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Kazakistan. Le crisi in Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan e tra Armenia e Azerbaijan sono viste dagli Usa come occasioni per destabilizzare la Russia odierna fastidiosamente alleata della Cina

 

È singolare che gli Usa, ieri a colloquio a Ginevra con Mosca sulla questione Ucraina, minaccino sanzioni a Mosca ma non al Kazakhstan dove i russi e i loro alleati sono intervenuti a fianco del presidente Tokayev che ha messo in galera 8mila oppositori e fatto dozzine di morti nella repressione della rivolta.
Una rivolta che appare sempre di più una resa dei conti con il vecchio regime del presidente dittatore Nazarbayev. Basti pensare che nella notte di martedì scorso ad Almaty la polizia è scomparsa dalle strade lasciando via libera a saccheggi e incendi: un messaggio inequivocabile che erano in due a dare gli ordini e uno doveva soccombere.

Biden in realtà è stato al fianco di Tokayev: “gli Usa sono orgogliosi di poterla chiamare amico”, ha scritto a settembre in un messaggio al presidente del Khazakstan, al di là delle dichiarazioni attuali che Washington “monitorerà i diritti umani” nel Paese. Come no: lì ci sono investimenti miliardari di Exxon e Chevron (c’è anche Eni). Questo interessa monitorare.

All’Occidente dei diritti umani in Kazakhstan non è mai importato nulla, se non fare affari con Nazarbayev. O ci siamo dimenticati che l’Italia nel 2013 deportò Alma Shalabayeva, moglie del’ex oligarca Ablyazov: un sequestro di persona per cui a Perugia adesso sono imputati cinque funzionari di polizia.

L’intervento russo difende anche questi interessi occidentali. Le multinazionali dell’energia e minerarie in questi anni hanno investito in Khazakistan 160 miliardi di dollari ma non significa che questo sia un Paese ricco, anzi gas e petrolio hanno accentuato le differenze di classe e di censo durante gli anni della dittatura di Nazarbayev. In troppi Paesi petroliferi come Iraq, Libia, Iran e Algeria, l’oro nero non ha portato quella ricchezza che tutti si aspettavano.

In realtà gli Usa si augurano di proteggere gli interessi energetici e minerari in Kazakhstan e allo stesso tempo sperano che i russi si impantanino in Kazakhstan. Insomma la botte piena e la moglie ubriaca: i problemi della Russia ai suoi confini devono mettere sotto pressione Mosca e far dimenticare il vergognoso ritiro americano dell’Afghanistan. Da tenere presente anche le frange locali jihadiste che possono essere strumentalizzate come avvenne in Uzbekistan nella valle di Ferghana oppure in Tagikistan durante la guerra civile tra clan, dove ci fu l’intervento dell’Armata Rossa. Quindi il terreno in Kazakhstan è favorevole sia alla destabilizzazione locale ma anche del regime di Putin. Non è una novità ma vale la pena tornare un attimo sul passato per capire cosa potrebbe accadere in futuro.

Nel 1978 Brzezinski, il consigliere di Carter, accolse un rapporto in gran parte elaborato dal celebre studioso Bernard Lewis – reso noto alla Trilaterale e al gruppo Bilderberg nel 1979 – in cui si sosteneva che l’Occidente dovesse incoraggiare i movimenti islamisti e i gruppi indipendentisti per promuovere la balcanizzazione del Medio Oriente e delle repubbliche musulmane dell’allora Unione Sovietica. Il disordine doveva sfociare in un arco della crisi, espressione che ebbe una grande fortuna.

L’invasione sovietica dell’Afghanistan diede un enorme impulso alla teoria di Lewis che vent’anni dopo fu anche l’intellettuale più influente nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Ma allora mancava un attore che oggi non si può ignorare: la Cina.

E ora la balcanizzazione torna di moda. Le crisi in Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan e tra Armenia e Azerbaijan sono viste dagli Usa come occasioni per destabilizzare la Russia odierna fastidiosamente alleata della Cina. Questo è il nuovo arco della crisi dove gli Stati Uniti, ritirandosi dall’Afghanistan in fretta e furia, si sono liberati dell’ipocrita fardello di dovere “democratizzare” un Paese già in buona parte in mano ai talebani. Missione fallita è vero, ma adesso il campo è più libero per manovrare nel cuore dell’Asia centrale, ovvero sull’asse che unisce l’Eurasia. Torkayev, che sta facendo fuori i vertici della sicurezza fedeli a Nazarbayev, è tra l’altro una figura di raccordo interessante perché viene dall’élite sovietica, conosce molto bene la Cina (parla mandarino) ma all’Onu ha trattato anche per il bando dei test balistici ed è stato pure vicepresidente dell’Osce. Insomma sa muoversi tra i punti cardinali del potere. Ecco un altro motivo per cui piace agli americani: può servire al tavolo a pranzo e a cena.

Perché il vero problema strategico del Kazakhstan e dell’Asia centrale, dal punto di vista americano, non è soltanto la Russia ma la Cina. Una componente fondamentale della strategia della Cina di Xi Jinping consiste nel superamento della dipendenza del commercio estero di Pechino dalle rotte marittime che possono essere bloccate dagli Usa e dai suoi alleati. Per questo gli accordi Cina-Russia sulla Belt and Road Initiative (Bri) sono importanti: oggi il 90% del commercio terrestre cinese con l’Europa avviene attraverso il territorio russo e centro-asiatico.

Fino alla rivolta del Kazakhstan, Mosca sembrava relativamente tranquilla riguardo alla stabilità e alle ingerenze esterne in Asia centrale ma adesso sente ancora di più tutto il peso di essere il principale garante della sicurezza degli stati della regione. Putin qui è sotto osservazione non solo degli Usa ma anche della Cina che vuole “strade sicure” per il suo commercio.

Ecco perché i colloqui di Ginevra fanno parte di un dossier più ampio, quello del “nuovo arco della crisi”, che oltre alla Russia coinvolge anche Pechino come convitato di pietra. Putin è quello che si gioca la posta più alta: a Ovest le tensioni sull’Ucraina possono spingere Svezia e Finlandia nella Nato e a Oriente deve dimostrare alla Cina di essere il vero “guardiano” dell’Asia centrale.

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Nuova retromarcia del governo che sceglie di opporsi alla presidente della Commissione. Ma la battaglia no-Nuke è ancora in salita

Una settimana dopo avere ipotizzato l’astensione sull’inserimento del nucleare tra le tecnologie di transizione dell’Ue il governo Scholz torna sui propri passi. «La dichiarazione di voto della Germania a Bruxelles conterrà un chiaro No all’inclusione dell’energia atomica nella tassonomia europea» scandisce Steffi Lemke, ministra dell’Ambiente dei Verdi, ai microfoni della televisione pubblica Ard.

UNA RETROMARCIA innestata «all’unanimità» da tutti i ministri della coalizione Semaforo, nonostante per Berlino il blocco della proposta pro-nucleare continui ad avere scarse possibilità di successo.
Comunque, ieri la Germania ha scelto di opporsi esplicitamente alla linea incarnata dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, con l’appoggio in primis del governo Macron, pronto a incassare miliardi di euro in finanziamenti comunitari per le 56 centrali atomiche operative in Francia.

«La netta opposizione del nostro Paese è una buona notizia. Verrà ufficializzata nei prossimi giorni e poi trasmessa a Bruxelles per la decisione finale sulla tassonomia» fa sapere la ministra dei Grünen. Ben consapevole, però, che il «Nein» di Berlino rischia di ridursi a una posizione meramente di bandiera dato l’isolamento politico della Germania in Europa.

In buona sostanza «il voto sul nucleare al Consiglio Ue sarà possibile solamente se un numero sufficiente di Stati membri solleverà obiezioni al testo promosso dalla Commissione. Tuttavia devo ammettere che questa possibilità oggi non è per niente elevata» confessa Lemke.

INFATTI per fermare il via libera ai finanziamenti a pioggia sul nucleare servirebbe il consenso di almeno 20 dei 27 Paesi Ue con il 65% della popolazione europea o in alternativa la maggioranza assoluta dell’Europarlamento. In Germania nessuna delle due ipotesi viene ritenuta effettivamente praticabile.

Non a caso ieri il governo Scholz ha cominciato, per la prima volta, a denunciare senza mezze misure l’obiettivo climatico «rovinato dai piani della Commissione Ue», mentre Lemke preannunciava il devastante effetto della vittoria dei nuclearisti: «La principale minaccia per la transizione ecologica è che il denaro pubblico e privato verrà incanalato in tecnologie problematiche e non, come sarebbe urgente, verso le energie rinnovabili e la nuova economia dell’idrogeno» è la logica conseguenza già squadernata sul tavolo del suo dicastero.

DI FATTO ALLA GERMANIA non rimane che restare a guardare, anche se a Berlino si continuano a sperare in una svolta dell’ultima ora nel dibattito sul nucleare al di fuori dei confini nazionali. A partire dal governo di Roma spaccato in due e dagli eurodeputati italiani tra cui, con buona pace del ministro Cingolani, si moltiplicano gli endorsement alla posizione tedesca.

«Condividiamo il No della Germania confermato ieri dalla portavoce della delegazione a Bruxelles, Susanne Körber. La decisione del governo Scholz, che fino a qualche giorno sembrava propendere per l’astensione in Consiglio, di fatto riapre i giochi, come dimostra la decisione della Commissione Ue di posticipare la data della presentazione del documento sulla tassonomia. Ora il governo italiano segua l’esempio tedesco comunicando all’Ue il suo parere basato su una tassonomia davvero sostenibile. È l’unica strada da seguire se vogliamo garantire bollette sostenibili e l’indipendenza energetica» è la nota diffusa ieri da Tiziana Beghin, capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Europarlamento.

MA OLTRE al nucleare a Bruxelles si gioca anche la fondamentale partita sul gas, complessa non meno dello scontro sull’atomo. Il governo di Spd, Verdi e liberali non ha bandito la fonte fossile nell’accordo di coalizione e, nonostante le minacce a Mosca per la crisi ucraina, il gasdotto russo-tedesco «Nordstream-2» rimane bloccato «solo per motivi tecnici» come ha ribadito il presidente della Spd, Kevin Kühnert. E proprio sul gas ieri la ministra Lemke ha tenuto a precisare che anche se la Germania lo utilizzerà come tecnologia ponte verso transizione «non è affatto necessario applicare a questa energia l’etichetta verde dell’Europa».

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Intervento. Se la scuola non crolla è solo per la serietà e la professionalità di centinaia di migliaia di docenti, dirigenti e lavoratori che la tengono in piedi; molti dei quali precari e, tutti, sottopagati.

 

«La scuola non mostra crepe» avrebbe dichiarato il Ministro dell’Istruzione Bianchi. È un’affermazione o provocatoria, o fuori dal mondo. E ancor più stridente con la realtà è stato il tono mellifluo – che avrebbe voluto essere rassicurante – nella conferenza stampa del governo. Evidentemente la loro fonte di informazione sono alcuni burocrati ministeriali o degli uffici scolastici; gli stessi che, in piena pandemia, hanno confermato, un po’ in tutta Italia, classi anche da trenta alunni. La scuola, oltre ad essere stata bombardata in questi decenni, è stata riaperta il 7 gennaio, dopo un “tana libera tutti” (per sostenere sua maestà il Pil), senza nessun tracciamento reale, senza nessun intervento di sicurezza (né sulle aule, né sui trasporti), con regole confuse e contraddittorie, con classi metà in presenza e metà in DaD, senza confermare l’ “organico Covid”; e senza fornire a tutti nemmeno le mascherine Ffp2. Piena di crepe, se la scuola non crolla è solo per la serietà e la professionalità di centinaia di migliaia di docenti, dirigenti e lavoratori che la tengono in piedi; molti dei quali precari e, tutti, sottopagati.

A due anni dall’inizio della pandemia, la scuola è ancora

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Sinistra. Ciò che dobbiamo ricostruire è una grande forza della sinistra, un partito ideologico, nel senso di una comunità politica che condivida ideali, valori e principi; che abbia una visione comune del mondo e della società.

 Le parole di Massimo D’Alema hanno avuto il pregio di tagliare il velo d’ipocrisia che aveva finora coperto il dibattito interno di Articolo Uno che faticava ad esplicitarsi. Eppure, la conferenza stampa nella quale Roberto Speranza, insieme ad Arturo Scotto, aveva annunciato l’adesione alle Agorà democratiche lasciava già capire che queste sarebbero state il viatico alla fine del quale ci sarebbe stato un rientro nel Pd. Una sorta di piccola bolognina di Articolo Uno.
Credo che alla base di questa scelta ci sia una analisi diversa di cosa sia il Pd e dei motivi che avevano portato, nel 2017, quello stesso gruppo dirigente ad abbandonare la “Ditta”. Evidentemente alcuni pensano che il renzismo sia stata una parentesi. Certo, una parentesi patologica, ma pur sempre una parentesi. Se questa è l’analisi, è del tutto evidente che oggi, una volta che la parentesi si è chiusa, vengono meno le motivazioni della separazione.
Viceversa, se pensiamo – come io penso e come molti di noi pensano – che il renzismo sia stata la degenerazione di un processo politico nato sbagliato e proprio per i suoi vizi di origine soggetto a quella degenerazione, ne emerge che quello che a sinistra dobbiamo costruire è qualcosa di completamente diverso da un partito leggero, post-ideologico e a vocazione maggioritaria, caratteri fondanti del Partito veltroniano, già presenti al Lingotto di Torino nel 2007.
Ciò che dobbiamo ricostruire è una grande forza della sinistra, un partito ideologico, nel senso di una comunità politica che condivida ideali, valori e principi; che abbia una visione comune del mondo e della società. Un partito organizzato, robusto, strutturato, che abbia i piedi ben piantati nel mondo del lavoro, che voglia dare voce e rappresentanza alla questione sociale, che si ponga il tema del superamento di un modello di sviluppo che acuisce le diseguaglianze ed aumenta le povertà.
È chiaro come questo sia un percorso di lungo periodo. Non lo si fa con un accordo tra gruppi dirigenti; occorre ricostruire una connessione sentimentale con coloro che vogliamo rappresentare. E’ una proposta che va rivolta al Pd, come agli altri soggetti che stanno alla sua sinistra, ma soprattutto va rivolta a tutti i cittadini e, specialmente a chi o non vota più o disperde il voto nella protesta (come succede anche a destra).
A me pare che questa fosse la proposta politica fondativa di Articolo Uno e sono convinto che sia ancora utile provare a realizzarla. Per questo non apprezzo chi oggi parla di “parrocchiette” o “partitini”, cercando di rinchiudere un punto di vista diverso in un piccolo recinto radical-identitario. I partiti non nascono grandi o piccoli, assumono le dimensioni elettorali nella misura in cui il progetto politico di cui sono portatori riesce ad affermarsi e a conquistare consensi nella società.
Se oggi Articolo Uno è ancora un partitino, la responsabilità risiede nel fatto che non vi si è investito a sufficienza. In altre parole, abbiamo deciso di non coltivare l’orto, ma l’aratura del campo largo richiede una forza che non abbiamo. Certo, alcuni solchi sono stati tracciati e se ne vedono i risultati: l’alleanza tra Pd e M5S sta diventando inevitabile, ma se al suo interno manca una componente forte, visibile e riconoscibile della sinistra, non sarà sufficiente per battere la destra.
Il contributo di questa nostra esperienza deve essere quello di aggregare, dentro una coalizione di centro-sinistra, le risorse necessarie perché a sinistra si inizi quel percorso per la ricostruzione di un Partito del Lavoro. Un eventuale rientro nel Pd sarebbe la rinuncia a questa possibilità. Eppure dopo le parole di D’Alema è emersa anche una possibilità più umiliante del quella del rientro nel Pd: e cioè quella di non rientrarci solo perché non ci vogliono.

 *Segretario Articolo Uno Toscana

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Sinistra. Che a sinistra del Pd possa nascere un nuovo, consistente e credibile partito sono in pochi a crederlo, specialmente dopo il fallimento dell’esperienza di LeU

Abdul Karim Majdal, The Trap, 2012

 

Abdul Karim Majdal, The Trap, 2012

La battuta di D’Alema sulla “malattia” del renzismo e sulla presunta, avvenuta guarigione del Pd, ha suscitato un gran trambusto; ed è stato fin troppo facile ricordare che quel malanno ha potuto allignare e trovare un terreno molto fertile proprio nella estrema fragilità che ha caratterizzato sin dalle origini la natura stessa di questo partito. Sono molti coloro che dovrebbero esercitare un po’ di autocritica. Se andiamo a rileggere, ad esempio, gli atti del convegno di Orvieto dell’ottobre 2006, il vero atto fondativo del Pd, troviamo l’origine delle “tare”: ad un livello “alto” di elaborazione, che oggi peraltro nemmeno viene sfiorato, lo storico cattolico Pietro Scoppola teorizzò apertamente la natura “post-ideologica” del nuovo partito. Per tenere insieme le diverse tradizioni della cultura politica democratica, nessuna di queste poteva prevalere: il nuovo partito doveva/poteva reggersi solo sulla convergenza programmatica, a partire ciascuno dalla propria storia e identità. Sulla carta, poteva funzionare; ma la storia del Pd ha dimostrato che un partito, privo di un proprio autonomo profilo di cultura politica, alla fine implode, e può sopravvivere solo come un assemblaggio di cordate di potere.

L’altra relazione, a Orvieto, fu tenuta da Roberto Gualtieri, all’epoca vice-direttore dell’Istituto Gramsci: Gualtieri proponeva una generosa sistemazione teorica dell’identità, non fondata su una semplice convivenza, ma su una feconda interazione tra la cultura politica dei cattolici democratici e quella della tradizione socialista e comunista. Peccato che il partito tutto divenne fuorché un luogo di elaborazione politico-culturale (alla cui necessità Alfredo Reichlin, disperatamente, finché ha potuto, ha cercato di richiamare..).

Per gli annali, va ricordato che, ad Orvieto, l’unico, timido distinguo venne proprio da D’Alema: ma non sulla sostanza del nuovo progetto, bensì sul clima “anti-partito” che in quella stessa sede già si respirava profondamente, segnato da una sorta di ubriacatura ideologica per le “primarie di Prodi”, assunte come mito fondativo. D’Alema avvertiva che, senza i partiti, Ds e Margherita, e senza i loro militanti, le stesse primarie non si sarebbero potute nemmeno organizzare. Ma non era certo questo debole richiamo che poteva fermare il trionfale viaggio che si annunciava. Ed è davvero singolare che Renzi continui ad evocare il mitico 40% delle Europee del 2014 e che nessuno gli ricordi come sia stato lo stesso Renzi a fare poi precipitare il Pd al 18% del 2018.

Letta sta provando a fermare questa caduta? Ci potrà riuscire? Ci vuole molta buona volontà per scorgere qualche segno di ripresa; le cosiddette “agorà”, ben che vadano, saranno un’occasione di dialogo, non certo quel vero e autentico momento congressuale di cui avrebbe vitale bisogno. E qui si innesta il discorso sul possibile rientro non solo di quanti uscirono con la scissione del 2017, ma del ben più ampio numero di militanti ed elettori che hanno abbandonato il Pd anche prima di quella data (come “fatto personale”, preciso che l’autore di questo articolo appartiene a questa schiera di homeless: sono uscito dal Pd nel 2014).

Facciamo allora un discorso schietto: coloro che propugnano questo rientro nel Pd hanno obiettivamente un punto di forza a loro favore, ma devono fare i conti con un altrettanto grave punto di debolezza. A favore, gioca il fatto che sono oramai ben pochi quelli che credono nella possibilità che, a sinistra del Pd, possa nascere un nuovo, consistente e credibile partito. L’ultimo tentativo poteva essere quello di dare un seguito all’esperienza di LeU, ma è stato fatto fallire, per varie ed equamente distribuite responsabilità, non da ultimo quelle dei gruppi dirigenti di Articolo Uno e di Sinistra Italiana. Lasciamo perdere: non serve più a nulla rimestare nel passato.

Non hanno tutti i torti quanti pensano che, a questo punto, un grande partito sia comunque la sede migliore per cercare di ricostruire una forza della sinistra in Italia. E proprio qui, però, cogliamo il punto di massima debolezza: il Pd sta facendo di tutto per rendere davvero poco credibile questa prospettiva, non tanto per le sue scelte programmatiche (che in sé, appunto, potrebbero essere reversibili, oggetto di un dibattito e di uno scontro politico interno), quanto per la sua natura davvero inospitale. Rientrare, sì, ma a fare che? A rimpolpare le fila di questa o quella corrente? Possiamo forse scorgere qualche segno di quella che un tempo si chiamava “agibilità democratica”, ossia l’esistenza di luoghi e spazi effettivi di partecipazione, di un vero circuito procedurale di discussione e decisione democratica?

Un processo di allargamento degli attuali confini del Pd, e un’eventuale trasformazione del suo profilo politico e culturale, saranno forse possibili, ma solo a patto che si metta in cantiere un vero congresso (non l’ennesima elezione diretta del segretario, tramite le cosiddette primarie). Vedremo se e come questo potrà accadere. Intanto, ci saranno presto le nuove elezioni politiche, al più tardi tra poco più di un anno. Se rimarrà una legge elettorale che preveda il vincolo di coalizioni pre-elettorali, dentro il campo democratico, oltre al Pd (e al M5S, ovviamente: altrimenti non c’è nemmeno partita), sarà necessaria una lista di sinistra in grado di raccogliere almeno il 3%. Ma non è certo il caso di caricarla oltre misura di aspettative politiche: presentarla sotto il segno della continuità con le formazioni politiche oggi esistenti sarebbe il modo migliore per affossarla. La cosa più saggia sarà quella di provare a replicare alcune tra le più riuscite esperienze locali di liste di “sinistra, civiche ed ecologiste”, in grado di rappresentare, con alcune candidature innovative, quanto di vivo continua nonostante tutto ad esserci. Sarà difficile, ma forse è l’unica strada da percorrere.

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Rimuovono la sconfitta dell'uomo tecnologico, credono nella sua illusoria infallibilità e pretendono che continui la sua marcia trionfale al centro del creato

Massimo Cacciari

Massimo Cacciari  © Elisabetta Baracchi e Serena Campanini

Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, noti e prestigiosi filosofi, cui si è aggiunto un giurista di rango come Ugo Mattei e altri intellettuali, hanno già ricevuto più di una sensata obiezione alle loro posizioni sostanzialmente no vax. Credo tuttavia che lo spettro delle critiche da muovere a questi volenterosi difensori delle nostre libertà, debba essere meno limitato e riferirsi a una visione più radicale.

Quel che in realtà appare sorprendente e meritevole di approfondimento è la cultura di fondo, l’implicito “inconscio filosofico” su cui si reggono le posizioni di questi studiosi, che non differiscono in nulla rispetto alle vulgate popolari dei no vax di strada. La rivendicazione della libertà di spostamento e di movimento degli individui, al centro delle critiche e delle proteste, che pare essere una trincea di lotta democratica, rivela in realtà una concezione squisitamente neoliberista, se non aristocratica, della società. Non a caso si tace del tutto il fatto che la libertà di spostamento degli individui, in quanto esseri sociali, comporta relazioni e vicinanza con gli altri ed è quindi il vettore unico e universale della trasformazione di una malattia virale in una pandemia planetaria. Senza contatti il virus non si diffonde, così che la loro limitazione per intervento statale costituisce una iniziativa di salute pubblica, mirata a difendere la comunità, contro il diritto solitario del singolo che vuole essere libero di contagiare gli altri.

I filosofi potevano esaminare e lamentare i guasti di una società già devastata dall’individualismo edonistico della nostra epoca, cui si aggiunge, per dolorosa necessità, questa ulteriore spinta dall’alto alla disgregazione. Ma non lo fanno, figli poco filosofici della propria epoca, lamentano le restrizioni subite dall’individuo solitario.

Non meno rivelatore di un atteggiamento che non si discosta dalla psicologia corrente del comune uomo medio, è la posizione critica e recriminatoria contro la scienza medica che si occupa di monitorare l’andamento della pandemia e che orienta il governo nelle sue strategie di contenimento. Si tratta di rivendicazioni che muoverebbero al riso per la loro superficiale ingenuità, ma che rivelano rimozioni più profonde.

La continua protesta di Cacciari, come di tanti non filosofi, per la scarsa informazione fornita dagli scienziati, per le loro comunicazioni contraddittorie, per gli effetti collaterali del vaccino non perfettamente indagati, rivelano in realtà l’ingenua pretesa della infallibilità della scienza, che vorrebbero simile a quella dei papi medievali. Ma non sanno i filosofi che anche nel mondo della scienza esistono diverse scuole, differenti approcci metodologici, molteplici esperienze sperimentali, che portano anche a conseguenze e risultati difformi? E davvero i filosofi possono, senza arrossire, rimproverare agli scienziati errori e contraddizioni, dimenticando che costoro hanno dovuto far fronte a un nemico sconosciuto, che nei primi tempi combattevamo a mani nude, e che in poco tempo ci hanno fornito conoscenza e strumenti efficaci di contenimento?

Ma la ragione di fondo, la base “filosofica” di quasi tutte queste posizioni di recriminazione contro le scelte istituzionali è con ogni evidenza quella che potrei definire l’arroganza antropocentrica di un pensiero che oggi appare invecchiato di fronte alle emergenze ambientali del nostro tempo. Perché non riconoscono il virus, non riescono a concepire la superiorità e la potenza della natura, di qualcosa che sfugge al dominio dell’uomo e lo sovrasta. Rimuovono del tutto la sconfitta sul campo dell’uomo tecnologico, la cui illusoria infallibilità hanno introiettato come un dato naturale e pretendono perciò fanciullescamente che esso continui la sua marcia trionfale al centro del creato.

Ma la rimozione del virus come un accidente transitorio è in questo caso la spia di un distacco profondo del pensiero filosofico, e in genere di quasi tutta la cultura italiana, dal mondo della natura, dagli sconvolgimenti inflittale dall’uomo. Il quale rimane il signore di tutte le cose, secondo l’antica concezione giudaico-cristiana. Non si è compreso il salto epocale, generato dal fatto, per dirla con Edgar Morin, che «più l’uomo possiede la natura, più la natura lo possiede».

Tutte le pandemie degli ultimi decenni provengono dagli allevamenti intensivi e in genere da un assoggettamento sempre più vasto del mondo selvaggio alle economie umane. Non si pretende che i filosofi si occupino di zootecnica, ma forse qualche visione generale del mondo dovrebbero trarre dal fatto che miliardi di animali, sono oggi ammassati in giganteschi lager, imprigionati in gabbie, fatti vivere per breve tempo in condizioni di sofferenza inaudita. Su tale realtà, soprattutto fuori d’Italia, è fiorita una vasta letteratura, perfino una corrente di pensiero, quella sui diritti degli animali (animal rights). La nostra civiltà si regge sul dolore e sullo sterminio quotidiano di milioni di creature viventi, ma in Italia il fenomeno non viene degnato di alcuna considerazione da un pensiero umanistico invecchiato, rimasto fermo all’homo sacer.

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