Nonché combattente antifascista in Spagna e Francia, ideatore di un’Europa delle genti e delle autonomie, dal basso, federalista, dagli Urali all’Atlantico. Un’Europa più concreta, fatta di edili e sindacati, frontiere e pendolari.
Quando sei in carcere esiste sempre l’opportunità immaginaria della scelta che non hai voluto o saputo prendere. È la via della gioia o del dolore, perché quando esci per alcuni è una scelta tramontata per altri è un ancora un orizzonte. Il carcere è la conseguenza delle decisioni prese a caldo in un piccolo mondo.
Le vecchie storie sono piene di «mio fratello è stato bravo, è partito per andare a lavorare all’estero, ha fatto famiglia e ora sta bene, vive là», storie gonfie di rancore, di traumi nascosti nell’ombra del futuro ipotetico, storie di mancata emigrazione. Erano le opportunità della vecchia generazione, di chi partiva per una vita dura, di rottura, del freddo nelle ossa, quando non esisteva la grandezza di un continente: la libertà di partire.
Dei ragazzi della mia età, dei trentenni dietro le sbarre, sono pochi quelli che pensano di restare una volta scontata la pena: meglio lasciare l’Italia per andare verso la Spagna o il Portogallo dove si sta meglio e nessuno ti giudica per quello che hai fatto, poi un domani chissà, magari mettere su famiglia.
Se le premesse di un Europa incardinata sui principi di pace, lavoro e diritti, vengono messe in discussione, tutto quello costruito fino ad oggi crolla e il futuro perde direzione. Riscrivere il passato libera la mano che vuole colpire per distruggere: rifare le regole del gioco per rafforzare una posizione di chiusura.
Meno integrazione meno inclusione, il danno sarebbe enorme per una generazione che rischia di vedersi togliere la terra da sotto i piedi.
Una qualsiasi persona nata tra il primo governo Berlusconi e il crollo delle Torri Gemelle riconosce il valore dell’Europa come status quo direttamente collegato alla possibilità di vivere una vita migliore. Se questa e altre generazioni hanno avuto la possibilità di ampliare i propri orizzonti, di confrontarsi, informarsi, e vivere la vita che volevano vivere, è perché esiste un piano di cittadinanza europea. Chi da un asfissiante provincialismo nostrano si è sposato in una grande capitale per fuggire da una situazione paralizzante, verso un amore, un lavoro o anche solo per il gusto di viaggiare, immagina un’Europa solidale.
Non si può e non si deve accettare alcun passo indietro nel progetto europeo, nel rispetto di chi tanti anni fa ha contribuito a creare l’Europa di oggi con il sudore della propria fatica e il dolore della lontananza. Politici, militanti, operai, emigranti: stranieri o emarginati.
L’Europa della mia generazione non coincide con Bruxelles o Strasburgo ma con la libertà di poter scegliere dove e come vivere senza essere vincolato al paese d’origine. L’Europa non è un sogno distante ma una realtà concreta: solidarietà e pari dignità per i minatori italiani che nel Belgio degli anni Cinquanta nei ristoranti non potevano entrare; pari opportunità di cure in Germania anche se eri nato in Calabria, non parlavi tedesco e non avevi altro che braccia con cui poter lavorare. Pari dignità per chi sta affogando a diciassette anni in mare e non ha documenti e non parla italiano, ma è un essere umano che ha bisogno di un braccio a cui potersi aggrappare.
C’è una generazione che non ha voce nell’opinione pubblica, che è europea e che non intende mettere in discussione il fatto di sentirsi tale.