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Nella foto: L’esibizione del rapper Kendrick Lamar durante l’intervallo del Super Bowl, New Orleans, Louisiana  via Getty

Oggi un Lunedì Rosso di ricorrenze.

Il 10 febbraio è stato istituito il Giorno del Ricordo, in memoria degli italiani caduti per mano dei partigiani jugoslavi dopo la sconfitta delle truppe nazifasciste. La commemorazione tuttavia suscita da sempre polemiche su come la vicenda del conflitto al confine orientale viene raccontata.

Trent’anni invece sono passati dalla nascita dell’Ulivo, il tentativo di unire le diverse anime del centro sinistra, esperienza che osservata a ritroso offre spunti di critica e di riflessione sul presente.

Sono passati venti anni dal sequestro della giornalista del manifesto Giuliana Sgrena, ne parla la protagonista in conversazione con Carlo Parolisi, vice di Nicola Calipari, agente ucciso dalle forze statunitensi subito dopo la liberazione della prigioniera. 

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In sala il film di quattro registi e registe candidato all’Oscar come Miglior documentario. La distruzione della comunità di Masafer Yatta porta un palestinese e un israeliano a lottare insieme: un’ipotesi alternativa è possibile

 

L’attivista palestinese Basel Adra ha filmato la distruzione della sua comunità, Masafer Yatta, per oltre cinque anni per mano dell’occupante israeliano: è qui che ha stretto una particolare alleanza con un giornalista proveniente proprio da Israele, che ha deciso di unirsi alla sua lotta. Questo il congegno alla base di No Other Land, il film a cura di un collettivo di registi nelle sale italiane dallo scorso 16 gennaio.

Un piccolo film, in teoria, che però ha iniziato a espandersi per passaparola e ha conquistato sempre più spazi cinematografici, fino a ottenere addirittura la candidatura all’Oscar come Miglior documentario. Perché è un film esattamente “in tempo”, cioè un’opera che serviva oggi, mentre abbiamo negli occhi la devastazione nella Striscia di Gaza e vecchi nuovi avvoltoi – Trump, Musk – si aggirano sul mondo in fiamme. Ma andiamo con ordine.

In primo luogo va reso merito ai quattro registi e registe che insieme hanno realizzato l’opera: Basel Adra è avvocato, giornalista e cineasta palestinese originario, appunto, di Masafer Yatta. È attivista e documentarista dall’età di 15 anni, impegnato nella lotta contro l'espulsione di massa della comunità da parte di Israele in Cisgiordania. Rachel Szor è direttrice della fotografia, montatrice e regista israeliana originaria di Gerusalemme.

Hamdan Ballal è fotografo, regista e contadino palestinese di Susya, che ha lavorato come ricercatore per molti gruppi per i diritti umani contro l'occupazione. Yuval Abraham è un regista e giornalista investigativo israeliano originario di Gerusalemme. Come si vede, talenti palestinesi e israeliani si sono uniti per uno scopo comune: comporre questo film e farcelo vedere.

E poi, naturalmente, c’è la storia. Basel, giovane attivista di Masafer, piccolo insediamento rurale in Cisgiordania, si batte contro l'espulsione di massa dell’esercito israeliano, una tragedia quotidiana cui assiste sin dall'infanzia. Basel inizia quindi a documentare con la videocamera di casa la progressiva cancellazione di quel luogo; registra ogni volta che arrivano carri armati e ruspe inviate dallo Stato di Israele e vengono distrutte abitazioni domestiche, insieme ai presidi sociali considerati abusivi. Senza mezzi termini: si tratta del maggiore atto di sfollamento forzato mai realizzato in Cisgiordania.

Fin qui No Other Land sarebbe una storia forte di denuncia, un grido di dolore e allarme, ma è molto di più e altro. Basel Adra infatti incrocia la strada di Yuval Abraham, un giovane cronista israeliano che si unisce alla battaglia: è così che per oltre mezzo decennio fanno fronte comune contro l'espulsione, collaborano cinematograficamente alla registrazione di quanto avviene giorno per giorno. Nel corso del rapporto lavorativo e umano emerge anche un divario, inevitabile, un gap tra loro che non si colma: l’uno vive da sempre sotto le bombe, l’altro conduce un’esistenza serena sul suolo israeliano.

Nasce così un rapporto di amicizia, mentre il collettivo palestinese-israeliano costruisce il film attorno a loro, che ovviamente sono in scena. Quanto a ciò che si vede nel documentario, inutile dire troppo perché è auto-evidente: donne e bambini estromessi dalle loro case, disabili che muoiono di stenti, distruzione sistematica di ogni strumento di lavoro, colate di cemento nei pozzi d’acqua, ogni possibile protesta repressa con la forza.

Interpellati sul senso del loro film, gli autori così rispondono: “Possiamo solo gridare qualcosa di radicalmente diverso. Il film, nel suo nucleo, è una proposta per un modo alternativo in cui israeliani e palestinesi possono vivere in questa terra, non come oppressore e oppresso, ma in piena uguaglianza”.

L’operazione portata avanti con No Other Land ricorda, slittando sulla letteratura, il romanzo Apeirogon di Colum McCann tratto da una storia vera: qui un padre palestinese e un padre israeliano, dopo la morte dei rispettivi figli, iniziano paradossalmente a operare insieme per spezzare la catena della violenza. O almeno provarci. Una goccia nel mare, certo, ma il mare è fatto di gocce.

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Mosca non conferma né smentisce, ma avverte: "Il dialogo deve rispettare i nostri interessi". A Bruxelles il timore di una nuova Yalta

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Il dialogo tra gli Usa e la Russia deve svolgersi "su una base di eguaglianza e la necessaria considerazione degli interessi russi". Nel giorno in cui Donald Trump fa sapere di avere parlato con Vladimir Putin e si dice convinto che anche il presidente russo voglia mettere fine al conflitto, Mosca sottolinea che anche il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà fare i conti con le condizioni russe, che potrebbero rendere la soluzione non così "veloce" come da lui auspicato.

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Israele/Palestina Ramallah, Khan Younis, Tel Aviv: festa amara per le condizioni dei rilasciati. Il premier ora vuole l’espulsione di Hamas da Gaza. Sale il bilancio nella Striscia: tra corpi identificati e dispersi, gli uccisi sono 62mila

L’arrivo a Gaza dei 111 palestinesi catturati dopo il 7 ottobre 2023 foto Ap/Abdel Kareem Hana L’arrivo a Gaza dei 111 palestinesi catturati dopo il 7 ottobre 2023 foto Ap/Abdel Kareem Hana

La gioia ieri era trasversale, a Ramallah, Khan Younis, Tel Aviv. Come nei quattro scambi precedenti tra Israele e Hamas, dopo l’entrata in vigore della tregua il 19 gennaio scorso, si è festeggiato il ritorno in libertà di 186 persone: 183 prigionieri politici palestinesi e tre israeliani, tutti uomini.

UNA FESTA necessaria, ma amara: i volti, da soli, raccontano le privazioni subite, a Tel Aviv come a Khan Younis. Qui, all’ospedale Europeo, sono arrivati 111 palestinesi a bordo di due autobus. Tutti catturati dopo il 7 ottobre 2023, senza accuse.

Come Hussein Alhaj Hassan, operatore sanitario arrestato insieme ad altre decine di persone in ospedale. Ieri ha riabbracciato la madre, poi ha mostrato le cicatrici sul suo corpo e i segni dei pestaggi: «Il mio problema era di lavorare per il ministero della sanità – ha raccontato – Un anno e un giorno di botte e torture a Ofer. Ci bendavano e ci picchiavano durante gli interrogatori. Nessuna cura, né vestiti invernali. Sembrava di stare a Guantanamo».

Yasser Abu Azzoum pesava 120 chili quando è stato arrestato, ora ne pesa 80. Aspetta il ritorno del figlio Mohammed, è stato preso anche lui il giorno in cui i soldati israeliani sono entrati nella loro casa e hanno portato via gli uomini. A Ramallah scene simili: qui sono stati condotti i 42 prigionieri di Cisgiordania e Gerusalemme est (altri sette, ergastolani, saranno deportati, insieme ai 20 condannati a sentenze lunghe e originari di Gaza).

Sette di quelli accolti a Ramallah da una folla in festa sono stati condotti subito in ospedale: le loro condizioni, ha spiegato la Mezzaluna rossa, richiedevano il ricovero. Le case di famiglia di alcuni dei rilasciati sono state prese di mira dall’esercito, devastazione e aggressioni per impedire le celebrazioni.

A Tel Aviv intanto le piazze seguivano in diretta la liberazione di Eli Sharabi, 52 anni, e Ohad Ben Ami, 56, entrambi catturati nel kibbutz di Beeri, e Or Levy, 34, rapito al Nova Festival. Sharabi, ha raccontato la madre, non sa ancora che la moglie e le due figlie sono state uccise il 7 ottobre 2023.

Hamas li ha consegnati alla Croce Rossa a Deir al-Balah, in condizioni molto peggiori dei precedenti ostaggi: i volti e i corpi smagriti hanno provocato sdegno e rabbia tra gli israeliani. La Croce Rossa ha chiesto che i prossimi rilasci avvengano in privato, a tutela della dignità.

LE OPPOSIZIONI, con Yair Lapid, hanno accusato il premier Netanyahu di aver ritardato l’accordo nonostante sapesse che la prigionia è drasticamente peggiorata con l’avanzare dell’offensiva. Lo stesso hanno fatto le famiglie degli ostaggi che in una lettera hanno implorato di proseguire con il dialogo sulla seconda fase della tregua. In risposta Netanyahu ha definito le immagini degli ostaggi «scioccanti» e minacciato Hamas di conseguenze.

Nel pomeriggio le agenzie stampa hanno indicato in una riduzione degli aiuti umanitari per Gaza la possibile vendetta. Di nuovo, una punizione collettiva. La Striscia di tempo a disposizione ne ha sempre meno. I camion in entrata sono inferiori al previsto. Mancano le tende, mancano cibo e medicine.

Ieri è stato aggiornato il bilancio: 26 morti in più, di cui quattro uccisi dall’esercito israeliano nelle ultime 48 ore e 22 corpi recuperati dalle macerie. Dall’inizio della tregua, sono 572 i «nuovi» morti, per un totale accertato che ha sfondato quota 48mila, con almeno altri 14mila dispersi: si parla ormai di almeno 62mila palestinesi uccisi in 15 mesi.

IL DIALOGO per la tregua sembra proseguire, nonostante i chiari tentativi (Trump) di farlo implodere. Ieri uno dei leader di Hamas, Basem Naim, ha detto all’Afp che il gruppo non ha intenzione di riprendere la guerra ma che «la mancanza di impegno di Israele mette in pericolo l’intesa», con ritardi nell’ingresso degli aiuti e nuove uccisioni.

Dall’altra parte, se ieri il team negoziale israeliano era dato in partenza per Doha, fonti governative hanno detto ad Haaretz che Netanyahu ha aggiunto clausole: il ritiro avverrà solo se i leader di Hamas lasceranno Gaza, o l’offensiva riprenderà. Secondo le fonti, Netanyahu avrebbe in mano due via libera: quello ormai scaduto di Biden prima di lasciare la Casa bianca e quello indispensabile di Trump.

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Sinistra Dalla cittadinanza al Jobs Act, le campagne di primavera tracciano alleanze variabili sui temi. Intanto, al congresso del Prc permane la spaccatura su alleanze e prospettive politiche

I «fronti mobili» dei referendum. Da Rifondazione a +Europa Maurizio Landini al congresso di Rifondazione comunista

«Stiamo vivendo un momento di crisi democratica, testimoniato dal fatto che la maggior parte delle persone non va a votare. E questa crisi è la condizione della svolta autoritaria. Per questo abbiamo scelto di usare lo strumento del referendum. La difesa della democrazia è praticarla, con tutti gli strumenti. Il referendum restituisce alle persone la possibilità concreta di cambiare la propria condizione». L’altro giorno, intervenendo al congresso di Rifondazione comunista a Montecatini, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha insistito sul ruolo strategico che secondo il sindacato dovrebbero avere i referendum della primavera prossima. È un tema che ha molto a che fare con la discussione che investe il Prc, perché proprio la campagna su temi come il Jobs act o la cittadinanza ai migranti è un pezzo della linea esposta dal documento sostenuto dal segretario uscente Maurizio Acerbo: scongelare il partito dalla posizione in cui si è cacciato per renderlo protagonista di queste battaglie, da condurre innanzitutto con le grandi organizzazioni sociali (insieme alla Cgil anche Arci e Anpi, per dirne alcune) per arginare la deriva autoritaria in corso. Più che di frontismo, termine che viene utilizzato dai suoi oppositori, si tratta di frontismi, al plurale: di diverse lotte da condurre in contesti eterogenei sulla base di accordi sui singoli temi. Questa postura, puntualizza Acerbo, viene prima di accordi di coalizione e strategie elettorali. Lo fa anche per rispondere a quelli del documento 2 (che ha raccolto soltanto pochi voti in meno del primo): lo accusano di voler tornare sic et simpliciter nel campo largo e nel centrosinistra e rinunciare all’idea di un terzo polo alternativo sia alla destra che al centrosinistra.

DUNQUE, DOPO i contributi degli ospiti, ieri il dibattito tra i delegati è entrato nel vivo. Antonio Marotta, ad esempio, segretario regionale in Sicilia ribadisce il suo sostegno al documento uno e lamentando la linea «minoritaria» seguita fino a qui. «La minaccia della destra dovrebbe costituire una priorità per i comunisti». Il parere suo omologo piemontese Alberto Deambrogio è emblematico dell’altra campana, che sostiene che ci si trovi di fronte a un caso di too close to call: «Non ha prevalso nessuno dei due documenti. E dobbiamo tenere presente che la lotta contro il fascismo ha bisogno anche di un profilo sociale». Al momento la spaccatura appare insanabile, nonostante qualcuno invochi il superamento dello scontro in nome delle questioni di interesse comune.

INTANTO, ANCHE il presidente nazionale dell’Arci Walter Massa ribadisce l’importanza dei referendum: «Sono occasione per dire alle persone che possono incidere direttamente». Poi riconosce al Prc di aver creduto nel referendum sulla cittadinanza insieme alla sua organizzazione. «Quel referendum come quello sul lavoro non è una cosa astratta, tocca la vita delle persone. E quando si tocca la carne viva delle persone, i cittadini capiscono».

CHE IL TEMA dei referendum e delle singole campagna stia già disegnando alleanze di scopo e geometrie variabili è confermato dalle notizie che vengono da un altro congresso, quello di +Europa, che con il Prc ha promosso il quesito (la cosa singolare è che non è arrivata l’adesione del Movimento 5 Stelle, che pure fa parte di The Left al parlamento europeo anche grazie al consenso di Rifondazione). Dalla platea congressuale è stata lanciata la mobilitazione per il referendum che chiede il dimezzamento da 10 a 5 anni degli anni di residenza legale in Italia per l’ottenimento della cittadinanza. «Da oggi parte la formazione in tutta Italia dei Comitati per il sì – annuncia il segretario Riccardo Magi – Si tratta di un primo grande passo per riformare una legge vecchia di trent’anni che non tiene conto della società attuale». «La cittadinanza non è solo un riconoscimento giuridico ma il simbolo di chi siamo e di cosa vogliamo essere come società» aggiunge Utibe Joseph, dell’associazione di italiani senza cittadinanza ‘Dalla parte giusta della storia’ – Le persone che risiedono, vivono, studiano, lavorano e crescono in Italia sono ancora invisibili agli occhi delle istituzioni, non sono riconosciute dallo stato».

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«Rubano le terre ai bianchi»: Trump taglia gli aiuti al Sudafrica e offre asilo agli esuli afrikaners. Mentre i giudici americani gli sospendono alcune follie, arriva la vendetta per aver denunciato Israele alla Corte dell’Aja. A Madrid l’internazionale dei piccoli Donald, Italia in testa

Un giorno a Pretoria Critiche a Israele e bianchi discriminati: scatta il taglio dei fondi e l’asilo agli afrikaner

Sudafrica, la firma di Trump sulla vendetta di Bibi e Musk Donald Trump firma l’ordine esecutivo contro il Sudafrica nello studio ovale – Ap

Detto fatto. Dopo regolare minaccia, anche l’ordine esecutivo che congela ogni tipo di di sostegno al Sudafrica è stato firmato nello studio ovale e sparato nell’infosfera globale. Il motivo, esplicitato dallo stesso Trump con la consueta onestà intellettuale, è duplice: in primis il reato di lesa maestà nei confronti di Israele per l’accusa di genocidio efficacemente portata da Pretoria davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja; in secondo luogo, la minaccia che incomberebbe sulle proprietà terriere della minoranza bianca, a rischio di confisca – secondo Trump – senza indennizzo.

Due cioccolatini, nell’ordine, per Netanyahu e Elon Musk. E un bersaglio unico: il Sudafrica che prova a scrollarsi i guasti ereditati dall’era del suprematismo bianco. E ancora trova sano e giusto denunciare i crimini dell’apartheid, se a instaurarlo è Israele ai danni dei palestinesi.

FONTE INESAURIBILE di ispirazione per il presidente è il triumvirato che unisce Musk agli altri due moghul di tendenza, Peter Thiel e David Sacks, che con il padrone di Space X condividono origini sudafricane e focose passioni alt-right. Grazie a loro è noto dai tempi della liberazione di Nelson Mandela che se al mondo c’è qualcuno rischia il genocidio, beh, sono proprio gli afrikaner. Ragione per cui una misura accessoria annunciata dalla Casa bianca concede loro diritto d’asilo agevolato.

Benché quest’ultima premura umanitaria su base etnica rappresenti un’eventualità prossima alla fantascienza, l’idea è stata presa sul serio, con un misto di stupore e preoccupazione, dagli stessi afrikaner. «Non vogliamo trasferirci altrove – ha tagliato corto Kallie Kriel, direttrice di AfriForum, associazione tra le più rappresentative della comunità – e non chiederemo ai nostri figli di spostarsi in un altro Paese». La posizione di rendita conservata in Sudafrica non è paragonabile a

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