Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

RIFORME . Ora bisogna approfondire, chiedono i comuni in conferenza unificata, per evitare un neo-centralismo regionale pernicioso. Ma il ministro Caterpillar non vuole saperne

Calderoli al supermercato delle funzioni

La conferenza Stato-Regioni ha approvato il disegno di legge del ministro Calderoli sull’autonomia differenziata, con i voti contrari di Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Puglia. Sì dalle regioni in mano alla destra, no dalle altre.

La mancanza di una considerazione laica dei costi e dei benefici, dei vantaggi e degli svantaggi non è un buon viatico. Affermazioni come quella di Zaia, per cui «Il centralismo è l’equa divisione del malessere, l’autonomia è l’equa divisione del benessere» sono solo frasi ad effetto che suscitano rabbia o ilarità in un paese in cui divari territoriali e diseguaglianze sono cresciuti a dismisura negli anni.
E LE MEZZE PAROLE dei presidenti di destra di regioni del Sud sull’avere prima i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) dimostrano ignoranza o mala fede. Non sanno, o fingono di non sapere, che i Lep rimangono fin qui scatole vuote, che siamo inchiodati alla spesa storica, che in larga parte l’autonomia differenziata prescinde dai Lep. Sarebbe indispensabile approfondire, come chiedono i comuni in conferenza unificata anche nella chiave di evitare un pernicioso neo-centralismo regionale. Ma Caterpillar Calderoli non vuole proprio saperne.

Ha aperto, infatti, il supermercato delle funzioni. Dal suo Ministero esce un dossier di ben 81 pagine che elenca oltre cinquecento funzioni statali nelle 23 materie suscettibili di autonomia differenziata ai sensi dell’art. 116.3 della Costituzione. Forse pensa che sia un passo avanti. Non è così.
LE FUNZIONI ELENCATE sono tutte suscettibili di trasferimento a una o più regioni? Ovviamente no. Se tutte le regioni chiedessero tutte le funzioni elencate nel dossier Calderoli, e tutte fossero concesse, lo stato italiano chiuderebbe i battenti dalla sera alla mattina, senza necessità di defatiganti revisioni costituzionali e noiosi dibattiti accademici. Una morte per consunzione. E chiuderebbe i battenti anche se le funzioni trasferite fossero in numero assai inferiore, ma relative a gangli dell’organizzazione statale essenziali per la convivenza civile, come l’istruzione, la salute, il lavoro, la mobilità, l’energia, i beni culturali e molto altro ancora.

Qual è, allora, la linea del ministro sui trasferimenti? Calderoli ha disegnato per se stesso un ruolo dominante nella trattativa governo-regione ai fini delle intese e della maggiore autonomia. Quindi, per ragioni di chiarezza, trasparenza e assunzione di responsabilità politica, deve avere un indirizzo nella scelta di quali siano le funzioni trasferibili. Sarà decisiva la disponibilità della struttura statale a cedere la funzione fin qui svolta? O sarà decisiva la richiesta di una regione di appropriarsene, prendendo dallo scaffale del supermercato quel che le aggrada? O ancora si procederà ad azzerare funzioni presuntivamente da qualificare come inutili superfetazioni burocratiche? Si farà una classifica in base all’importanza? Chi decide cosa?

La selezione delle funzioni da trasferire o da mantenere allo stato disegnerà un’Italia diversa, consentirà o impedirà le politiche di riequilibrio territoriale, perequazione, eguaglianza nei diritti. I governatori di destra del Sud forse danno quelle politiche per acquisite. Sbagliano, e il conto andrà ai loro rappresentati. E dovrebbe preoccuparsi anche Giorgia Meloni.
UN’ULTIMA DOMANDA. Quante, tra le oltre 500 funzioni, sarebbero trasferibili anche senza autonomia differenziata, forzando la lettura dell’autonomia di cui già la regione dispone? Probabilmente, tutte – o quasi – quelle riconducibili alle materie di potestà legislativa concorrente – 20 su 23 – di cui all’art. 117.3.

L’AUTONOMIA differenziata aumenta, non crea, il pericolo già insito nel Titolo V di balcanizzare il paese in staterelli semi-indipendenti. Lo prova la sanità, dove senza autonomia differenziata siamo passati dal servizio sanitario nazionale ai sistemini regionali, fonte di diseguaglianze estreme e inaccettabili. Può succedere lo stesso con la scuola, il lavoro, l’energia, i porti, gli aeroporti, le autostrade, le ferrovie, i beni culturali e altro ancora.
L’ITALIA DELLA DESTRA è un paese che può generare ripulsa e indignazione, come per i morti nel mare di Crotone.
E l’Italia che piacerebbe a Calderoli e Zaia certo non piace a noi. Bisogna battersi contro il ddl Calderoli, ma anche puntare a una modifica degli artt. 116.3 e 117, come fa la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare che si può firmare online con lo Spid su www.cordinamentodemocraziacostituzionale.it

Commenta (0 Commenti)
BARBARIE DI GOVERNO. Al netto delle dichiarazioni che dimenticheremo, al netto delle responsabilità che saranno verificate, c’è un problema centrale. Perché il primo a occuparsi dei naufraghi è il ministro dell’interno?
Per i «carichi residuali» operazioni di polizia

Il capo di Gabinetto fa carriera. Piantedosi è chiamato da Salvini al ministero dell’interno e ci resta con Lamorgese. Garantisce la continuità di un comportamento istituzionale che non è mutato nella sostanza almeno dai tempi di Minniti.

Cambia la punteggiatura, ma non il contenuto. Gli accordi con la Libia li votano (quasi) tutti. Quelli che prevedono il sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica. E conosciamo (o dovremmo conoscere) le storie dei migranti che in Libia vengono carcerati e torturati. Gli uomini venduti come schiavi e le donne stuprate. Non sempre, ma spesso.

Ma perché il ministro dell’interno sta in prima linea quando si parla di migranti? Perché non quello degli esteri visto che provengono da terre oltre i confini? Persino il ministro della Sanità potrebbe interessarsene. In un paese civile dovrebbe essere lui a prendere la parola. Proprio un medico, Orlando Amodeo, lo dice poche ore dopo il naufragio che si poteva intervenire e provare a salvare i naufraghi.

Un’imbarcazione con circa 200 persone stipate è partita dalla Turchia. Donne, uomini e soprattutto tanti ragazzi e bambini che scappano dall’inferno dell’Iraq, Iran, Afghanistan e Siria. Non si fermano in Grecia dove rischiano il primo respingimento. Se passassero quello ne rischierebbero altri lungo i Balcani. Così puntano all’Italia. E dovrebbe essere una gioia che qualcuno ci consideri un paese democratico.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:
Il governo sul luogo del relitto

Un aereo di Frontex li avvista e sostiene di aver subito avvisato le autorità italiane. L’imbarcazione è precaria, viene colpita da un’onda o sbatte contro qualcosa. Si rovescia, si spezza e finiscono tutti in acqua. Stanno a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, interviene la Guardia di Finanza che fa subito dietrofront. Per le sue imbarcazioni il mare è troppo grosso.
Infatti la prima notizia è che non si poteva operare un salvataggio perché la tempesta lo impediva. Ma il medico Amodeo, che per anni ha salvato naufraghi in mare, lo dice subito in diretta televisiva che la Guardia Costiera può uscire anche in quelle condizioni.

Anche peggiori. Il ministro questurino Piantedosi lo redarguisce, quasi lo minaccia. Ma la dichiarazione è smentita pochi giorni dopo dal comandante della capitaneria di porto di Crotone, Vittorio Aloi. «A noi risulta che domenica il mare fosse forza 4, ma motovedette più grandi avrebbero potuto navigare anche con mare forza 8».

E allora perché s’è mossa la Finanza e non la Guardia Costiera? Il ministro competente è l’ex capo di Piantedosi. È Salvini e si occupa di infrastrutture e trasporti. Viene chiamato in causa mercoledì 1 marzo dalla neo segretaria del Pd Elly Schlein che menziona anche Giorgetti, ministro di economia e finanze, quello competente in merito alla Guardia di Finanza. Schlein chiede le dimissioni di Piantedosi anche solo per le dichiarazioni che appaiono subito scandalose.

Prima dice che i migranti non dovrebbero partire, che è da irresponsabili soprattutto per i genitori che portano i bambini. Poi si corregge e dice che andrà lui a prenderli direttamente nei loro paesi. Poi ne dice una più grossa. «Io non partirei se fossi disperato perché sono stato educato alla responsabilità». Lui resterebbe a battersi per il suo paese! E lo dice a Cutro, a pochi metri dalle decine di bare in fila dentro un palasport.

Al netto delle dichiarazioni che dimenticheremo, al netto delle responsabilità che saranno verificate, c’è un problema centrale. Perché il primo a occuparsi dei naufraghi è il ministro dell’interno?

Cerco una definizione ufficiale per capire il suo ruolo. La trovo nel primo articolo della legge 121/81. Leggo che «è responsabile della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica». Questo è il problema centrale. Tranne la breve esperienza dell’operazione Mare Nostrum, dai tempi di Maroni fino a i nostri governi la migrazione è un problema di ordine pubblico. Gli stranieri sono potenziali criminali che vengono a rubare e stuprare, altre volte sono indecorosi nullafacenti che campeggiano nelle piazze col telefono in mano. Insomma sono nemici, invasori.

Domenica 26 febbraio 2023, prima dell’alba, a pochi metri dalla costa calabrese, si muovono i finanzieri, non i soccorritori.
Per il governo non hanno bisogno di aiuto, ma di controllo. Come trafficanti di sigarette, come oggetti in un container.
In fondo Piantedosi è quello che faceva scendere i migranti a singhiozzo da una nave che li aveva salvati. E definiva i naufraghi che stavano ancora a bordo con una parola tecnica, ricordate? Carico residuale

 
 
Commenta (0 Commenti)

INTERVISTA. Parla il dirigente nazionale dell'organizzazione, tra gli organizzatori della fiaccolata contro la disumanità ieri sera nelle vie di Crotone. «Presenteremo un esposto in Procura per accertare se vi sia stato o meno l’omesso soccorso»

Sestito (Arci): «Una commissione d’inchiesta per chiarire. Il ministro si dimetta» Filippo Sestito

Dirigente nazionale dell’Arci, Filippo Sestito è stato tra gli organizzatori della fiaccolata contro la disumanità ieri sera nelle vie di Crotone.
Il ministro Piantedosi nella sua visita lampo a Crotone non ha risposto alle domande sui soccorsi. La Capitaneria di porto da ieri è in silenzio stampa.

Cosa chiedete al governo?

Semplicemente la verità: cosa è successo dall’avvistamento del barcone dei migranti avvenuto ad opera di un aereo Frontex alle 22 circa di sabato notte fino al momento del naufragio? Perché una vedetta della Guardia di Finanza è uscita e poi è rientrata senza, a quanto ci è dato sapere, aver allertato nessuna delle altre autorità che dispone dei mezzi necessari per soccorrere i migranti in balìa delle acque, come già successo tante altre volte davanti alle coste crotonesi? È stato ufficialmente aperto un evento Sar? Quanti e quali mezzi della Guardia Costiera potevano intervenire e perché non sono intervenuti? In più il silenzio stampa della Capitaneria di Porto lascia intendere che vi sia un interesse da parte del Ministro competente a non comunicare all’esterno le notizie e le informazioni in suo possesso. Chiediamo inoltre al Ministro cosa sia successo in tutte quelle ore trascorse dall’avvistamento al naufragio e se è vero che una telefonata fatta con un cellulare internazionale dal caicco ormai alla deriva verso le secche antistanti la costa di Steccato di Cutro sia stata effettuata intorno alle 4 del mattino di domenica ai carabinieri di Crotone che, precipitandosi sul posto, si sono immediatamente gettati in mare salvando alcuni naufraghi.

Al manifesto la Croce rossa ha ricordato il soccorso e lo sbarco di novembre 2021 al porto di Crotone. Anche allora le condizioni meteo erano “proibitive”. Malgrado ciò la procedura fu impeccabile e le motovedette della Guardia costiera allora si mossero. C’è qualcosa che non torna?

Non c’è solo il soccorso del novembre 2021, anche nel gennaio 2015 una nave mercantile alla deriva e senza equipaggio a circa 80 miglia dalle coste crotonesi con quasi 400 migranti a bordo venne soccorsa nonostante condizioni marine avverse, con l’impiego di elicotteri dell’aeronautica militare, personale medico, soccorritori e mezzi della Guardia Costiera. In questo caso invece, senza nessun dubbio, c’è qualcosa che non torna. Lo testimoniano tutti coloro che nei mesi scorsi e negli anni precedenti hanno partecipato alle operazioni di soccorso anche con condizioni marine molto peggiori. Il fatto poi che la Guardia Costiera non avrebbe ricevuto nessuna comunicazione per attivarsi è segno evidente che, con molta probabilità, il Ministero degli Interni e quello delle Infrastrutture guidato da Salvini abbiano agito come un tutt’uno. Del resto, per quanto riguarda i soccorsi in mare, gli sbarchi e tutte le altre attività relative alla prima accoglienza, le professionalità e l’esperienza del personale italiano sono ad altissimi livelli.

In conclusione, sulla base della vostra esperienza pensate che si potevano salvare i 200 migranti di Smirne o perlomeno provarci. E quali passi pensate di intraprendere per far emergere la verità?

Innanzitutto, per fare in modo che quanto avvenuto non resti solamente una sterile polemica politica, presenteremo nei prossimi giorni un esposto alla Procura di Crotone per accertare se in questa vicenda vi sia stato o meno l’omesso soccorso. Chiederemo, inoltre, a tutti i parlamentari, a partire da quelli calabresi, di istituire una Commissione di inchiesta da affidare all’opposizione, per maggiore trasparenza, volta ad individuare le eventuali responsabilità della catena di comando inter-istituzionale. Nelle prossime ore lanceremo anche una manifestazione nazionale, da svolgersi a Crotone, contro la disumanità al potere. Nel frattempo sarebbe opportuno che il Ministro Piantedosi si dimettesse dal suo incarico perché, ora dopo ora, sembra prendere corpo l’ipotesi che la strage dei migranti avvenuta davanti le coste crotonesi sia strage di Stato

 

Commenta (0 Commenti)

L'ANALISI. Il voto dei tesserati, che ha premiato Bonaccini, non è affatto un microcosmo del consenso elettorale al partito, ma uno specchio deformante

Pd, una militanza da rifondare. Gli iscritti non sono il partito 

«Queste sì, che sono soddisfazioni!», come talvolta capita di esclamare. Nel caso di alcuni studiosi che si occupano di partiti (e mi ci metto anch’io), si può ben dire che l’esito delle primarie del Pd, alla luce soprattutto di alcuni stupefatti commenti, rappresenta una bella rivincita.

È davvero buffo che qualcuno scopra ora, con aria pensosa, che i gazebo hanno sconfessato gli iscritti. Oddio, come farà ora la povera Schlein a gestire questa situazione? Ma non ci era stato detto e predicato che oramai «il partito delle tessere» era un’anticaglia novecentesca? Che l’adesione al partito doveva essere leggera e il tratto identitario del Pd quello di essere «aperto» e «contendibile»?

È davvero singolare che adesso molti cadano dal pero e si preoccupino del destino degli iscritti. Per anni e anni ci è stato spiegato che era pura nostalgia pensare a un partito in cui avessero un senso espressioni come «radicamento territoriale», o «partecipazione» alla vita del partito («per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»: articolo 49 della Costituzione); o che era faticoso e inutile, e costoso, tenere aperte le sezioni, quando oramai bastano i social.

Non solo: le regole che si era dato il Pd prevedevano espressamente la possibilità di questo divario: e lo si scopre ora, per fornire preoccupati (o interessati?) consigli a Elly Schlein?

Dopo anni in cui il ruolo degli iscritti è stato svilito e svalutato; dopo che è stato costruito un modello organizzativo in cui si davano gli stessi diritti a iscritti ed «elettori», sul punto cruciale (eleggere il segretario); dopo che vi è stata anche una trasandatezza assoluta nella gestione della macchina del partito, spesso appaltata ai potentati locali, dopo tutto ciò, ci si sorprende che vi sia stato un costante calo degli iscritti (salvo, solo ora, tornare ad attribuire gran valore agli iscritti residui)?

 

Guardiamo un po’ di dati, peraltro spesso opachi, non facilmente reperibili e approssimativi (il che la dice lunga, anche indirettamente, sullo stato del partito).

Nel 2008-9 erano 800 mila, 400 mila nel 2014-16; circa 380 mila nel 2019. Quest’anno sappiamo che hanno votato 150 mila iscritti, ma non è dato sapere la percentuale dei votanti sugli iscritti aventi diritto.

L’analisi però più interessante riguarda la distribuzione territoriale del voto: una semplice tabella ci mostra dei dati eloquenti. Mettiamo a confronto, per grandi aree geografiche, il rispettivo peso percentuale sul totale nazionale del voto degli iscritti, dei votanti alle primarie e dei voti al Pd del 25 settembre scorso.

Come si vede, tra gli iscritti metà hanno votato da Roma in giù; laddove, tra i votanti alle primarie si scende al 40%; mentre vengono da questi regioni il 34% dei voti al Pd. Inverso l’andamento per le regioni del Nord, più equilibrato l’apporto delle quattro (ex) regioni rosse. 

Ebbene, possiamo dire che l’universo degli iscritti che hanno votato a maggioranza Bonaccini non si può dire davvero rappresentativo del più ampio corpo elettorale del partito: non è un microcosmo ma uno specchio deformato. Basti pensare che in provincia di Modena hanno votato 2.290 iscritti e a Foggia 2.570. Alle primarie, poi, tanto per dare dei termini di raffronto, a Modena hanno votato oltre 25mila persone (11 volte in più) e a Foggia 12.326 (quasi cinque volte in più): cos’è più rappresentativo?

Che conclusioni trarne? Non certo che Elly Schlein debba snobbare questi iscritti. Ma deve essere ben consapevole che hanno caratteristiche peculiari e limitate: semplicemente non sono il partito (o tutto il partito). E magari partire da qui per proporre linee di riforma, nell’organizzazione e nelle procedure democratiche interne, che possano tornare a dare un valore e un senso all’adesione al partito e tornare a far aumentare il numero degli iscritti.

Altri sono i problemi con cui Elly Schlein deve misurarsi. E una questione pare emergere dal dibattito: come farà Elly Schlein a tenere unito il partito?

Sembra che le possibili alternative siano due: o la nuova segretaria rimane fedele alle sue promesse di radicalità e nettezza delle posizioni, e allora il partito si sfascia, o cerca di tenere insieme tutto, e allora il partito forse regge (ma poi quanto chiara e attrattiva sarà la sua posizione?).

È una falsa alternativa. Costruire la coesione del partito non significa annacquare la linea, rendendola infine incoerente e incomprensibile: significa arrivare ad una decisione sulla base di un percorso di discussione e di confronto quanto più ampio possibile, che dia voce e spazio a tutte le posizioni, che tenga conto delle idee di tutti, ma che alla fine valuti quale sia la tesi prevalente e quella da sostenere nel dibattito pubblico.

È un processo democratico e inclusivo quello che soltanto può dare legittimità ad una decisione e che la può rendere accettabile anche a coloro che non la condividono. Responsabilità di una vera leadership non è tagliare il nodo di Gordio, e costringere tutti o all’ubbidienza o alla rottura, ma coinvolgere saperi e opinioni, esperienze e competenze: dare un senso davvero all’idea di un partito che valorizzi l’intelligenza e la saggezza collettiva.

Per questo, tra i compiti più urgenti che ha di fronte Elly Schlein vi è anche quello di modificare radicalmente il modo di discutere e di decidere del partito. Se ne riparlerà

Commenta (0 Commenti)

PRIMARIE. Intervista a Mario Ricciardi, direttore della Rivista del Mulino

«Il contrappasso del gazebo in un partito tutto da ricostruire»

Dell’elezione di Elly Schlein e delle sfide che la attendono parliamo con Mario Ricciardi, che insegna filosofia del diritto all’Università Statale di Milano ed è direttore la rivista del Mulino.

Partiamo dallo strumento delle primarie: il voto di domenica ne conferma l’efficacia?
È un meccanismo che nacque come risposta a un problema contingente. Poi ci si innamorò dell’idea, anche se col passare de tempo ci si rese conto che gli effetti negativi erano maggiori di quelli positivi. Ma nessuno ha avuto il coraggio di tornare indietro perché, come si dice, le primarie sono «una festa della democrazia».

Il voto del cosiddetto «popolo dei gazebo» ha sconfessato quello degli iscritti.
È chiaro che creare le condizioni di uno scontro tra iscritti e simpatizzanti non è l’ideale. È un sistema che introduce un potenziale conflitto, mentre il partito dovrebbe fare sintesi, leggere la realtà sociale e gli orientamenti dei possibili elettori senza ricorrere a meccanismi di questo tipo.

Lei sostiene che l’assunto tacito, almeno alle origini delle primarie all’italiana, fosse che la mobilitazione dell’opinione pubblica fosse necessaria per bilanciare gli istinti socialisteggianti dell’apparato proveniente dal Partito comunista.
Quando sono state introdotte le primarie, nel 2005, si avvertiva ancora la cultura di origine in un partito che stava facendo una sua transizione che voleva approdare a un’identità post-comunista e post-socialista. Questa operazione incontrava delle resistenze, erano trasformazioni sofferte di fronte alle quali si opponeva una resistenza spesso passiva. Il meccanismo delle primarie scardinava questa dinamica. Dietro c’era l’idea che stessimo entrando in una fase nuova e che l’opinione pubblica non potesse che essere che illuminata: il mito della società civile.

Ora siamo di fronte a un contrappasso: questa volta dall’esterno è arrivata la spinta verso la candidata considerata più di sinistra.
Probabilmente molti che non avevano votato Pd negli ultimi tempi ma che si considerano di sinistra si sono visti un candidato sostenuto da molti ex renziani che nello stile sembrava riprodurre modalità che ricordavano quelle di Renzi: l’uomo del fare, il pragmatismo contro la sinistra da salotto, la retorica di chi si sporca le mani.

Eppure Bonaccini viene proprio dal Pci, a differenza di Schlein…
Bonaccini forse non è quello che ha cercato di apparire. Ha fatto una campagna sbagliata fidandosi troppo di alcuni opinionisti e finendo per spaventare gli elettori di sinistra. Schlein era perfetta per questi altri: in questa contrapposizione lei rappresentava quella di sinistra, quindi è stata vista come una speranza di cambiamento.

Ma la sua vittoria ha stupito molti.
Ha ragione quando dice: «Non ci hanno visto arrivare». C’è stato talmente disinteresse da buona parte della stampa sul fatto che un partito che aveva perso una parte dei suoi voti e che di fronte all’impoverimento del ceto medio non fosse riuscito a fare politiche contro le disuguaglianze. Nessuno sembrava essersi reso conto di questo problema.

Quale sfida si trova di fronte la nuova segretaria?
Ha tre quarti della stampa contro. In questi giorni sono arrivati alla mancanza di rispetto: la trattano come una ragazzina, le spiegano il mondo, le dicono quello che deve fare. Sarebbe
inconcepibile in altri paesi. Non sarà facile reggere tutto questo.

In effetti dalle nostre parti si continua a parlare di Terza Via, di blairismo come se fossero fenomeni ancora in auge, ma è una bolla solo italiana. Come se lo spiega?
Sono in difficoltà nel trovare una spiegazione. Non sono mai stato comunista, provengo da una cultura liberal-progressista all’interno della quale ci sono stati ripensamenti molto profondi, da prima della crisi finanziaria del 2008. Il primo evento traumatico furono le guerre in Medio Oriente, l’idea di esportare la democrazia abbracciata da Blair produsse effetti disastrosi. Su tutto questo, sul modello economico, sulla giustizia sociale, si è aperta una discussione che dura da due decenni e che dopo la crisi finanziaria è diventata importante, penso ai contributi di Stigliz, Sandel, Piketty. L’Italia sembra totalmente isolata da questo dibattito: lo ignora o cerca di ridicolizzarlo. Per capire il motivo servirebbe un antropologo.

Schlein dovrà portare quelli che l’hanno sostenuta «da fuori» nel partito o costruire un modello aperto ai non iscritti?
Se hai un partito che funziona e che fa il partito il dialogo con la società è più costante e profondo di quello che si affida alle primarie. Negli anni della «fine della storia» abbiamo immaginato che si potesse fare a meno dei partiti e che servissero comitati elettorali. Non dico si debba tornare ai partiti dei primi del Novecento, ma servono partiti che hanno radici nella società. Il Labour ha profonde radici sociali che nascono dal rapporto coi sindacati, circoli, associazioni, think tank che elaborano le idee… Tutto ciò è necessario. È difficile farlo in un paese in cui abbiamo abolito il finanziamento ai partiti. Ma Schlein dovrà provarci

 

Commenta (0 Commenti)

MEDITERRANEO. Da decenni scriviamo contro ogni guerra e, di conseguenza, a favore di ogni salvezza e accoglimento per chi dalla guerra fugge in cerca di una nuova possibilità di vita. Così, […]

 I soccorsi al lavoro sul luogo della tragedia - Lapressse

Da decenni scriviamo contro ogni guerra e, di conseguenza, a favore di ogni salvezza e accoglimento per chi dalla guerra fugge in cerca di una nuova possibilità di vita. Così, di fronte all’«ultima» strage a mare di migranti viviamo uno sconforto di rabbia e impotenza che ci fa dire che, ormai, scrivere è solo epigrafe. Di fronte all’evidenza delle responsabilità, sarebbe bastato un silenzio pietoso per gridare l’umanità sepolta nei cimiteri marini del Mediterraneo.
Invece no. Stavolta c’è un governo che straparla, giustifica e colpevolizza senza vergogna le vittime, e così facendo è come se rivendicasse, come un monito necessario, la strage di Cutro di persone annegate a cento metri dalla riva, dove il numero dei morti senza nome cresce di ora in ora.

«Non strumentalizzate questi morti» ha gridato nervosa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: possibile che non comprenda che con queste parole tradisce un malcelato senso di colpa? E poi c’è il barbaro in giacca e cravatta Piantedosi, che ripete convinto la sua litania funebre anche sul luogo del relitto: «L’unica cosa che va affermata è che non devono partire». Ma da dove partono e perché gli uomini, le donne e i bambini naufragati a Cutro? Sono partiti da Smirne, da quella Turchia riempita di miliardi di euro proprio perché bloccasse gli arrivi in Europa di centinaia di migliaia di esseri umani.

Spesso intrappolati senza scampo nell’inferno della rotta balcanica; dalla Turchia dell’ atlantico Erdogan ora alle prese con il disastro del terremoto e della marea

Commenta (0 Commenti)