IL LIMITE IGNOTO. «È vero, c’è la legittima difesa. Ma dov’è il suo limite? E quindi qual è il limite degli aiuti militari? Questa è la domanda che dobbiamo porci, e la risposta è complessa»
La grande manifestazione per la pace del 20 marzo 2022 a Berlino - Ap
In quest’ultimo anno il mondo cattolico ha rappresentato uno spezzone importante del movimento per la pace, sabato scorso a Bologna è stato rilanciato l’appello di oltre cinquanta associazioni e movimenti cattolici per chiedere ai governi italiani – finora senza successo – di aderire al Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e anche oggi molti cattolici sono in piazza a manifestare contro la guerra con quello che resta della sinistra pacifista. Ne abbiamo parlato con il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana.
Dopo un anno di guerra non si parla più di negoziato ma solo di impegno per la vittoria. Siamo in un vicolo cieco?
È veramente pericoloso non investire più nella ricerca della pace. Nei primi mesi di conflitto ci sono stati alcuni tentativi di incontro fra le delegazioni di Russia e Ucraina, ma la via del dialogo è stata interpretata da molti come un favore all’uno o all’altro. Invece non è così. La guerra è una sconfitta per tutti. Il dialogo è l’unica strada per un cessate il fuoco, per
Aldo Schiavone firma il funerale del lavoro e del socialismo, spogliati di ogni valenza simbolica, sostituiti da diritti universali e uguaglianza redistributiva
Potremmo sorvolare sull’ultimo libretto di Aldo Schiavone (A Sinistra. Un Manifesto, pubblicato da Einaudi) prendendolo come l’ennesima profezia di “fine del lavoro” fra le tante già clamorosamente smentite dalla storia: ricordate “La fine del lavoro” del futurologo Rifkin? Uscì nel 1995 e fu immediatamente seguito – per l’ingresso della Cina nell’arena mondiale – da quella che si sarebbe rivelata addirittura una quadruplicazione delle forze di lavoro globali. Se non fosse, però, che le tesi di Schiavone vengono riprese da vari zelanti commentatori e perfino da esponenti politici, come Walter Veltroni e Stefano Bonaccini, con voce in capitolo importante nel dibattito che si è aperto intorno al futuro della sinistra italiana e in particolare del Pd, impegnato in un congresso non di routine.
Schiavone fa conseguire da quella che ritiene la vittoria generalizzata del capitalismo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la fine del lavoro come “valore unificante”, da questa la dissoluzione delle classi e da entrambe il tramonto del socialismo (storicamente scopo e strumento della lotta di classe). Di conseguenza, l’idea di sinistra che residua deve essere disgiunta da quella di classe e deve essere collocata nel solo perseguimento dell’universalità e dell’eguaglianza, quest’ultima, a sua volta, scissa e disarticolata dall’idea di lavoro, ridimensionando anche il significato dell’articolo 1 della Costituzione italiana (dandone un’angusta interpretazione “lavoristica”, quando siamo di fronte a un grande progetto di rifondazione antropologico-strutturale).
Sul capitalismo faccio solo alcune osservazioni: 1) a livello diacronico una sua caratteristica fondamentale è la spinta irrefrenabile al cambiamento, la quale dà luogo a continue metamorfosi, più importanti dello stesso capitalismo in quanto tale; 2) a livello sincronico sussiste una “pluralità” di capitalismi (variety of capitalism) e capirne e apprezzarne le differenti tipologie e strutture consente di realizzare differenziati rapporti capitale/lavoro, una delle cui forme è rappresentata dal capitalismo scandinavo profondamente influenzato dalla socialdemocrazia.
Sul lavoro e sul socialismo mi sembra semplicemente imperdonabile ignorare il pensiero e le analisi assai innovative che si vengono accumulando in Europa (e non solo), per esempio dalla scuola di Francoforte in Germania, a partire da Habermas, e dai suoi accoliti in Francia e in Italia. Axel Honneth costruisce la sua teoria del “riconoscimento” sul lavoro – visto come una pratica altamente simbolica oltre che materiale, attraverso cui i soggetti esperiscono e riconoscono la loro reciproca dipendenza e sviluppano un sentimento di appartenenza comune acquisendo la consapevolezza di essere membri di una comunità sociale – e coltiva un’idea di socialismo lontana dal duplice determinismo dei marxismi tradizionali: quello derivante da una filosofia della storia gravitante sulla lotta di classe come motore automatico della trasformazione e quello economico-tecnologico spinto dalle contraddizioni oggettive fondamentali.
Per Honneth bisogna riferirsi ai primi socialisti i quali, attraverso la scoperta di una contraddizione assai profonda tra un’interpretazione restrittiva della libertà limitata all’egoismo privato e all’individualismo – tipica del liberalismo conservatore – e l’ideale di una comunità “fraterna” e “solidale” intrinseco alle categorie della Rivoluzione francese, erano risaliti alla intensa carica normativa dei principi costitutivi dell’illuminismo e si erano dimostrati perfettamente consapevoli della loro dipendenza normativa dalle innovazioni rivoluzionarie attribuendo al socialismo proprio il compito di risolvere quella contraddizione, realizzando l’essere solidali, cioè non solo “l’uno con l’altro” ma “l’uno per l’altro”.
Si trattava di un compito morale, non limitato alla subordinazione della sfera economica alle direttive sociali o alla questione di una giusta ripartizione delle risorse, perché investente la sfera dei valori e delle strutture primarie, in particolare la reale realizzazione del binomio libertà/fraternità, il che richiedeva di sovrapporre all’idea di imporre un sistema di redistribuzione più giusto. l’accesa speranza di istituire una nuova “forma di vita”.
Sono queste le ragioni per cui Honneth pensa a una sorta di socialismo a forte valenza morale: “L’intuizione normativa alla base del primo socialismo – egli scrive – spinge ben oltre la visione tradizionale della giustizia redistributiva”, perché spinge alla costruzione di “rapporti sociali nei quali le finalità della Rivoluzione francese – libertà, eguaglianza, fraternità – si realizzano in modo tale da coadiuvarsi reciprocamente, risolvendo l’enigma scaturente dalla necessità di conciliare i tre principi”.
Anche oggi, “tramontata l’idea di una tendenza immanente del capitalismo all’autodistruzione e quella di una classe automaticamente portatrice di una società nuova”, un socialismo rinnovato non può non nutrirsi di una “corposa concezione etica”, in grado di indurlo a ricorrere a una ricerca di tipo sperimentale che valorizzi le spinte all’autodeterminazione politica e i “bisogni di intimità emotiva e fisica”, pensandosi come “forma di vita ‘sociale’” incardinata sul binomio libertà/solidarietà esaltante la relazionalità e l’intersoggettività, dense di potenzialità inespresse.
Tutto ciò comprende l’eguaglianza ma va oltre, perché solo in un disegno nuovo e simbolicamente motivato di sviluppo umano, oltre le mere istanze redistributive, la problematica della diseguaglianza può evitare di concentrarsi quasi esclusivamente sul destino dei poveri, degli “ultimi”, dei “diseredati” e fare spazio all’attenzione ai bisogni e alle crescenti difficoltà dei ceti medi, i quali rimangono pur sempre “il nerbo della democrazia”.
Commenta (0 Commenti)CRISI UCRAINA. Se l’accusa è di «essere stati dall’altra parte» allora addio giornalismo libero
Giornalisti italiani sempre bloccati a Kiev
Ieri pomeriggio, nel palazzo presidenziale di Kyiv, si è svolto l’incontro tra la premier Giorgia Meloni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Alla conferenza stampa a margine del summit avremmo dovuto esserci anche noi perché ci eravamo accreditati.
Regolarmente- come tutti i giornalisti italiani presenti in città – tramite la nostra Ambasciata. Tuttavia abbiamo preferito disertare l’appuntamento, perché sapevamo che il nostro caso sarebbe stato probabilmente sollevato nel corso del colloquio. Solo a incontro ormai iniziato, verso metà pomeriggio, abbiamo scoperto che la nostra presenza non sarebbe comunque stata possibile. Questo, almeno, è quanto sarebbe stato riferito alle autorità italiane da quelle ucraine: nonostante per presenziare all’evento non fosse necessario esibire alcun accredito militare, e nonostante che l’elenco dei giornalisti accreditati fosse stato compilato dai nostri rappresentanti a Kyiv, qualora avessimo cercato di presentarci a palazzo saremmo stati bloccati. Non sappiamo cosa si siano detti Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky.
Quello che sappiamo è che ormai da sedici giorni i nostri accrediti militari sono stati sospesi. L’Sbu, il servizio di sicurezza di Kyiv, non ci ha ancora convocati per interrogarci – nonostante le continue sollecitazioni, nostre e della Farnesina. È dal 6 febbraio – da quando, cioè, eravamo di ritorno dal campo di battaglia di Bakhmut – che ci troviamo in queste condizioni. Non possiamo lavorare, e restiamo in attesa di una convocazione che non arriva mai. Nel frattempo, un altro reporter, Salvatore Garzillo, è stato respinto alla frontiera con la Polonia e ha ha ricevuto un ban che per cinque anni gli impedirà di entrare nel Paese – una sorte molto simile a quella che era toccata, nel febbraio del 2022, a un quarto collega, Lorenzo Giroffi.
Le nostre colpe? Nessuno ce le ha ancora comunicate. Nel frattempo, però, sono circolate sul nostro conto voci gravissime: «Ho appena parlato con i rappresentanti dei nostri servizi di sicurezza – ci ha scritto il 6 febbraio stesso un fixer col quale avremmo dovuto lavorare nei giorni successivi -. I vostri accrediti non sono più validi e siete sospettati di collaborare col nemico». L’unico punto in comune che abbiamo con Salvatore e Lorenzo è l’aver lavorato, all’indomani dei fatti di piazza Maidan, sia nei territori controllati dall’esercito di Kyiv che in quelli in mano alle milizie separatiste filo-russe. La cosa è più che nota, dal momento che tutti i nostri servizi sono ancora disponibili online.
C’è, ad esempio, una nostra inchiesta sulle miniere clandestine del Donbass, dove centinaia di lavoratori faticano in condizioni disumane, sei giorni su sette, per una paga mensile di circa duecento dollari. Le miniere illegali si chiamano “kopankas”, ed erano controllate – dice l’articolo – dall’allora presidente della repubblica separatista, Alekandr Zakharchenko, che speculava silenziosamente sul sudore del suo popolo. Oppure, ci sono le interviste ai «volontari» italiani che combattevano con i separatisti, quasi tutti di ideologia neofascista. Che questi e altri reportage possano essere stati partoriti da due filorussi è – per usare un eufemismo – perlomeno opinabile. Ma la questione, in fondo, non siamo noi quattro. Se passerà questo principio – cioè che chiunque sia stato «dall’altra parte», cercando di raccontare questo conflitto a tuttotondo, in modo critico e senza sventolare nessuna bandiera, debba essere automaticamente considerato un «nemico» – allora il rischio è che un domani, al netto dei molti colleghi coraggiosi e liberi che continuano a lavorare in Ucraina, non ci saranno più reportage, ma solo comunicati stampa e veline. A Mosca già funziona così. E a Kyiv?
Rivivi l’incontro con i due giornalisti nel Collettivo Digitale
Commenta (0 Commenti)IL LIMITE IGNOTO. L'iniziativa del Movimento nonviolento. Le attiviste Kateryna Lanko, Darya Berg e Olga Karach domani a Roma
Anche in Russia, Ucraina e Bielorussia c’è chi crede nella nonviolenza come possibilità di resistenza civile. Sono le uniche voci delle parti in conflitto che già dialogano tra di loro, che creano un ponte su cui può transitare la pace. Tre attiviste pacifiste che rappresentano i movimenti nonviolenti e degli obiettori di coscienza dei rispettivi paesi, saranno in Italia per un tour nella settimana anniversario dell’inizio guerra. Vengono a chiederci di sostenere concretamente gli obiettori di coscienza, i renitenti alla leva, i disertori russi, bielorussi e ucraini, garantendo asilo e protezione e lo status di rifugiati politici. I loro colleghi maschi non possono uscire dai confini a causa del reclutamento militare.
Si chiamano Kateryna Lanko, Darya Berg e Olga Karach, da oggi sono in Italia su invito del Movimento Nonviolento nell’ambito della mobilitazione di Europe for Peace. Dall’inizio della guerra ascoltano con attenzione e condivisione la voce di papa Francesco e apprezzano molto quanto sta facendo il Vaticano per la pace. Parteciperanno all’Udienza di mercoledì 22, prima della conferenza stampa al Centro Congressi di via Cavour alle ore 11.
KATERYNA LANKO vive a Kyiv, è impegnata nel lavoro di formazione alla nonviolenza e sostegno agli obiettori di coscienza. È stata la voce del pacifismo ucraino trasmessa in video alla manifestazione nazionale Europe for Peace dei 100 mila di piazza San Giovanni a Roma il 5 novembre scorso. Il Movimento di cui fa parte sostiene i diritti umani alla pace e all’obiezione di coscienza al servizio militare, per lavorare, ricercare, educare alla gestione pacifica dei conflitti, al disarmo, alla cultura della pace, per rafforzare il controllo civile democratico contro il militarismo.
Darya Berg è una giovane attivista russa dell’organizzazione Go By the Forest che ha lo scopo di aiutare il maggior numero possibile di persone ad evitare di essere coinvolte nella sanguinosa guerra della Russia in Ucraina. Fin dai primi giorni della mobilitazione ha svolto lavoro di informazione e propaganda per aiutare i giovani a sottrarsi al servizio di leva, a lasciare il Paese legalmente o illegalmente, a trovare asilo all’estero. Nel marzo dell’anno scorso è stata costretta a lasciare la Russia ma il suo attivismo nonviolento continua dall’esilio in Georgia.
OLGA KARACH è un’attivista, giornalista e politica bielorussa. Direttrice di Our House che ha fondato nel dicembre 2002 come giornale autoprodotto a Vitebsk. Licenziata per attivismo politico, nel 2014, Our House è stata registrata in Lituania come organizzazione con il nome di Centro internazionale per le iniziative civili. Dopo la guerra scatenata dalla Russia, continua a monitorare le violazioni dei diritti umani. Tra queste assume un peso sempre maggiore quella del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, aggravata da programmi di militarizzazione di ragazzi e giovani minorenni.
La Campagna di “Obiezione alla guerra” è stata lanciata dal Movimento Nonviolento subito dopo il 24 febbraio 2022, all’indomani dell’attacco russo all’Ucraina e chiede anche ai giovani del nostro paese di assumersi una responsabilità personale verso possibili future avventure militari italiane, considerando che la sospensione della leva obbligatoria nel nostro Paese è a discrezione del potere esecutivo di Governo, dichiarando fin da questo momento la loro obiezione di coscienza preventiva contro il rischio di reintroduzione della leva militare obbligatoria di cui si sta parlando in Europa.
NEL VIAGGIO IN ITALIA le tre pacifiste perteciperanno a manifestazioni ed incontri pubblici tra Roma e Milano, passando da Verona, Modena, Ferrara, Brescia.
È possibile sostenere le iniziative di pace in Russia, Bielorussia, Ucraina con la Campagna “Obiezione alla guerra” con un versamento su IBAN IT35 U 07601 11700 0000 18745455, intestato al Movimento Nonviolento, causale “Obiezione alla guerra”
* Presidente del MovimentoNonviolento; Esecutivo Rete italiana Pace e Disarmo
Commenta (0 Commenti)CRISI UCRAINA. Sul caso dei reporter italiani Bosco e Sceresini bloccati a Kiev si muovono l’Ordine dei giornalisti, il sindacato, Articolo 21. I grandi media invece non ne parlano. C’è un ordine?
Una triste coltre di silenzio avvolge la vicenda dei giornalisti italiani cui è stato impedito di entrare in Ucraina o è stato revocato l’accredito per poter svolgere la propria attività professionale. Vi è l’ordine di non parlarne?
Ne ha parlato – invece – in una diretta online ieri mattina l’associazione Articolo21, in collegamento con uno dei cronisti, Salvatore Garzillo, l’avvocata Ballerini che segue il caso, il presidente dell’ordine dei giornalisti Carlo Bartoli, nonché i nuovi presidente e segretaria della Federazione nazionale della stampa Vittorio Di Trapani e Alessandra Costante.
Giornalisti italiani, la censura del governo ucraino | DIRETTA VIDEO
«Auspichiamo un’azione forte del governo italiano per garantire ai colleghi la possibilità di lavorare e soprattutto per evitare loro i possibili rischi cui potrebbero essere sottoposti. Una situazione che non ci fa stare tranquilli», ha affermato Bartoli, impegnato fin dall’inizio della crisi a cercare una soluzione. E, per incalzare gli interlocutori, Di Trapani: «Stiamo seguendo
Leggi tutto: Giornalisti italiani sempre bloccati a Kiev - di Vincenzo Vita
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In Europa ci sono stati due scossoni contro i veicoli diesel e benzina: il primo è che dal 2035 si potranno vendere solo nuove automobili e nuovi furgoni a zero emissioni di CO2, grazie al voto definitivo del Parlamento Ue in plenaria.
Il secondo scossone è la proposta di regolamento della Commissione Ue (ora in consultazione fino al 14 aprile) per tagliare le emissioni dei camion.
Le reazioni del governo italiano sono state molto critiche, per usare un eufemismo.
La ciliegina sulla torta dei “no” alle nuove norme europee è arrivata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che in Senato ha parlato di “integralismo ideologico del solo elettrico” e di “un suicidio nonché un regalo alla Cina“.
Mentre i suoi colleghi, tra cui Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente e sicurezza energetica) e Adolfo Urso (Industria e Made in Italy), hanno ribadito la ricetta che fu già del Governo Draghi: puntare tutto sulla mobilità elettrica è un errore, serve più gradualità, occorre garantire il principio della neutralità tecnologica dando spazio anche a biocarburanti, idrogeno, combustibili sintetici a basse emissioni di CO2 (e-fuel).
Ma la mobilità elettrica, di per sé, non è un regalo alla Cina. Lo diventerà se le imprese italiane ed europee ritarderanno progetti e investimenti nelle nuove filiere tecnologiche, arroccandosi sullo status quo; se non vedranno nella transizione verso le auto elettriche una opportunità da cogliere.
Intanto, le case automobilistiche hanno affermato che sarebbe molto complicato rispettare i nuovi obblighi imposti dalla Ue, con particolare riferimento alla riduzione delle emissioni dei mezzi pesanti.
Per Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) “è molto difficile, se non impossibile, sviluppare in così pochi anni – appena 7 in riferimento all’obiettivo del 2030 – soluzioni tecnologiche in grado di dimezzare le emissioni di CO2 degli autocarri“.
I costruttori quindi chiedono traguardi meno stringenti e porte aperte a tutte le tecnologie.
Su un punto hanno ragione: non basta definire obiettivi per il 100% elettrico, ma bisogna anche sviluppare tutto il necessario “contorno”, cioè le le condizioni abilitanti per la mobilità elettrica. Quindi: infrastrutture di ricarica, incentivi all’acquisto, maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili.
In Italia, evidenzia un recente rapporto di Motus-E, associazione che promuove i trasporti elettrici, la rete delle colonnine per i veicoli plug-in sta crescendo rapidamente, anche se restano dei ritardi soprattutto sulle autostrade e per le colonnine ad alta potenza.
Nel 2022 si sono installati oltre 10mila nuovi punti di ricarica a uso pubblico nel nostro Paese, tanto che ora abbiamo più punti di ricarica, in rapporto ai veicoli a batteria circolanti, rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna.
Il problema è che il mercato delle auto elettriche sta andando a rilento. Nel 2022 le vendite sono scese a poco più di 49mila contro le 67mila del 2021, in calo del 27% con una quota di mercato complessiva del 3,7% (4,6% nel 2021).
E gennaio 2023 conferma la tendenza al ribasso: si sono immatricolate poco più di 3.300 vetture full-electric, -8,7% in confronto allo stesso mese del 2022, con una quota di mercato sotto il 3% (dati Motus-E).
Così “continuiamo a essere un’anomalia tra i big d’Europa”, ha commentato Francesco Naso, segretario generale di Motus-E. Nel 2022, ad esempio, la Germania ha visto crescere le vendite di auto elettriche del 32% (più di 471mila unità), mentre la Spagna ha registrato un +30% e la Francia un +25%. In Germania la quota delle elettriche sul totale venduto è salita al 18% circa.
La controtendenza italiana si spiega, almeno in parte, con la mancanza di più forti incentivi per acquistare le vetture a batteria. Il nostro Paese anzi continua a incentivare pure gli acquisti di modelli ibridi e di auto con motori endotermici, nella fascia 61-135 grammi di CO2/km, anziché concentrare i bonus statali sui modelli elettrici.
E dalla politica sono sempre arrivati segnali contradditori.
Dietro il paravento della neutralità tecnologica, già il Governo Draghi e ora il Governo Meloni hanno dato spazio ai timori delle filiere industriali, preoccupate di perdere competitività, competenze manifatturiere e posti di lavoro a causa del boom elettrico.
Al contrario, un recente studio mostra che in Italia i posti di lavoro potrebbero aumentare nel loro complesso, e non diminuire, con il passaggio verso una industria automotive sempre più incentrata sulla trazione elettrica e sulla relativa componentistica.
Il mercato italiano rischia però di diventare un mercato di serie B, dove finiranno i veicoli diesel e benzina invenduti altrove, restando ai margini dei piani di sviluppo dei costruttori che maggiormente puntano sulle auto elettriche.
Già si delinea una frattura tra mercati che corrono verso il futuro – con in testa i Paesi del nord Europa – e quelli che invece, come l’Italia, stanno alla finestra.
Dire di no alle auto elettriche è certamente più facile, oltre che più conveniente per ottenere consenso politico immediato, che realizzare una nuova politica industriale.
La Cina però è già pronta a conquistare fette cospicue di mercato con i suoi modelli elettrici a basso costo.
Nel 2025, secondo l’organizzazione ambientalista Transport & Environment (TE), i marchi cinesi potrebbero soddisfare fino al 18% della domanda europea di vetture elettriche
In definitiva, se il mercato automobilistico europeo finirà in mano alla concorrenza cinese, dipenderà, in buona parte, da noi, dalla capacità europea e dei singoli governi nazionali di rispondere alle sfide del nuovo corso industriale.
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