Cattivissima me A Bari la premier festeggia il record di longevità del governo e guarda al prossimo. Di annunci, però, se ne vedono pochi
LEGGI ANCHE Salvini e Tajani comprimari in video. Il leghista: «No al voto in primavera»
Giorgia Meloni a Bari – Foto Ansa/Donato Fasano
«Se pensavate di prenderci sulla stanchezza, non avete capito con chi avete a che fare». C’è il record e c’è una campagna elettorale davanti: 1.413 giorni dopo il giuramento al Quirinale, Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni festeggiano a Bari il traguardo di longevità, primi nella storia repubblicana. Ma lo sguardo, inutile nasconderlo, è in avanti: alle politiche, al Meloni II. La premier lo chiarisce non appena inizia a parlare dal palco allestito apposta per il suo «trionfo». Sono passate da poco le 19, il sole sta tramontando: l’orario con la luce migliore, così ha prescritto lo staff del partito. «Ci sono stati giorni in cui ho pensato di nuotare nella colla, ma non ho mollato e non intendo farlo adesso. Alla nostra classe dirigente dico: dobbiamo fare di più e meglio».
I MINISTRI si godono la folla: il primo ad arrivare è Francesco Lollobrigida, camicia a righe con bretelle adornate da cavalli rampanti. Lo accompagna il padrone di casa, il sottosegretario pugliese alla Salute Marcello Gemmato. Guido Crosetto avanza a stento tra gli iscritti, Carlo Nordio è il più sconsolato tra i ministri: il più grande tonfo della legislatura è stato il referendum sulla giustizia. «Una delusione, ma non una catastrofe» e passa avanti. Giovanni Donzelli si aggira in trance agonistica: è arrivato a Bari una settimana fa, ha montato la macchina organizzativa, fino all’ultimo momento raccoglie cartacce e sposta tavoli. È anche il parafulmine di qualche malumore: «Giovanni, ma piazza del Popolo a Roma non vi piaceva?», gli strilla un militante esausto. In effetti non ha tutti i torti. Arrivare al «terminal crociere» dove è allestito l’evento è complicatissimo. Lo spazio della kermesse, poi, è decisamente ridotto: davanti al palco entreranno sì e no qualche centinaio di persone, non certo le diecimila mobilitate secondo FdI. Tutti gli altri si godranno Meloni dal maxischermo. Sullo sfondo di una enorme nave da crociera, i foodtruck sfornano spaghetti all’assassina, panzerotti e salsicce alla brace in mezzo a luminarie montate per l’occasione. Una Atreju estiva in miniatura, con il sole che picchia e la ressa per accaparrarsi la poca ombra rimasta.
BANDIERE della Lega non se ne vedono, come i dirigenti: nelle stesse ore il Carroccio è in Toscana per la festa di partito. Al centro, poco dietro l’area antistante il palco, si posiziona invece un folto gruppo di militanti azzurri. Il tricolore di Forza Italia spezza il monocolore blu delle bandiere dei Fratelli. Per carità, il record è condiviso, si sta al governo insieme, ma il motivo è anche un altro: marcare il territorio. Perché fino all’altro ieri il record di longevità apparteneva a Silvio Berlusconi e, ci tengono a ricordare, «rimane quello che a Palazzo Chigi è rimasto più tempo». Meloni ne deve macinare di chilometri, intendono, prima di paragonarsi a Berlusconi.
«QUESTI SONO I MOMENTI in cui Giorgia è nostra – chiosa una militante toscana in prima fila – leader di FdI, non capo del governo». La folla è lì solo per lei, per l’apparizione della leader. Il collegamento di Salvini è una fotografia del momento: «Sono in un autogrill in Toscana», esordisce. La connessione va e viene, l’audio salta a tratti e a un certo punto il video sparisce. Tajani, istituzionale, si connette dalla Farnesina e torna a Berlusconi. Poi appare Meloni e rivendica: «Non sono qui a festeggiare, ho il peso della responsabilità, la stabilità è stata la prima riforma». Le altre, d’altronde, sono finite nel cassetto. Poi ringrazia il resto della coalizione, «la famiglia del centrodestra che è unita non per battere qualcuno ma per costruire le stesse idee». Una frecciatina alle opposizioni, ma anche un messaggio a Roberto Vannacci: la premier non ha intenzione di sfaldare l’alleanza pur di non perdere. Quindi replica al generale: «Il femminicidio esiste, eccome se esiste».
SULLE SPALLE, rispetto a quattro anni fa, ha le fatiche e gli inciampi di governo. Meloni li elenca tutti: Gaza, Ucraina, Hormuz, i prezzi alle stelle. Li chiama «anni non fortunati», eppure sulle scelte di politica estera non proferisce parola, Trump non viene nemmeno nominato. Guarda all’Europa, dove pure sta faticosamente riallacciando i rapporti, crollato il ponte con Washington. «Abbiamo spostato a destra l’Ue, le nostre posizioni ora sono civiltà giuridica» dice, citando il nuovo Patto sulla migrazione. Tra le «sfortune» che hanno avversato il governo ci mette anche i disastri climatici, alluvioni e frane, ma anche le baby gang, gli immancabili «trafficanti di esseri umani». A tutto ciò la stabilità avrebbe «fatto da scudo».
DI ANNUNCI in canna, però, ce ne sono pochini. Il primo è sulle accise, niente più tagli lineari: «I nuovi provvedimenti saranno mirati, non possiamo permetterci di spendere soldi per darli a chi non ne ha bisogno». Ma il governo l’aveva già detto (anche perché i fondi sono agli sgoccioli). In materia di energia, via a nuove trivelle in mare: «Aumenteremo la quota di petrolio estraibile, non ha senso comprarlo se lo hai in Basilicata». E poi la Zes: le semplificazioni per le imprese del Sud ora il governo intende estendere a tutta Italia, «e vedremo se il Pd voterà con noi». Ma non rivela come finanziare il sostegno al nord, né dice che servirà trattare con l’Ue.
L’ALTRO FRONTE atteso era quello della sicurezza, da dove il pressing di Vannacci arriva più forte. E qui i decibel dal palco salgono vertiginosamente in un crescendo per galvanizzare la folla. Ma anche qui di novità da annunciare non ce ne sono: d’altronde, dopo un numero inquantificabile di decreti sicurezza, le idee stanno anche finendo. Restano i proclami: nessuna tolleranza per le occupazioni, crociata contro «l’islamizzazione» del Paese e il sempreverde attacco alla magistratura: «La sicurezza è la nostra stella polare, ma la catena deve funzionare tutta. Se facciamo le leggi e i giudici dopo 48 ore rimettono in libertà uno stupratore, il lavoro diventa inutile».
MELONI ALZA I TONI quando attacca le opposizioni: «Quando c’erano loro lasciavate la porta di casa aperta. E gli faccio i complimenti: se noi siamo il governo più duraturo della storia, loro hanno il record di opposizione». È il volto più sincero, da capo di partito: «Usano l’antifascismo come arma di distrazione di massa». Urla: «Niente più ribaltoni e manovre palazzo» ma non dice che la legge elettorale sembra un’auto in testa coda. «Il nostro traguardo è un’Italia che non chiede più il permesso a nessuno. È lungo, ma non intendo arrendermi» conclude. E Parte l’inno di Mameli. La volata è iniziata.
Commenta (0 Commenti)Chiacchiere da zar La pace è «possibile», le relazioni con la Germania restano aperte: ma il quadro che il presidente delinea è smentito dalla realtà
LEGGI ANCHE Nella zona semibuia il conflitto si allarga
l Presidente russo Vladimir Putin (sullo schermo) interviene durante una sessione plenaria dell'Eastern Economic Forum – Foto di Dmitry Feoktistov/TASS via ZUMA Press
La Russia «non avvierà un declassamento delle relazioni diplomatiche con la Germania» ma chiuderà tutti i Goethe-Institut nel territorio della Federazione. Dopo le accuse di Berlino dei giorni scorsi a proposito dei droni all’aeroporto di Lipsia e le contromisure scelte da Berlino – chiusura dell’ultimo consolato russo rimasto, a Bonn, e dell’istituto di cultura russo – Mosca ha scelto di rispondere simmetricamente ma senza tagliare del tutto.
Per ora almeno. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha derubricato le mosse del cancelliere Friedrich Merz a «goffaggine». «Naturalmente, con passi che a lui sembrano quasi duri, cerca di guadagnare qualche punto sul piano interno. Ma ci riesce in modo estremamente goffo, perché finora tutti quelli che negli ultimi anni hanno fatto esplodere qualcosa di tedesco erano ucraini, che gli stessi tedeschi hanno arrestato», ha dichiarato Peskov all’emittente Vesti. Il portavoce ha anche chiesto sarcasticamente perché non sono stati chiusi i centri di cultura ucraini mentre sono in corso le indagini sull’attentato al gasdotto Nord Stream (che finora hanno identificato responsabili ucraini).
DAL PALCO del Forum economico orientale, Vladimir Putin è invece intervenuto sulla situazione interna e sulla guerra in Ucraina. La quale ha «delle possibilità» di finire anche se le recenti minacce di Volodymyr Zelensky di rendere «totalmente insicuro» lo spazio aereo russo per i voli civili con gli attacchi di droni «complicano le possibilità di condurre negoziati di pace bilaterali». In ogni caso «i contatti con l’Ucraina stanno continuando», così come quelli con gli inviati di Donald Trump», che «stanno funzionando».
L’ottimismo deciso che il presidente russo ostenta in ogni occasione pubblica, stavolta abbraccia anche la crisi del carburante, che esiste ma non è così grave. I russi, ha detto Putin, «devono essere pronti a tutto», tuttavia «stiamo lavorando con le difese aeree, stiamo lanciando attacchi, e il decreto (sulla protezione delle infrastrutture critiche, ndr) dovrebbe funzionare come previsto». Un sondaggio condotto nell’ultimo mese in Russia dal Centro Levada indica che «la vita del 55% dei russi è stata resa più difficile dalla carenza di benzina». In altri termini, più di un russo su due dice che la sua vita è peggiorata. Inoltre, i sociologi registrano che «la crisi del carburante ha avuto un impatto maggiore rispetto ai problemi con internet e i servizi di messaggistica».
SULLA MOBILITAZIONE, che molti media indipendenti segnalano come imminente, Putin ha negato: «Oggi non esiste alcuno scenario che richieda la mobilitazione», anzi, le voci in tal senso sono «un attacco informativo del nemico in vista delle elezioni della Duma». Prima dell’invasione del 2022 dal Cremlino erano arrivate dichiarazioni molto simili. I correntisti russi non devono aspettarsi nessun congelamento dei loro conti, dato che l’economia nazionale «è assolutamente stabile». A differenza di ciò che sostengono tutti gli istituti di analisi economica mondiali.
Basta però allontanarsi da Vladivostok per vedere una situazione completamente differente da quella descritta da Putin. Negli aeroporti di Mosca (in particolare a Vnukovo), secondo i media russi, si è registrato un forte aumento del numero di cancellazioni dopo le minacce ucraine. Solo il 2 settembre sono stati cancellati 27 voli di compagnie aeree straniere diretti agli aeroporti della capitale russa, numero significativamente superiore ai giorni precedenti. I passeggeri di uno dei voli
Pegasus (compagnia turca) cancellati hanno segnalato su un canale Telegram che la compagnia aerea ha dichiarato ai turisti: «Non sappiamo cosa aspettarci, la nostra controparte turca vieta i voli». Secondo i dati di Rosaviatsia, l’ente russo di aeronautica civile, le restrizioni operative negli aeroporti dovute agli attacchi di droni sono state applicate agli aeroporti di Mosca sia martedì che mercoledì.
LE ACCUSE TEDESCHE potrebbero inoltre portare al taglio ulteriore dei visti per i russi in Europa, che la guerra ha già ridotto ai minimi storici. Prima dell’invasione dell’Ucraina i visti rilasciati ai russi nell’area Schengen erano circa quattro milioni (pari a uno ogni quattro visti rilasciati nell’area Schengen). Nel 2025 il numero complessivo è sceso a circa 480mila (fonte Euractiv) e ora si ipotizza una nuova stretta. La chiusura con l’Europa si acuisce sempre più.
SULLA SICUREZZA interna non va meglio. Le autorità continuano a promettere una maggiore sorveglianza dei vertici politici e militari e, addirittura, secondo il media indipendente Agentstvo alcuni membri della guardia nazionale sono stati assegnati alla protezione dei volti più noti della tv pubblica. Eppure ieri a Probuzhdenie (regione di Saratov) un uomo alla guida di una moto si è potuto avvicinare indisturbato a un ufficiale delle Forze aerospaziali russe, il generale di divisione Nikolay Varpakhovich, e sparagli due volte. Ora il generale è in fin di vita. Lo scorso luglio i servizi segreti ucraini (Sbu) e la Procura generale di Kiev avevano accusato Varpakhovich di aver ordinato un attacco missilistico contro l’ospedale pediatrico Okhmatdit a Kiev.
SE L’UE RIUSCIRÀ ad accordarsi su nuove sanzioni – come chiesto da Francia e Gran Bretagna – il contesto economico potrebbe peggiorare ancora. Ma per Putin la situazione è sotto controllo, basta che i russi restino uniti.
Commenta (0 Commenti)De bello ibrido Dopo che il governo Merz ha accusato Putin per i droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, l’Unione europea e la Nato annunciano dure reazioni. Lo scontro tra Europa e Russia c’è già ma non è solo militare. Von der Leyen: «La guerra ibrida è la nuova normalità»
De bello ibrido Quattro sospettati, due bielorussi, un visto italiano: il governo Merz mostra prove su quel drone all’aeroporto, dura replica della Russia
LEGGI ANCHE Ue e Nato si riallineano contro la «nuova normalità»
Un artificiere e il suo robot all’aeroporto di Lipsia-Halle il giorno del ritrovamento del drone esplosivo – Ap
Passano ventiquattro ore dalla clamorosa denuncia del governo Merz della responsabilità di Mosca nell’«attacco ibrido» con i droni all’aeroporto di Lipsia-Halle alla rivelazione dei primi dettagli sui presunti autori materiali pubblicati dalla stampa nazionale.
SECONDO IL QUOTIDIANO Süddeutsche Zeitung e le tv pubbliche Ndr e Wdr gli investigatori avrebbero individuato con chiarezza due sospetti: un cittadino russo con passaporto lettone e un bielorusso con passaporto russo e precedenti penali negli Stati Baltici, entrato nell’area Schengen con un visto turistico italiano rilasciato a Minsk. Il primo avrebbe svolto il ruolo di coordinatore logistico nonché di istruttore della squadra incaricata di portare a termine l’operazione.
A leggere i leak sui media, in particolare, l’uomo in possesso della doppia cittadinanza russa e lettone sarebbe sbarcato all’aeroporto internazionale Willy Brandt di Berlino a fine luglio, avrebbe noleggiato un’auto, quindi si sarebbe trasferito in Sassonia dove sarebbe rimasto fino a due giorni prima dell’attacco. A inchiodare il complice bielorusso, invece, sarebbe il suo Dna rinvenuto sul velivolo senza pilota sequestrato ai bordi della pista dello scalo di Lipsia-Halle, compatibile con un profilo già archiviato nei database europei.
Non sono gli unici nel mirino degli inquirenti tedeschi alla ricerca in totale di quattro persone fra i sospettati indicati dall’identikit genetico e altri supposti partecipanti alla missione «i cui cellulari sono stati localizzati nelle celle telefoniche della zona», come rimarca la Bild.
IL MINISTRO DELL’INTERNO Alexander Dobrindt, della Csu, nel frattempo crea ufficialmente il link fra la massa potenzialmente esplosiva agganciata al drone atterrato a pochi metri da un An-124 della Antonov Airlines (la compagnia aerea cargo statale ucraina che trasporta mezzi, armi e munizioni dalla Germania all’Ucraina) e le «tecnologie di detonazione già note da altre operazioni ibride russe e dalla guerra contro l’Ucraina».
Origina da qui, anzitutto, la ritorsione multipla del governo Merz: dalla chiusura del consolato generale russo di Bonn all’attivazione di «severi controlli aggiuntivi» nei confronti dei cittadini russi in arrivo nella Repubblica federale, fino all’«innalzamento della pressione contro la flotta-ombra russa di petroliere che eludono le sanzioni Ue».
Con questa mossa – dopo la cessazione dei servizi diplomatici ai consolati russi di Monaco, Francoforte, Amburgo e Lipsia imposta a gennaio 2024 dall’ex ministra degli esteri Annalena Baerbock dei Verdi – la relazione fra Mosca e Berlino tocca il minimo. E rischia di «distruggere il rapporto storico fra i due Paesi», come sottolinea la durissima reazione di Mosca secondo cui «si tratta di una provocazione nei nostri confronti.
Respingiamo con forza le accuse infondate del governo tedesco impegnato in un’operazione di propaganda in vista delle imminenti elezioni» in Sassonia-Anhalt è il messaggio trasmesso direttamente dal ministero degli esteri russo al chargé d’affairs tedesco a Mosca, convocato d’urgenza per raccogliere il quaderno di lamentele (e di minacce) di Vladimir Putin.
Del resto metà dell’aeroporto di Lipsia-Halle si trova esattamente in Sassonia-Anhalt, il Land che domenica si prepara a rinnovare il Parlamento locale con la scontata vittoria elettorale di di Afd, il partito fascio-populista che secondo il governo Merz ma non solo è la quinta colonna del «putinismo» in Germania.
MENTRE L’ALTRO SOGGETTO politico accusato di vicinanza con Mosca – l’Alleanza sovranista della «conservatrice di sinistra» Sahra Wagenknecht (Bsw) – non si accontenta dei sospetti e aspetta di vedere le prove. «Vedremo se la questione verrà chiarita oppure no. In ogni caso credo che la reazione del governo tedesco – tra cui la chiusura della Casa Russa (la storica Russisches Haus, il centro linguistico e culturale di Berlino gestito direttamente da Mosca) sia un errore.
Specie quando la situazione si aggrava dobbiamo fare affidamento sulle soluzioni diplomatiche e mantenere aperti i canali della comunicazione» tra Berlino e Mosca, sottolinea l’influente Claudia Wittig, autorevole esponente di punta del Bsw nella Germania dell’Est.
IN PARALLELO, nel Brandeburgo la magistratura locale apre un fascicolo d’indagine per «sospetto atto di terrorismo» dopo il ritovamento di «due ordigni esplosivi» nella sottostazione elettrica di Jänschwalde. Per il governatore del Land che ingloba la Città-Stato di Berlino, Dietmar Woidke (Spd) non c’è dubbio, si tratta di un «tentativo di attentato».
In analoga direzione procedono spediti i sospetti sul secondo incidente rilevato nella centrale energetica a Bergheim, vicino a Colonia. Tanto la polizia locale quanto il gestore della rete ieri hanno escluso che il cortocircuito registrato nell’hub elettrico possa essere stato provocato da un guasto tecnico: «è un intervento esterno intenzionale». Questo è il leitmotiv, a Berlino, a Bruxelles passando per la Sassonia-Anhalt.
Commenta (0 Commenti)Gaza Israele trova un altro modo per controllare la Striscia, una rete di milizie stipendiate e armate per fare il lavoro sporco. Ieri, per proteggere i mercenari, Tel Aviv ha fatto una strage. Vuole provocare scontri tra palestinesi e lasciare i suoi soldati nelle retrovie
Gaza «Nascosta sotto quel tetto, ho rivissuto le ore terribili della strage di Nuseirat»
LEGGI ANCHE Cinque uccisi a Gaza, due a Nablus. E Tel Aviv ignora anche gli alleati
Residenti si radunano sul luogo di un attacco aereo israeliano a Gaza City, il 1° settembre 2026 – Epa/Mohammed Saber
Alle 8 in punto del mattino, io e mia sorella Eman siamo uscite dal nostro rifugio per raggiungere il campus di Gaza City. Nulla di insolito: siamo andate all’università, abbiamo sostenuto gli esami e siamo uscite pensando a cose semplici, mangiare qualcosa e trovare un modo per tornare a casa. Ho detto a Eman che potevamo andare a Rimal, pranzare lì e poi trovare un mezzo di trasporto. Non sapevamo che, appena cinque minuti dopo aver lasciato l’università, una mattina come tante si sarebbe trasformata in ore di terrore.
ABBIAMO INIZIATO a sentire degli spari. I rumori si sono rapidamente avvicinati e hanno cominciato a sovrapporsi: spari da una direzione, esplosioni da un’altra e il rombo degli aerei sopra di noi. Nel giro di pochi minuti, sono caduti più di dieci attacchi di aerei da ricognizione, mentre il rombo dei caccia riempiva il cielo. Riuscivo a sentire quelli che mi sembravano F-16 e F-35 che volavano sopra le nostre teste. Poi sono comparsi i quadricotteri, che volavano a bassa quota e sganciavano bombe.
Ho guardato Eman e abbiamo iniziato a cercare un posto dove nasconderci. Non c’erano molte opzioni. La zona è piena di tende delle famiglie sfollate, diventate parte del paesaggio di Gaza, che in momenti come questo rivelano quanto siano davvero fragili. Una tenda può essere una casa, ma non protegge da un attacco aereo, da una bomba sganciata da un quadricottero o dai frammenti che volano in ogni direzione. Ci siamo nascoste sotto il tetto di una casa distrutta. Sembrava la nostra migliore possibilità di sopravvivenza, almeno c’era del cemento sopra le nostre teste, qualcosa di solido. Ma non appena mi sono infilata sotto, mi si è stretto il petto. Ho cominciato a sentirmi intrappolata. Mi sembrava che le pareti mi si stringessero addosso. Sentivo le esplosioni fuori e percepivo la polvere che cadeva intorno a noi, ma allo stesso tempo un altro tipo di paura stava montando: una paura che riguardava quello che era successo più di due anni prima. Ho provato a chiamare la mia famiglia. Volevo solo sapere se stavano bene. Ho chiamato una volta, poi di nuovo, ma ogni tentativo si concludeva con lo stesso messaggio: numero irraggiungibile. Ho provato a chiamare i miei amici che vivono nel nord di Gaza, sperando di sentire la voce di qualcuno o scoprire cosa stesse succedendo lì. Neanche quelle chiamate sono andate a buon fine.
AVEVO GIÀ PROVATO quella sensazione. L’8 giugno 2024 mi trovavo nel nostro appartamento quando un’unità delle forze speciali israeliane entrò a Nuseirat e il nostro appartamento fu bombardato. Rimasi ferita, insieme ai miei familiari, e Eman era con me. Ricordo tutta la mia famiglia distesa sul pavimento. Ricordo di aver cercato di chiamare un’ambulanza, senza sapere chi di loro avesse bisogno di aiuto per primo né se qualcuno sarebbe riuscito a raggiungerci. Continuavo a comporre il numero di emergenza e ad aspettare, ma non riuscivo a contattare nessuno. Eravamo intrappolati tra carri armati e raffiche di fuoco e il mondo esterno mi sembrava terribilmente lontano, anche se avevo un telefono in mano. Quel giorno si concluse con un massacro: quasi 300 palestinesi uccisi per liberare quattro ostaggi israeliani.
IERI, SEDUTA sotto quel tetto distrutto, ho provato quasi esattamente la stessa sensazione. Le esplosioni mi hanno riportata a quel giorno e il telefono mi ha riportato alla mente l’immagine della mia famiglia distesa sul pavimento mentre cercavo disperatamente di contattare un’ambulanza.
FONTI LOCALI hanno segnalato ieri delle interferenze nelle comunicazioni ma per me è stato di più: la solita sensazione di essere tagliata fuori dal mondo, di trovarsi nel momento più spaventoso e di non poter dire alle persone che ami che sei ancora viva. Io e Eman siamo rimaste sotto il tetto crollato mentre il rumore dei bombardamenti e degli spari continuava. Non sapevamo dove si trovasse l’unità delle forze speciali, se si stesse avvicinando o se si fosse ritirata. Con il passare delle ore, sono emersi resoconti: un’unità delle forze speciali israeliane si era infiltrata nella zona di Katiba, a ovest di Gaza City, in un’operazione che, secondo Israele, aveva come obiettivo un alto funzionario della sicurezza interna di Hamas, Muein al-Arabid, che sarebbe stato catturato. Hamas nega la cattura.
Dopo che l’unità – che secondo diverse fonti stampa sarebbe stata composta anche da miliziani palestinesi legati a Israele, da mesi coinvolti nell’occupazione e la spoliazione della popolazione civile – è stata scoperta e sono scoppiati gli scontri, l’operazione è stata accompagnata da pesanti bombardamenti aerei. Quattro palestinesi sono stati uccisi, tra cui due bambini e una donna, e decine feriti. Nelle stesse ore una bambina, Israa Al-Hissi è stata uccisa a Deir al-Balah. I numeri possono sembrare freddi quando compaiono in una riga di un articolo. Ma ogni numero è una persona con un nome, una famiglia e progetti per una giornata iniziata come le altre.
IERI, SOTTO IL TETTO di una casa distrutta a Katiba, una parte di me era ancora nel nostro appartamento l’8 giugno 2024. Certi giorni non finiscono quando cessano i raid. Rimangono nel modo in cui respiri, nella tua paura degli spazi chiusi e nel modo in cui la tua mano cerca istintivamente il telefono alla prima esplosione.
Commenta (0 Commenti)Usa-Iran Macché nucleare o democrazia, ormai la guerra è solo per lo stretto di Hormuz. Washington deve garantire i traffici, per Teheran è la linea del Piave. E gli attacchi ripartono: gli Usa bombardano l’isola di Larak, l’Iran le basi americane in Giordania. Così non finirà mai
Usa-Iran Washington vuole segnalare di essere in grado di proteggere il traffico marittimo. Teheran non può non reagire: riecco la guerra
LEGGI ANCHE Dal Golfo all’Egeo, la stessa partita
Navi sullo stretto di Hormuz al largo di Bandar Abbas, vicino all’isola di Larak colpita ieri notte dai bombardieri – Foto Ap
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian affronta per la prima volta gli alleati dopo l’introduzione delle sanzioni economiche eccezionali degli Stati uniti, al vertice annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Kirghizistan. Deve convincere i dieci stati membri a pieno titolo, tra cui Cina, India e Russia, oltre alla Turchia come partner di dialogo, a continuare il rapporto economico con Teheran nonostante le minacce di Washington.
Minacce che nella notte di lunedì si sono di nuovo materializzate sotto forma di missili: le forze Usa hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak, a est dell’isola di Kharg, uccidendo tre persone e ferendone diverse altre. Poche ore dopo la Forza aerospaziale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione ha lanciato diversi missili balistici contro due basi militari statunitensi in Giordania.
Pezeshkian, parlando con il primo ministro indiano Narendra Modi a margine di una riunione sulla sicurezza regionale, ha detto che la soluzione ai problemi risiede nel dialogo e nella cooperazione e che ogni risorsa va impiegata per prevenire la diffusione dell’insicurezza e dei conflitti. Lo scrive l’agenzia iraniana Tasnim. Nel frattempo Trump pubblicava un video generato dall’intelligenza artificiale che, a suo dire, mostra la distruzione del’’isola di Kharg, principale centro petrolifero iraniano, e definisce l’Iran una nazione fallita senza marina né aeronautica.
IL RITORNO ALLE OSTILITÀ arriva dopo settimane in cui l’amministrazione Trump ha intensificato gli sforzi per punire Teheran e i suoi partner commerciali con sanzioni economiche sempre più pesanti. In vista del G20 il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto ai leader finanziari mondiali che i legami economici con Teheran vanno recisi, senza vie di mezzo. «O siete con noi o siete con gli iraniani», ha avvertito.
Modi, dopo l’incontro con Pezeshkian, ha scritto su X che l’India vuole ampliare e diversificare il proprio paniere commerciale in futuro e che i due leader hanno discusso della situazione attuale nella regione. Il messaggio si chiude con un impegno a sostenere ogni sforzo per una pace duratura, formula che lascia trasparire l’ambiguità politica di New Delhi, poco incline a esporsi. Previsti anche incontri bilaterali del presidente iraniano con i suoi omologhi Putin e Xi Jinping.
DA ALCUNI GIORNI gli Stati uniti sostengono di essere riusciti a ristabilire il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Il presidente Usa è arrivato a dichiararlo territorio americano. Secondo alcune fonti iraniane, gli Stati uniti sarebbero riusciti a far passare durante la notte piccole petroliere, usate per i trasferimenti di petrolio da nave a nave, lungo una rotta meridionale vicino alle coste dell’Oman e alla penisola di Musandam. Le imbarcazioni di piccole dimensioni permettono di evitare le mine e riducono l’esposizione alla sorveglianza e agli attacchi iraniani durante la notte. Individuare tali movimenti è diventato più difficile per Teheran dopo i precedenti attacchi statunitensi a radar, torri di monitoraggio e altri sistemi di sorveglianza. Ma Teheran è determinata a impedire che questa limitata riapertura si trasformi in una situazione stabile e starebbe preparando ulteriori misure per chiudere le lacune ancora esistenti, tra cui una nuova operazione di posa di mine e attacchi contro le navi che utilizzano questa rotta.
SE WASHINGTON è riuscita a creare un corridoio marittimo limitato, Teheran cerca di interromperlo e impedire che il traffico si consolidi. In questo scenario l’attacco americano di lunedì notte assume una dimensione politica. Washington vuole segnalare ai mercati e alle compagnie di navigazione di essere in grado di proteggere il traffico marittimo.
L’azione costituisce anche un campanello d’allarme per Teheran, che non può contare su un’assenza di manovre militari Usa in vista delle elezioni di metà mandato. Washington può alzare la tensione in qualsiasi momento. Se l’Iran permettesse che il traffico nello stretto torni gradualmente alla normalità, indebolirebbe la principale leva strategica costruita da Teheran. Non può restare a guardare senza reagire.
UN ASPETTO importante degli attacchi di rappresaglia iraniani è stata la velocità: solo quattro ore tra il colpo statunitense a Larak e il lancio del missile balistico iraniano. L’esercito iraniano ha ridotto drasticamente i tempi di risposta fondendo lo stato maggiore con il Quartier Generale Centrale Khatam al Anbiya.
LA RAPIDITÀ della reazione e il volume di fuoco, 32 missili balistici contro la base americana in Giordania, sembrano rientrare nel cambiamento della nuova dottrina militare iraniana, passata dalla difensiva all’offensiva e annunciata pochi giorni fa dal portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia. Il principio cardine del nuovo approccio, ha sottolineato Akraminia, è una risposta immediata a qualsiasi atto di aggressione contro il paese, con una rappresaglia potenzialmente molto più ampia dell’attacco iniziale.
Gli attacchi di lunedì potrebbero quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo di escalation, stavolta incentrato sulla contesa per stabilire chi sia davvero in grado di dettare e far rispettare le regole di transito attraverso lo Stretto di Hormuz.
Commenta (0 Commenti)|
Un Lunedì Rosso sulle nuove forme di colonizzazione. Quella digitale, con l’Europa dipendente dalle grandi piattaforme. Quella delle risorse, con Trump alla conquista del petrolio venezuelano. E quella dell’informazione, tra comunicazione, propaganda e intelligenza artificiale. Nella foto: Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate, una madre tiene tra le mani la foto dei figli durante la marcia a Città del Messico, domenica 30 agosto 2026 (Eduardo Verdugo/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-31-agosto-2026
|