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«Fachas» Vox fa gli onori di casa alla due giorni dell’ultra destra. Orbán, la star, rilancia il «Mega» di Musk. Salvini accorre con Le Pen

Victor Orban, Santiago Abascal e Marie Le Pen alla convention di estrema destra a Madrid Viktor Orbán, Santiago Abascal e Marie Le Pen alla convention di estrema destra a Madrid

In ottobre il canale tv spagnolo La Sexta aveva lanciato Fachas – letteralmente, fasci – una parodia della celebre sitcom statunitense Friends con i leader dell’ultradestra globale al posto dei protagonisti. Oggi a Madrid i fachas si riuniscono per davvero per una due giorni.

In una sala da 2.000 posti terranno il loro summit i Patrioti, la formazione della destra europea di Orbán, Le Pen e Salvini. Assieme rappresentano 15 partiti da 13 paesi, per un totale di 19 milioni di voti raccolti alle ultime europee.

Nelle sfumature di nero dell’estrema destra europea continentale si situano a metà strada: più a destra di Ecr, il gruppo europeo di Fratelli d’Italia; più moderati dell’Europa delle Nazioni Sovrane, i reietti capitanati dai tedeschi di Alternative For Deutschland, così estremi da risultare, almeno per ora, indigeribili anche per gli stomaci non certo delicati del sovranismo.

Il titolo dell’evento è Make Europe Great Again, adattamento del celebre slogan trumpiano che, nella sua forma europeizzata, è stato lanciato nella scorsa settimana da Elon Musk tramite una serie di post sul suo social X.

NON È LA PRIMA VOLTA che Patriots organizza un summit: a partire dalla fondazione i patrioti si sono già incontrati tre volte, l’ultima a Parigi in novembre. In quell’occasione Santiago Abascal – leader del partito spagnolo Vox, terzo nei sondaggi con il 15% – venne eletto presidente.

Il summit di Madrid è però il primo incontro pubblico, aperto ai sostenitori che si preannunciano essere numerosi, visto che la platea è andata subito sold-out.

L’ELENCO DELLE PRESENZE è lungo. Ci sarà l’olandese Geert Wilders, il cui Partito della Libertà è primo al parlamento dell’Aja. Ci sarà l’austriaco Herbert Kickl, che a breve potrebbe diventare il primo cancelliere di estrema destra del Paese.

Ci sarà Matteo Salvini: in origine la Lega ha avuto pessimi rapporti coi nazionalisti spagnoli di Vox per via dell’appoggio padano alla causa indipendentista catalana, ma l’ascia di guerra sembra essere seppellita.

L’entrata in Patriots ha segnato d’altronde l’allontanamento tra Abascal e Meloni, troppo moderata per gli ormai ex-alleati spagnoli. Ci dovrebbe essere anche il portoghese André Ventura, leader di Chega.

La sua partecipazione era stata messa in discussione per via di una serie di scandali che stanno colpendo il suo partito – da ultimo, un consigliere comunale indagato per aver fatto sesso a pagamento con un ragazzo minorenne – ma per ora pare confermata. Ci sarà anche Marine Le Pen, leader indiscussa dell’ultradestra francese e modello di una generazione di estremisti.

LA STAR, PERÒ, è senza dubbio il primo ministro ungherese Viktor Orbán. La sigla Mega (Make Europe Great Again) d’altronde, prima di essere usata da Musk era già stata lo slogan ufficiale della presidenza di turno del Consiglio Europeo a guida ungherese.

È Orbán l’unico tra i leader dei Patrioti a guidare un governo, è Orbán a vantare i rapporti migliori a est con Vladimir Putin e ad ovest con Donald Trump. Proprio affermarsi come i referenti europei del trumpismo è uno degli obiettivi del summit madrileno.

Ieri sera i leader «patrioti», già atterrati in Spagna, hanno cenato con i dirigenti di Heritage Foundation, il think-tank americano autore di Project 2025, un piano di governo semi-autoritario da molti indicato come programma non ufficiale della nuova presidenza Trump.

Un rapporto a due direzioni, nonostante lo squilibrio di potere tra Stati uniti ed Europa. Il Guardian in un articolo pubblicato ieri spiegava come, per molti analisti, sia Orbán l’esempio del nuovo inquilino della Casa Bianca.

I padroni di casa di Vox, dal canto loro, cercano di spostare l’equilibrio dei Patrioti verso la Spagna facendosi forti dei loro rapporti privilegiati con le destre latinoamericane. Abascal da giorni va sulle tv nazionali parlando di «motosega», un omaggio ai tagli allo stato sociale dell’argentino Javier Milei.

La sensazione per tutti è che il momentum dell’ultradestra sia qui per restare. E a Madrid una delle sue anime si prepara a cavalcare l’onda, pronta a governare in Spagna, in Olanda, in Austria, in Europa guardando alla Germania. Il tutto sperando nella benedizione del duo Donald Trump e Elon Musk.

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Striscia continua Nuovo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, nonostante le tensioni. Ma Smotrich ora vuole attuare il «Piano Trump»

Una manifestazione per gli ostaggi a Tel Aviv foto Abir Sultan/Ansa Una manifestazione per gli ostaggi a Tel Aviv – foto Abir Sultan/Ansa

L’ex ministro israeliano della Difesa ha ammesso in diretta tv che il 7 ottobre i soldati hanno avuto l’ordine di uccidere ostaggi e civili insieme ai membri di Hamas. Si parla della famigerata «Direttiva Annibale», la procedura militare che prevede l’utilizzo della maggiore potenza di fuoco nel minor tempo possibile, ideata per fermare l’attacco del nemico a ogni costo, anche a quello della vita di cittadini e soldati israeliani. Yoav Gallant, che condivide con Netanyahu il mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra, ha rilasciato ieri un’intervista al Canale 12 israeliano.

QUANDO il conduttore ha chiesto se fosse stato dato l’ordine di applicare la Direttiva, l’ex ministro ha risposto «Penso che, tatticamente, in alcuni luoghi sia stato dato, e in altri luoghi no, e questo è un problema». Gallant ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas era pronto già lo scorso aprile ma che le minacce di Bezalel Smotrich di lasciare il governo fecero saltare l’intesa. Lo stesso ministro delle finanze che in queste ore sta provando a prendersi il merito dell’idea del «piano Trump» per Gaza. «Prima della guerra», secondo il politico estremista «qualsiasi sondaggio a Gaza indicava che la stragrande maggioranza delle persone voleva emigrare. Ma gli è stato impedito di farlo». Inoltre ha aggiunto che le discussioni sul trasferimento dei palestinesi andavano avanti già da diversi mesi in Israele, ben prima della nomina di Trump alla Casa Bianca. «Del futuro di Gaza» secondo l’Afp, «il segretario degli Stati Uniti, Marco Rubio, continuerà a discutere con Israele durante il suo prossimo viaggio a Tel Aviv».

NELLA STRISCIA, intanto, le persone stanno cercando di riprendere le proprie vite nonostante la distruzione. Ieri un bambino è morto a Rafah a causa di una bomba inesplosa. Organizzazioni umanitarie e agenzie internazionali continuano a chiedere di moltiplicare gli aiuti e le evacuazioni mediche. I numeri sono sempre al di sotto di quelli previsti dall’accordo. Ci vogliono subito medicine e tende, soprattutto durante questa ondata di mal tempo che sta distruggendo i rifugi improvvisati fatti di plastica e stracci. Le forniture mediche sono poche e spesso non sono quelle di cui si ha bisogno. Marwan al-Hams, direttore degli ospedali da campo di Gaza, ha dichiarato che il 40% dei pazienti con malattie renali ha perso la vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a chiedere l’apertura di altri corridoi per le evacuazioni mediche, dichiarando che in Cisgiordania ci sono ospedali pronti ad accogliere feriti e malati. Dal Comune di Gaza City fanno sapere che servono urgentemente 120.000 tende e che l’ospedale al-Shifa è distrutto. La gente sta cercando resti di corpi sotto le macerie di quella che era la più grande struttura sanitaria della Striscia. Anche l’ingresso dei mezzi pesanti è ancora impedito dalle autorità israeliane.

Il capo dell’Ufficio stampa di Hamas ha dichiarato che mancano i mezzi necessari a recuperare i corpi incastrati sotto le macerie e che se Israele continua a vietarne l’arrivo, le autorità non saranno in grado di restituire i resti dei prigionieri israeliani uccisi durante i bombardamenti. Il gruppo islamico ha accusato Israele di violare gli accordi, impedendo agli aiuti umanitari di entrare. Ma dopo una snervante attesa ha comunque confermato il rilascio degli ostaggi previsto per oggi. Si tratta di tre uomini, Eli Sharabi, 52 anni, Ohad Ben Ami, 56 e Or Levy, di 34. Israele ha detto che i nomi comunicati da Hamas rispettano i termini dell’accordo e dovrà rilasciare entro la giornata 183 prigionieri palestinesi.

PROSEGUONO intanto le operazioni militari nella Cisgiordania occupata. A Tulkarem continua l’assedio all’ospedale governativo mentre il vicino complesso commerciale è stato trasformato in una caserma. Il governatore della città ha detto che l’85% dei residenti del campo è stato sfollato con la forza. Arresti e raid non si sono fermati neanche ieri, mentre a Fara’a le case civili vengono convertite in caserme.

In Libano, nonostante il cessate il fuoco, le operazioni militari dell’esercito di Tel Aviv hanno preso di mira diverse zone, soprattutto il sud e il distretto di Baalbek, proprio nel giorno in cui l’inviata speciale degli Stati uniti, Morgan Ortagus, ricevuta dal presidente Joseph Aoun, ringraziava Israele per aver sconfitto Hezbollah e messo fine al suo «regno del terrore». Ortagus ha anche dichiarato che il gruppo sciita non dovrà prender parte alla formazione del nuovo governo libanese. Dichiarazioni da cui Aoun si è dissociato.
Mentre l’inviata Usa visitava il Libano, nel sud quattro persone, tra cui un padre e le sue due bambine, venivano uccise da una bomba nascosta dentro una poltrona, nella casa che era stata occupata dall’esercito israeliano.

 

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L’Unione europea e l’Onu rispondono alle sanzioni Usa contro la Corte penale internazionale. Settantanove paesi firmatari dello statuto di Roma si schierano in difesa dell’organo di giustizia che ha sede all’Aja. Tutti i più grandi, tranne uno: l’Italia del governo più trumpiano che c’è

L'Aja che tira No alle sanzioni americane, settantanove governi che aderiscono alla Corte penale internazionale sottoscrivono la dichiarazione

Il presidente degli Stati uniti Donald Trump foto Ap Il presidente degli Stati uniti Donald Trump – foto Ap

Il governo più trumpiano d’Europa e forse di tutto l’occidente si vede nei fatti. Mentre i vertici Ue condannano l’ordine esecutivo del presidente Trump, 79 paesi aderenti alla Corte penale internazionale (Cpi) firmano congiuntamente una lettera per criticare le sanzioni Usa contro il tribunale con sede all’Aja. Ma l’Italia manca all’appello, schierandosi con la Casa Bianca anziché con la maggioranza dei paesi occidentali e democratici.

LA LETTERA dei 79 definisce la Corte «un pilastro vitale del sistema giudiziario internazionale, che garantisce la responsabilità per i crimini più gravi e la giustizia per chi ne è vittima». Le misure imposte da Washington giovedì si concretizzano in sanzioni contro la Cpi, motivate da quelle che Trump definisce «azioni illegittime e infondate contro l’America e il suo stretto alleato Israele». Ma l’azione ostile verso l’Aja, argomentano i firmatari della missiva, potrebbe ad «aumentare il rischio d’impunità per i crimini più gravi», oltre che «minacciare lo Stato di diritto» mondiale. E come conseguenza, a «mettere a repentaglio la riservatezza di informazioni sensibili e delle persone coinvolte». Inclusi vittime, testimoni e gli stessi funzionari dell’Aja.

«Il nostro lavoro è indipendente e imparziale», si è difesa la Cpi, con inedito comunicato di condanna contro l’iniziativa del politico più potente del mondo. «È l’ultimo di una serie di attacchi senza precedenti» ha risposto senza mezzi termini la presidente del tribunale, la giapponese Tomoko Akane. «Minacce e misure coercitive costituiscono gravi offensive contro gli Stati parte della Corte, l’ordine internazionale basato sullo stato di diritto e milioni di vittime», ha poi spiegato.

L’ASSENZA del governo italiano tra i firmatari della lettera congiunta a sostegno della Cpi è particolarmente visibile. A fare scudo al tribunale istituito con il Trattato di Roma nel 1998 ci sono, oltre a Canada, Brasile e Congo, tutti i principali paesi Ue: sia i fondatori come Germania, Francia e Benelux, che i grandi stati occidentali come gli iberici, gli scandinavi e la Polonia, ma anche il Regno Unito. Non figura invece

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Sinistra Da 16 anni fuori dal parlamento, il Prc si confronta sul suo futuro. Idee contrapposte, prevale (di un soffio, contestato) la linea Acerbo. Lo scontro sulla praticabilità del «terzo polo»: «Ma nessuna scissione è all’orizzonte»

Alleanze e strategie. Rifondazione divisa va a congresso Rifondazione comunista in piazza – Lapresse

Prendete un’organizzazione con quasi diecimila iscritti sparsi in tutta Italia e mettetela a discutere di politica per qualche mese, fino a toccare alcuni dei nodi nevralgici del momento. Anzi, «della fase». Detta così pare un esperimento di teoria sociale, o rimanda a roba d’altri tempi. Ma è quello che è avvenuto dall’autunno scorso dentro Rifondazione comunista. Il partito italiano più longevo, seppure da sedici anni fuori dai grandi giochi e senza rappresentanza parlamentare, da oggi si ritrova a congresso a Montecatini Terme.

NONOSTANTE ROTTURE, sconfitte conclamate ed errori spesso riconosciuti, Rifondazione resta un soggetto reale. Lo dicono i numeri dell’evento, che è stato preparato dalla discussione di 446 circoli, sparsi su tutto il territorio nazionale, che sono sfociati in 97 congressi di federazione. Si sono confrontati due documenti che contengono differenti opzioni politiche e sui quali si sono espressi quasi seimila votanti (si parla di preferenze espresse di persona al termine di dibattiti e confronti, non di consultazioni online). Quello che ha come primo firmatario il segretario uscente Maurizio Acerbo ha ottenuto 2689 voti, il 50,66% dei consensi. Il secondo, sostenuto tra gli altri dall’ex segretario e ministro nel governo Prodi bis Paolo Ferrero, ha ricevuto il 49,34% delle preferenze, pari a 2619 voti.

LO SCONTRO INTERNO è destinato ad acuirsi. Perché i sostenitori del secondo documento contestano la validità di alcuni voti e in ogni caso affermano che non esiste una maggioranza assoluta che legittimi la prevalenza di uno dei due contendenti. Dunque, nel giorno della relazione introduttiva di Acerbo e del saluto degli ospiti (il segretario nazionale della Cgil, Maurizio Landini, il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo e quello dell’Arci Walter Massa), si dovrebbe assistere a due comunicazioni dalla commissione verifica poteri, che è l’organismo che ha il compito di registrare i risultati del percorso congressuale: una di maggioranza e l’altra di minoranza. A questo punto, visti i toni e le caratteristiche del muro contro muro, i lettori che hanno una qualche dimestichezza con le liturgie e la grammatica della sinistra e della storia comunista avranno in mente una parola: scissione. Ma entrambe le parti in campo giurano che non si arriverà fino a questo punto.

L’OGGETTO del contendere è di quelli decisivi, riguarda la tattica e la strategia. Acerbo traccia un bilancio e invoca una proposta «adeguata alla situzione». La linea uscita nel 2008 dopo il fallimento della Sinistra arcobaleno spaccatura al congresso di Chianciano con la parte del Prc che con Nichi Vendola avrebbe dato vita a Sel, sosteneva che la ricostruzione della sinistra dovesse passare per la nascita «in basso e a sinistra» di un terzo polo alternativo a centrodestra e centrosinistra. Questo progetto, come è noto, non si è realizzato. Il documento del segretario sostiene che si debba prendere atto della circostanza e che sia necessario tenere presente il cambiamento di contesto politico: l’estrema destra al governo e il fatto che il centrosinistra trainato dal Pd neoliberista, con la segreteria di Elly Schlein non esiste più, come dimostra l’adesione della nuova dirigenza dem al referendum contro il Jobs act. Ciò non significa il via libera automatica all’ingresso nel campo largo, afferma Acerbo, ma impone l’aggiornamento della linea.

DALLE PARTI del documento 2, invece, sostengono che il terzo polo alternativo ai due schieramenti attuali non si è visto perché la linea uscita dai precedenti congressi non è stata mai davvero praticata: il gruppo dirigente avrebbe temporeggiato e aderito a cartelli occasionali (da Unione popolare alla lista contro la guerra di Michele Santoro) più per tatticismo che per convinzione, mentre nella società che soffre guerra e crisi ci sarebbero spazi da percorrere. Per Acerbo si tratta di usare strumento elettorale con maggiore disinvoltura: «Molti, anche nei movimenti, usano il voto in maniera laica, legandolo a obiettivi comuni» spiega. E aggiunge: «I contenitori unitari non possono diventare recinti settari». Il riferimento è alle difficoltà di Unione popolare, ad esempio, che ha alcune componenti che hanno difficoltà anche a rapportarsi con la Cgil o aderire ai comitati unitari per i referendum.

«BISOGNA RIPARTIRE assieme a tutte quelle realtà che sono contro la guerra e le politiche di austerità – sostiene invece Ezio Locatelli, uno dei primi firmatari del secondo documento – Dobbiamo rompere la gabbia del bipolarismo senza alcuna preclusione che non sia di carattere programmatico. Occorre farlo senza settarismi ma sapendo che fuori dal campo del centrosinistra esiste una maggioranza di persone che è fuori e contro questo sistema». Acerbo dice di comprendere che «il fatto di cambiare la linea possa attirare sospetti e rancori», ma, aggiunge, «abbiamo bisogno sia della coerenza che dell’efficacia». Sostiene che è tornato il momento di fare politica, cioè di confrontarsi senza pregiudizi con chiunque si oppone alla destra perché ci sono gli spazi per far valere la propria radicalità. Per far capire quanto la situazione sia fluida e in evoluzione cita il caso del referendum sulla cittadinanza, che ha visto come unici partiti promotori il Prc assieme a +Europa. Dall’altra parte gli si risponde che Rifondazione si è già schiantata in passato con le alleanze, che è inutile entrare in quella partita per di più senza avere neppure forza contrattuale. In mezzo c’è un corpo militante, spesso fiaccato da anni di marginalizzazione ma vivo.

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C’è voluta Whatsapp per avvertire giornalisti e attivisti italiani che i loro cellulari sono spiati da un potente software. E la società israeliana che lo produce ha rotto il contratto con l’Italia perché lo ha usato contro le regole. Ma il governo non risponde e nei servizi regna il caos

Cimici e bari Dopo la nota della presidenza del Consiglio, Paragon interrompe i contratti con i clienti italiani: un corpo di polizia e l’intelligence. Con l’intercettazione di giornalisti e attivisti violate le condizioni della licenza della società israeliana

Lo spyware usato solo dai governi. Il bluff di palazzo Chigi Postazione hacker

La Paragon Solutions ha interrotto i rapporti con i suoi clienti italiani. È la società madre dello spyware Graphite usato per intercettare i cellulari di almeno 90 persone, tra cui sette utenze con il prefisso internazionale +39. Tra loro il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, il capomissione di Mediterranea Luca Casarini, altri due attivisti della ong. Tra le identità rese pubbliche finora c’è anche quella del giornalista libico, esule in Svezia, Husam El Gomati.

LA DECISIONE di «terminare il contratto con l’Italia» è stata rivelata ieri mattina da uno scoop del Guardian. Solo poche ore prima palazzo Chigi aveva fatto circolare una nota in cui negava che «l’intelligence e quindi il governo» avevano messo sotto controllo dei giornalisti. Il problema di questa versione è che Paragon presta i suoi servizi soltanto a entità statali o meglio: «A un gruppo selezionato di democrazie globali, principalmente agli Stati uniti e ai suoi alleati», ha dichiarato il presidente esecutivo della società John Fleming. E infatti il quotidiano israeliano Haaretz scrive che i clienti italiani di Paragon sono «due diversi corpi, un’agenzia di polizia e un’organizzazione di intelligence».

Già alla fine della scorsa settimana, quando lo scandalo è venuto fuori, ai due acquirenti erano state chieste maggiori informazioni sull’uso dello spyware. La decisione di disconnetterli da Graphite è arrivata, secondo fonti di Haaretz, proprio dopo la nota della presidenza del Consiglio che ha anche elencato altri 13 paesi Ue coinvolti. Rivelando ulteriori clienti della società sulla base delle informazioni acquisite dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, attivata su richiesta del sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano.

Il governo italiano rifiuta di fornire nuove informazioni sul caso, sostenendo che lo farà soltanto in sede Copasir mentre le opposizioni chiedono che riferisca in parlamento. Neanche Paragon ha dichiarato ufficialmente perché ha bloccato la collaborazione. La spiegazione più accreditata è che per la società il governo ha mentito. Nelle condizioni della licenza è prevista la possibilità di «terminare l’accordo con l’utente» in caso di abusi o violazioni.

TRA I FONDATORI DI PARAGON ci sono l’ex premier di Tel Aviv Ehud Barak, che non ha voluto commentare la vicenda, e alti ufficiali dell’Unità 8200, componente dell’esercito dello Stato ebraico specializzata in spionaggio e cyberattacchi. Sul sito della società, una pagina senza link, la dicitura estesa è Paragon Solutions Us. Alla fine dello scorso anno è stata acquistata, ma non è chiaro se in parte o in toto, da una società di private equity statunitense. Mossa utile a garantirsi il mercato a stelle e strisce, dopo aver superato una revisione del contratto di vendita ordinata dalla Casa Bianca di Joe Biden per ragioni di sicurezza nazionale.

Questione in ballo anche sul versante italiano, dove già in passato sono emersi problemi sull’appalto a società israeliane dei sistemi di controllo digitale. La vicenda di questi giorni, però, apre interrogativi di altra natura. Se fosse vero che il governo non ha dato indicazione di spiare dei giornalisti significherebbe che la decisione di intercettare Cancellato è stata presa in sede parallela, da apparati su cui l’esecutivo non ha il controllo. La nota di palazzo Chigi, poi, nulla dice sugli attivisti coinvolti. Chi ha ordinato di controllare i loro telefoni? Teoricamente non si possono escludere

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Spacca-Italia Sarà una delega al governo. Le opposizioni: «Ammette che va riscritta, ma finirà nel nulla». Zaratti (Avs): «Il lavoro del comitato Cassese non può essere utilizzato, il ministro si rassegni». Per il leghista «i negoziati con le regioni vanno avanti». Scettica Forza Italia

Autonomia, Calderoli ci riprova «Pronta la legge bis sui Lep» Roberto Calderoli – Ansa

Un «corposo» disegno di legge delega di oltre 30 articoli per riscrivere le norme sui livelli essenziali delle prestazioni bocciate a novembre dalla Corte costituzionale. L’ha annunciato ieri al question time alla Camera il ministro leghista Roberto Calderoli, specificando che il nuovo ddl, in arrivo «a breve», si fonderà sul lavoro del comitato Clep guidato da Sabino Cassese, lavoro che era stato salvato dalla scure della Consulta proprio da Calderoli con un emendamento all’ultimo milleproroghe.

Il nuovo ddl mira riscrivere l’articolo 3 della legge CAlderoli, in tema di definizione dei Lep. «Lo schema del ddl, oltre a prevedere principi e criteri direttivi generali per l’individuazione, l’aggiornamento e il monitoraggio dei Lep, recherà anche indicazioni specifiche al governo in funzione delle peculiarità dei singoli settori, come richiesto dalla Corte costituzionale, e garantirà comunque un adeguato coinvolgimento del Parlamento nell’esercizio della delega».

L’esclusione di fatto delle Camere dalla procedura di definizione dei Lep è stato uno dei punti su cui la Corte è stata più rigida nel bocciare la legge sull’autonomia. Ora Calderoli ci riprova con un disegno di legge delega, il Parlamento di fatto indicherà una cornice ma sarà il governo a scrivere i singoli decreti attuativi.

Di più: Calderoli ha ribadito quanto detto il 29 gennaio in Senato, e cioè che i negoziati con le quattro regioni (tutte a guida centrodestra) che hanno chiesto il trasferimento di funzioni non Lep andrà avanti. E che si potranno aprire nuovi tavoli anche con altre regioni. «Ho già provveduto a richiedere alle quattro regioni (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, ndr) di indicare se le richieste siano giustificate alla luce del principio di sussidiarietà. Ciò consentirà di svolgere un’istruttoria approfondita. I negoziati già avviati proseguono per singole funzioni attinenti alle materie non Lep, nel pieno rispetto delle indicazioni della Corte».

La settimana scorsa in Senato i no alla mozione di Avs con tro l’autonomia erano stati solo 85, assai meno dei numeri che il centrodestra ha sulla carta. Il tentativo di ripartenza di Calderoli, con il nuovo ddl, crea più di una perplessità dentro Forza Italia, che aveva chiesto di fermare i negoziati con le regioni e di scrivere una nuova riforma.

Tra le opposizioni circola l’idea che l’annuncio di Calderoli sia un’accelerazione «solo apparente, un tentativo di salvare la faccia. «Se si presenta un ddl di 30 articoli significa che la legge viene riscritta, dal ministro c’è stata un’ammissione di colpa», dice Ubaldo Pagano del Pd. «Ora c’è da augurarsi che il ministro non stia preparando un altro attentato alla Costituzione con questo nuovo ddl».

Filiberto Zaratti, di Avs, avverte: «Calderoli si rassegni a mandare in soffitta il comitato Cassese che non può più avere nessun ruolo. La Corte ha messo in chiaro che le regole sui Lep non le può scrivere il governo». È intollerabile che questa destra si ponga sempre fuori dalle regole».

In effetti il nuovo presidente della Consulta Giovanni Amoroso, poche settimane fa ha chiarito che i Lep «dovranno essere deliberati dalle Camere» e ha ricordato che questo passaggio deve avvenire a monte dei negoziati anche sulle materie non Lep «se c’è incidenza sui diritti sociali e civili».

Nel Pd si fa strada l’idea che la «Calderoli bis» non avrà vita facile. E che non potrà andare in aula prima dell’autunno per il primo esame del Parlamento. «Abbiamo un calendario fittissimo, prima viene la separazione delle carriere dei magistrati e poi ci sono i decreti», spiega un senatore dem. La possibilità che finisca su un binario morto, come il premierato, viene considerata molto realistica. E c’è chi si lancia in una previsione: «Vedrete, in questa legislatura non se ne farà più niente. Il progetto di spaccare l’Italia è fallito»

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