Guardia medica Dentro quelle mura lo stato di diritto non arriva. Nei Cpr i migranti si ammalano, compiono atti di autolesionismo, muoiono. Pura tortura: pochi vengono rimpatriati. Molti medici sostengono che quei centri sono incompatibili con la salute e lo fanno a viso aperto. Per questo una procura li indaga, li perquisisce, li intimidisce. Li vorrebbe carcerieri
Guardia medica Ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. È chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce
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Flashmob organizzato all'ospedale di Ravenna, in risposta alla perquisizione eseguita nel reparto di malattie infettive lo scorso febbraio – Ansa
Inchieste giornalistiche, studi accademici e più recentemente anche procedimenti giudiziari hanno documentato nei dettagli cosa accade dietro i muri dei Cpr, veri buchi neri della democrazia. Fiumi di psicofarmaci somministrati per sedare le persone invece di curarle, mancanza di assistenza medica e visite specialistiche, ritardi negli interventi di primo soccorso, degrado igienico-sanitario. E dunque lamette e pile ingerite, suicidi tentati o portati a termine, deliri psicotici e sviluppo di dipendenze che permangono anche dopo la fine della detenzione. È questo che migliaia di persone vivono ogni anno nel Cpr romano di Ponte Galeria o in quello milanese di via Corelli, in corso Brunelleschi a Torino o a Macomer, Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo, Bari. L’incompatibilità tra diritto alla salute e Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è un dato di fatto.
Lo hanno sperimentato sulla propria pelle, tra gli altri, Moussa Balde e Ousmane Sylla. Il primo era arrivato in Italia nel 2017. Quattro anni dopo ha subito un’aggressione razzista a Ventimiglia: calci, pugni e bastonate. Invece di ricevere cure, nonostante una prognosi di dieci giorni, è stato rinchiuso nel Cpr di Torino. Qui ha mostrato da subito segnali di difficoltà psichica. Lo hanno messo in isolamento nella sezione Ospedaletto. Pochi giorni dopo, in una domenica di maggio, si è arrotolato un lenzuolo intorno al collo e si è ammazzato. Aveva 23 anni. «Ha subito un processo di animalizzazione», dice il giudice nella sentenza di condanna della direttrice del centro.
Anche Ousmane si è impiccato, alle sbarre di Ponte Galeria il 4 febbraio 2024. Era finito nel Cpr di Trapani dopo aver denunciato maltrattamenti in un centro di accoglienza vicino Cassino. La psicologa della struttura siciliana aveva rilevato un’importante sofferenza psicologica. Per questo il legale del ragazzo ne aveva chiesto il trasferimento in una struttura idonea ad assisterlo. Invece l’Asp di Trapani ha rilasciato il certificato di idoneità alla detenzione. Così Sylla è stato trasferito, ma nel Cpr della capitale. Qualche giorno dopo non ce l’ha fatta più. Di lui è rimasta una scritta sul muro: «Se un giorno dovessi morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa». Era nato in Guinea, paese con cui l’Italia non ha un accordo di rimpatrio: era stato rinchiuso senza alcuna ragione.
Malgrado venga spesso dimenticato, per la legge italiana il trattenimento in un Cpr, a differenza della detenzione, non ha nulla di punitivo ma è una misura eccezionale con motivazioni strettamente logistiche: dovrebbe servire solo a preparare il rientro coatto nel paese di provenienza. Eppure ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. Dunque è chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce.
Va anche ricordato che i dannati dei Cpr non hanno commesso reati, ma irregolarità amministrative per documenti che lo Stato nega loro. Nessun italiano viene detenuto per simili ragioni, nessun italiano finisce dietro le sbarre su decisione di un magistrato onorario come il giudice di pace, nessun italiano viene privato della libertà in strutture gestite da privati con lo scopo di massimizzare i profitti. Come le società che hanno in mano i Cpr, vere e proprie galere etniche.
C’è da augurarsi che i pm di Ravenna che accusano alcuni medici di non aver timbrato i certificati di idoneità al trattenimento forniti dalle autorità di polizia siano consapevoli di tutto il quadro della detenzione amministrativa. Di sicuro devono sapere che la Corte costituzionale, ripresa dal Consiglio di Stato, ha intimato alla politica di regolare i modi del trattenimento. Il governo Meloni, abituato a gestire l’immigrazione a colpi di decreto, ha inserito queste norme in un disegno di legge fermo in parlamento. Così il certificato di idoneità è rimasto uno snodo decisivo, che per il personale sanitario implica enormi responsabilità anche penali, ma di scarsissima disciplina.
A leggere le prime carte dell’inchiesta, l’impressione è che le indagini si siano concentrate sulle discussioni, e in alcuni casi le legittime esternazioni pubbliche, dei dottori. Come se confrontarsi sulla tutela dei soggetti vulnerabili sia prova di colpevolezza.
Le perquisizioni di ieri, che hanno portato all’ipotesi dell’associazione a delinquere, sono partite da un’informativa del Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Dieci anni fa lo stesso Sco aveva condotto le indagini in un altro caso eclatante in ambito migratorio: quello contro l’ong Iuventa. Anche quella volta fu sollevata l’ipotesi di associazione a delinquere. Ma alla fine migliaia di ore di intercettazioni, armadi pieni di presunte prove, illazioni su pseudo contatti trafficanti-ong non hanno portato a nulla. «Il fatto non sussiste», ha stabilito il 19 aprile 2024 il tribunale di Trapani. In sede di udienza preliminare perché non c’è stato neanche un rinvio a giudizio. Nel frattempo la reputazione delle ong e le vite degli imputati erano già state distrutte. Non il valore umano e politico del loro impegno e della loro professionalità.
Commenta (0 Commenti)Broglio di ricino Con 113 sì, 71 no e due astenuti la legge elettorale passa a Palazzo Madama, ma l’ultimo passaggio a Montecitorio non è senza rischi. Con il nuovo sistema solo l’alleanza con Fn garantirebbe la vittoria a destra
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Cartelli di protesta in Senato durante la votazione finale del disegno di legge sulla Riforma elettorale, Roma, 15 Settembre 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Con una prova di compattezza il centrodestra ha approvato ieri mattina in Senato la propria riforma elettorale, con 113 sì, 71 voti contrari delle opposizioni e due astenuti della Svp. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha trasmesso già nel pomeriggio la nuova versione del Melonellum alla Camera, che potrà intervenire solo sui pochi commi modificati a Palazzo Madama.
A PREOCCUPARE Giorgia Meloni non è tanto la battaglia parlamentare preannunciata dai dem alla Camera, con Chiara Braga e Simona Bonafè, quanto la tenuta dei gruppi di Fi e della Lega. E lo dimostra il fatto che si sta già ragionando se porre o meno la fiducia al fine di minimizzare il numero dei voti a scrutinio segreto. L’incidente parlamentare potrebbesempre accadere in primo luogo perché il nuovo sistema favorisce Fdi a scapito di Fi e Lega, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta alle urne; e in secondo luogo perché ci si sta rendendo conto che se le Corte costituzionale intervenisse sui punti più controversi, la versione risultante del Melonellum sarebbe ancora più deleteria per le sorti dei due partiti junior partner di Fdi.
Ieri mattina nelle dichiarazioni di voto finali in Senato, gli esponenti del centrodestra (Andrea De Priamo di Fdi, Andrea Paganella della Lega, Roberto Rosso di Fi e Mariastella Gelmini di Nm) hanno ripetuto la narrazione sulla propria riforma: essa serve per assicurare stabilità al Paese, evitando «governi tecnici e dettati dall’Europa» (Paganella) oppure «la palude» (De Priamo) e per introdurre «trasparenza» (Rosso) davanti agli elettori con l’indicazione del candidato premier: «Ci piacerebbe sapere cosa vi dia fastidio nel fatto che le forze politiche, prima delle elezioni, dicano agli italiani chi vorrebbero come Presidente del Consiglio», ha detto De Priamo.
TRA LE OPPOSIZIONI il più diretto nella contro-narrazione è stato Matteo Renzi: il centrodestra vuol cambiare il Rosatellum «non tanto perché ha a cuore la stabilità, ma più banalmente perché ha paura di perdere con quel sistema». E in effetti la cronaca di questi mesi si sono susseguite molteplici variazioni del Melonellum, ma con un’unica costante: l’eliminazione dei collegi uninominali del Rosatellum, che avevano consentito al centrodestra di vincere nel 2022 e che ne decreterebbero la sconfitta alle prossime politiche. Dagli altri gruppi di opposizione sono state sollevate le altre critiche: che il Melonellum con il suo premio «abnorme» mette in mano alla coalizione vincente anche l’elezione degli organi di garanzia (Peppe De Cristofaro di Avs e Francesco Boccia del Pd), che la rappresentanza è talmente alterata da fare del nuovo sistema una «legge truffa» (Luca Pirondini di M5s), come conferma il blitz dell’innalzamento del numero delle firme per i soggetti che vogliono correre alle elezioni e che sono ora fuori dal Parlamento.
LA PERFIDIA DEL DESTINO ha voluto che proprio il giorno dell’approvazione del Melonellum da parte del Senato, dunque nel testo che poi dovrebbe essere definitivo, Youtrend ha pubblicato delle proiezioni che confermano come con il nuovo sistema l’eventuale alleanza del centrodestra con Futuro nazionale diventi decisiva: con Vannacci in coalizione, il centrodestra otterrebbe 226 seggi alla Camera e 117 al Senato (in realtà esso pone il limite di 220 e 113 seggi nei due rami del Parlamento); con l’ex addetto militare a Mosca fuori dalla coalizione la vittoria arriderebbe al Campo largo, che avrebbe rispettivamente 221 e 110 seggi. E per una maggioranza che ha legiferato con i sondaggi alla mano, questi numeri non sono un buon viatico per l’esame a Montecitorio.
QUI IL CENTRODESTRA intende correre, portando in Aula il testo il 28 settembre. I margini di intervento degli emendamenti sono piccolissimi, ma comporterebbero comunque voti a scrutinio segreto. Il malumore di molti deputati di Fi e Lega non viene celato a taccuini chiusi. Il Melonellum, aumentando il numero di eletti con metodo proporzionale da 245 a 314, va a solo vantaggio di Fdi, il partito più votato. Ma da diversi giorni le discussioni riguardano un altro tema: cosa residuerebbe da una sentenza della Consulta che censurasse i punti più dubbi del Melonellum? Secondo i costituzionalisti auditi sono a rischio le parti che controbilanciano il nuovo sistema in favore di Fi e Lega, a partire dal listone bloccato nazionale. Tajani e Salvini hanno accettato il Melonellum perché il listone bloccato garantisce un numero di candidature superiore al peso elettorale dei due partiti. Se la Corte, come l’ampia maggioranza dei giuristi ha sostenuto, lo cassasse, il premio verrebbe assegnato mediante lo scorrimento dei candidati delle liste proporzionali, cioè ancora una volta proporzionalmente ai voti, ancora una volta a favore di Fdi.
Non è dunque un caso se Palazzo Chigi stia studiando la tattica parlamentare da adottare a Montecitorio, così da minimizzare i voti a scrutinio segreto, che riguarderà in ogni caso il voto finale sulla legge.
Commenta (0 Commenti)Il video in esclusiva Due anni fa il 19enne Ramy Elgaml è morto schiacciato da un’auto dei Carabinieri a Milano. Era su una moto fuggita all’alt, per i militari scivolata da sola nella corsa. La ricostruzione in 3D basata sulle riprese di quella notte li smentisce: il mezzo fu speronato e abbattuto
Il video in esclusiva Secondo la ricostruzione dell'ong investigativa Index depositata oggi in tribunale, e che il manifesto è in grado di pubblicare in anteprima, la volante dei militari avrebbe provocato l'incidente con due distinte deviazioni verso il motociclo su cui viaggiava il giovane
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https://ilmanifesto.it/caso-ramy-la-perizia-di-parte-che-smentisce-i-carabinieri
Nei momenti finali dell’inseguimento conclusosi con la morte di Ramy Elgaml a Milano nell’autunno 2024, la volante dei Carabinieri che tallonava lo scooter su cui viaggiava la vittima ha effettuato «due distinte deviazioni» verso il motociclo, provocandone lo sbandamento e poi investendo il corpo di Elgaml. Tanto sostiene una nuova consulenza tecnica di parte depositata oggi presso il tribunale di Milano dagli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza, difensori del conducente dello scooter Fares Bouzidi, che il manifesto rivela in anteprima.
Questa ricostruzione contraddice frontalmente le dichiarazioni rese finora dagli agenti coinvolti nell’incidente. Composta da un video e da un rapporto metodologico di una quarantina di pagine, è stata realizzata dall’ong francese Index, specializzata nell’analisi dei video e nella costruzione di modelli 3d e con una lunga esperienza d’inchiesta su casi di violenze della polizia in Francia e all’estero.
L’incidente nel quale ha perso la vita Elgaml – che all’epoca aveva 19 anni – è accaduto alle 4 del mattino del 24 novembre 2024 all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta a Milano, al termine di un inseguimento durato diversi minuti. Nel processo che dovrebbe aprirsi a breve, sia l’autista della volante, l’agente Antonio Lenoci, sia quello dello scooter, Fares Bouzidi, sono imputati per «omicidio stradale». Altri sei militari sono accusati di frode processuale, favoreggiamento, falso e di aver interferito a vario titolo nelle indagini.
Finora gli agenti coinvolti hanno sostenuto che non vi è stato alcun impatto tra la macchina che conducevano e lo scooter prima che questi cadesse a terra e prima che la volante si scontrasse con un semaforo all’incrocio. Secondo i carabinieri, l’incidente sarebbe stato causato dal tentativo di Bouzidi di effettuare una «purtroppo inutile svolta a sinistra in direzione di via Quaranta», manovra che avrebbe fatto perdere il controllo del mezzo al conducente del motorino, il quale sarebbe poi andato a finire contro «il palo semaforico», come si legge nelle relazione di servizio scritta da Lenoci due giorni dopo la morte di Elgaml.
La perizia di Index si basa sui video delle telecamere di sorveglianza – comprese quelle che hanno filmato l’incidente – e su quelli delle dashcam di alcune altre volanti che hanno partecipato all’inseguimento. Oltre ai video, gli esperti francesi hanno anche utilizzato i numerosi dati presenti all’interno del faldone: fotografie del luogo e dei veicoli, planimetrie, rilievi con drone, dichiarazioni e relazioni di servizio.
Sfruttando questo materiale, Index ha ricostruito la scena in un modello 3D e vi ha posizionato all’interno la volante e lo scooter, tramite un’analisi dettagliata dei video delle telecamere di sorveglianza. Questo lavoro, interamente consultabile su www.ilmanifesto.it, ha permesso di visualizzare con precisione le traiettorie seguite dai veicoli nei momenti che hanno preceduto l’incidente.
Così Index ha identificato «due distinte deviazioni verso sinistra, in direzione del motociclo» compiute dalla volante, una subito prima e una nel mezzo dell’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, entrambe eseguite «a velocità elevata e in condizioni di minima distanza laterale tra i due mezzi.»
La prima «deviazione» della volante verso il motorino avviene mentre i due veicoli stanno arrivando all’incrocio, lungo via Ripamonti. Secondo Index, dalle distanze rilevate nel modello 3D e dal movimento della volante in questo punto, «si evince che un impatto tra i due veicoli si è verificato con un elevato grado di probabilità». In quel momento i due mezzi viaggiavano a una velocità di poco superiore ai 50km/h. È «altamente probabile», scrivono gli esperti francesi, che questo impatto abbia provocato «la destabilizzazione del motoveicolo, inducendo una perdita di controllo, quantomeno temporanea, da parte del conducente.»
Per studiare il comportamento dei veicoli all’incrocio con via Quaranta, Index ha proiettato al suolo le loro traiettorie, utilizzando i video di una delle telecamere di sorveglianza e le fotografie realizzate dalla polizia municipale di Milano subito dopo l’incidente.
L’analisi rivela che, «successivamente ad un impatto occorso con alta probabilità in via Ripamonti prima dell’incrocio», lo scooter si mantiene «sostanzialmente rettilineo», dirigendosi grosso modo verso l’attraversamento pedonale opposto e il semaforo. «Il percorso così modellizzato non presenta evidenza di una manovra di svolta a sinistra», si legge nella perizia, all’opposto di quanto dichiarato dagli agenti. Anzi: è la volante a deviare verso sinistra, non il motorino. «L’analisi della traiettoria della volante dei Carabinieri, al contrario, evidenzia una marcata deviazione verso sinistra, che la conduce a intersecare la traiettoria del motociclo», scrive Index.
Secondo Index, insomma, la volante dei Carabinieri avrebbe provocato un primo impatto subito prima dell’incrocio con via Quaranta, e poi deviato ulteriormente verso il motorino proprio mentre questo stava cadendo. Un comportamento tutto sommato coerente con quanto si può osservare negli altri video del faldone. In un video che risale a qualche minuto prima dell’epilogo finale dell’inseguimento, girato da una dashcam montata sul cruscotto di un’altra volante, si vede come gli agenti alla guida cerchino di far cadere il motorino, che colpiscono sul fianco. Il motorino riesce, in qualche modo, a restare in piedi. «Vaffanculo, non è caduto…», commenta un agente nel filmato.
Negli ultimi istanti dell’incidente nell’incrocio tra via Quaranta e via Ripamonti, invece, il motorino perde aderenza e scivola a terra verso il marciapiede. Ramy Elgaml cade, rimanendo al suolo vicino al semaforo. La volante dei carabinieri, avendo deviato a sinistra verso il motociclo, finisce la sua corsa contro il semaforo e, soprattutto, sopra Elgaml.
Secondo l’autopsia effettuata su quest’ultimo, è proprio la «compressione» dell’autovettura sul suo corpo ad averne provocato «il decesso pressoché immediato». Trasportato in urgenza al Policlinico di Milano, Ramy Elgaml è dichiarato ufficialmente morto alle 4.58 del mattino.
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Che mostra del cinema è stata a Venezia? Tra molte polemiche e lampi di coraggio, uno sguardo retrospettivo sul filo della storia e del presente. Nella foto: un lavoratore alla mostra del cinema di Venezia 83, foto Alessandra Tarantino /Ap Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. |
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Alcuni membri del partito dei Verdi festeggiano a Stoccolma per i risultati degli exit poll, il 13 settembre 2026 (Jessica Gow /TT News Agency via AP)
A scrutinio molto avanzato risulta che il centrosinistra è in lievissimo vantaggio sulla coalizione di centrodestra alle elezioni in Svezia: si sono tenute domenica per rinnovare i 349 seggi del parlamento (Riksdag), che poi elegge il capo del governo. La coalizione di centrosinistra è composta dai Socialdemocratici – che si sono riconfermati il primo partito con più del 27 per cento dei voti (lo sono da oltre un secolo, nonostante i consensi in calo) – dai Verdi, dal partito di Sinistra e di Centro.
Il centrosinistra ha pochi decimali di punto in più della coalizione di centrodestra del primo ministro uscente Ulf Kristersson, molto penalizzata dal calo dei consensi del partito di estrema destra Democratici Svedesi. Se i dati definitivi confermassero questo risultato il centrosinistra avrebbe solo un seggio in più in parlamento rispetto al centrodestra: è un margine di vittoria molto, molto risicato, talmente piccolo che potrebbe anche essere messo in discussione dai voti dall’estero, che non saranno conteggiati prima di mercoledì. È possibile dunque che fino ad allora non si saprà chi ha vinto con certezza.
Se dovesse essere confermata la pur modesta vittoria del centrosinistra, tornerebbe a capo del governo Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, dopo 4 anni di governo Kristersson.
Al comitato dei Socialdemocratici a Stoccolma avevano già festeggiato gli exit poll, che avevano dato un margine di vittoria del centrosinistra molto più largo di quello che si è rivelato con i dati reali: nella foto la leader Magdalena Andersson (Jonas Ekstroemer/TT News Agency via AP)
Kristersson è a capo di una coalizione di centrodestra che in campagna elettorale ha puntato su buoni risultati dell’economia svedese e su qualche successo nella repressione delle bande criminali, in cui spesso vengono reclutati minorenni immigrati di seconda generazione. Sono successi ottenuti con politiche radicali e controverse, come le espulsioni anche per i minorenni e l’abbassamento dell’età in cui si può andare in carcere, scesa a 14 anni per i reati più gravi.
Il governo è composto dal partito del primo ministro – i Moderati svedesi, che è diventato il secondo partito più votato con il 2o per cento dei voti (in crescita rispetto alle ultime elezioni) –, dai Cristiano Democratici e dai Liberali. I Liberali hanno ottenuto più del 5 per cento dei voti, un risultato superiore alle aspettative, visto che alla vigilia delle elezioni era un partito considerato a rischio di non superare la soglia di sbarramento del 4 per cento.
Il primo ministro svedese Ulf Kristersson la sera delle elezioni, a Stoccolma (Christine Olsson/TT News Agency via AP)
Al contrario ha avuto un risultato molto deludente il partito di estrema destra Democratici Svedesi, che ha perso quasi 3 punti percentuali dalle ultime elezioni e che passa dall’essere il secondo partito in parlamento al terzo con il 17 per cento dei voti: in questi ultimi quattro anni ha dato un appoggio esterno al governo, condizionandone la linea su immigrazione e sicurezza. I sondaggi lo davano in crescita, e puntava a entrare nella coalizione di governo in caso di vittoria del centrodestra.
I Democratici Svedesi furono fondati nel 1988 da un gruppo di attivisti che facevano parte di vari circoli e partiti neonazisti o di suprematisti bianchi. Fino ai primi anni Duemila sono stati apertamente neonazisti, poi con la nuova guida politica di Jimmie Åkesson hanno espulso gli esponenti più estremisti e iniziato un processo di “normalizzazione”, restando però sostanzialmente un partito di destra radicale, con posizioni assimilabili a quelle di Alternative für Deutschland (AfD) in Germania.
Secondo alcune analisi avrebbe favorito la coalizione di centrosinistra proprio questo processo di “normalizzazione” e la prospettiva che un partito così estremo arrivasse a governare. La campagna dell’opposizione si è del resto basata molto sul pericolo che i Democratici Svedesi arrivassero al governo.
Il leader dei Democratici Svedesi Jimmie Åkesson durante un comizio, il 7 settembre (Magnus Lejhall/TT News Agency via AP)
I leader del centrosinistra hanno insistito sul fatto che il paese si è allontanato negli ultimi anni dalla sua storica reputazione di nazione all’avanguardia nei diritti civili e nelle politiche di welfare, ma riguardo all’immigrazione anche i Socialdemocratici si sono spostati su posizioni più rigide, in contrasto con la storica accoglienza del paese. Di fatto, hanno detto che in caso di vittoria confermerebbero l’approccio del governo uscente.
La campagna elettorale era cominciata con la coalizione di sinistra ampiamente avanti nei sondaggi, ma poi con il passare delle settimane quel vantaggio si è sempre più ridotto e sabato sinistra e destra sembravano praticamente alla pari, un risultato confermato anche dai risultati quasi definitivi.
In Svezia si vota con un sistema proporzionale puro, con soglia di sbarramento del 4 per cento. L’affluenza è stata di poco superiore all’80 per cento, un dato molto alto ma in linea con la tradizione svedese, anche perché è previsto il voto in anticipo: si poteva votare dal 26 agosto.
SINDROME DI STOCCOLMA
Il modello non c'è più Anche sulla Svezia, oggi al voto, soffia forte il vento dei nazionalismi: il premier conservatore potrebbe restare in sella imbarcando nel governo l’ultradestra, che già detta la linea. Vittoria dei socialdemocratici possibile, ma su riarmo, migranti e sicurezza la ricetta è sempre la stessa
Il modello non c'è più Stretta su migranti, sicurezza e riarmo: i socialdemocratici inseguono il governo conservatore
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La presidente dei socialdemocratici svedesi Magdalena Andersson e il primo ministro conservatore Ulf Kristersson – Foto Ansa
La Svezia torna oggi alle urne per rinnovare i 349 seggi del Riksdag. I sondaggi danno un testa a testa tra il blocco di centrosinistra, guidato dalla socialdemocratica Magdalena Andersson, e la coalizione conservatrice del primo ministro Ulf Kristersson. Qualunque sia l’esito, il voto arriva dopo quattro anni che hanno modificato profondamente il quadro politico svedese, a lungo considerato simbolo del welfare universale, dell’apertura internazionale e dello Stato costruito sull’idea del folkhem, la «casa del popolo».
QUATTRO ANNI DI GOVERNO della destra hanno prodotto qualcosa di più di un semplice cambio di maggioranza. Con l’accordo di Tidö, siglato dopo le elezioni del 2022, Moderati, Cristiano-democratici e Liberali hanno formato il governo con il sostegno esterno, ma decisivo, degli Sverigedemokraterna (Sd), i Democratici svedesi di Jimmie Åkesson.
Nato nel 1988 in ambienti dell’estrema destra nazionalista, il partito raccolse alle ultime elezioni il 20,54 percento dei voti e conquistò 73 seggi, diventando la seconda forza del paese dopo i Socialdemocratici (S). Da allora Åkesson sui temi dell’immigrazione, dell’integrazione e della sicurezza, ha esercitato un’influenza decisiva sull’agenda dell’esecutivo.
Le politiche migratorie sono diventate più restrittive; il dibattito pubblico si è concentrato su rimpatri, cittadinanza e controllo delle frontiere; la lotta alle gang e alla criminalità ha favorito l’espansione dei poteri dello Stato e delle politiche securitarie. Anche la ricerca dell’autonomia energetica ha assunto una nuova direzione: il ritorno al nucleare, con il governo che ha aperto alla costruzione di nuovi impianti in aree costiere finora escluse.
Se a vincere sarà il centrosinistra, la prima difficoltà per Magdalena Andersson sarà la formazione di governo. Socialdemocratici, Verdi, Vänsterpartiet e Centro, sono accomunati dall’opposizione a Kristersson e all’ingresso degli Sd nell’esecutivo, ma restano divisi su temi come fiscalità ed energia.
Ma la difficoltà più profonda sarebbe un’altra: tornare al governo senza poter ripristinare la Svezia precedente a Tidö. Una vittoria socialdemocratica, infatti, non sembra preludere a una rottura radicale con le politiche degli ultimi quattro anni. Andersson promette più investimenti nel welfare, maggiore attenzione alle famiglie e una maggiore equità fiscale, ma non mette in discussione la stretta sull’immigrazione. La svolta degli ultimi anni ha ormai cambiato il terreno del confronto politico, spostando verso destra anche il dibattito sui temi che un tempo distinguevano maggiormente i partiti.
ANCHE SULLA CRIMINALITÀ, la distanza si è ridotta: pene più severe, ampliamento dei poteri della polizia e nuove infrastrutture penitenziarie sono diventati punti importanti della politica socialdemocratica. La differenza tra i due blocchi riguarda sempre più spesso il grado e gli strumenti delle politiche securitarie, e non la loro direzione. Basti pensare che i socialdemocratici hanno sostenuto circa sette proposte del governo su dieci in materia di migrazione, mentre sulla criminalità il loro voto ha coinciso con quello dell’esecutivo con una frequenza analoga.
QUESTE ELEZIONI sono le prime dopo l’ingresso della Svezia nella Nato, nel marzo 2024. La fine di oltre due secoli di non allineamento militare segna una svolta interna: riarmo, aumento delle spese per la difesa e centralità della sicurezza nazionale sono ormai pilastri di un consenso trasversale. Già nel 2017, di fronte al peggioramento della sicurezza nel Baltico, fu il governo socialdemocratico di Stefan Löfven, a reintrodurre la leva, estendendola a uomini e donne nati dal 1999.
L’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente avvicinato le posizioni dei due schieramenti. Andersson e Åkesson sostengono l’aiuto militare a Kiev e appoggiano l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 3,5 per cento del Pil entro il 2030. Il dibattito non riguarda più se aumentare le spese militari, ma quali settori del welfare dovranno eventualmente cedere il passo.
SE INVECE IL BLOCCO conservatore dovesse confermarsi, la questione centrale sarebbe il nuovo equilibrio di potere all’interno della destra. Dopo quattro anni trascorsi come sostenitori esterni, gli sverigedemokraterna chiedono di entrare nell’esecutivo. Sarebbe il passaggio definitivo a forza di governo per un partito che per decenni è stato considerato un paria dalla politica svedese.
Åkesson non arriverebbe al tavolo delle trattative come un alleato minore. I democratici svedesi si collocano nei sondaggi tra il 18,3 e il 19 per cento. Se dovessero superare i Moderati, la posizione di Kristersson alla guida del blocco conservatore potrebbe vacillare. Una vittoria della destra alle urne sancirebbe dunque una nuova fase della politica svedese, nella quale il nazionalismo non si limiterebbe più a dettare l’agenda, ma parteciperebbe direttamente al governo del Paese.
LA PARTITA SI GIOCA però anche fuori dal Riksdag. Oggi si vota anche per i consigli comunali e regionali, con Stoccolma, Göteborg e Malmö tra i principali terreni di confronto. Qui la sfida per il centro sinistra sarà soprattutto conservare il controllo delle grandi aree urbane, mentre per la destra il terreno decisivo resta quello dei comuni più piccoli e delle aree periferiche, dove gli sverigedemokraterna hanno costruito negli ultimi anni una parte importante del proprio consenso.
Il voto di queste elezioni non deciderà soltanto chi governerà la Svezia, ma se il paese saprà cambiare direzione o se la svolta degli ultimi quattro anni è ormai diventata il suo nuovo punto di partenza.
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