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La manifestazione convocata dai 5 Stelle contro il riarmo è un successo. Corteo e piazza gremita, assai più di quella del 15 marzo «per l’Europa». Sfilano i movimenti per la pace e tanta sinistra. Conte, padrone di casa, azzecca la mossa e parla a nome dell’opposizione

Arcobaleno Alla manifestazione di Roma si ritrova un popolo variegato Il leader pentastellato ringrazia «chi c’è e non la pensa come noi»

La piazza piena del Conte pacifista: «Siamo centomila»

«Siamo centomila», dice Giuseppe Conte salutando la folla. La piazza contro il riarmo e per le spese sociali indetta dal Movimento 5 Stelle è un successo. Al di là dei numeri, la scommessa di portare a Roma il popolo della pace, oltre e a prescindere dell’appartenenza al M5S, è riuscita. Lungo il fitto serpentone che da piazza Vittorio raggiunge i Fori si riconoscono molte delle diverse anime del mondo pacifista. E si intravedono le facce di tanti di quelli che in questi anni si sono mobilitati contro la deriva bellicista. La ricomposizione che non era riuscita allo scoccare del conflitto in Ucraina e che ha faticato a mettersi all’opera di fronte al massacro infinito che ha seguito il 7 ottobre in Palestina, sembra materializzarsi sotto le insegne di un redivivo Movimento 5 Stelle.

Che evidentemente (si sa: in politica la necessità diventa virtù) sono apparse ospitali e non respingenti anche per gran parte di quel popolo della sinistra diffusa che da tempo cercava il modo di incontrarsi, manifestare e rendersi visibile.


DA QUESTO PUNTO di vista, il pieno della manifestazione del Movimento 5 Stelle è il frutto di altri vuoti. È fatto del vuoto, parziale eppure tangibile, del Partito democratico, che del no al riarmo ha fatto una lacerante discussione interna e che solo in seguito a una riflessione degli ultimi giorni ha accettato di rispondere all’invito di Conte inviando al corteo una delegazione capitanata dal capogruppo al senato Francesco Boccia. Ed è il frutto della mancanza di uno spazio indipendente e plurale proprio del movimento italiano contro la guerra. Ci ha provato la Cgil, lo scorso 29 marzo, a mettere tutti attorno a un tavolo per discutere di Europa, riarmo, modello sociale e transizione ecologica anziché riconversione militare, ma da troppo tempo manca qualcuno che lanci il cuore oltre l’ostacolo e renda palese l’esistenza di una sfera pubblica di critica alla deriva guerrafondaia.

LA CATTIVA NOTIZIA è che questa occasione è stata colta da una singola forza politica, che ieri è stata in grado di rivestire del suo brand la composizione arcobaleno dei contrari alla guerra. Quella buona, ci sentiamo di dire, è che questa compagine che si palesa nelle strade di Roma è abbastanza irriducibile alla monorappresentanza: non fidatevi di chi si ergerà, da domani in poi, a portavoce di un popolo che è fatto di tante anime e che vuole dire la sua in prima persona e non farsi parlare addosso nel dibattito permanente.

CONTE SEMBRA esserne cosciente quando dal palco dei Fori diffonde parole ecumeniche che sarebbero state impensabili per il M5S di un tempo. «Grazie a chi è in piazza con idee diverse dalle nostre. Vi rispettiamo», dice il leader pentastellato. Il M5S pare consapevole della sua scelta di campo, sul fronte progressista. Prima che sul piano nazionale, questa collocazione ha riflessi sulle interlocuzioni che si sono avvicendate sopra e sotto il palco dell’evento romano, tra i relatori e in mezzo alla gente: i 5 Stelle di Conte, alla prima grande uscita pubblica dopo l’avvio della fase post-Grillo, sembrano avere introiettato la loro collocazione a sinistra e la casa comune del gruppo The Left in Unione europea. Ecco dunque Nicola Fratoianni col verde Angelo Bonelli, il comunista Maurizio Acerbo e Marc Botenga del Partito del lavoro belga. Servirà ancora una buona dose di coraggio per rompere l’ultimo tabù, e magari schierarsi anche a favore del referendum sulla cittadinanza di giugno, ma la piazza contro il riarmo è apparsa solidamente, e con pochissime sbavature che non vale neanche la pena di evidenziare, come una piazza che interloquisce a sinistra.


SCORRENDO gli slogan e le parole del 5 aprile, sorge un’altra domanda, da leggersi come opzione relativa alla grammatica politica e non come giudizio di merito. Questa: esiste uno

spazio populista attorno al rifiuto della guerra? In altre parole: può la questione delle armi diventare uno spartiacque single issue, una discriminante attorno al quale costruire un popolo come fu al tempo delle fortune istantanee del primo grillismo attorno al frame narrativo della Casta? Quando Conte saluta «un popolo che vuole essere ascoltato, che non vuole restare invisibile» sembra evocare uno scenario di questo tipo. La coreografica presenza per le strade di Roma dell’influencer partenopea Rita De Crescenzo, con tanto di bodyguard e annunci di una possibile discesa in campo alludono all’irruzione caricaturale di una nuova forma di gentismo. Tuttavia, le piazze non sono asettiche e i contesti non sono indifferenti: il patrimonio e il vissuto dei movimenti pacifisti pare più attrezzato della composizione sociale cui si appoggiarono Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio per costruire la loro incursione politica. Forse ha anche gli strumenti anche per respingere le ricostruzioni un po’ semplicistiche (diciamo così) di Marco Travaglio. Il quale sostiene che l’invasione di Putin è frutto semplicemente delle «provocazioni di Usa e Nato, che hanno cercato la guerra per dieci anni». O che Trump «fa orrore a tutti ma è l’unico negoziato che abbiamo». Ed è difficile che un movimento possa davvero nascere prescindendo dalle principali mobilitazioni degli ultimi anni: quelle sui conflitti di genere, per i diritti dei migranti e quelle connesse alla crisi ambientale.


Il leader del Movimento 5 Stelle Antonio Conte interviene alla manifestazione organizzata dal Movimento 5 Stelle ‘Basta soldi per le armi’ contro il piano di riarmo dell’Europa, Roma, 05 aprile 2025. /// Five Star Movement (M5S) leader Giuseppe Conte speaks as he takes part in an anti-war protest march against European rearmament in Rome, Italy, 05 April 2025.
ANSA/FABIO CIMAGLIA

PER DI PIÙ, e la presenza in prima linea della presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde e del possibile candidato campano Roberto Fico stanno lì a ricordarlo ai 5S, incombe il tema della costruzione della coalizione alternativa al governo Meloni. «Dobbiamo cacciare questa destra. A noi, insieme, uniti, la responsabilità di costruire una alternativa» dice Nicola Fratoianni, rivolto ai manifestanti, rivendicando di aver mandato a quel paese Antonio Tajani, l’altro giorno in aula, proprio discutendo di guerra e Medio oriente. «Meloni si definisce underdog ma ha alle spalle trent’anni di vita politica – aggiunge Conte – E ha Crosetto accanto che le spiega che la lobby delle armi è potentissima e che se vuole una lunga carriera non deve scontentare le industrie delle armi». Lo stesso Boccia, parlando ai cronisti, spiega così la presenza del drappello dem: «Ci siamo perché riteniamo che dall’unità delle opposizioni passi l’alternativa ad un governo disastroso. I punti che ci uniscono sono molti ma molti di più che quelli che ci dividono. Dall’altra parte c’è una destra divisa che governa grazie alle nostre divisioni». Andare oltre queste divisioni, appunto, ha a che fare anche con la capacità di riconoscere i vuoti. E le cause che li hanno generati.