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Dollaro I paesi esportatori mettono da parte dollari, ma gli Usa con le barriere commerciali e finanziarie ne frenano il libero utilizzo. La fiducia nel biglietto verde così è destinata a calare

Illustrazione Freepik Illustrazione Freepik – Illustrazione Freepik

È il gran «giorno della liberazione», come Trump ama chiamarlo: vale a dire, una nuova ondata di barriere doganali con cui l’America indebitata verso l’estero punta a limitare gli afflussi di merci provenienti dal resto del mondo. Definirla «liberazione», in effetti, suona ironico.

Per decenni gli Stati uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero anche in virtù dell’esorbitante privilegio di emettere dollari, la valuta più richiesta per i pagamenti internazionali. È quello che gli economisti chiamano il «grado di libertà in più» della politica economica americana: una forza monetaria che è anche espressione di una più vasta egemonia imperiale, nel senso che la moneta dominante si è fatta largo anche grazie al controllo politico-militare delle aree in cui si diffondeva. Risultato: il mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote.

Proprio quel «grado di libertà» della politica americana, tuttavia, è oggi messo in discussione. Come riconosciuto da Larry Fink e da altri insider del capitalismo statunitense, è possibile che l’egemonia monetaria dell’America stia volgendo al termine. Del resto, se i paesi esportatori accumulano dollari e gli Stati uniti alzano barriere commerciali e finanziarie che impediranno il libero utilizzo di quegli stessi dollari, per quanto tempo ancora ci si potrà fidare del valore universale del biglietto verde? A ben vedere, proprio la politica protezionista americana accelera la crisi egemonica americana.

Se dunque così stanno le cose, in effetti proprio di «liberazione» si tratta. Ma a liberarsi non è tanto l’America, quanto piuttosto quella enorme parte di mondo che per decenni si è assoggettata all’imperio «militar-monetario» statunitense. Le parole di Donald Trump, come spesso capita, significano il contrario di quel che sembrano.

Certo, la storia insegna che nessuna «liberazione» è indolore. Tanto meno questa, il cui travaglio si annuncia lungo e carico di minacce. Il problema di una crisi egemonica è che bisogna costruire un’egemonia alternativa, possibilmente attraverso un accordo multilaterale globale. Facile a dirsi. Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio.

Ma anche i cinesi si guardano bene dal prendere un’iniziativa di coordinamento. Per adesso, a Pechino preferiscono agitare la vecchia bandiera del libero commercio globale contro quella insorgente del protezionismo statunitense. Ma è pura retorica. Il liberismo indiscriminato degli anni passati, infatti, è esso stesso una causa degli squilibri finanziari che hanno poi dato la stura alle barriere americane. Con buona pace di Xi Jinping, un ritorno al globalismo deregolato non può esser soluzione poiché è parte del problema.

Quanto all’Unione europea, per aiutare a governare la crisi americana in modo pacifico potrebbe in primo luogo ammettere le sue responsabilità. Come il fatto che il veleno dell’austerity europea ha represso anche le nostre importazioni dal resto del mondo, e così ha contribuito a far montare il debito americano e gli altri squilibri internazionali. Ma a Bruxelles non sembrano di questo avviso. Anzi, ieri von der Leyen ha dichiarato che in caso di nuovi dazi americani l’Ue è pronta a «vendicarsi». Altro che promozione del multilateralismo. Ancora una volta un linguaggio guerresco, che rivela mefitiche ambizioni da nuova Europa imperiale.

In questa angosciosa tormenta delle relazioni internazionali, resta da capire la linea dell’Italia. Il nostro paese si trova in una posizione difficile, poiché è tra quelli che più vendono agli Stati uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento Usa verso l’estero. Gli americani registrano infatti un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari e lamentano di comprare quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro.

Con un tale squilibrio, può anche darsi che nel «giorno della liberazione» l’Italia risulti un po’ meno colpita di altri paesi. Ma i dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington. Rimembrando Marco Polo, faremmo bene a guardarci intorno in cerca di sbocchi commerciali alternativi.

Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma».