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Casa della salute senza medici?

 

Alla vigilia dell’apertura della Casa della Salute – ubicata com’è noto nei pressi del Centro commerciale “La Filanda” – i medici di famiglia sono in agitazione e minacciano lo sciopero.

Non è questione da poco, dal momento che i vertici dell’Usl Romagna hanno affermato: “… il trend di progettazione delle Case della Salute […] si rende possibile sulla base della possibilità di adesione da parte dei medici di medicina generale che aderiscono al progetto su base volontaria”.

E se i medici non aderiscono? Quali confronti si sono svolti in ambito regionale e quali accordi sono stati definiti fra le parti perché ciò avvenga?

Nel corso di un’audizione tenutasi nelle settimane scorse presso la Commissione Politiche per la Salute e Politiche sociali, i medici di famiglia hanno riaffermato la necessità di un coordinamento fra professionisti nell’ambito del percorso diagnostico – terapeutico – assistenziale. Hanno evidenziato come il problema dei problemi sia la cronicità e che questa riguarda un terzo della popolazione. Hanno insistito sul ruolo centrale del medico di famiglia e del rapporto di fiducia fra il paziente e il suo medico.

Domanda: non saranno stati fatti i conti senza l’oste?

Un confronto di merito con le rappresentanze dei medici di famiglia è necessario. Anzi, avrebbe dovuto essere svolto da tempo. Diversamente si rischia di impantanarsi prima ancora di essere partiti e di ridurre la Casa della Salute a “un contenitore nuovo per vecchi contenuti”.

Restano inoltre le criticità che abbiamo già più volte denunciato. Si inaugura una struttura destinata a cambiare le abitudini sanitarie di decine di migliaia di persone e nessuno sa niente. Quale informazione si intende fornire ai cittadini, e quando? Quali misure verranno adottate per consentire a tutti, e in particolare ad anziani e disabili, di raggiungere in sicurezza la Casa della Salute?

 

Faenza, 4 luglio 2016

 

 

 

L’Altra Faenza

 

LIPU, LEGAMBIENTE E WWF: LA REGIONE EMILIA-ROMAGNA

CONGELA LA TUTELA DELLA RETE NATURA 2000, UNA GRAVE DECISIONE


Stupore e disappunto delle Associazioni ambientaliste per la delibera regionale che sospende le Misure regolamentari relative al settore agricolo all’interno di rete Natura 2000.

“Ritirare il provvedimento e mostrare maggiore attenzione per la conservazione della natura”.

 

Bologna, 1° luglio 2016 - “Una decisione gravissima, che mette in pericolo la biodiversità dell’Emilia Romagna tutelata dalla rete Natura 2000 e che va immediatamente ripensata”.

Forti sono le preoccupazioni e il disappunto di Lipu, Legambiente e Wwf per la delibera 710 del 16 maggio 2016 con la quale la Regione Emilia-Romagna ha sospeso, sino al 31 dicembre di quest’anno, le Misure di conservazione di tipo regolamentare relative al settore agricolo in tutti i siti Natura 2000, che presentano al loro interno habitat preziosi e tutelati a livello europeo.

“Si tratta di una scelta molto grave – dichiarano le Associazioni - che può determinare un colpo durissimo alla biodiversità regionale tutelata dai siti Natura 2000, con tutto il loro patrimonio di specie animali e vegetali, siti e habitat naturali legati all’agricoltura”.

La decisione regionale giunge peraltro in un momento in cui le Regioni italiane sono chiamate a risolvere la procedura di infrazione (n. 2015/2163) che la Commissione europea ha aperto per la mancata designazione delle Zone speciali di conservazione (Zsc) e la mancata adozione delle misure di conservazione. La sospensione delle misure regolamentari in ambito agricolo decise dall’Emilia Romagna ritarderebbe ulteriormente la protezione dei preziosi elementi naturali tipici del nostro ambiente agricolo, e fondamentali per la tutela della biodiversità, e li lascerebbe alla mercé di azioni tali da comprometterne, in alcuni casi anche gravemente, l’adeguata conservazione.

“Come se non bastasse – aggiungono le Associazioni – ci giunge voce che la Regione ha anche deciso di azzerare i fondi del Psr (Programma sviluppo rurale) 2014-2020 destinati ai pagamenti agro-climatico-ambientali dedicati alla biodiversità. Non saranno certo provvedimenti di questo genere, peraltro presi senza coinvolgere il Comitato di Sorveglianza del Psr, organo preposto al controllo dell’attuazione del programma, a risolvere i problemi dell’agricoltura regionale mentre essi andranno ad aggravare la situazione proprio di quegli agricoltori virtuosi che hanno puntato sull’ambiente e la sua tutela”.

Con questi provvedimenti la Regione Emilia-Romagna subordina la conservazione della natura agli interessi economici legati ad un modello di agricoltura da tempo abbandonato dall’Unione europa con le ultime riforme della Pac. Oggi la tutela della biodiversità attraverso un efficace e efficiente gestione della rete Natura 2000 è infatti un obiettivo prioritario della Politica agricola comune dell’Europa.

 

Per tale ragione le tre Associazioni auspicano l’immediato ritiro di questi provvedimenti, ed hanno chiesto in queste ore un incontro urgente all’assessore all’Ambiente Paola Gazzolo, dichiarandosi pronte a percorrere tutte le strade democratiche e giuridiche per tutelare il patrimonio naturale dell’Emilia-Romagna, riconosciuto come bene comune dell’Europa e dell’Italia.



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Ufficio Stampa - Legambiente Emilia Romagna
Piazza XX Settembre, 7 - 40121 Bologna
Tel e Fax: 051 241324
www.legambiente.emiliaromagna.it

Si sta ampliando il fronte di quanti sostengono la necessità di difendere l’ospedale di Faenza dal rischio di un’ulteriore, inaccettabile, dequalificazione. Potrebbe accadere se si traducesse in pratica in modo acritico e burocratico quanto prevede il “decreto Balduzzi” in materia di riordino dei presidi ospedalieri nell’ambito dell’Area Vasta Romagna.

La strada possibile per evitarlo è l’abbinamento con quello di Lugo, così da disporre di un ospedale di 1º livello – con tutto ciò che questo significa – nei territori della Romagna Faentina e della Bassa Romagna.

L’Altra Faenza prende atto delle affermazioni in tal senso del sindaco Malpezzi nel corso della seduta del Consiglio comunale del 27 giugno scorso. E prende atto delle significative dichiarazioni delle coordinatrici del Pd delle due aree.

Non ci interessa rivendicare meriti e primati, anche se – assieme alle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil – siamo stati i primi a prospettare questa ipotesi, peraltro ancora tutta da conquistare. L’abbiamo fatto con una conferenza stampa, con volantini distribuiti in migliaia di copie, con un’interrogazione e un Ordine del giorno presentati in Consiglio comunale (chiediamo che venga discusso e approvato al più presto e riteniamo utile che OdG analoghi siano votati dagli altri Consigli comunali interessati). E non ci interessano polemiche e distinguo.

Ci premono il futuro dell’ospedale, gli interessi dei faentini e dei residenti nei Comuni del comprensorio, la difesa dei posti di lavoro.

Siamo ad un passaggio decisivo: è necessario che i sindaci dei territori di Faenza e di Lugo sostengano con coerenza e determinazione questa necessità in tutte le sedi e di fronte a chiunque, facendo valere il loro ruolo di rappresentanti delle comunità interessate, di responsabili della sanità pubblica e il sostegno ampio di cui possono avvalersi.

L’Altra Faenza continuerà a fare la sua parte, auspicando convergenze a favore di soluzioni positive e possibili, rispettose dei diritti della popolazione.

Per questo parteciperemo, con le nostre motivazioni, all’iniziativa “Difendiamo la sanità pubblica” indetta per venerdì 1º luglio attorno all’ospedale di Lugo.

 

Faenza, 30 giugno 2016

 

 

L’Altra Faenza

 

Continuiamo il dibattito sui risultati elettorali delle amministrative di giugno riprendendo da RavennaSette del 23 giugno una riflessione di Officina democratica, un gruppo faentino di cittadini e di quadri politici che fanno riferimento alla cosidetta sinistra Pd
 
Officina Democratica nasce per promuovere una riflessione sul futuro e le prospettive della sinistra riformista. È evidente quindi come non si possa evitare una considerazione sull’esito delle elezioni amministrative 2016. Ultimamente va molto di moda affermare che destra e sinistra siano due categorie del passato, ma un dato che emerge chiaro e omogeneo dai risultati del primo turno e del ballottaggio: la destra non vota un candidato di sinistra e viceversa. Anche se la destra in Italia si presenta senza un federatore capace di tenere unite le sue tante pulsioni, anche se dall’altra parte qualcuno ha voluto proporre un modello di centrosinistra che ammicca sempre più a destra, gli elettori restano quelli che sono, al massimo più confusi e lanciati verso il non voto. La rinnovata offerta elettorale non è riuscita a plasmare anche i necessari “nuovi” elettori. È solo riuscita ad allontanarli in maniera decisamente evidente.
L'intero profilo del Partito Democratico, negli ultimi anni, è stato impostato nella ricerca di un voto di centro e di destra senza che questo sia mai arrivato. Non solo: nella ricerca di questo voto di destra si è abbandonato completamente il blocco sociale che fino a ieri ha sempre sostenuto il centrosinistra, umiliandolo, rottamando non solo le persone ma anche i valori (come se, in ogni caso, fosse possibile rottamare gli uni o gli altri) e di fatto cacciando dalle urne tutta una consistente fetta del proprio elettorato storico.
Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo assistito da parte del Governo ad uno stile di leadership inconsueto per il centrosinistra. La quotidiana delegittimazione dei sindacati, il nazionalismo retorico, la spasmodica ricerca del nemico interno a cui dare la colpa per i propri insuccessi. Questo approccio ha portato a due risultati: da una parte ha smontato pezzo per pezzo il centrosinistra, inteso non solo come somma di partiti membri di una coalizione progressista, ma anche come settore valoriale e sociale di riferimento. Dall’altra ha messo tutti quelli che non la pensano come te (che secondo i sondaggi oscillano fra il 65 e il 70%) nelle condizioni di detestarti. Risultato? Quando si giunge al ballottaggio con una forza post-ideologica e populista come il M5S, l’elettorato di destra si salda a quello grillino e il PD perde, spesso con ampio margine.
Ma il M5S ha vinto anche perché ha lanciato messaggi che vanno anche oltre l'iniziale retorica sull'onestà. Ha parlato di reddito di cittadinanza, di sicurezza, di protezione. Ha parlato di giustizia sociale in un paese dove l'impoverimento si tocca con mano. Torino è solo la punta dell’iceberg del malcontento raccolto: si è perso in particolare nelle zone più di sinistra come Carbonia, Sesto Fiorentino, Finale Emilia. Si è perso anche contro la destra in numerose città del Nord Ovest e del Nord Est. A Milano si è tenuto perché al secondo turno si è fatta battaglia cercando di unire tutte le forze di sinistra, dove possibile, e lanciando messaggi completamente slegati dalla politica nazionale. Così come a Bologna e Ravenna.
In Italia cresce l’emarginazione e la rabbia perché dalla voce del governo lo storytelling, l’innovazione e le riforme sono arrivate come parole vuote, senza significato. Mancano risposte efficaci per diminuire le disuguaglianze economiche che si sono ampliate, per far tornare l’istruzione quell’ascensore sociale che dovrebbe essere, per creare quel lavoro senza il quale non c’è futuro e non c’è dignità. Non possiamo ridurlo solamente un problema di “simpatia” del leader, di “luna di miele” che finisce e non è sicuramente un problema solo italiano. Non c’è miele e non c’è simpatia che tengano se ogni giorno sempre più persone scivolano nel disagio e nella difficoltà di vedere la propria condizione economica sempre più a rischio.
Davanti a questa realtà la prima reazione del Governo è oscillata fra il silenzio imbarazzato e il rilanciare verso una personalizzazione ancora più spinta. Ma il principale contenuto dello storytelling che sopravvive, dopo poco più di due anni di Governo, resta quella riforma costituzionale, che può anche avere degli elementi di buon senso, ma sembra lontana anni luce dalle risposte delle quali hanno bisogno la maggior parte degli Italiani. Sarà davvero necessario spiegarla bene, se si vuole vincere il referendum. L'Italia ha bisogno di riforme che la rendano più competitiva, ma anche più attenta alle fasce deboli. Sembra invece più critica la riforma elettorale, soprattutto nel suo infilarsi tra le pieghe della riforma costituzionale rischiando di trasformarle in criticità serie. Davvero in questo momento di disgregazione politica e sociale la soluzione ai problemi del Paese sta nel forzare un meccanismo maggioritario e scollegato dalla realtà dei territori?
È necessario interrogarsi piuttosto su che cosa manca a questo, stanco, centrosinistra. Tanto abbiamo sentito parlare di connessione sentimentale col Paese in questi anni e a lungo ci siamo convinti che questo Governo l'avesse costruita, mentre quelli che lo avevano preceduto non erano stati in grado di farlo. Ma il Governo ha costruito - tentato di costruire - una connessione ben diversa col Paese, basata sulla critica del passato in quanto tale, sull'insoddisfazione, sulla rabbia. E per un po' ha funzionato, forse per questioni sociologiche e culturali intrinseche agli italiani, forse per ragioni che sono eredità del berlusconismo, forse perché la politica non era più capace di nobilitarsi ed essere percepita come qualcosa di sano e di utile. Ricostruire un agire politico che sia capace di essere sentimentale, non perché di pancia e non perché capace di regalare solo speranze, ma perché volto a costruire le basi di un rinnovato patto di cittadinanza è, a questo punto, davvero fondamentale.
Perché questo è l’agire politico che intendiamo ed è il miglior carburante per la partecipazione e la discussione con quella fetta della società che la Politica dovrebbe tornare a coinvolgere. Come Officina Democratica proveremo a stimolare il dibattito nella Romagna faentina, con ben chiaro in mente un punto di riferimento: ripartire dai temi cardine del centrosinistra deve essere il primo passo.”    

 

Comunicato stampa di Cgil-Cisl-Uil
(22 giugno 2016)
Ospedale di Faenza: responsabilità dirette della direzione ausl per le disfunzioni

 

Ci sono difficoltà  nel  presidio ospedaliero di Faenza. All'interno delle mura del nosocomio si respira un'aria pesante, negli ultimi tempi si ha la netta sensazione che la direzione invece di operare per garantire il miglior funzionamento della struttura stia facendo tutt'altro. Un reparto dopo l'altro è coinvolto in approfondite verifiche di tipo formale, assolutamente previste dalle norme vigenti, ma dalle quali ci si aspettano poi azioni concrete di miglioramento rispetto alle eventuali criticità riscontrate. In una condizione di normale gestione quindi Cgil, Cisl e Uil e i cittadini avrebbero di che essere soddisfatti: meglio una verifica in più che una in meno se servono a garantire migliore qualità, se non fosse che questa attività, il modo in cui viene gestita e, soprattutto, i risultati che produce solleva diversi interrogativi sulle reali motivazioni dell'Azienda.
L'evidenza dei risultati ci dice che tale attività porta da tutt'altra parte.
Partiamo  dalla Pediatria  dove, nonostante l'apposita Commissione regionale avesse riconosciuto che permanevano i requisiti di accreditamento, la Direzione aziendale nell’estate del 2015 ha ritenuto di segnalare pubblicamente che, a suo giudizio, esistevano fattori di rischio tali da doverne ridimensionare provvisoriamente l'attività.
Cgil, Cisl e Uil, mettendo al primo posto la sicurezza dei piccoli pazienti, sottoscrissero un accordo transitorio, nel quale venivano comunque mantenuti i posti letto, se pur ospitati in chirurgia, in attesa di una soluzione strutturata che l’Azienda si era impegnata a definire. Da allora è trascorso quasi un anno e la Direzione aziendale, nonostante diversi solleciti, non è ancora stata in grado di ripristinare la normale attività della Unita Operativa di Pediatria.
Di seguito gli altri eventi più significativi: 

  1. verifica dell’attività della Chirurgia generale che ha portato a un allungamento dei tempi di risposta e a una diminuzione degli interventi programmati; 
  1. intervento sulla Ostetricia Ginecologia con il quale si sono sottratti tre professionisti alle attività del reparto. Senza entrare nel merito del caso che ha originato l'intervento, sul quale si stanno già pronunciando gli organi competenti, la mancata sostituzione dei professionisti ha prodotto un danno all’operatività del reparto e, quindi, ai cittadini;   
  1. verifica dell'Ortopedia a fronte di alcuni tempi troppo lunghi, verifica dell'attività del Pronto soccorso e ultimo, ma solo in ordine di tempo, verifica in Radiologia.

Il risultato è che i professionisti più che sostenuti  e stimolati  a dare il massimo si sentono avvolti  da un clima di intimidazione, anche perché le verifiche non riguardano il modo di lavorare, che si continua a giudicare eccellente nonostante la pesante carenza di personale, ma solo ed esclusivamente aspetti formali.
Non nascondiamo che esistano criticità  ma le più forti, in particolare i tempi di attesa che in alcune prestazioni si sono allungate, fanno emergere un dato estremamente trasparente, come altrettanto trasparenti sono le responsabilità
In Pediatria, Ostetricia/Ginecologia, Ortopedia il numero dei professionisti è palesemente diminuito, come in Chirurgia, dove oltre alle altre carenze di organico solo ora si adottano provvedimenti per sostituire il primario mancante da oltre un anno.
In Pronto Soccorso, nonostante  il numero degli accessi/anno gestiti sfiori i 40.000, dati molto simili a quelli del presidio di Forlì, il personale assegnato

Comunicato stampa

Il dibattito sul riordino dei presidi ospedalieri nell’ambito dell’Ausl Romagna registra di quando in quando interessanti interventi, ma nel suo insieme appare frammentario e inadeguato rispetto alla rilevanza del tema. Ci pare, innanzi tutto, che non colga due dati ineludibili:

1 – il sistema sanitario è oggetto di un evidente processo di privatizzazione che, di fatto, sta determinando la possibilità di accedere alla prevenzione e alle cure sulla base del reddito e non di un diritto universale. Va in effetti profilandosi un assetto a due facce, con la parte pubblica sempre meno efficiente e riservata alle categorie sociali più deboli. Ciò avviene mentre si assiste ad un progressivo aumento delle malattie croniche (ipertensione, diabete, patologie cardiovascolari, tumori, disturbi cognitivi), dovuto anche all’invecchiamento della popolazione, e mentre si sta smantellando uno dei fattori che qualificavano la sanità nel nostro Paese: la prevenzione. Il decreto sulla “appropriatezza prescrittiva”, a ragione contestato dai medici, non è che un aspetto di questa politica;

2 – i pesantissimi effetti della crisi (con la chiusura di molte aziende, la perdita di posti di lavoro, la precarietà, l’estendersi di aree di povertà, il diffuso senso di insicurezza e di smarrimento), determinano un contesto che rende necessari maggiori protezioni sociali e servizi prossimi e inclusivi. Non cogliamo segnali di attenzione in questo senso. Anzi, resta tuttora senza risposta la richiesta più volte avanzata da parte de “L’Altra Faenza” di attivare un osservatorio in grado di monitorare le dinamiche economiche e dell’occupazione e quindi gli effettivi bisogni dei faentini, anche sul versante dei servizi socio sanitari.

Riassumiamo, in premessa, i riferimenti contenuti nel “decreto Balduzzi” (proposta di Giunta della Regione Emilia Romagna 2189/2015) a proposito dell’assistenza ospedaliera e dei possibili effetti per il faentino:

  • numero di posti letto al 3,7/mille, incrementato al 3,9/mille per mobilità attiva (utenza proveniente da altri territori): allo stato attuale non si prevedono ulteriori riduzioni di posti letto a carico dell’ospedale di Faenza, ma poiché si prende a riferimento l’Area vasta Romagna, si tratta di verificare la situazione nei singoli presidi;

  • indicatore del tasso di ospedalizzazione: anche in questo caso è indicato il dato riferito all’Area vasta Romagna;

  • indicatore OM (occupazione media) dei posti letto: Faenza risulta nella media alta con l’85,2%;

  • indicatore bacino di utenza: il dato è ancora indicato, in via temporanea, sulla base degli ex Distretti, con Faenza che dispone di un bacino attorno agli 85mila utenti;

  • indicatore volumi ed esiti: vengono calcolati prendendo a riferimento l’Area vasta Romagna.

Ciò chiarito, quale futuro si prospetta per l’ospedale di Faenza?

  • si può rientrare nell’obiettivo del 3,7/mille dei posti letto riconvertendo i posti del Day hospital in prestazioni ambulatoriali, soprattutto per la rete oncologica; andrebbe tuttavia garantita l’esenzione dal pagamento del ticket;

  • la Regione ha fino ad oggi evitato la classificazione degli ospedali, tuttavia resta concreto il rischio che i presidi di Faenza e di Lugo vengano considerati Ospedali di Base, vale a dire dotati unicamente di reparti tali da giustificare la presenza del Pronto soccorso (chirurgia generale, medicina, ortopedia, anestesia), con la scomparsa di tutte le altre specialistiche (rianimazione, neurologia, oncologia, cardiologia, otorinolaringoiatria, oculistica, neonatalità, pediatria, ecc.);

  • appare evidente che ciò significherebbe un’ulteriore gravissima dequalificazione del nostro ospedale, rendendo più aleatori - ovvero improbabili - gli investimenti in strutture e in dotazioni strumentali e tecnologiche, oltre a provocare un’inevitabile minor presenza di professionisti e una consistente diminuzione di posti di lavoro;

  • una prospettiva simile porrebbe i faentini, e gli utenti di altri Comuni che gravitano sull’ospedale di Faenza, nella necessità di decidere a quale struttura ospedaliera di primo livello o specializzato fare riferimento. Su questo argomento, importante e delicatissimo, le opinioni appaiono discordi, mentre permangono difficoltà nel potersi rivolgersi a tutte le strutture dell’Area vasta per accertamenti diagnostici e visite specialistiche. Il direttore generale dell’Ausl Romagna, Marcello Tonini, non esclude che ci si possa orientare verso Forlì (Vecchiazzano); nei mesi scorsi le coordinatrici del Pd della Romagna faentina e della Bassa Romagna, pur sollecitando la nomina del direttore sanitario e l’assegnazione dei primari, hanno insistito perché Faenza e Lugo facciano riferimento all’ospedale di Ravenna per prestazioni specialistiche di alto livello.

L’Altra Faenza” considera inaccettabile la “politica del carciofo” in atto ormai da troppo tempo, tradottasi in un progressivo depauperamento di quello che era unanimemente considerato un buon ospedale. Chi governa la sanità in ambito locale – amministratori, politici e tecnici – deve chiarire in termini certi e impegnativi cosa si intende farne, così da consentire alle popolazioni interessate di conoscere – com’è loro diritto – e di giudicare.

Se la decisione non può prescindere da valutazioni di ordine economico, al tempo stesso essa deve puntare al migliore utilizzo delle strutture, delle strumentazioni e delle professionalità esistenti. Deve inoltre tener conto del bacino d’utenza che gravita sul presidio ospedaliero di Faenza così da non esporre migliaia di persone, in particolare quelle residenti nei Comuni collinari, a evidenti disagi, a maggiori costi e a rischi qualora dovessero rivolgersi a strutture distanti decine e decine di chilometri.

Dell’ospedale di Faenza non va inoltre sottovalutata la positiva configurazione strutturale, tale – a differenza di altri – da consentire interventi rapidi da parte degli specialisti nei casi di urgenze. E’ superfluo a tale proposito ricordare che pochi minuti possono fare la differenza fra la vita e la morte.

La strada percorribile per impedire un declassamento dell’ospedale al rango di struttura di base, con le conseguenze sopra richiamate, è un accordo con Lugo che renda possibile disporre sui due territori (con oltre 200 mila abitanti, ai quali va aggiunta la mobilità attiva) di un ospedale di primo livello articolato su due presidi, quello di Faenza e quello di Lugo.

Le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil della nostra provincia si sono già pronunciate in tal senso. “L’Altra Faenza” condivide e sostiene questa ipotesi. Perché essa si concretizzi è necessario un impegno coerente dei sindaci dei due comprensori, in primo luogo di quelli delle due città più grandi, in sede di Conferenza sanitaria.

Quanto alla possibilità di rivolgersi a strutture in grado di fornire prestazioni di alto livello, dev’essere chiaro a tutti che i cittadini sono e devono essere liberi di scegliere se andare a Ravenna, a Forlì, a Bologna o altrove. E che debbono poter avvalersi comunque del trasporto gratuito da parte del Servizio sanitario.

In ogni caso, le situazioni nuove che vanno configurandosi implicano di fatto il superamento dei vecchi Distretti socio-sanitari.

Punto nevralgico dell’ospedale è il Pronto soccorso. I lavori in corso per il suo ampliamento, stando alle dichiarazioni rese al momento dell’avvio del cantiere, stanno prolungandosi ben oltre i tempi previsti. E’ necessario procedere speditamente affinché possano essere superate situazioni inaccettabili: tempi di attesa che per un codice Verde raggiungono e superano le dieci ore, pazienti in barella spesso sofferenti parcheggiati nei corridoi in condizioni di scarso rispetto sul piano umano e della riservatezza, spazi di accoglienza e servizi inadeguati. All’adeguamento strutturale dovranno dunque accompagnarsi l’assegnazione di personale medico e paramedico e le opportune misure organizzative. Rientra in questo quadro la necessità di alleggerire la domanda di prestazioni che si riversa quotidianamente sul Pronto soccorso, attraverso il potenziamento della Guardia medica (anche dotandola di strumentazioni), attivando la Casa della salute e promuovendo un’informazione costante e puntuale che metta in condizione gli utenti di sapere a chi rivolgersi: medico di base, Casa della salute, Guardia medica, Pronto soccorso.

A monte di tutto, il nodo centrale resta la difesa dell’ospedale di Faenza pur nell’ambito della riorganizzazione dei presidi e del raggiungimento degli obiettivi proposti dalla Regione – per ciò che rappresenta in termini di servizio, di dotazioni, di posti di lavoro e di professionalità.

Dobbiamo rilevare – altri l’hanno già fatto – come in occasione del decesso nei mesi scorsi di un nascituro nel punto nascita di Faenza, si sia dato spazio impropriamente a versioni che finivano per mettere sotto accusa l’affidabilità della struttura e il comportamento del personale. In realtà il punto nascita di Faenza risulta in linea con le statistiche in ambito romagnolo per questi infausti episodi.

La sensazione, piuttosto, è che si sia voluto cogliere l’occasione per alimentare un clima di sfiducia tale da far ritenere preferibile, o comunque accettabile, la chiusura del punto nascita a Faenza. I rischi sarebbero forse minori se un parto in emergenza dovesse essere portato a termine a 40 o 50 km di distanza?