchi» perché «stanno creando grossi problemi ai cittadini». Se credevano che bastasse saldare un debito pregresso per calmare i camionisti, si sbagliavano.
LE IMPRESE non hanno rassicurazioni sulle coperture per i rincari di settembre e ottobre né per quelli futuri, visto il perdurare della crisi di Hormuz. Inoltre dal Mef dicono di non avere altre risorse prima di gennaio 2027, perciò gli ulteriori sostegni promessi per oggi potrebbero non bastare a risolvere la situazione. Nessun segnale nemmeno sulla richiesta di imporre un tetto ai carburanti, arrivata anche dalle opposizioni. Conte (M5s), che ha incontrato alcuni rappresentanti dei tir, ha chiesto un’informativa alla premier «sulla crisi economica che sta bloccando il paese». Richiesta a cui si è accodata Schlein (Pd): «Queste persone stanno protestando civilmente perché non riescono a fare un pieno».
LA PROTESTA sta avendo conseguenze per 4 imprese su 10 tra negozi, minimarket e supermercati che hanno segnalato difficoltà di approvvigionamento secondo Confesercenti, soprattutto al sud per i prodotti freschi come frutta, verdura e pesce. Anche le pompe di benzina stanno rimanendo senza carburante: in Calabria e Molise sono stati segnalati i primi distributori chiusi e gli aeroporti di Crotone, Reggio Calabria, Napoli e Catania sono privi di jet fuel. Attività ferme anche in diversi caseifici, pastifici, ristoranti e cantieri edili.
Commenta (0 Commenti)La sfilata Cinquecento soldati in più, divisi su tre turni, per presidiare il centro di Milano. Ma il Quirinale frena Meloni: non avranno poteri di intervento. La premier si consola con leggi speciali contro la protesta dei giovani: fermo di polizia per i minorenni e maxi multe per i fumogeni
La sfilata Il governo vara l’ennesimo pacchetto sicurezza: pene inasprite e fino a mille euro per i genitori dei ragazzi colpevoli
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Milano, i manifestanti scappano dalla polizia – Foto di Andrea Carrubba / Getty Images
Nuovi reati, inasprimenti delle pene, revisione del processo minorile, ingiunzioni di pagamento immediato e multe per i genitori dei minori che commettono reati. Il governo ha varato ieri il nuovo pacchetto sicurezza e, rispetto alle premesse annunciate, ha gonfiato ancora di più il testo. Ha dovuto però rinunciare alla misura con cui più sperava di poter mostrare i muscoli a Milano dopo le manifestazioni dell’ultimo fine settimana: nel capoluogo lombardo verranno sì inviati altri 500 militari, ma non avranno quei poteri di polizia giudiziaria che aveva invece annunciato il ministro della Difesa Crosetto.
LO STOP è stato imposto dal Quirinale nel corso delle interlocuzioni di ieri, nonostante il ministro dell’Interno Piantedosi abbia provato a minimizzare parlando di un «confronto fluido». I 500 dunque partiranno per Milano e vi resteranno fino a fine anno, ma tutto rimarrà nell’ambito dell’operazione Strade sicure. Che per i militari prevede solo compiti di presidio, senza la possibilità di identificare o arrestare qualcuno: peraltro, considerati i turni di lavoro suddivisi in tre tranche da otto ore, significa che nelle strade saranno poco più di centocinquanta per volta. La misura doveva essere il piatto forte dell’ennesimo decreto, è finita citata appena di passaggio nel video che Meloni ha pubblicato sui social subito dopo il consiglio dei ministri. Il passo indietro, dopo aver incautamente preannunciato la novità, non era però un’opzione possibile. E così anche Crosetto si è visto costretto a difenderla, nonostante da anni predichi il contrario, ovvero che senza nuovi compiti l’ampliamento dell’operazione Strade sicure sarebbe un inutile cosmetico. Forse avrà cambiato idea in una notte, ieri ha commentato con un laconico: «La difesa c’è».
IL DECRETO, ad ogni modo, è ben guarnito della visione panpenalista del governo. «Non c’è niente di rivoluzionario nel devastare e nel rubare. Devastare e rubare non è protesta, è criminalità e la risposta dello Stato deve essere ferma» ha detto Meloni in video. Si parte dal nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche». Si tratta di una pena da due a cinque anni per chi, in un gruppo di almeno cinque persone, lancia oggetti o compie atti violenti nel corso di un corteo. Una versione ridotta del già noto reato di devastazione e saccheggio, a cui peraltro ora la destra ha deciso di introdurre delle aggravanti, così come a quello di devastazione. Non solo, sono in arrivo pene anche per chi «con strumenti telematici o informatici organizza o istiga» questi gruppi. Si va dai cinque ai dodici anni: una misura pensata dopo i riot milanesi, sorti fuori dalle strutture tradizionali delle organizzazioni politiche e autoconvocatisi online, attraverso canali Telegram o ricondivsione di video sui social.
PER I MINORI, poi, l’esecutivo ha confezionato il grosso del provvedimento. «Conosciamo le difficoltà di tanti giovani, sappiamo cosa significa cercare un lavoro, avere uno stipendio insufficiente, non vedere prospettive per il futuro. Sono problemi sui quali lavoriamo dall’inizio del mandato e continueremo a farlo e lo facciamo ogni giorno, ma il disagio non può diventare mai un alibi per la violenza» ha commentato la premier. La prima modifica riguarda il principio di imputabilità: non sarà più necessario verificare la capacità di intendere e di volere di un ragazzo, che al contrario sarà sempre presunta. È lo stesso principio del disegno di legge che il governo aveva già varato in estate, e che si apprestava a iniziare il proprio iter parlamentare. Il provvedimento è stato svuotato e spostato nel decreto, così da renderlo subito efficace. Un principio criticatissimo già in estate, su cui è tornate anche ieri il presidente dell’Associazione dei magistrati dei minori Claudio Cottatellucci: «La strada dell’inasprimento delle pene potrà anche incontrare il consenso dell’opinione pubblica, perché svolge una funzione rassicurante, ma è fallimentare e assolutamente inefficace» ha spiegato. Anche perché, dopo gli innumerevoli decreti dell’esecutivo che hanno ampliato la possibilità di custodia cautelare per i ragazzi, per la prima volta anche gli Ipm si trovano sovraffollati. «Sta passando l’idea che questi ragazzi debbano essere trattati come adulti, ma la violenza non li rende più adulti» ha detto a proposito del principio di imputabilità.
NONOSTANTE le incertezze dell’ultimo miglio, è rimasta invariata l’estensione del fermo preventivo. La misura introdotta con l’ultimo decreto sicurezza ora potrà essere applicata anche ai minorenni, accompagnati in questura fino a dodici ore se si sospetta che possano diventare un «concreto pericolo per la sicurezza». Non accadrà solo prima delle manifestazioni, ma in tutti i luoghi «caratterizzati da un consistente afflusso di persone». Pensata per i luoghi della movida, ora sarà facilmente riutilizzabile per qualsivoglia centro città dove si pensa che possano replicarsi cortei spontanei, ma rimarrà in vigore anche oltre.
INFINE c’è il capitolo dei risarcimenti e delle multe: ai genitori dei ragazzi che commettono reati potranno essere applicate multe dai 500 ai 1000 euro, «salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto». Multa che raddoppia nel caso in cui il fatto venisse reiterato. Nei casi di danneggiamento, invece, il prefetto potrà rivolgersi ai genitori per ottenere un risarcimento dei danni. E lo stesso potranno fare i privati, a cui ora è consentito ottenere immediatamente un decreto ingiuntivo per farsi risarcire.
Commenta (0 Commenti)Prova a prenderli Accuse pesantissime, decine di arresti, retate su base etnica. Il giorno dopo la rivolta di Milano, mentre se ne annunciano di nuove, si allarga la risposta repressiva. Il governo vara altre leggi di emergenza: impiego dei militari e fermo indiscriminato. Non servirà
Prova a prenderli Dopo gli scontri, i dubbi sui motivi della rabbia. C’è solo una certezza: torneranno ancora
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Ottobre 2026, scontri a Milano – Foto di Andrea Carrubba/Anadolu via Getty Images
Quello che vedi è quello che hai. Alcuni ragazzi hanno un sorriso irresistibile, altri devono farsi una reputazione. I marginalizzati, i criminalizzati, i razzializzati. Loro: i maranza.
Due giorni di riot a Milano: sabato a margine di una manifestazione completamente autorizzata e domenica senza nemmeno bisogno di trovare un pretesto. La verità, al netto di tutto, è talmente semplice che si può riassumere con le due frasi scritte in rosso su un muro vicino al liceo scientifico Leonardo da Vinci, davanti al tribunale. Dice: «Picchia lo sbirro, ruba al padrone». Alla domanda su chi sia stato a fare tutto questo la risposta è sfuggente. Se poi si chiede il perché entriamo nel campo minato della sovrainterpretazione. Ma l’odore del Napalm si sente forte e quello va seguito per cercare di capirci qualcosa. Un espertissimo agente della digos sostiene che questo sia il primo vero pericolo per l’ordine pubblico da tanti anni a questa parte. Almeno a Milano.
GLI AVVOCATI specializzati in certe cose si affannano tra il palazzo di giustizia e la questura, ma hanno pochi clienti. I difensori degli arrestati sono per lo più quelli d’ufficio e i familiari di chi si è messo nei guai hanno l’aria spaesata. In via Fatebenefratelli ancora all’ora di pranzo di ieri c’era chi aspettava di poter rivedere proprio figlio. Preoccupazione e stanchezza hanno lo stesso volto. Esce un ragazzo, avrà sì e no sedici anni. Un poliziotto gli fa: «Ma come sei vestito?». La madre lo porta via senza mai alzare lo sguardo dal marciapiede.
Parla chi ha una denuncia ma è a piede libero. «Non ci vedono mai, ora finalmente lo hanno fatto», dice un ragazzo appena maggiorenne. E quindi? «Che ne so? Io non ho fatto niente». Ovviamente. Molti fermi sono stati effettuati sulla base del colore della pelle e dell’abbigliamento. Chi tutela l’ordine non è incline all’osservazione delle sfumature. Allora si pone un problema semantico: maranza è termine etnico o generazionale? Non c’erano solo le famose seconde generazioni a fare a botte con la polizia e a sfondare i negozi per sfregio e per saccheggiarli. Molti erano italiani con genitori, nonni e anche bisnonni italiani. Comunque ci tengono molto ad autodefinirsi così: maranza. Venivano da Milano (non solo periferia) e dai suoi dintorni. Ma anche da un po’ più lontano: Padova, Verona, Alessandria. Avevano letto dell’appuntamento in piazza del Duomo su Telegram. Non avevano aspettative particolari, dicono. Poi però le cose sono andate come sono andate e allora eccoci qui a brigare con avvocati e poliziotti, giudici e pubblici ministeri.
LUIS HA 21 ANNI, studia beni culturali alla Statale ed è «l’organizzatore», cioè quello che materialmente ha chiesto l’autorizzazione per la manifestazione di sabato a nome di «Milano in piazza». Tutto è nato parlando di quanto sia difficile la vita – pochi soldi, tante spese – con i suoi amici. Poi hanno fatto un gruppo su Whatsapp che in breve ha raggiunto il limite massimo di iscritti, oltre 2000. Così tutti si sono spostati su Telegram e lì hanno deciso di scendere in piazza. «Con chi ha fatto gli scontri noi non c’entriamo niente», sottolinea. Dice che la colpa è tutta dei maranza. «Sono arrivati e da subito hanno cominciato a creare problemi». Non se lo aspettava Luis. Non c’era servizio d’ordine in piazza del Duomo, che, a proposito di ordine pubblico, sarebbe una «zona rossa». Non c’era niente. All’inizio quasi neanche la polizia. Troppo indaffarata a gestire male la situazione: hanno fatto partire il corteo troppo presto e poi lo hanno spezzato in tre tronconi. Dopo ancora lo hanno chiuso senza lasciargli via d’uscita. Così è partita la prima sassaiola. Il resto è noto.
IN QUESTURA pensano di sapere cosa sia successo. C’era un gruppo di Telegram chiamato «17 ottobre civile» dentro il quale i maranza si sarebbero organizzati al puro e semplice scopo di scontrarsi con la celere e prendere a mazzate le vetrine. Con una tattica particolare: mandare avanti chi in ogni caso di «custodia» se ne fa poca, cioè i minorenni. Magari con precedenti, già avvezzi ad avere a che fare con la polizia. Di provocazione in provocazione, quando il minore in questione viene preso, si va a liberarlo. Cioè a scontrarsi. Una, due, tre, dieci volte. Senza piattaforme, senza rivendicazioni. La rabbia non è solo cieca, è anche sorda e muta. È un fatto esistenziale. Per questo è inutile dire che «bisogna ascoltare». Quel tempo, in realtà, è già finito.
«LA QUESTIONE è sia pre-politica sia post-politica», ragiona Carlotta Cossutta. «Alla base sembra esserci una forte insoddisfazione per la propria vita. Dal covid alla guerra, passando per il genocidio di Gaza: questo sono stati gli ultimi anni. E le prospettive sono tremende. D’altra parte non si cerca alcuna mediazione, quindi è difficile anche capire di preciso cosa si dovrebbe ascoltare». Nessuno lo sa. Il sindaco Sala chiede più polizia. Il governo è pronto a varare nuovi pacchetti sicurezza. I protagonisti degli scontri, tutti ne sono sicuri, torneranno. Pare ci siano già delle date: il prossimo weekend. E quello dopo ancora. Ieri, nel primo pomeriggio, a un certo punto pareva fosse scattata di nuovo l’ora del tafferuglio. Paranoia? Intorno a piazza del Duomo camionette della polizia e dei carabinieri. Fuori dai negozi guardie private con cui sembra meglio non litigare.
TUTTI pensano che ci saranno altri pomeriggi di tafferugli nel ricchissimo cuore di quella che continua a ritenersi capitale morale, nonostante tutto. Uno strano risveglio civile: gli scacciati sono qui. E sono proprio quello che sembrano. Vogliono ridare indietro un po’ di quello che ricevono ogni giorno della loro vita.
Commenta (0 Commenti)La bella stagione Parigi chiama, altre piazze d’Europa rispondono. In Francia 800mila persone contro il carovita e per la scuola pubblica. Guidano gli studenti, poi sindacati, partiti e Gilet gialli. Cariche della polizia e scontri. Come a Milano e Bologna, in Portogallo e in Albania
Le piazze I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti
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Corteo Studentesco No Meloni Day – Foto di Guido Calamosca/LaPresse
Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei «manifestanti pacifici».
I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi non si può pretendere che non straripi.
Ad ogni buon conto questa miserevole caricatura della democrazia a cui partecipano tutte le parti politiche senza eccezione non ha ben chiara la distinzione tra lotta e mendicità. I movimenti non sono processioni di postulanti che reclamano garbatamente da chi li governa «pane, lavoro e sconti fiscali», come piacerebbe a una destra specializzata nell’elargizione mirata di aiutini e prebende. Le lotte partono piuttosto dalla presa di coscienza collettiva che qualcosa è stato sottratto, qualcos’altro negato o dirottato non per errore ma per scelta interessata. Che una collettività ha subito danni e trova di fronte a sé strade sbarrate da precise decisioni politiche.
Dunque perché la propria voce possa avere forza, e questa forza essere temibile, qualcosa deve essere almeno temporaneamente sottratto al normale svolgimento della vita del paese. Il rispetto delle regole deve essere aggirato, sospeso o reinterpretato, che si tratti di scioperi o di occupazioni (di edifici e di suolo pubblico), di sospensione di servizi, di blocco delle merci o altre forme di boicottaggio. Per mostrare concretamente, oltre che affermarlo, che «non si può andare avanti così».
Lo scriveva anche Machiavelli che senza tumulti la Repubblica degenera e i governanti inclinano verso l’arbitrio e la tirannia. E i tumulti, per dirla in cinese antico, «non sono un pranzo di gala». La società francese applica da sempre questa forma di correttivo alle politiche di governo e assai frequentemente con successo.
L’attuale movimento degli studenti non fa eccezione.
La destra, quella originale, così come quella subalterna dei partiti socialdemocratici, vedono la conflittualità sociale come il fumo negli occhi, come un assortimento di reati e di manipolazioni politiche da denunciare e perseguire. Tuttavia scontrarsi con questo principio d’ordine è il solo modo per smuovere rapporti sociali stagnanti e arrestare l’avanzata di forme sempre più autoritarie di governo.
Beninteso il conflitto e le forme di lotta possono essere interpretati in diversi modi e a diversi gradi di intensità, in alcuni casi discutibili se non proprio controproducenti. Così come anche la risposta delle forze dell’ordine, che va dal semplice presidio di luoghi sensibili fino alla Diaz e Bolzaneto, segue una modulazione politicamente guidata da governi che secondo le opportunità intendono intimorire o rassicurare, simulare un dialogo o sbandierare intransigenza. E che si sono dotati di strumenti repressivi sempre più mirati a colpire pesantemente proprio quelle forme di lotta che per amplificare la voce della protesta mirano a interrompere o turbare il normale svolgimento delle attività quotidiane.
Gli autotrasportatori e gli agricoltori, generalmente orientati a destra, sono stati risparmiati, ma cosa accadrà al primo blocco stradale degli studenti?
Commenta (0 Commenti)La prima ora Soldi alla scuola, solidarietà alla Palestina, no al caro affitti, lotta ai decreti sicurezza e ai tetti per gli stranieri. Senza un coordinamento e senza una piattaforma unica gli studenti si sono presi le piazze italiane. Ma per Meloni e Valditara sono solo «teppisti»
La prima ora 500 mila in corteo in tutta Italia. Valditara: «Teppisti». Meloni: «La sinistra condanni»
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Milano, il corteo rivendica «Nessuno è straniero» – Foto Marco Ottico/LaPresse
Le proteste in Spagna per il diritto alla casa e quelle della scuola in Francia sono state solo l’innesco di un’agitazione sotto la cenere da tempo. Le questioni sollevate dai coetanei nel resto d’Europa sono le stesse che si pongono i giovani italiani, che hanno in più l’aggravante di futuro precario e malpagato e di avere un governo che nel frattempo li criminalizza. Definiti «sdraiati», hanno invece, con il genocidio in Palestina, imparato a scendere in piazza. E anche ieri lo hanno fatto in tutta Italia per il No Meloni Day.
NESSUN COORDINAMENTO nazionale tra città e città, nessuna piattaforma condivisa, nessuna sigla capofila, giusto l’indicazione di una data ha portato ieri a manifestazioni di studenti partecipate come non si vedeva da anni. Decine di migliaia di persone hanno sfilato nella Capitale, duemila a Firenze, cinquemila a Milano, altrettanti a Torino, Napoli, Genova, Palermo. E centinaia nei cortei delle città più piccole, come Latina, Mestre, Padova. In totale mezzo milione di ragazzi ieri hanno portato in piazza un misto di rivendicazioni: le condizioni della propria scuola con i decreti sicurezza, la solidarietà ai palestinesi con il caro affitti, l’emergenza climatica con quella della violenza di genere. Tutto tenuto insieme dall’opposizione alle destre che aumentano la spesa militare tagliando il welfare. «Soldi all’istruzione, non alla guerra», recitavano gli striscioni degli spezzoni delle scuole siciale come piemontesi. «I nostri coetanei francesi ci hanno dato un esempio importante – dice Zeno di Torino – vogliamo dimostrare di essere una generazione che non vuole più tenere la testa bassa e accettare la propaganda razzista del governo, abbiamo rivendicazioni molto concrete sul modello di scuola e di sviluppo economico necessario alle nostre comunità».
Per questo la protesta degli studenti si è fusa a Napoli con quella per la giustizia climatica e ambientale nel quartiere Bagnoli e contro l’America’s Cup, a Pisa un blitz pacifico ha interrotto la cerimonia inaugurale dell’anno accademico della Normale in protesta contro i tagli, a Milano il focus era sul tetto agli alunni stranieri e il diritto all’abitare (alla fine del corteo è stato occupato un immobile vuoto in via Francesco Sforza), a Cagliari l’edilizia scolastica. E poi a Padova, dove la manifestazione è terminata con un pranzo sociale contro il carovita davanti alla prefettura mentre a Salerno gli studenti si sono uniti ai portuali e agli autotrasportatori in lotta. «Non è più accettabile che studiare sia un privilegio, che le nostre famiglie debbano spendere centinaia di euro ogni anno per mandarci a scuola e che, mentre il costo della vita continua a salire, a pagare siano sempre gli stessi», spiega Aurora, sedicenne romana. E Francesco, ultimo anno di liceo scientifico a Bari denuncia «istituti fatiscenti, assemblee di istituto annullate e mancanza di spazi di socialità e democrazia, con tutte le conseguenze dei fondi investiti nel settore bellico e sottratti a scuola, università e sanità a causa delle politiche di questo governo».
NEL COMPLESSO non ci sono stati incidenti: qualche cassonetto rovesciato, lanci di petardi e di uova, cartelli denigratori verso il ministro all’Istruzione (e merito) Valditara, la premier Meloni così come per Netanyahu e Trump, una bandiera israeliana bruciata, un carro armato di cartone messo a fuoco contro le guerre in corso. La gestione delle piazze ha ricalcato la differente linea delle diverse questure: nessuna carica a Roma, dove un piccolo gruppo di incappucciati ha tentato di fare barricate e acceso fumogeni e qualcuno ha lanciato petardi davanti al Mim, scontri a Bologna (dove sono state identificate 60 persone), Milano, Torino. A Treviso è stata multata la madre di un 15enne che aveva fatto esplodere un petardo per non aver impedito «comportamenti incompatibili con la libera fruizione dell’autostazione». Il figlio è stato denunciato. «Evitiamo allarmismi, vanno ascoltati», ha consigliato il preside dell’Ipsia Giorgi di Verona dopo l’incendio di alcuni cassonetti in una via adiacente alla scuola. Altri dirigenti hanno reagito diversamente, chiedendo ai genitori di denunciare i figli che avevano partecipato ai cortei. Tutti episodi usati dal governo per derubricare l’imponente mobilitazione degli studenti a «delinquenza giovanile» con i sindacati di polizia a dichiarare decine di agenti feriti. «Teppismo politico» per Valditara, sulla stessa linea le dichiarazioni del vicepremier Salvini e del resto della maggioranza. Meloni, a Bruxelles per il Consiglio europeo, ne approfitta per attaccare i leader dell’opposizione «che non riescono a dire una parola di condanna sulle proteste». «Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete», la replica della segretaria del Pd Elly Schlein.
INTANTO IL CAMPO progressista lo suggellano i movimenti giovanili dei partiti di centrosinistra che ieri hanno firmato un documento comune di adesione alla mobilitazione degli studenti. «La protesta delle tende contro il carovita è la mobilitazione giusta – hanno affermano l’Unione giovani di Sinistra, i Giovani europeisti verdi, i Giovani comunisti e gli omologhi del Pd e del M5s – una battaglia che travalica le generazioni perché quello alla casa è un diritto fondamentale». Le realtà della scuola si riuniranno il 23 ottobre in assemblea per poi partecipare allo sciopero nazionale del 30 ottobre in vista «dell’alleanza tra studenti e lavoratori».
Commenta (0 Commenti)Magro bilancio Altro che ultima manovra elettorale, il governo non può mantenere nemmeno la promessa di ristorare le famiglie dall’inflazione. Risparmi su infrastrutture e sanità, tagli ai ministeri, dalle banche solo l’anticipo delle imposte. E non basterà per uscire dall’austerità
Magro bilancio I conti in bilico per il 2027 e l’incubo della procedura d’infrazione per il 2028 e 2029
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, partecipa al Consiglio Europeo a Bruxelles. 15 ottobre 2026 ANSA/ US CHIGI +++ UFFICIO STAMPA CHIGI +++ FOTO NON IN VENDITA – DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
Il deficit italiano riprenderà a salire nei prossimi due anni, perciò l’Italia non potrà ancora uscire dalla procedura d’infrazione europea. Lo prevede il Documento programmatico di bilancio (Dpb) per il 2027 inviato mercoledì sera al parlamento italiano e alla commissione Ue. Si tratta dell’atto preparatorio alla manovra finanziaria, che il governo deve trasmettere a Bruxelles entro il 15 ottobre di ogni anno per anticipare i pilastri della legge di bilancio. Lo scorso anno la premier Meloni e il ministro dell’economia Giorgetti fecero di tutto per far scendere il disavanzo sotto la soglia del 3% del Pil che fa scattare l’infrazione, ma non centrarono l’obiettivo finendo al 3,1%. Quest’anno probabilmente ci riusciranno ma emanando un’altra manovra povera, una delle più leggere nella storia italiana e l’ultima dell’attuale governo, che stavolta sperava di avere le maglie più larghe in vista delle elezioni. Oltretutto, afferma il Dpb, il deficit tornerà al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028.
CIÒ SIGNIFICA che l’Ue non potrà chiudere la procedura d’infrazione che ha aperto contro l’Italia a giugno 2024, dopo un anno e mezzo di governo Meloni, quando il deficit era balzato al 7,4% del Pil. Questo perché per rassicurare Bruxelles serve anche la certezza di restare sotto al 3% negli anni successivi, che l’esecutivo non è in grado di garantire. Quando la procedura fu avviata, Giorgetti aveva previsto che l’Italia non ne sarebbe uscita prima del 2027 e invece servirà almeno un anno in più, forse due. Non solo: per decidere come spendere i 23,5 miliardi che vorrebbe destinare alla prossima manovra, si legge nel Dpb, il governo dovrà attendere gli «esiti delle interlocuzioni in corso con le autorità europee finalizzate alla definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia».
Tradotto, Meloni spera che Bruxelles accetti le deroghe per deviare temporaneamente dai vincoli standard di bilancio, ammissibili in caso di spese eccezionali e impreviste in materia di difesa ed energia: la prima perché include gli investimenti per il riarmo richiesti dalla stessa commissione Ue, la seconda perché è conseguenza delle tensioni geopolitiche in corso per il conflitto tra Usa e Iran che hanno comportato conseguenze economiche in tutto il globo per l’aumento dei costi energetici. La premier sta trattando uno scostamento di oltre 14 miliardi ma non le basteranno a risolvere la carenza di risorse. Le difficoltà economiche sono infatti dovute anche alla sua gestione approssimativa della crisi, a partire dal taglio alle accise sui carburanti che ha fatto bruciare 3 miliardi in sette mesi nell’inutile tentativo di contenere i rincari di benzina e diesel, senza nemmeno fare distinzioni in base al reddito. A pagare saranno soprattutto le famiglie e il welfare, a cui la prossima manovra destinerà meno di 5 miliardi, insufficienti persino per coprire l’aumento dell’inflazione. Seguono la difesa (4,6 miliardi) e le imprese (3,5 miliardi). Anche per le infrastrutture e la sanità, a cui andranno rispettivamente 2,6 e 2,4 miliardi, si tratta di cifre misere e bastanti appena per colmare l’inflazione.
CHE IL GOVERNO non sappia più dove trovare i soldi lo dimostra anche il capitolo sulle coperture. La maggior parte di queste, si legge nel Dpb, arriverà dalle risorse derivanti da «misure a carico del settore finanziario», ovvero banche e assicurazioni, chiamate a contribuire per 10 miliardi nel triennio 2027-2029. Cinque miliardi dovrebbero arrivare nel 2027 e gli altri cinque tra il 2028 e il 2029. Ma non sarà un regalo: lo Stato chiederà semplicemente di anticipare il versamento di imposte future, dunque una sorta di indebitamento per il pubblico senza alcun costo diretto per gli istituti finanziari. Ma questi non sarebbero comunque d’accordo: l’Associazione bancaria italiana ieri ha fatto trapelare di essere «contraria a un nuovo esborso» dopo l’accordo triennale di 10 miliardi siglato nel 2025. Gli ulteriori 10 miliardi da fornire sarebbero stati inseriti nel Dpb senza alcun preavviso né negoziazione, e non è affatto scontato che rimangano nel testo definitivo della manovra. Un altro miliardo sarà ottenuto dai tagli ai ministeri, già molto sacrificati gli anni scorsi. Per Misiani (Pd) il Dpb «conferma una legge di bilancio senza visione e priva di un progetto per il paese», per De Cristofaro (Avs) «è la fotografia del fallimento di quattro anni di politiche economiche del governo Meloni che hanno impoverito l’Italia e gli italiani».
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