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Interventi. Parallelamente al riconoscimento dell’unicità della Shoah cresce l’attenzione verso altri genocidi e altre memorie bussano legittimamente alla porta

Moni Ovadia

Alcuni anni or sono, ebbi la preziosa occasione di incontrare la grande testimone del genocidio ruandese dei Tutsi, Yolande Mukagasana, una donna straordinaria. Il privilegio di quell’incontro si trasformò in un’amicizia che continua ancora oggi. Yolande è autrice di un memoriale di eccezionale valore Not my time to die, tradotto in italiano con il titolo indovinato di La morte non mi ha voluto.
In questa opera racconta della sua terrificante esperienza che fortunatamente sfociò in un esito positivo. Nel corso di una delle volte che ebbi occasione di vedere Yolande, notai che portava come ciondolo una stella di Davide. La cosa mi incuriosì e le chiesi se per caso fosse ebrea. La sua risposta fu uno dei primi stimoli che mi spinse a dare vita ad un progetto che desse voce alle memorie di tutte le genti e di tutti gli uomini che sono stati vittime di genocidi, stragi di massa, persecuzioni sistematiche. Yolande rispose che quel ciondolo gli ricordava che anche loro,

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Crisi ucraina. Macron ha incontrato Scholz e sentirà Putin. Oggi vertice con la Russia sul Formato Normandia nato dopo la guerra nel Donbass. Gli europei - che non ritirano le famiglie dei diplomatici - sorpresi dalle nuove prese di posizione Usa contro Mosca: allerta militare, blocco export di tecnologie, stop uso del dollaro. Penalizzano l’Ue

Ieri, incontro Emmanuel Macron-Olaf Scholz a Berlino. Oggi, riunione del «Formato Normandia» all’Eliseo, un tentativo di ridare vita al dialogo tra Russia, Ucraina, Francia e Germania, un «modello» nato dopo la guerra del Donbass nel giugno 2014, che nel febbraio 2015 ha portato agli accordi di Minsk e all’accordo di cessate il fuoco.

Venerdì Macron avrà un colloquio telefonico con Putin. L’Europa cerca di ritrovare uno spazio, per pesare sulla situazione che rischia ogni giorno di degenerare, dopo il periodo di messa ai margini, quando Washington e Mosca hanno brutalmente riesumato il clima di guerra fredda e di rapporti tra «superpotenze».

LA UE HA DIFFICOLTÀ a trovare una linea comune tra chi propone una de-escalation e i paesi più esposti, Baltici e Polonia (appoggiati dalla Gran Bretagna, in questi giorni molto bellicista).

Gli europei si muovono con difficoltà, per tenere in piedi una linea che concili tentativo di dialogo con la Russia da un lato e dimostrazione di forza dall’altro, come si è visto dalla lista dei rinforzi militari di alcuni Stati europei, presentata due giorni fa dal segretario della Nato, Jens Stoltenberg, che assicura che Svezia e Finlandia stanno bussando alla porta dell’Alleanza, resuscitata da Putin.

Ieri, gli europei sono stati sorpresi dalle nuove prese di posizione statunitensi, lo stato di allerta militare e le minacce Usa, che si sono detti pronti a bloccare l’esportazione di tecnologie di ogni tipo verso la Russia, fino a proibire l’uso del dollaro (e non seguono il ritiro delle famiglie di diplomatici Usa).

Per il momento, in attesa di conoscere il contenuto della lettera che Washington si prepara a spedire a Putin, la Commissione studia possibili nuove sanzioni, in caso di invasione dell’Ucraina.

C’È L’OPZIONE DI DIMINUIRE la dipendenza della Ue dal gas e dal petrolio russo (rispettivamente 46,8% e 20%). Per la Germania, resta in sospeso c’è l’apertura della pipeline North Stream 2. La Cdu, all’opposizione, adesso si oppone al North Stream 2, che Scholz continua a definire «progetto privato», mentre il ministro dell’Economia e del Clima, Robert Habeck, parla di «errore sul piano geopolitico».

Gli Usa hanno sempre ostacolato il North Stream 2 e adesso puntano il dito contro quella che definiscono l’ambiguità tedesca (titolo di qualche giorno fa del Wall Street Journal: «La Germania è un alleato affidabile degli Usa? Nein». La Ue è ben consapevole che le sanzioni alla Russia avranno conseguenze nei Paesi europei più che negli Usa.

I 27, A FINE RIUNIONE dei ministri degli Esteri a Bruxelles lunedì, in presenza video del segretario di stato Usa, Antony Blincken, hanno annunciato un piano «importante» e «preparato», in caso di invasione.

Alla conclusione della multi-telefonata tra Biden e i leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia, Commissione e Consiglio europeo (alla fine ha partecipato anche Mario Draghi, in forse fino all’ultimo), è stato sottolineata l’importanza di trovare una soluzione diplomatica, ma anche evocati i «preparativi» per imporre «conseguenze importanti e costi economici severi alla Russia».

Macron, che ieri a Berlino ha sottolineato la «solidarietà all’Ucraina», insiste sulla «necessità di adoperarsi collettivamente a favore di una de-escalation rapida» con la Russia. La Francia propone un «dialogo rafforzato», ma al tempo stesso partecipa (con l’annuncio di un possibile invio di truppe in Romania sotto comando Nato) alle manovre militar-diplomatiche per mettere in guardia in modo credibile la Russia.

Alla riunione del Formato Normandia all’Eliseo, oggi, in questione le richieste russe (nessun nuovo allargamento della Nato e ritiro delle forze dell’Alleanza Atlantica dai Paesi entrati dopo il 1997). Ma è anche in questione la legge «di transizione» ucraina, che riguarda Donbass e Crimea, in vista della loro «reintegrazione» sotto l’autorità di Kiev e che definisce la Russia «Stato aggressore e occupante», non conforme agli accordi di Minsk.

Nei prossimi giorni, i ministri degli Esteri di Francia e Germania andranno in Ucraina. Oggi, il commissario Ue all’allargamento, Oliver Varhelyi, è a Kiev, in sostegno alla «sovranità» e all’«integrità territoriale» dell’Ucraina, a cui la Ue ha destinato 1,2 miliardi per la difesa (e 6 miliardi di investimenti, che si aggiungono ai 17 miliardi di finanziamenti versati dal 2014).

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Turno di Morte. Il dramma di Udine porta sinistra e sindacati a chiedere di cambiare gli attuali Percorsi di orientamento. Altre vittime a Torino e Roma in età da pensione. La tragedia di Udine scoperchia il tema sicurezza dei ragazzi. A Firenze blitz contro Confindustria

L'elisoccorso alla fabbrica di Udine dove è morto il 18enne Lorenzo Parelli

 

L'elisoccorso alla fabbrica di Udine dove è morto il 18enne Lorenzo Parelli  © Foto Ansa

La striscia di sangue sul lavoro in Italia non si ferma mai. Più di tre morti è la media giornaliera da oltre vent’anni. L’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica al fenomeno è invece un fiume carsico che riappare ogni qual volta la morte colpisce più persone o lavoratori in zone mediatiche più sensibili. In un’altalena che mostra la trasversalità del fenomeno alla morte di un 18enne venerdì, ieri sono arrivate le notizie di quelle di due operai sessantenni: tutti e tre si sarebbero salvati se fossero stati a scuola o in pensione, come normale che sia.

La morte di Lorenzo Parelli, il primo caduto dell’alternanza scuola-lavoro, ha aperto la voragine sulle condizioni in cui i ragazzi affrontano i «Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento»: 210 ore minime nel triennio per gli istituti professionali che spesso diventano 500, come richiesto da Confindustria e associazioni datoriali, contente di avere manodopera gratuita da formare.

ANCHE PER QUESTO IERI BLITZ di precari e disoccupati davanti alla sede di Confindustria a Firenze. Esposti striscioni e cartelli e intonati slogan: “La vera emergenza 4 morti sul lavoro al giorno”, “Lorenzo uno di noi”, “4 morti sul lavoro al giorno gridano vendetta”.
«La morte di un ragazzo di 18 anni durante un’esperienza di stage provoca profondo dolore – ha detto ieri il ministro Patrizio Bianchi -. Incidenti come questo sono inaccettabili, come inaccettabile è ogni morte sul lavoro. Il tirocinio deve essere un’esperienza di vita“.

MA MOLTE FORZE POLITICHE e sindacati chiedono se non di cancellare almeno di rivedere profondamente l’alternanza scuola-lavoro. «Invece di messaggi di cordoglio che sanno tanto di ipocrisia, la politica dovrebbe finalmente aprire una riflessione seria sull’utilità della vecchia alternanza scuola-lavoro, oggi Pcto. Un sistema che non funziona: in questi anni abbiamo visto esperienze che si sono rivelati percorsi astrusi, o sfruttamento di fatto dei ragazzi fino all’inserimento mascherato e anticipato di giovani nel mondo del lavoro», denuncia il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni.

«La pratica dell’alternanza scuola lavoro va rivista. Non possiamo pensare di esporre i nostri studenti allo sfruttamento, o peggio a incidenti. Lo studente friulano è morto lavorando gratis per maturare crediti formativi. La Scuola è altro», commenta Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti.

«La morte del giovane Lorenzo Parrelli non deve mettere in discussione i percorsi trasversali per le competenze e l’orientamento ma va avviata rapidamente una riflessione per evitare che possano accadere di nuovo tragedie come questa», dichiarano in una notai M5s commissione Cultura alla camera .

La procura di Udine intanto «ha aperto un procedimento per l’ipotesi di omicidio colposo allo stato a carico del datore di lavoro» per «addivenire ad una compiuta ricostruzione della dinamica dell’infortunio mortale» con «approfondimenti per individuare eventuali ulteriori profili di responsabilità anche a carico di altre figure aziendali. Nei prossimi giorni verrà disposta l’autopsia sul corpo di Lorenzo», conclude la nota della Procura.

NEL FRATTEMPO LA MATTANZA sul lavoro però non si ferma neanche di sabato. E ieri registra due nuovi morti. A Rivarolo Canavese (Torino), a morire è stato Vincenzo Pignone, operaio specializzato di 59 anni. La tragedia è avvenuta questa mattina alla Silca, storica azienda di stampaggio. L’uomo è caduto dentro la sabbiatrice, un macchinario che si usa per pulire i pezzi dello stampaggio. L’altro episodio è, invece, avvenuto venerdì in un capannone industriale di Santa Procula, vicino Pomezia, in provincia di Roma. A perdere la vita Salvatore Mongiardo, un operaio di 64 anni precipitato da una altezza di cinque metri. L’uomo era intento ad installare alcuni cavi elettrici su una cella frigorifera.

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Delocalizzazioni. Le operaie dell'Ortofrutticola del Mugello, i sindacati di categoria Flai Cgil e Fai Cisl, l'amministrazione comunale e anche il potente Pd toscano bocciano la bozza di piano di riconversione industriale presentata da Italcanditi, che continua a voler spostare nel giro di pochi giorni la produzione dei marron glacé dall'Alto Mugello a Pedrengo nel bergamasco.

Sos per 80 lavoratori della fabbrica di marron glacé. Primo tavolo: fumata  grigia - Cronaca

Non ci siamo, dicono a una voce le lavoratrici dell’Ortofrutticola del Mugello, i sindacati di categoria Flai Cgil e Fai Cisl, l’amministrazione comunale di Marradi e anche il potente Pd toscano. La bozza di piano di riconversione presentata da Italcanditi, che continua a voler spostare nel giro di pochi giorni la produzione dei marron glacé dall’Alto Mugello a Pedrengo nel bergamasco, è stata dunque rispedita al mittente. E in attesa del nuovo incontro sulla vertenza, previsto per il 28 gennaio prossimo, va avanti il presidio operaio ai cancelli della “fabbrica dei marroni”.
“L’azienda ci ha presentato una bozza di piano che chiarisce solo in parte quanto raccontato al precedente tavolo – spiegano a Marradi – riteniamo infatti che la proposta di riconversione dello stabilimento non possa essere decisa e stabilita in una settimana, ma debba avere i tempi necessari per fare tutte le valutazioni sia per essere studiata, sia per procedere alla messa in atto”.
Dietro questa spiegazione diplomatica c’è la realtà di un braccio di ferro in corso fra Italcanditi e l’intera città di Marradi, che vuole mantenere almeno per quest’anno le lavorazioni del marron glacé: “Abbiamo chiesto che nel 2022 la produzione rimanga a Marradi – mettono nero su bianco lavoratrici, sindacati e amministrazione comunale – perché occorre dare il tempo alle parti di discutere in maniera approfondita il futuro dell’Ortofrutticola, e per realizzare gli interventi necessari alla eventuale riconversione della produzione”.
Nella bozza di riconversione, presentata al tavolo negoziale in Regione Toscana, Italcanditi ha chiarito di voler cedere lo stabilimento e i macchinari – tranne quelli per la produzione dei marron glacé – al gruppo De Feo, già proprietario della fabbrica fino al 2020, stipulando una partnership commerciale di compravendita di semilavorati, che sarebbero prodotti a Marradi.
Ma né il mantenimento degli attuali livelli di approvvigionamento della materia prima dai produttori locali con un aumento della produzione nel 2026, né la conferma della settantina di lavoratrici stagionali – mentre i nove dipendenti diretti dovrebbero traslocare a Pedrengo – con l’attivazione di tre linee produttive dedicate ai marroni allo sciroppo, marroni freschi e marroni cotti, ha convinto l’assemblea delle operaie, i sindacati, e l’accoppiata Triberti-Mercatali che guida l’amministrazione comunale.

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Sinistra. Oggi il sistema politico italiano è articolato sostanzialmente su tre poli, Centro-Destra, Pd e M5S, con quest’ultimo in evidente declino e la domanda di cambiamento, in particolar modo tra i giovani e nel Mezzogiorno, si è riversata in gran parte nell’astensionismo

 

Perché il consenso alle forze di sinistra è stato sempre così modesto? È possibile ipotizzare una presenza di sinistra autonoma culturalmente e politicamente non subalterna al Pd e non minoritaria, di pura testimonianza? Il Pd è l’unico destino per la sinistra? Noi pensiamo di no. Il Pd è un ostacolo di natura politica, sociale e ideologica, per non dire geopolitica per la sua rinascita. Diremmo di più: il veicolo privilegiato per l’affermazione dell’ideologia neoliberale, della fedeltà stretta al ruolo aggressivo della Nato, a cui guarda l’establishment per garantire stabilità e continuità nell’attuazione delle politiche della Ue.

Loris Caruso sul manifesto del 28/10/21, così conclude il suo articolo: “Forse, sarebbe più efficace realizzare un progetto politico innovativo rivolto a una parte del vasto astensionismo popolare, all’elettorato deluso da Pd e M5S che in questo momento non ha casa”.
Un’altra casa. Ma quale? Il voto al Pd non rappresenta più il voto operaio e popolare, ma quello dei pensionati e del ceto medio urbano, relativamente benestante, moderato e in cerca di stabilità. L’errore delle formazioni neocomuniste è sempre stato, però, anche quello di puntare sull’identità ideologica, mettendo «al primo posto le proprie bandiere, le proprie ragioni, la propria identità» (Norma Rangeri).
Quale strategia politica, allora, che non sia né minoritaria, né subalterna al Pd?

Certamente non guardando strategicamente all’elettorato del Pd e non facendo del Pd l’asse intorno a cui ruotare, in chiave progressista, antifascista, antiberlusconiana. E servirebbe anche una severa disamina della crisi del sindacalismo confederale, ancorato da anni su una gestione difensiva e corporativa del conflitto sociale a protezione delle vecchie roccaforti, sempre più fragili, del suo passato insediamento fordista. Non sarà un caso che gli operai al nord votino in prevalenza la Lega e che i giovani precari, insieme alle partite Iva, siano stati tra i referenti sociali del consenso ai 5S.

Oggi il sistema politico italiano è articolato sostanzialmente su tre poli, Centro-Destra, Pd e M5S, con quest’ultimo in evidente declino e la domanda di cambiamento, in particolar modo tra i giovani e nel Mezzogiorno, si è riversata in gran parte nell’astensionismo.
Con la crisi del Conte2 e l’avvento del governo, il M5S si trova ora coinvolto in una alleanza di governo innaturale dove rischia il definitivo assorbimento in un’orbita moderata egemonizzata dal Pd.

Il Pd ha oggi una funzione di ‘equilibratore di sistema’ e intorno ad esso si provano a disegnare nuovi assetti di governo che tengano insieme il Pd con Forza Italia, con l’area centrista e magari con la parte governativa della Lega di Giorgetti.
Ma questa operazione potrà avere successo solo se sarà completata l’opera di distruzione/assorbimento del M5S nell’orbita neo-centrista del Pd. Oggi l’ingresso del M5S in questo progetto di governabilità sarebbe una iattura da scongiurare, e segnerebbe la fine anche di ogni ambizione di introdurre nel sistema politico italiano quelle istanze di cambiamento che avevano trovato rappresentanza nel M5S e non nella sinistra “radicale”, a differenza di quanto avvenuto in altri paesi europei.

Se la sinistra vuole rinascere, dovrebbe innanzitutto ostacolare tale progetto e assumere l’interlocuzione ravvicinata privilegiata con i 5S e l’area dei delusi del Movimento, fino ad ipotizzare con esso alleanze elettorali, valorizzando alcuni contenuti tradizionali di quel Movimento, che sono stati alla base del consenso ricevuto: come il salario minimo; reddito di cittadinanza ancorato a politiche pubbliche del lavoro; transizione ecologica; precariato giovanile e partite Iva; beni comuni; separare le banche d’affari da quelle d’investimento; una Banca pubblica per una politica di riconversione dell’economia.

E soprattutto si proponga come promotore di un “Partito del Sud”, portatore di una rinnovata visione unitaria neo-risorgimentale del paese, alternativo al “Partito trasversale del Nord”, egemonizzato dagli interessi antimeridionali e neo-coloniali del blocco industriale padano. Sono solo esempi. Importante è non lasciare isolato il M5S, impedire un suo riassorbimento moderato, fiancheggiarlo dialetticamente da sinistra rivitalizzando alcune loro battaglie in nome e insieme a quel popolo deluso di sinistra e del M5S, che spesso coincidono. Si può lavorare all’aggregazione di un “Polo di sinistra” che si proponga con ambizione un simile tentativo e obiettivo? Poi di alleanze, tattiche, col Pd, si potrà anche discutere.

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Energie fossili e fonti rinnovabili. Le accuse delle associazioni ambientaliste su quanto detto dal ministro Cingolani alle Commissioni di Camera e Senato rispetto alle misure di intervento per contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia non dovrebbero passare sotto silenzio

 

Le accuse delle associazioni ambientaliste su quanto detto dal ministro Cingolani alle Commissioni di Camera e Senato rispetto alle misure di intervento per contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia non dovrebbero passare sotto silenzio. Ma anzi dovrebbero essere considerate la base di una discussione aperta e trasparente prima di una eventuale presa di posizione del consiglio dei ministri.

Si parte da due considerazioni ormai largamente accettate come incontrovertibili. La prima fa riferimento alla diretta responsabilità del gas sulla lievitazione dei prezzi e, per contro, alla totale estraneità delle fonti rinnovabili. Anzi, è con un ricorso massiccio alle rinnovabili e all’efficienza energetica che assicureremmo un affrancamento da una dipendenza energetica dall’estero instabile e pericolosa ed ora non più sostenibile.

La seconda riguarda la necessità di accelerare lo sviluppo delle rinnovabili che presupporrebbe una piena e convinta adesione del nostro Paese ai nuovi target, molto sfidanti, comunitari. Logica quindi vorrebbe che tutte le azioni relative alla decarbonizzazione vengano supportate con convinzione e quelle che hanno anche solo lo scopo di rallentarla, siano eliminate o almeno penalizzate. Da qui, la ovvia sottrazione di fondi dal settore oil&gas a favore di rinnovabili ed efficienza energetica. Dalle parole del ministro, invece, appare tutto il contrario.

Non è pensabile infatti di risolvere il tema dell’aumento dei prezzi dovuti al gas con il ricorso proprio al gas, tanto meno alle poche ed antieconomiche riserve nazionali. Non è pensabile immaginare di ricavare denaro dagli ipotetici extraprofitti delle energie rinnovabili senza fare riferimento alle inesistenti royalties delle estrazioni di gas e petrolio in Italia e nel mondo, che di fatto rappresentano extra-profitti a tutti gli effetti. Viene anzi dichiarato un chirurgico accanimento sulle rinnovabile che, come ha bene spiegato in queste ore l’Ad di Erg, hanno già concordato costi del kWh per l’80% della produzione 2021 e 2022 su valori metà degli attuali prezzi di mercato e che gli extraprofitti ottenuti sono ampiamente compensati dalle diminuzioni progressive delle incentivazioni. Con queste azioni c’è il pericolo che gli operatori, già in difficoltà per colpa del permitting, trovino ulteriori criticità rispetto alle installazioni necessarie. Stupisce il fatto che non sia citato il biometano, che ha il vantaggio di essere rinnovabile e strutturale, biometano già azzoppato da una bozza di Dm che se fosse approvata impedirebbe la produzione di biometano da Forsu.

Un altro aspetto sorprendentemente trascurato è quello delle misure strutturali a favore dell’efficienza energetica: la riduzione dei consumi è per definizione una misura contro il caro energia. La mancata attuazione dei provvedimenti di supporto previsti dal Dm 2021 incide pesantemente sul rilancio del meccanismo dei certificati bianchi, che invece aiuterebbero le imprese, messe a dura prova dalla crisi, a investire in efficienza energetica e a ridurre la loro esposizione sia al caro bollette, sia all’emission trading. Invece, l’accanimento è completato con asserzioni sul prelievo delle risorse Ets per calmierare prezzi dell’energia e del gas, quando tali risorse sarebbero destinate all’impulso delle energie verdi in termini di investimenti e di innovazione.

Ma c’è una cosa che in questo ragionamento logico pesa come un macigno. Nulla viene detto su un aspetto che risulterebbe decisivo per il contrasto al caro bollette: quello della eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi, visto che parliamo di circa venti miliardi di euro contro i dieci strombazzati in pompa magna con misure in gran parte inutili e confuse.

* Prorettore alla Sostenibilità,
Università La Sapienza di Roma

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