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Olp, respingiamo ogni richiesta di sfollare palestinesi

© ANSA/EPA

Un piano "razzista", volto a "sradicare la causa palestinese": Hamas ha definito così oggi il piano del presidente statunitense Donald Trump su Gaza.

Ieri, nel corso di una conferenza stampa con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha affermato che "gli Stati Uniti prenderanno il controllo di Gaza" e che "i palestinesi dovrebbero lasciare Gaza per sempre".

 

Il presidente Usa ha inoltre detto che "Gaza sarà la rivière del Medio Oriente".
    L'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) respinge "ogni richiesta di sfollamento dei palestinesi dalla loro madre patria". Lo ha detto il segretario generale dell'Olp Hussein Sheikh in risposta al piano del presidente Usa Donald Trump che vorrebbe spostare i palestinesi di Gaza in stati della regione.

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Quindici giorni dopo aver liberato il boia libico Elmasry, oggi il governo si rassegna a informare il parlamento. Ma non parla Meloni che si nasconde dietro i ministri Piantedosi e Nordio. Pronti a dare ogni colpa alla Corte penale internazionale. E se serve a invocare il segreto di Stato

Melina Sul caos libico si ritorna a una settimana fa: Nordio e Piantedosi attesi alle Camere

Il gioco dell’oca della premier che manda avanti i ministri I ministri Nordio e Piantedosi – Ansa

La strategia del governo sul caso Elmasry non è differente dal gioco dell’oca. Sempre che di strategia si possa parlare, dato che al momento i progetti del consigliori della premier, Fazzolari, potrebbero anche autorizzare a pensare che il governo non sappia che pesci prendere.

MELONI HA INFINE deciso di mandare i ministri alla Giustizia Nordio e agli Interni Piantedosi a riferire oggi in Parlamento sul rilascio dell’uomo accusato dalla Corte Penale Internazionale di crimini, violenze e torture sui migranti che tentano di lasciare la Libia. Esattamente come una settimana fa. Allora l’informativa era saltata perché, secondo il governo, l’iscrizione nel registro delle notizie di reato della premier, del sottosegretario Mantovano e dei due ministri rendeva inopportuna la comunicazione alla Camere. Ma questa motivazione, dopo soli 7 giorni non è evidentemente più valida, era solo una delle tante versioni date dall’esecutivo all’impronta. «Prendiamo atto che l’opposizione dura paga perché da che ci volevano mandare Ciriani, alla fine vengono Nordio e Piantedosi ma anche che è venuto meno la ragione per cui l’altra volta non si erano presentati, quindi la motivazione era tutta politica e Meloni continua a nascondersi dietro i suoi ministri», ragiona Riccardo Magi di PiùEuropa.

IERI, DURANTE le riunioni dei capigruppo di Camera e Senato, l’opposizione aveva chiesto più tempo per le repliche e la diretta televisiva dell’informativa dei ministri. Quest’ultima, accordata subito a Palazzo Madama, a Montecitorio è stata oggetto di polemica perchè inizialmente negata per l’opposizione della Lega e di Forza Italia. Ci è voluta una missiva dei partiti di minoranza per convincere il presidente Fontana a trasmettere i lavori della Camera in diretta e colmare la differenza tra i due lati del Parlamento. Tuttavia questo non ha placato il centro sinistra, che insiste nel chiedere che sia la presidente del Consiglio a ricostruire i fatti e spiegare i motivi che hanno determinato la decisione di rimpatriare il libico a bordo in un volo di Stato.

«MELONI SCAPPA ANCORA, che vengano Nordio e Piantedosi è il minimo sindacale», dicono Pd, Avs, Iv e PiùEuropa all’unisono mentre il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, è costretto a tentare di metterci una pezza. Anzi un paio. «Non c’era nessuna volontà dilatoria, serviva solo una

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Atto Voluto La staffetta del centrosinistra per bloccare i lavori durante la discussione sul dl Cultura

Caso Elmasry, le opposizioni sfidano Meloni: «Venga in Aula» I banchi dell'opposizione

«Meloni dove sei?». Alla ripresa della settimana parlamentare, l’opposizione si compatta per attaccare il governo Meloni che, a quasi due settimane dal rilascio del libico Osama Elmasry, non ha ancora dato spiegazioni alle Camere del rimpatrio con volo di Stato. L’uomo era accusato dalla Corte penale internazionale di violenze e torture ai migranti, anche bambini. Certo, in questi giorni si sono susseguite dichiarazioni, accuse alla magistratura, reazioni e ricostruzioni (spesso diverse e inconciliabili tra loro) da parte della premier, dei suoi ministri e della maggioranza ma nessuna informativa ufficiale al Parlamento. Quella prevista la scorsa settimana, con Nordio e Piantedosi, è stata rinviata dopo la notizia, data dalla stessa Meloni (con tono battagliero e termini inesatti), della sua iscrizione al registro delle notizie di reato. Come lei il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministri alla Giustizia e degli Interni, appunto.

I LAVORI DELLE CAMERE, interrotti dopo le proteste dell’opposizione per l’appuntamento mancato, sono ripresi ieri, anticipatamente, per la discussione sul dl Cultura. Formalmente, però. Il decreto voluto dal neo ministro Giuli (non presente per motivi di salute) è rimasto sullo sfondo, mentre l’opposizione teneva il punto sul silenzio del governo sul caso Elmasry e sulla necessità che la presidente del Consiglio riferisse con urgenza al Parlamento.

Domenica, su iniziativa del M5S, i capigruppo delle opposizioni si sarebbero sentiti per concordare una strategia. Così ieri, alla riapertura dei lavori di Montecitorio, il leader pentastellato Giuseppe Conte ha preso la parola e dato il via all’operazione del centro sinistra: «Meloni deve venire in Parlamento a spiegare agli italiani la versione vera, reale, effettiva su Elmasry». «Siamo di fronte alla strategia della distrazione – ha attaccato Conte nel suo intervento -. La sorella Arianna ha detto che Giorgia Meloni è come Frodo ma qui si sta realizzando una frode a danno degli italiani».

A TURNO, Pd, Avs, Azioni, Iv e PiùEuropa dai banchi incalzano la premier. «Il caso Elamsry svela il vero volto della destra – tuona la presidente dei deputati Pd, Chiara Braga – non possiamo accettare il silenzio in quest’aula e la mortificazione del Parlamento, ci aspettiamo che questa reticenza non duri un minuto di più». «Siamo di fronte a un “mondo al contrario” – insiste la dem – dove i torturati finiscono in carcere e i torturatori vengono assolti». E Nicola Fratoianni, di Avs: «Gli italiani vogliono sapere perché il governo ha scarcerato un ricercato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, la presidente del Consiglio deve rispondere di questo gigantesco pasticcio e spiegare se la ragione di Stato per l’Italia è la tortura, gli stupri e gli assassini».

TRENTASEI DEPUTATI del M5S si iscrivono per intervenire sul dl Cultura. Non è un ostruzionismo, spiegano dal Movimento, ma una staffetta (chiamata filibustering) per rallentare i lavori: «Mercoledì sono stati sospesi per questo e non possono riprendere come se nulla fosse, su un altro tema». Sui social parte, intanto, un hashtag apposito, #Maqualecomplotto.

Il dibattito, in un emiciclo semi vuoto, è surreale. Gli interventi dei partiti di minoranza vertono tutti su Elmarsy e sulla fuga del governo dal Parlamento, quelli della maggioranza (praticamente assente), giusto un paio, cercano di tenere la discussione sui finanziamenti alle sagre e alle fiere. L’opposizione usa il decreto di Giuli per arrivare al dunque. Gli interventi sono tutti sulla falsariga di questo concetto: «Vi richiamate a figure internazionali come Olivetti e Mattei e poi violate i trattati come quello di adesione alla Corte Penale internazionale». Il deputato di FdI e questore della Camera, Paolo Trancassini perde le staffe: «L’Aula non può diventare lo sfogatoio contro Meloni».

COME E PER QUANTO tempo durerà la battaglia unitaria delle opposizioni lo si capirà oggi, dopo la riunione dei capigruppo di Montecitorio e Palazzo Madama. Il pressing ha funzionato fino a un certo punto: da Palazzo Chigi trapela che saranno Nordio e Piantadosi a riferire alle Camere, forse la prossima settimana. «Deve esserci Meloni e nessun altro», è la linea invece del centro sinistra.

Ma su come raggiungerla c’è qualche diversità di vedute: il Pd propende per l’ostruzionismo; il M5S ha fretta di chiudere la parentesi perché ha calendarizzato alcune mozioni «come quella su Santanchè e sulle bollette» che intendono votare il prima possibile e perché «in ogni caso, con la fiducia al dl Cultura, mercoledì bisognerà essere in Aula». «Non siamo disponibili a riprendere i lavori domani se non ci sarà una risposta adeguata dal governo», dice invece Braga che ieri sera ha diffuso un messaggio ai parlamentari per serrare le fila, «tutti compatti».

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Israele/Palestina Oggi l’incontro in cui si discuterà anche di Iran, di Cisgiordania e del piano per «ripulire la Striscia» e «trasferire» la sua popolazione.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rilascia dichiarazioni all'aeroporto Ben Gurion prima della sua visita a Washington DC foto Avi Ohayon/Israel government press office Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rilascia dichiarazioni all'aeroporto Ben Gurion prima della sua visita a Washington DC – Avi Ohayon/Gpo

Tregua e governo a Gaza, Iran, annessione della Cisgiordania a Israele, il «nuovo» Medio oriente. Donald Trump e Benyamin Netanyahu discuteranno di questo e altro durante il lungo colloquio che avranno oggi. Il premier israeliano – che ha allungato fino a sabato prossimo la sua permanenza degli Usa – è il primo leader straniero che il presidente americano incontra a Washington dall’inizio del suo secondo mandato. Il viaggio di Netanyahu avviene in un momento cruciale. I negoziati sulla seconda fase del cessate il fuoco di Gaza dovevano cominciare ieri a Doha. Invece sono fermi al palo. Se i colloqui in Qatar fallissero, Israele potrebbe riprendere la sua offensiva militare nella Striscia tra un mese.

In Israele si tende a credere che Netanyahu farà di tutto per convincere Trump – in apparenza a favore dell’attuazione della fase 2 e 3 dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas – che la guerra sia l’unica «soluzione». Haaretz scriveva ieri che il premier vuole assicurarsi il pieno appoggio degli Stati uniti allo «sradicamento» di Hamas da Gaza nonostante non siano serviti a raggiungere questo obiettivo 15 mesi di attacchi e bombardamenti a tappeto (a pagarli sono stati i civili). Una fonte ad alto livello ha detto al quotidiano che Israele non adempierà ai suoi impegni nella seconda fase del cessate il fuoco – che prevede il ritiro dall’esercito da Gaza e dal corridoio di Filadelfia – senza ottenere questo risultato. Neanche di fronte alla disperazione dei famigliari degli ostaggi israeliani che saranno liberati nella seconda fase. La prima (42 giorni, con scambio di prigionieri) prevede il rilascio di 33 dei 97 ostaggi. Hamas ha già detto che non restituirà gli altri 64 (non pochi dei quali morti) se Israele riprenderà la guerra e non si ritirerà da Gaza.

Il piano B di Netanyahu è rinunciare alla guerra per ottenere l’appoggio di Trump all’inclusione del più potente dei paesi arabi, l’Arabia saudita, negli Accordi di Abramo (la normalizzazione delle relazioni tra Israele e arabi dimenticando i diritti dei palestinesi), al riconoscimento della «sovranità» israeliana su tutta o su larghe porzioni di Cisgiordania palestinese, e a una posizione comune sull’Iran. Al governo israeliano non sono piaciute le indiscrezioni che vogliono l’Amministrazione americana ben disposta nei confronti di una soluzione negoziata dello scontro sul nucleare con l’Iran e a rinunciare alla linea della «massima pressione» su Teheran attuata da Trump durante il suo primo mandato.

Alcuni media israeliani affermano che nell’agenda dell’incontro di oggi c’è anche l’idea avanzata da Trump di «ripulire Gaza» e di «trasferire» la sua popolazione «nel breve o nel lungo» in Egitto e Giordania. L’opposizione di Amman e Cairo e di altri paesi arabi e le critiche internazionali a questa pulizia etnica mascherata non hanno convinto il tycoon a fare retromarcia. Anzi, scriveva ieri Israel Hayom, quotidiano vicino al governo Netanyahu, non si tratta più solo di una idea, piuttosto è un piano vero e proprio che l’inviato Witkof ha illustrato agli israeliani. Svuotando la Striscia di un numero significativo di abitanti, la Casa Bianca ritiene di poter conciliare la fine della guerra con il desiderio del governo Netanyahu di non vedere il movimento islamico alla guida di Gaza. Secondo il punto di vista americano, spiega Israel Hayom, «quando non ci saranno più residenti nella Striscia di Gaza (o ce ne saranno molti meno rispetto ad ora), neanche Hamas potrà controllarla».

Il piano Trump non piace solo a qualche ministro e deputato in Israele. A guardarlo con favore e interesse è la maggioranza della popolazione, stando a un sondaggio dell’istituto JPPI Israel Index di Gerusalemme. Sette israeliani su dieci credono che «gli arabi di Gaza dovrebbero trasferirsi in un altro paese». La maggior parte degli israeliani ebrei ritiene che questo sia un «piano pratico, che dovrebbe essere perseguito», altri sono scettici e lo considerano «impraticabile». Solo il 3% degli israeliani ebrei intervistati considera il piano di Trump «immorale». Ad opporsi nettamente a questa soluzione sono solo i palestinesi con cittadinanza israeliana.

In ogni caso, qualsiasi piano e idea di «trasferimento» si scontra con la determinazione dei palestinesi a non abbandonare la loro terra e a non lasciarsi sedurre da chi potrebbe esortarli a «rifarsi una vita in un altro paese». Un segnale preciso di ciò giunge proprio dall’Egitto, dove si trovano non pochi dei circa 100mila palestinesi riusciti a scappare dalle bombe che cadevano su Gaza. «Noi, gente di Gaza, possiamo vivere solo a Gaza», ha detto Shuruq, una giovane, all’agenzia Reuters. «Gaza è la nostra terra e non è lui (Trump) a controllarci…È la nostra terra, la lasciamo e ci torniamo quando vogliamo», ha aggiunto Fares Mahmud, un altro gazawi al Cairo.

 

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Trump congela per un mese i dazi al Messico (in cambio di 10mila soldati anti-migranti), tratta con Canada e Cina ma ora minaccia il Sudafrica, chiude la grande Agenzia di aiuti umanitari. Balbetta l’Ue, prossimo bersaglio. La guerra commerciale mondiale è partita

Libero mercante Il prezzo: 10mila soldati schierati al confine e rapporto ogni mese. La guerra commerciale «più stupida della storia» è già iniziata

Il presidente Usa Trump firma un rodine esecutivo nell'ufficio Ovale alla Casa bianco foto Ap Il presidente Trump firma un ordine esecutino – foto Ap

Il comitato editoriale del Wall Street Journal l’ha ripetutamente definita «la guerra commerciale più stupida della storia», affermando che la ragione sostenuta dal tycoon per sferrare questo attacco economico non ha alcun senso, e che il mondo dell’autarchia «non è il mondo in cui viviamo, o quello in cui dovremmo voler vivere, come il signor Trump potrebbe presto scoprire».

Con il Wall Street Journal americano è d’accordo anche il Financial Times britannico: la guerra commerciale è «assurda» e «dannosa per l’economia e il potere diplomatico degli Stati Uniti»). Sono i due giornali del grande capitale mondiale, proprietà Dow Jones e Nikkei, rispettivamente. Larry Summers, segretario al Tesoro dell’era Clinton, ha definito i dazi «uno shock dell’offerta autoinflitto. Significa meno offerta perché stiamo tassando i fornitori esteri, e questo porterà a prezzi più alti e quantità più basse»,

E LE CRITICHE sono arrivate anche dall’ex leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, un uomo che incarna il partito repubblicano, che pur non amandolo ha sostenuto Trump in ogni minuto della sua prima presidenza, e che è disposto a qualsiasi cosa pur di sostenere il Gop. Nonostante queste premesse di lealtà, McConnell, durante un’intervista alla Cbs, ha dichiarato che i dazi del 25% a Canada e Messico «aumenteranno il costo di tutto» e ha chiesto per quale ragione il tycoon «vuole entrare in conflitto con i suoi alleati?».

A questo flusso di dichiarazioni ha fatto seguito la prova tangibile dei mercati, che hanno chiuso e riaperto sempre in flessione, in preda ai timori che i dazi possano dare inizio a una guerra commerciale mondiale. Anche il nuovo pupillo di The Donald, Bitcoin, è sceso del 3,5% in 24 ore.

La polizia municipale adotta misure mentre i migranti venezuelani vengono sfrattati dall'accampamento sulle rive del Rio Grande tra Ciudad Juarez ed El Paso foto David Peinado/Getty Images
La polizia municipale adotta misure mentre i migranti venezuelani vengono sfrattati dall’accampamento sulle rive del Rio Grande tra Ciudad Juarez ed El Paso foto David Peinado/Getty Images

Alla fine, forse grazie anche grazie a questi segnali, Trump ha congelato per un mese la sua minaccia dei dazi nei confronti del Messico. Su Truth Social il tycoon ha scritto che

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Nella foto: Una manifestante sventola la bandiera messicana a Los Angeles durante una protesta contro i decreti anti-immigrazione via Ap

Oggi un Lunedì Rosso dedicato alla comunicazione.

Tra innovazione e spregiudicatezza, la coppia Trump-Musk sta portando il rapporto tra media e politica verso derive totalizzanti quanto rischiose.

Ma anche localmente il laboratorio comunicativo delle nuove destre offre spunti di riflessione: con video messaggi e post su X il presidente del consiglio Meloni ha spostato l’attenzione dal caso Elmasry verso una presunta battaglia tra governo e magistratura.

Si attende invece dopo un lungo silenzio un messaggio dal carcere da Abdullah Öcalan, leader della rivoluzione democratica della Siria del nord, esperienza oggi in bilico, tra le incursioni belliche di Ankara e le incognite del nuovo potere centrale di Al Jolani. 

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