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Palestina/Israele Il tipo e la durata delle operazioni militari israeliane e lo sfollamento forzato indicano un obiettivo chiaro: rendere le comunità invivibili. Nella Striscia un raid israeliano distrugge uno dei pochi bulldozer per rimuovere le macerie

Khan Younis, un mercato delle verdure improvvisato tra le macerie foto Ap/Abed Rahim Khatib Khan Younis, un mercato delle verdure improvvisato tra le macerie – Ap/Abed Rahim Khatib

Va avanti ormai da più di tre settimane l’operazione militare israeliana nella Cisgiordania occupata. 40mila persone sfollate, secondo i dati dell’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei profughi palestinesi. I numeri, la violenza e le modalità dell’attacco lo rendono diverso dalle centinaia di raid degli ultimi anni. «Il tentativo – dice il sindaco di Jenin, Mohammad Jarrar – è rendere permanente lo sfollamento».

Questa volta le persone sono costrette a rimanere lontane dalle proprie case per periodi più lunghi e, se hanno il permesso di ritornare, ciò che trovano è distruzione. I campi profughi, che portano già i segni dell’occupazione e delle distruzioni operate dall’esercito israeliano in passato, stanno diventando luoghi invivibili. Grazie al «metodo Gaza» di esplosioni e incendi. L’esercito israeliano ha dichiarato di non voler cacciare i palestinesi, ma di offrire loro un passaggio sicuro per lasciare i campi durante i combattimenti.

BEN DIVERSE le testimonianze degli abitanti. I militari usano bombe e spari contro le case di chi si rifiuta di andar via. Annunci intimidatori vengono emessi in arabo dagli altoparlanti delle moschee, diffusi attraverso volantini e poster. La sensazione di tanti è che questo attacco intenda completare l’espulsione dell’Unrwa: se i campi profughi non esistono più, non c’è motivo che l’agenzia rimanga in Cisgiordania.

Secondo il commissario generale Philippe Lazzarini, Israele porta avanti una campagna di disinformazione in giro per il mondo, con cartelloni e annunci pubblicitari che descrivono l’Unrwa come un’entità terroristica. L’obiettivo, per Lazzarini, è «spogliare i palestinesi del loro status di rifugiato» e l’attacco starebbe «mettendo a rischio la vita del personale, specialmente in Cisgiordania».

Ma non sono solo i campi profughi del nord a essere attaccati. Ieri un bambino palestinese di 14 anni è stato colpito al collo dalle schegge di un proiettile sparato dai soldati israeliani a Nablus. L’esercito è entrato anche a Betlemme e Hebron, improvvisando nuovi posti di blocco e chiudendo le arterie principali con cancelli elettrici. Centinaia di auto sono rimaste in coda per ore.

Le strade riservate ai coloni israeliani rimangono, invece, liberamente percorribili. Coloni che moltiplicano i propri raid nei villaggi palestinesi, attaccando gli abitanti, le loro proprietà e occupando le terre.

Anche nella Striscia proseguono le aggressioni, soprattutto con droni. Ieri l’agenzia Wafa ha fatto sapere che ad al-Mughraga, nel centro dell’enclave, l’esercito ha bombardato un bulldozer impegnato a rimuovere le macerie delle case distrutte. Due feriti.

ALTRE DECINE di corpi, intanto, sono state recuperate e il ministero della salute ha aggiornato il numero delle vittime nella Striscia a 48.264 dal 7 ottobre 2023. A cui si aggiungono le circa 12mila persone rimaste sotto le macerie. Mentre riaprono i panifici gestiti dal Programma alimentare mondiale, gli aiuti restano insufficienti e in migliaia sono costretti a sistemarsi tra le macerie o a dormire nei cimiteri.

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«Niente Europa al tavolo per l’Ucraina», dice l’inviato di Trump alla conferenza di Monaco (Meloni assente). Team americano verso Riad per incontrare i russi, telefonate Rubio-Lavrov. Vertice europeo della disperazione domani a Parigi: un piano in fretta o decidono altri

Sfratto atlantico Ieri l’attacco di Vance, oggi quello di Kellogg, negoziatori americani già diretti a Riad per incontrare i russi, telefonate Rubio-Lavrov

Conferenza di Monaco, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky foto di Matthias Schrader / Ap photo Conferenza di Monaco, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – foto di Matthias Schrader / Ap photo

Vertice europeo straordinario lunedì a Parigi, per concordare una posizione comune in difesa dell’Ucraina e non solo per rispondere agli attacchi inverosimili dell’amministrazione Usa, condensati nell’intervento orwelliano di venerdì del vice presidente J.D.Vance.

Lo ha annunciato ieri alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco la Polonia, che ha la presidenza semestrale del Consiglio Ue. L’Eliseo ha ammesso «discussioni in corso tra leader europei» per definire l’incontro e chi vi partecipa. «Dobbiamo mostrare la nostra forza e la nostra unità» ha affermato il ministro degli esteri polacco, Rodaslaw Sikorki, dopo che il primo ministro Donald Tusk ha insistito sulla necessità, per l’Europa, di avere «in estrema urgenza» un «proprio piano di azione sull’Ucraina e sulla nostra sicurezza, in caso contrario altri protagonisti mondiali decideranno del nostro futuro, e non necessariamente a favore dei nostri interessi». E forse è già tardi: secondo Politico, negoziatori americani (il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, il segretario di stato Marco Rubio e l’inviato del presidente per il Medio Oriente Steve Witkoff) sarebbero già diretti verso Riad, in Arabia saudita, per incontrare i negoziatori russi e – forse – ucraini. Telefonate tra Rubio e il ministro russo Lavrov hanno già spianato la strada. Nessun europeo sarà della partita.

LE GRANDI LINEE della posizione europea sono note: esigenza di partecipazione dell’Ucraina e della Ue ai negoziati per arrivare a una “pace giusta”; nessun riconoscimento delle frontiere che hanno fatto seguito all’occupazione russa; garanzie di sicurezza per l’Ucraina per evitare una futura aggressione, ivi compresa l’indipendenza politica, per evitare un governo fantoccio a Kyiv messo in piedi da Mosca. La Svezia, entrata da poco nella Nato, ha espresso preoccupazione e chiede «garanzie» prima che venga presa qualsiasi decisione di inviare truppe europee in Ucraina per un peacekeeping: cosa succederebbe se venissero attaccate? La Cina si è inserita nel gioco, trovando la possibilità di fare bella figura (per il momento): il ministro degli esteri Wang Yi ha affermato a Monaco che «tutte le parti implicate in Ucraina partecipino al processo di pace, succede sul suolo europeo e l’Europa deve svolgere un ruolo importante in questo processo».

I Baltici, che si sentono in prima linea per il rischio di un’aggressione, criticano le «idee inconsistenti e senza piano» dell’amministrazione Trump. Per Sikorski, «al di là di Trump, è la credibilità degli Usa» che è in gioco, dopo l’annuncio di negoziati con Putin, senza la presenza degli altri protagonisti. Sikorski, che se ne intende di Russia, ironizza con gravità sugli Usa di Trump, che in starebbero adottando «un metodo operativo che in Russia chiamano razvedka boyem» (riconoscimento attraverso la battaglia), che significa “spingi per vedere cosa succede, poi cambi posizione”.

LA CONFUSIONE regna sovrana dopo la Conferenza di Monaco, dove

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Il governatore: non taglierò mai il settore, aprire al privato non dà benefici. “Sull’Irpef più tasse per un milione di cittadini: per due non cambia nulla”

https://www.ilrestodelcarlino.it/emilia-romagna/politica/manovra-de-pascale-sanita-ticket-w6eezl4t?live

Per sanare il ‘buco’ della sanità ed evitare tagli, de Pascale ha aumentato le tasse. Nel tondo, Michele de Pascale, 40 anni, neo governatore dell’Emilia-Romagna Per sanare il ‘buco’ della sanità ed evitare tagli, de Pascale ha aumentato le tasse. Nel tondo, Michele de Pascale, 40 anni, neo governatore dell’Emilia-Romagna

ologna, 15 febbraio 2025 – Il giorno dopo di Michele de Pascale. Giovedì pomeriggio la nuova giunta regionale dell’Emilia-Romagna da lui guidata ha illustrato la sua prima manovra, definita da molti da ‘lacrime e sangue’. Per le famiglie crscono Irpef, ticket sanitari e bolli auto (aumento complessivo anche di decine e decine di euro al mese), per le imprese sale l’Irap. Ieri il presidente della Regione ci ha spiegato nei dettagli il perché della sua scelta.

"Non sono stato costretto a fare questa manovra: evitare tagli di 250 milioni alla sanità è una scelta politica”. Il governatore dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale, dopo l’intervento lacrime e sangue su Irpef, Irap, bollo auto e ticket sanitari, spiega la ratio dell’intervento. A partire dalla platea che subirà l’aumento dell’addizionale regionale, che tocca i redditi superiori a 28mila euro. A fronte di 2,8 milioni di persone, i tassati saranno un milione di emiliano-romagnoli, mentre 1,8 milioni – avendo redditi inferiori ai 28mila euro – scamperanno alla ’stangata’. Un criterio di progressività alla base anche della svolta sui ticket farmaceutici che toccherà indicativamente chi avrà un Isee superiore ai 35mila euro.

Presidente, il prezzo della scelta di non tagliare la sanità è alta...

“Bisogna dare una dimensione all’operazione. A fronte di un milione di persone che avrà aumenti dell’Irpef regionale, i redditi vicini ai 28mila euro subiranno rincari ridotti: 20 euro annui per chi guadagna 30mila euro, 70 euro per chi ha un reddito di 35mila. In pratica parliamo rispettivamente di aggravi mensili di 1,67 euro e 5,83. Se guardiamo complessivamente ai 200 milioni che arriveranno dall’aumento dell’Iperf, più della metà (oltre 100 milioni, ndr) peserà sui redditi oltre i 50mila euro”.

Non c’erano alternative a una manovra impopolare?

“Nel 2024, io ero presidente da quindici giorni, lo squilibrio nella sanità ha toccato quota 300 milioni. Cento milioni li abbiamo attinti da risorse straordinarie, 200 non erano recuperabili, come comunicato al Mef. In soldoni: la nostra Regione post pandemia spende sistematicamente più di quanto lo Stato ci trasferisce. Non do la colpa all’esecutivo, ma ho una visione diversa: per Giorgia Meloni la spesa sanitaria nazionale del governo è giusta, per me è insufficiente. Insufficiente per l’Italia e per la Regione”.

Morale: era inevitabile...

“Nel 2025 abbiamo due strade: fare 250 milioni di tagli alla sanità o coprire quei 250 milioni. Rispetto a quanto dissi al dibattito del ’Carlino’ per le Regionali, sono coerente: non taglierò un euro alla sanità. Non voglio chiedere al sistema sanitario dell’Emilia-Romagna lo stesso livello di oggi, costando meno. Ma voglio migliorare le prestazioni costando uguale”.

Teme la fine della luna di miele con gli emiliano-romagnoli?

“Un presidente della Regione che invece di chiedere 70 euro annui di Irpef a chi guadagna 35mila euro fa pagare due visite private 400 euro, magari è più simpatico, ma non più bravo... Faccio un esempio anche sulle risorse per il fondo per le persone non autosufficienti (150 milioni in tre anni, di cui 85 solo nel primo anno): senza questo intervento, se non trovi posto e devi rivolgerti a una struttura residenziale convenzionata alla fine spendi 3mila euro al mese”.

L’altro pezzo della manovra riguarda oltre al bollo auto (che aumenta del 10%) anche la riforma del ticket sanitario. Che cosa dobbiamo aspettarci?

“Il bollo auto lo adeguiamo a quello delle altre Regioni. Lo stesso faremo per il ticket sui farmaci che hanno tutti a parte noi. L’idea è prevederlo per chi ha redditi alti, indicativamente sopra i 35mila euro di Isee (si stima meno di un milione di persone coinvolte). Per loro ci sarà una spesa di 1,2,3 euro a medicinale (quelli con la ricetta rossa, ndr). Un’operazione che incentiverà anche una corretta prescrizione dei farmaci. Per chi ha redditi più bassi, comunque, non cambierà nulla”.

Lo stesso criterio verrà adottato per le prestazioni sanitarie?

“No. Rimarrà tutto invariato, salvo un aspetto: stiamo lavorando per utilizzare come criterio l’Isee al posto del reddito totale famigliare: è una questione di equità”.

Quando ci sarà questa rivoluzione sul ticket?

“Tra aprile e maggio: prima serve un confronto con sindacati e farmacie”.

Aprendo più servizi al privato accreditato non si potrebbe diminuire il carico fiscale complessivo?

“È un’illusione. Che non mi convince politicamente ed è confermato in letteratura. Uno squilibrio verso il privato non dà benefici di sostenibilità al sistema”.

La manovra è stata attaccata da tanti: i sindacati lamentano il “mancato confronto”

“Sul metodo hanno ragione, ma stavano circolando informazioni frammentarie e abbiamo deciso di accorciare i tempi. Ma siamo disponibili all’ascolto anche su come indirizzare le risorse”.

Per FI il bilancio andava presentato in Aula, FdI che rimpiange Bonaccini, Elena Ugolini la critica per non aver annunciato in campagna elettorale come correggere i conti...

“Quella degli azzurri è una contestazione surreale. Prima si fa una proposta in giunta, poi si passa in assemblea. Ugolini sapeva che c’erano 300 milioni di squilibrio nella sanità. Lo disse la Corte dei Conti... Se oggi fosse al mio posto avrebbe trovato le risorse tagliando la sanità”.

Ma qualche errore, visti i conti, Bonaccini l’ha fatto?

“Dipende da quali sono gli obiettivi. L’Emilia-Romagna ha 5mila dipendenti sanitari in più rispetto al 2019. Non penso che si debbano tagliare. E lo stesso ha pensato Bonaccini, coprendo questo costo aumentato con risorse straordinarie. Probabilmente avrei fatto lo stesso”. 

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Giustizia Il sindaco di Riace potrebbe essere sospeso in virtù della legge Severino. Per ora però non ci sono atti formali, solo una chiamata

Mimmo Lucano foto Ap A sinistra: una manifestazione a sostegno del sindaco di Riace foto Ansa Mimmo Lucano foto Ap A sinistra: una manifestazione a sostegno del sindaco di Riace – foto Ansa

Non fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo Mimmo Lucano per la sentenza della Cassazione – che di fatto certifica la fine dei sospetti sul “modello Riace” – e già deve affrontare una nuova grana: la possibile decadenza da sindaco. Sì, perché in virtù dell’unica condanna rimasta -18 mesi per falso in una determina comunale – il ministero dell’Interno potrebbe optare per la “rimozione” dalla carica di primo cittadino, in osservanza della legge Severino.

TUTTO INIZIA giovedì sera, quando il segretario comunale di Riace viene raggiunto da una telefonata. Dall’altro capo della cornetta c’è il vice prefetto di Reggio Calabria. «Anche Riace potrebbe essere inserito nella lista dei Comuni chiamati al voto nella prossima primavera», è la sintesi della comunicazione ricevuta, quasi come forma di cortesia istituzionale prima della notifica di altri atti. Ma la scadenza naturale del mandato sarebbe nel 2026.

Per Lucano è una doccia fredda. Che nel primo pomeriggio si fa gelata quando nella casella di posta degli uffici dell’amministrazione arriva una pec della Prefettura per chiedere un recapito certificato del sindaco cui inviare comunicazioni formali. Lucano ricade nel limbo di chi non sa come andrà a finire e attende solo ulteriori chiarimenti. Che a questo punto dovrebbero arrivare nelle prossime ore.

«È UN ACCANIMENTO», dice il sindaco, «non accettano che la Cassazione abbia smontato i teoremi su Riace e adesso vogliono dimostrare, soprattutto a livello mediatico, che io resto comunque un colpevole», aggiunge. «Ma la mia vera colpa è di essermi opposto ai memorandum e ai lager libici, mentre c’è chi consente a un torturatore come Elmasry di tornare comodamente a casa su un volo di Stato italiano, ignorando un mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale. Io mi dichiaro colpevole di favoreggiamento dell’umanità».

I legali di Lucano sono già in azione per capire le eventuali contromisure. Ma in assenza di atti formali si procede per deduzioni giurisprudenziali, brancolando nel buio. Per questo Andrea Daqua, difensore dell’eurodeputato, preferisce non sbilanciarsi.

LEGGE SEVERINO alla mano, l’articolo 10 (che assorbe le vecchie disposizioni del Testo unico degli enti locali) prevede la sospensione dalla carica per chi ha commesso reati gravi: mafia, narcotraffico, reati contro la pubblica amministrazione. Nella casistica, dunque, non rientrerebbe il falso ideologico in atto pubblico e il falso materiale per cui il sindaco di Riace è stato condannato a 18 mesi con sospensione della pena. C’è però uno spiraglio interpretativo che potrebbe essere cucito addosso a Lucano: la lettera d) del primo comma dell’articolo 10. È qui che si parla dell’incompatibilità con la carica di sindaco per chi ha ricevuto una «condanna con sentenza definitiva alla pena della reclusione complessivamente superiore a sei mesi per uno o più delitti commessi con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o a un pubblico servizio diversi da quelli indicati nella lettera c)».

E PAZIENZA se al primo cittadino di Riace non viene contestato l’abuso, toccherà agli avvocati risolvere il rompicapo appena le anticipazioni telefoniche si trasformeranno in atti formali. Solo allora potrà partire l’eventuale ricorso. Nella consapevolezza che dall’avvenuta notifica il Consiglio comunale avrà dieci giorni di tempo per riunirsi e ratificare l’eventuale decadenza, come stabilito dall’articolo 68 del Tuel: «La cessazione dalle funzioni deve avere luogo entro dieci giorni dalla data in cui è venuta a concretizzarsi la causa di ineleggibilità o di incompatibilità».

MA L’EVENTUALE decadenza di Lucano non è semplicemente questione di codici e codicilli. Il nodo è tutto politico. E riguarda il possibile accanimento su un amministratore già finito nel tritacarne per anni per aver proposto un modello d’accoglienza funzionante e alternativo alle deportazioni in Albania. «Dico la verità: sono arrivato a un punto di esasperazione, perché ho passato 7-8 anni di una storia giudiziaria infinita e costruita su un teorema studiato a tavolino», commenta incredulo il sindaco. «E ora tutta la storia ricomincia. Le destre, anche nel mondo dell’informazione, puntano il dito contro di me. Sono le stesse persone che poi se la prendono con i migranti e sognano di spedirli in Albania», continua Lucano, alzando improvvisamente il tono della voce. «In Italia c’è una vera e propria ossessione contro l’immigrazione e per questo devono colpirmi. Cosa ho fatto? Ho ammazzato qualcuno? Ho rubato? E allora perché tutta questa montatura, tutta questa macchinazione?». Le risposte arriveranno probabimente via pec.

 

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«Buttate giù il muro di protezione dall’estrema destra». Il vice presidente Usa Vance arriva in Germania e fa un comizio contro l’Europa: «Immigrazione e perdita dei valori sono le vere minacce». E a dieci giorni del voto tedesco fa un appello a collaborare con i neonazisti

Il nemico americano Il vicepresidente Usa alla Conferenza sulla sicurezza. «Il pericolo non è Mosca ma l’immigrazione e la minaccia alla libertà di parola»

L’Europa deve aprire ai fascisti. A Monaco il diktat di JD Vance Monaco, JD Vance e il segretario della Nato Mark Rutte – Matthias Schrader/Ap

Tirate giù il «Brandmauer» antifascista e iniziate a collaborare con Alternative für Deutschland. Trentotto anni dopo lo storico «Mr Gorbaciov, tear down this wall!» scandito da Ronald Reagan a Berlino, il governo degli Stati Uniti d’America chiede di “liberare” la Germania dal nuovo muro che «divide il suo popolo».

È IL PRIMO PUNTO all’ordine del giorno dell’agenda geopolitica affidata al vicepresidente, JD Vance, calato ieri come un’incudine sul fragile tavolo della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ancora prima dell’apertura dei battenti. Più urgente del piano Trump sulla fine della guerra – che «ancora non si vede» come ha riassunto il presidente ucraino Volodymir Zelensky – la richiesta degli Usa arriva a meno di due settimane dall’apertura delle urne tedesche e viene presentata con zero diplomazia.

«Questa è un’ingerenza in piena regola» denuncia il governo Scholz, mentre il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, cui è affidato il discorso iniziale del summit, replica tono su tono sottolineando la distanza siderale che separa la socialdemocrazia di Berlino dal tecnopopulismo di Washington.

«La nuova amministrazione Usa ha una visione del mondo diversa dalla nostra, che non tiene conto di regole stabilite e partnership consolidate. L’illegalità non deve diventare il modello per il nuovo ordine mondiale. La democrazia non è un parco giochi per la disgregazione». Poi Steinmeier si rivolge indirettamente a chi sta sopra a Vance. «Francamente, sono preoccupato quando una piccola élite imprenditoriale ha il potere, i mezzi e la volontà di ridefinire alla base le regole delle democrazie liberali».

FINO A QUI i rapporti Usa-Germania; ma la Conferenza di Monaco ridisegna gli equilibri dell’intero «mondo occidentale» dettando agli alleati la nuova linea sulla sicurezza diametralmente opposta al vecchio Formato Ramstein messo in piedi da Joe Biden.

«Non sono Cina e Russia a minacciare l’Europa dall’esterno, bensì la perdita dei valori fondamentali al suo interno» esordisce Vance nello sbigottimento generale dei

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Striscia di sangue La tregua resta in bilico. Linea dura di Netanyahu, ma le famiglie degli ostaggi premono. Il movimento islamico chiede l’ingresso a Gaza di case mobili e 200mila tende, come previsto dall'accordo di cessate il fuoco

Hamas: altri tre liberi sabato. Israele valuta «vari scenari» Nelle strade di Gaza City ingombre di macerie e spazzature – Ap

Quattordici corpi sono stati recuperati dalle macerie di Gaza tra mercoledì e giovedì. Altre tre persone sono state uccise dal fuoco dei soldati israeliani. E un ragazzo di 14 anni è stato ucciso da un razzo sparato da un gruppo armato e caduto nella Striscia. C’è la tregua, eppure il bilancio dei palestinesi uccisi nei passati 16 mesi e in questi giorni continua ad aumentare, ogni giorno. Ora i morti accertati dal 7 ottobre sono 48.239. Cifre destinate a raggiungere nuove drammatiche vette se non approderanno all’esito sperato le trattative in corso per mettere fine alla crisi divampata a inizio settimana, quando Hamas ha proclamato lo stop alla liberazione degli ostaggi israeliani in risposta, ha spiegato, al mancato rispetto da parte di Tel Aviv dell’accordo di cessate il fuoco. Annuncio seguito dalla dura reazione del governo Netanyahu e da quella persino più violenta dell’Amministrazione Trump che ha lanciato un ultimatum: il rilascio dei 76 israeliani (parecchi dei quali sono deceduti) ancora prigionieri a Gaza entro sabato (domani) alle ore 12 altrimenti, ha minacciato, «sarà un inferno».

Le notizie ieri davano Hamas pronto a restituire tre ostaggi domani mattina, in linea con quanto è avvenuto ogni weekend nell’ultimo mese, in cambio della liberazione di prigionieri politici palestinesi. E della fine delle restrizioni israeliane che, ha detto il suo portavoce militare Abu Obeida, impediscono l’ingresso di maggiori quantità di aiuti umanitari, delle case mobili per gli sfollati e dei macchinari necessari a rimuovere le macerie e a riaprire e riparare strade ed edifici. Risultati ottenuti, secondo la stampa palestinese, durante gli incontri tenuti in Egitto dalla delegazione del movimento islamico guidata da Khalil Al Hayya con il capo del servizio di intelligence, Hassan Rashad, e i colloqui telefonici con il primo ministro del Qatar, Mohammed Al Thani. Hamas ha anche fatto sapere di essere pronto a rispettare la sua parte dell’accordo di cessate il fuoco, però insiste per l’ingresso nella Striscia di case prefabbricate, roulotte, tende, attrezzature pesanti, forniture mediche, carburante e un flusso continuo di generi di prima necessità. Salama Marouf, capo dell’ufficio stampa governativo a Gaza, afferma che sono arrivate solo 73.000 delle 200.000 tende richieste, mentre non è stata autorizzata alcuna casa mobile. I funzionari delle agenzie internazionali affermano che gli aiuti stanno entrando in quantità maggiori, ma ne servono molti di più. «Ci sono stati dei miglioramenti, tuttavia la risposta non è sufficiente a soddisfare le esigenze di così tante persone», ha detto alla Reuters, Shaina Low di Norwegian Refugee Council.

Foto e video apparsi sui social mostrano macchinari pesanti e camion con i prefabbricati da montare fermi sul lato egiziano del valico di Rafah, in apparenza pronti a entrare a Gaza. La tv pubblica israeliana Kan però, citando una «fonte autorevole», ha smentito la notizia sebbene le case mobili facciano parte dell’accordo di tregua raggiunto il mese scorso. Un freno di natura politica. Netanyahu, favorevole al piano di Donald Trump per la pulizia etnica nella Striscia – ieri decine di attori, artisti e personaggi pubblici ebrei americani, tra cui Joaquin Phoenix, Naomi Klein e Peter Beinart, e 350 rabbini hanno pubblicato un annuncio a tutta pagina sul New York Times contro le intenzioni della Casa Bianca – sa che far entrare macchinari per le macerie, tende migliori e case mobili aiuterebbe i palestinesi a sopportare meglio le pesanti condizioni di vita a Gaza. Perciò, sussurra qualcuno, esita a dare il via libera, anche per l’opposizione dei ministri più oltranzisti all’aiuto umanitario ai palestinesi. «In breve, Hamas ha minacciato e ha ottenuto ciò che voleva», ha protestato Noam Amir, analista di Canale 14, l’emittente tv dell’estrema destra. Dall’altro lato ci sono le manifestazioni delle famiglie degli ostaggi e degli israeliani che chiedono di proseguire la tregua in modo che siano liberati anche gli altri sequestrati. Ieri a migliaia hanno manifestato a Tel Aviv e davanti alle case di alcuni ministri.

Netanyahu ieri è rimasto riunito per ore con il ministro della Difesa Katz, i comandi militari e i vertici della sicurezza per discutere di «vari scenari» a Gaza. Quindi non è sventato il rischio di una ripresa dell’attacco israeliano alla Striscia già domani. In serata si diceva che Israele insisterà con forza per accelerare il rilascio degli ostaggi vivi. Cosa che Hamas difficilmente accetterà poiché sa che il ritorno a casa, in tempi stretti, di tutti gli israeliani sequestrati il 7 ottobre 2023 darebbe l’opportunità al governo Netanyahu, e alla Casa Bianca, di chiudere la partita lanciando subito un nuovo attacco militare.

I riflettori restano puntati su Gaza mentre porzioni della Cisgiordania, sotto l’urto dell’offensiva israeliana «Muro di Ferro» si stanno trasformano in cumuli di detriti e macerie come nella Striscia. Dopo quasi un mese di occupazione militare israeliana, 24 palestinesi sono stati uccisi e altri 120 arrestati a Jenin, dove 20.000 persone sono sfollate dal campo profughi in cui manca l’elettricità e scarseggia l’acqua potabile. Il comitato popolare locale denuncia che 470 strutture e case sono state completamente o parzialmente distrutte da 153 incursioni di soldati e 14 raid aerei. I quattro ospedali della città non riescono più a garantire assistenza medica. Il totale degli arrestati a Jenin, Tubas e Tulkarem è di 380 palestinesi. L’esercito israeliano ieri ha detto di aver ucciso «60 terroristi» in tutta la Cisgiordania. Ieri un giovane palestinese è stato ucciso a Nablus

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