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Medio Oriente L'accordo garantisce a Israele ampia libertà di manovra e si costruisce sull'offensiva pesantissima contro la popolazione libanese, mentre Netanyahu seppellisce la questione palestinese

Macerie nel quartiere di Dahiyeh a Beirut in Libano dopo un attacco israeliano foto Ap Macerie nel quartiere di Dahiyeh a Beirut in Libano dopo un attacco israeliano

Quella del Libano è una tregua «sporca»: perché, arriva – sperando che arrivi davvero – sotto una pioggia di bombe su Beirut e, come sempre, accompagnata dal diritto di Israele a romperla in qualunque momento.

Ci sarà una doppia tutela in Libano, scrivevano ieri i media locali: nel sud quella israelo-americana, a nord del fiume Litani quella Hezbollah-Iran, in mezzo l’Onu e le forze libanesi. Israele ovviamente si riserva il diritto di colpire quando vuole, Hezbollah, a sua volta, di decidere per tutto il Libano e non soltanto per la «resistenza».

MENTRE ISRAELE rendeva noto che soltanto ieri aveva colpito 180 bersagli in Libano, la 91a divisione delle Forze di difesa israeliane (Idf) raggiungeva il fiume Litani, nel sud del Libano e l’area di Wadi Saluki. È la prima volta dal 2000, anno in cui Israele si ritirò dal Libano meridionale, che le truppe dell’esercito israeliano raggiungono il fiume Litani.

Quindi Hezbollah ha perso? Per Hezbollah, l’accordo con Israele è un compromesso strategico che mantiene i fondamenti della sua «missione di resistenza» senza sacrificare la capacità di operare come attore politico-militare in Libano. Il partito descrive l’accordo come «una pausa tattica», necessaria per riorganizzare le forze e affrontare le prossime sfide, senza mai abbandonare la lotta contro quello che considera «il nemico sionista».

Insomma, si cerca di indorare la pillola. Fonti vicine a Hezbollah a Beirut affermano che, sebbene il ritiro dei combattenti a nord del fiume Litani possa essere interpretato come una concessione tattica, questo è in realtà un «adattamento temporaneo» al contesto attuale, «necessario per proteggere i civili» e preservare l’integrità del suo arsenale.

In realtà tutte le aree sciite legate a Hezbollah sono state sgomberate e in parte distrutte. Il Partito di Dio ha perso il suo segretario generale Hassan Nasrallah, è stato decimato l’alto comando militare e gran parte del suo arsenale. Questo non è certo un risultato paragonabile a quello del 2006 quando Hezbollah difese se stesso e il Libano bloccando l’avanzata di Israele nel sud.

IN QUEL MOMENTO Hezbollah aveva raggiunto il massimo della sua popolarità non solo nel Paese dei Cedri ma anche in buona parte del Medio Oriente, nonostante il Partito di Dio appartenga alla minoranza sciita e sia fortemente sostenuto dall’Iran.
Certo, Hezbollah è ancora qui e non si sconfigge un’idea, o un’ideologia ben radicata nella società, con una guerra.

Come pure Hamas è ancora qui nonostante i 45mila palestinesi uccisi a Gaza – di cui il 70% donne e bambini – e la decimazione della sua leadership. Lo ha dimostrato il passato che non si sradica la resistenza di un popolo. Però sono mesi che il Partito di Dio sbaglia i calcoli e sopravvaluta la sua forza nei confronti dell’avversario.

Questa è la logica che ha portato al disastro attuale. Con un’attenuante non da poco. Anche gli analisti militari meno favorevoli a Hezbollah pensavano che la resistenza libanese fosse comunque capace di infliggere danni importanti a Israele. E invece è stato Israele a sorprendere con una guerra tecnologica e molto cyber che ha decapitato la leadership e i quadri Hezbollah.

Una guerra che non ha rinunciato a fare tabula rasa senza alcuna pietà di tutto il Libano provocando migliaia di morti e danni per miliardi dollari, in un Paese già stremato dalla crisi economica e dall’afflusso di centinaia di migliaia di profughi.

MA SOPRATTUTTO perché questa è una tregua sporca? Il premier israeliano Benyamin Netanyahu non vuole solo sconfiggere l’asse iraniano. Vuole metterlo in ginocchio. Fare in modo che non sia più una minaccia nei prossimi decenni. E al tempo stesso vuole seppellire la questione palestinese. In altre parole: imporre una nuova realtà regionale. È il suo sogno da più di trent’anni.

L’elezione di Donald Trump potrebbe permettergli di realizzarlo.

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Si chiude la Conferenza sul clima a Baku, la Cop 29, all’indomani della rielezione di Trump

che potrebbe portare al ritiro degli Usa, mentre i complessi negoziati su obiettivi, risorse,

interventi, misurano la distanza tra le posizioni dei governi del mondo.

Ancor prima di cominciare la conferenza sul clima Cop 29 forse è colpita e affondata. Trump, neo
rieletto presidente degli Usa firmerebbe un ordine esecutivo per ritirare ancora una volta gli Stati
Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. E potrebbe farlo già nel suo primo giorno nello studio ovale,
anticipa il “Wall Street Journal”. Avviene però, su un altro piano, che i paesi cosiddetti in via di
sviluppo, per partecipare con cuore e sincerità alle scelte di Cop 29 sarebbero decisi a chiedere una
moltiplicazione per dieci dell’aiuto previsto nei confronti dei paesi più deboli (loro stessi). I paesi
ricchi – o considerati tali – per accedere alla richiesta che giudicano dirompente, vorrebbero almeno
coinvolgere gli emergenti, a partire dai Brics. Ammesso che questi ultimi accettino, questo non
sarebbe come consegnare le chiavi del globo a Xi? (La Cina è la C di Brics). E Trump potrebbe
accettarlo? Probabilmente sì, visto che il mondo extra America (Usa) non gli aggrada (questo è uno
sfacciato eufemismo); ma tutti gli altri capi, Musk in testa, non sarebbero d’accordo. Il motto è
quello di sempre. “L’America agli americani. E tutto il resto anche”. La questione è molto seria e
rischia di trasformare il circo di Baku in un evento importante. In ogni caso, il seguito di Baku Cop
29, guidata dal presidente azero Muxtar Babayev, sarà la Cop 30, guidata da Lula. Ne vedremo delle
belle.

1. Un’apertura a tutta pagina “à la une”, come dicono i francesi, di qualche anno fa su “Le Monde”
diceva così: “La fin du pétrole n’est pas pour demain”. La data è mercoledì 18 aprile 2018. Vi si
sostiene che quanto al petrolio, per le automobili non ci dovrebbero essere eccessivi problemi, ma è
ben diverso il problema di navi e aerei. Il vicolo cieco, “le point aveugle”, come dicono loro, non
sta però nei motori e nei carburanti per farli girare, ma è la petrolchimica. Come ridurla o perfino
farne a meno? Se le cose stavano così sette anni fa, i cambiamenti nella petrolchimica non sono mai
avvenuti; anzi l’aumento di domanda e offerta è imbarazzante.

2. La volontà di fare le cose sul serio, di vincere prima ancora di cominciare, consiste spesso nella
scelta del terreno di gioco. Chiaramente a Baku si sono avvantaggiati i petrolieri ed i loro amici,
mentre per i poveri ambientalisti la gara era persa in partenza.
Come pensate che voterebbe la popolazione del mondo, o quella dell’Europa, o della Cina,
dell’India, o quella della vostra città se a ogni abitante fosse chiesto di rispondere al drammatico
dilemma sul clima, articolato così: auto sì, auto no? Tram sì o tram no? Lavatrice e frigo sì o
lavatrice e frigo no? Oggi o tra vent’anni? Avendo la furberia di connettere al sì e al no utilità e
disagi reali e immediati?
I veri credenti del trionfo del “verde” odierebbero questo modo di porre la questione dando del
“quasi negazionista” a chi se ne serve.
Ripeterebbero gli argomenti, le cifre e le date proposte dal Wwf e da altri ambientalisti: per limitare
“il riscaldamento globale a non più di 1,5°C, le emissioni globali devono essere ridotte del 43%
entro il 2030, del 60% entro il 2035 e raggiungere lo zero netto entro il 2050. La
checklist NDCsWeWant del WWF indica elementi importanti che i Paesi dovrebbero includere nella
progettazione dei nuovi piani nazionali, in linea con questi obiettivi”.
Le NDC sono le Nationally determined contributions, i piani e i finanziamenti nazionali che ogni
Stato deve mettere in atto per contrastare il cambiamento climatico.
“Il primo inventario globale” all’apertura dei giochi di Baku, “ammette un quasi unanime consenso
sugli accordi di Parigi in tema di clima, ma nonostante tale progresso, il mondo non è in grado di
affrontare l’obiettivo della temperatura futura”. Nessun accordo “sui livelli di resilienza e di
mobilizzazione necessari a liberalizzare flussi finanziari da NDC (i contributi determinati a livello
nazionale) da adottare nel 2025, conosciuti anche come NDC 3.0.” (…) “NDC 3.0 deve essere
progressivo e più ambizioso dell’NDC consueto e può essere l’ultima opportunità per trascinare il
mondo sulla strada con la traiettoria di emissioni in linea con gli accordi di Parigi, nell’obiettivo di
1,5C’.” Sono parole, di fronte a fatti, come il frigo.

3. Vecchi film del tempo antico raccontano la fine del mondo, cioè la fine del genere umano, a volte
per uno scontro con un altro corpo celeste, inevitabile e repentino, a volte per una malattia diffusa e
invincibile, a volte, con più senso, descrivendo l’esito del già avvenuto, recente, conflitto nucleare.
Nel film post atomico si narra la fine di tutto. Prevalgono ormai buoni sentimenti, ricerca di affetti
perduti, forse non del tutto, oppure una riflessione su quanto non si è fatto, come studi, viaggi,
amori, rabbie, perdoni; e poi si mostrano città, un tempo vitali, ormai ridotte al silenzio. Il tempo è
di allora, di quando si aveva tutto quanto o lo si sarebbe potuto avere (o fare) e lo si è perso per
sempre; fino ad arrivare, riconciliati con la vita, all’ “ultima spiaggia”, a un suicidio sereno. Forse è
una metafora del nostro tempo incerto per via dell’effetto serra, un film come “L’ultima spiaggia”?
(“On the beach”, di Stanley Kramer, 1958).
Oppure è più coerente pensare al nostro tempo futuro come a un anno mille, pieno di paure,
apocalittico, leggendario, anno ultimo e finale, con tutti i terrori, le caverne sconosciute abitate da
draghi e demoni e streghe crudeli sempre pronte a punirci per colpe incomprensibili, inevitabili. Se
fosse così – gli storici hanno ben saputo raccontare l’anno mille e il giorno dopo, pieno di
agricolture nuove, nuove tecniche e opere, viaggi, scoperte, poemi, cattedrali e grandi navi. Cosa
porterà con sé, dopo di sé, Cop 29, dalla insolita Baku?

4. Una volta, negli incontri internazionali, la moda era quella de “Il Congresso si diverte”; ma erano
tempi in cui le delegazioni, lontane dalle capitali consuete, dai palazzi aviti e dalle guerre in corso,
si davano tempo e potevano aspettare tempi più calmi. L’esempio più noto è stato il famoso
Congresso di Vienna, le feste da ballo e le trattative dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia e
l’attesa preoccupata di saperne di più sulla sua rivincita, fino a Waterloo con il diavolo finalmente
incatenato a S. Elena.
Oggi non è più così e tutto sembra precipitare con velocità accelerata. Chi fa la parte di Napoleone
oggi? Forse Donald Trump che assicura di denunciare subito l’accordo di Parigi 2015 sul clima? Si
può fare la fragilissima pace climatica, con Napoleone contro?

5. La riunione del Cop 29 di Baku dura 12 giorni. Ricordarne i titoli offre già qualche indicazione
sul risultato finale e sulle scommesse tentate che hanno qualche effetto su come andrà la storia del
mondo nel corso dei secoli avvenire.
Il primo giorno, 11 novembre, è l’apertura: le delegazioni arrivano, si sistemano, si fanno visita. C’è
un primo quadro dei presenti e degli assenti; alcuni di questi ultimi ci tengono a farlo sapere: è il
segno del loro dissenso dalla riunione stessa. Alcuni paesi hanno deciso di non partecipare, altri
sono presenti, ostentatamente, senza i capi di Stato o di governo. I capi di Stato o di governo, quelli
presenti, fanno comparsa e dichiarazione durante il secondo e il terzo giorno. Dai tempi del
Congresso di Vienna in poi sono i giorni dei rapporti diplomatici, dedicati agli incontri e alle
dichiarazioni ufficiali dei vari leaders o capi (allora erano re e gran ministri) che vogliono far sapere
il loro impegno e il loro pensiero. Al quarto giorno il genere umano comincia davvero a fare i conti
con sé stesso; infatti il 14 novembre si discute di finanza e di annessi e connessi; e su tale
argomento torneremo. Il 15 novembre, quinto giorno, il tema previsto è l’energia; da un punto di
vista realistico è la questione cruciale: riguarda anche petrolio e gas, indispensabili per l’energia di
oggi nel globo; il mondo potrebbe sopravvivere senza plastica? Senza petrolchimica? Il giorno 16 è
la volta di scienza, tecnica, informatica e tutto il resto connesso; il 17 è una giornata di riposo; si
prevede di ripulire i saloni delle riunioni e delle feste, le cucine, gli alloggi e al tempo stesso – forse
– rimettere in tiro teste, pensieri e programmi delle tante realtà partecipanti; e la stampa e la
propaganda a rincorrere tutte le rivelazioni e le indiscrezioni del caso. Si ricomincia il 18 con lo
sviluppo umano come argomento: forse qualche delegazione porrà il tema della crescita-decrescita
della popolazione, (un guaio globale o una degna soluzione ambientale?) Del rapporto antico tra
maschi e femmine, delle nuove costumanze, quelle con sigle sempre più complesse; segue, al 19
novembre, la discussione sul cibo e sull’agricoltura; il 20, un altro problemino assai sentito: il tema
è la città, i trasporti, il connesso turismo; gran finale dei temi politici in discussione il giorno 21
novembre dedicato alla natura e alla biodiversità. L’ultimo giorno, 22 novembre, è dedicato a
negoziare e trattare.
Non si è lasciato indietro niente. O almeno così sembra. Ogni paese chiede impegni e date certe a
ogni altro; sono soprattutto i paesi economicamente più deboli a chiedere certezze ai ricchi o
presunti tali. Gli argomenti, pressanti, ben noti, sono due: noi paesi poveri vogliamo soldi per
ridurre l’uso dei fossili, cui siamo appena arrivati, da neppure cent’anni e per passare a nostra volta
a energie non inquinanti, come volete voi; vogliamo però anche denaro, per mangiare, curare la
nostra gente nel modo adeguato, farla studiare e imparare; vogliamo denaro sufficiente anche per
sopravvivere, altrimenti… Altrimenti vi invadiamo. Con i nostri migranti, è chiaro, non con le armi
e gli armati, come fareste voi. Il tema dei migranti non è però all’ordine del giorno. Come il voto al
Congresso di Vienna. Troppo indelicato trattarne.

6. Si discute di tutto questo, a Baku; intanto le persone venute chissà da dove si conosceranno e
cercheranno di imparare come si sta insieme e come si vive lontano. Come si può convivere,
crescere, essere liberi sia qui che là.
La finanza, argomento di discussione del 14 novembre è di certo un aspetto irrisolto dei vertici.
L’antica Cop 3, qualche decennio fa, all’indomani del protocollo di Kyoto, indicava con chiarezza
l’impossibilità pratica di raggiungere un accordo perfino tra le delegazioni di Unione Europea e
Stati Uniti.
Si può rileggere nello scritto di Gian Guido Piani su “Il protocollo di Kyoto adempimento e sviluppi
futuri” (Zanichelli Editore, 2008) un paio di frasi: “Il progetto sarà in grado di ripagarsi e generare
un margine ragionevole di profitto, cioè vale la pena di realizzarlo?”. Oppure, “Qual è il risultato
economico del progetto rispetto ad altri in alternativa?”. Oggi l’esistenza di altre notevoli forze nel
globo, quanto a dire di altre voci nella discussione, per esempio i paesi del Brics (Brasile, Russia,
India, Cina, Sudafrica) ma non solo essi, rende più complicata la pratica, prevista in teoria, di
fissare gli impegni dei paesi più ricchi, in concorrenza o antagonismo tra loro, con una serie di
varianti molto difficili da interpretare. Occorrerà molta pazienza, molto buon senso, negli affari e
non solo, per tirarne fuori un modello accettabile.

7. Le proposte messe in campo si riducono a tre con qualche variante inevitabile: la prima è tassare
il trasporto di merci, poi il trasporto di persone – compreso il turismo – poi ancora il traffico di
valuta. Il trasporto marittimo di merci rappresenta il 3 per cento delle emissioni mondiali di gas
serra. Continuando con l’esposizione che ne fa “Le Monde” di sabato 16 novembre 2024 nelle
pagine Planète, “una tassa da 150 a 300 dollari per tonnellate equivalenti di CO2 potrebbe valere
fino a 127 miliardi di dollari ogni anno tra 2027 e 2030…. L’idea di un tale prelevamento rientra
nelle opzioni nel piano d’azione che l’Omi, l’Organisation maritime internationale, deve presentare
nel 2025 per raggiungere la neutralità fossile nel 2050.” Si guarda anche al settore aereo
responsabile del 2 per cento delle emissioni mondiali. “Gli esperti propongono di tassare il
cherosene degli aerei commerciali e privati” con un introito di 18 miliardi dollari con una tassa di
0,33 euro per litro.
Qualcuno suggerisce anche una tassa sui biglietti o un’altra sui voli dei ricchi – i voli con jet privati,
oppure i frequenti voli turistici di Tizio o di Caia, che da sanzionarsi con tasse crescenti – e questo è
il secondo punto possibile. Poi vi sono le misure più sbrigative nei confronti dei movimenti di
finanza internazionale; per esempio un aggravio di X centesimi di dollaro o di euro per ogni
trasferimento internazionale di valuta. Ne seguirebbe la raccolta di un peculio cospicuo senza
infastidire minimamente gli operatori.

8. Siccome l’appetito vien mangiando si sottolinea il disaccordo tra paesi “in via di sviluppo” che
vogliono moltiplicare per dieci “gli aiuti” dei paesi ricchi, da cento a mille miliardi almeno, mentre i
ricchi sono in disaccordo. Da un lato, senza dirlo troppo, non tutti questi ultimi sono disposti a
favorire, con miliardi regalati, l’espansione di probabili concorrenti in ogni campo, con merci simili
e prezzi assai ridotti. D’altra parte proclamano la necessità di iscrivere i Brics, o almeno una parte
di essi, al Circolo dei Benestanti, o come altro lo vogliamo chiamare.

9. Solo un cataclisma (una volta si sarebbe detto una rivoluzione) potrebbe convincere quelli del
Circolo dei Benestanti ad aprire le porte, le città e i forzieri ad altra gente, talvolta arrivata per mare.
Certo è una situazione difficile; chissà che Lula in occasione di Cop 30 non ne inventi una delle sue.

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Dopo la Consulta Quale che sia la decisione della Cassazione e quindi della Corte costituzionale nel giudizio di ammissibilità, resta che attraverso il referendum o altre forme, la mobilitazione deve continuare per impedire che risorga sotto mutate forme e per costruire un regionalismo solidale

Manifestazione a Montecitorio contro l'autonomia differenziata Manifestazione a Montecitorio contro l'autonomia differenziata

Il regionalismo costituzionale è solidale e la Consulta nella decisione sulla legge Calderoli ha richiamato i principi di unità, solidarietà, uguaglianza, garanzia dei diritti. Individuando profili di incostituzionalità e sancendo interpretazioni costituzionalmente orientate.

La qualifica della legge Calderoli come attuazione incostituzionale della Costituzione risulta confermata e la legge colpita nei suoi assi portanti. Ne discende che non possono essere trasferite materie (e tanto meno tutte e 23 le materie), ma solo singole funzioni e che la regione non può sottrarsi dal concorrere agli obiettivi di finanza pubblica, così come è chiarita la necessità, quando sono in questione diritti, di definire i livelli essenziali anche nelle materie cosiddette non-Lep.

Altro cardine della sentenza (da quanto si evince dal comunicato) è la riaffermazione del ruolo del parlamento contro un procedimento all’insegna della verticalizzazione del potere. Alle Camere, ridotte dalla legge 86 a organi consultivi e di ratifica, si restituisce un potere sostanziale. La centralità del parlamento è ribadita sia in ordine alla determinazione dei Lep sia in ordine alla procedura di stipula dell’intesa; spetta, inoltre, al parlamento intervenire per colmare i vuoti derivanti dall’accoglimento delle questioni di costituzionalità così «da assicurare la piena funzionalità della legge» (funzionalità che, dunque, per inciso, al momento non risulta garantita).

Un passaggio – quello sulle camere – che travalica la questione concreta e si pone in senso ampio come richiamo alle corrette dinamiche della forma di governo parlamentare a fronte di un premierato di fatto sempre più aggressivo. Una pronuncia, in sintesi, che situa il tema autonomia e regionalismo nel contesto della forma di stato e della forma di governo disegnate nella Costituzione.

La domanda è: come procedere ora sulla via del regionalismo solidale? La Corte indica il parlamento come organo deputato a colmare le lacune e ricorda che le stesse leggi di differenziazione possono essere oggetto del suo controllo. Esercitando un sano pessimismo della ragione, il contesto politico consiglia di non sottovalutare il rischio che la pronuncia della Corte sia interpretata al ribasso. L’autonomia potrebbe assumere forme meno distruttive e disgregatrici ma sempre deleterie per l’uguaglianza e la garanzia dei diritti. La direzione, cioè, potrebbe essere quella di un regionalismo competitivo soft, e non la via del regionalismo solidale: una autonomia competitivo-cooperativa, più razionale, più coerente alle esigenze di efficienza economica, meno evidentemente “nordista”, in grado magari di incontrare favori oltre la compagine governativa e un maggior gradimento nel mondo imprenditoriale. Dovrà, dunque, essere esercitata una intensa vigilanza, in parlamento, come da parte delle forze politiche e sociali.

L’ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione scioglierà il nodo della trasferibilità del quesito abrogativo. In proposito si può rilevare come, da un lato, la legge sia profondamente mutata nella ratio e nel contenuto, a seguito dell’eliminazione di alcune parti e della rilettura costituzionalmente orientata del resto, e sospesa, in attesa degli interventi del parlamento; dall’altro, come permanga comunque sul piano formale una disciplina, per cui la Cassazione potrebbe trasferire il quesito sulla normativa residua, che seguiterebbe ad essere oggetto del quesito abrogativo totale (al netto, ovviamente, di quanto dichiarato incostituzionale).

Quale che sia la decisione della Cassazione e quindi della Corte costituzionale nel giudizio di ammissibilità, resta che attraverso il referendum o altre forme, la mobilitazione, forte dello svuotamento dell’autonomia differenziata à la Calderoli, deve continuare per impedire che risorga sotto mutate forme e per costruire un regionalismo solidale.

Occorre proseguire nel disseminare l’eccedenza della campagna referendaria, la voce di parole espulse dal discorso dominante o confinate tra i concetti irenici e illusori: i principi richiamati dalla Corte, uguaglianza, solidarietà, e ancora, diritti sociali, servizi pubblici, redistribuzione delle risorse, stato sociale. Occorre far crescere la consapevolezza che i diritti esistono, che si possono esigere, che non è segnata la strada per la loro regressione, che rivendicare altro è possibile.

 

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25 novembre In mezzo al corteo romano di ieri pomeriggio spiccava anche un cartello sul quale era stato scritto, con garbata ironia, ‘Valditara scegliti un insulto’

Un momento della manifestazione di Non una di meno a Roma foto Patrizia Cortellessa Un momento della manifestazione di Non una di meno a Roma – Patrizia Cortellessa

In decine e decine di migliaia, tante giovanissime, insieme anche a molti loro coetanei e pure a parecchi maschi più avanti con l’età. Sfilano nei cortei contro la violenza sulle donne e di genere e per «disarmare il patriarcato», come reclama lo striscione di apertura nelle piazze convocate da Non Una di meno che a Roma e a Palermo anticipano la ricorrenza del 25 novembre. Un bellissimo colpo d’occhio, un flusso continuo di consapevolezza e determinazione, di libertà allegra e di rabbia urlata.

E intanto ancora donne uccise, circa cento quest’anno, soprattutto «in ambito famigliare e affettivo», secondo la terminologia burocratica che supporta la compilazione di tristi bollettini di morte, dove la mano armata il più delle volte è quella di mariti o ex fidanzati.

Eppure la notizia, per la destra ma non solo, perché nel mondo alla rovescia del vannaccismo contemporaneo a forza di gridare al lupo alla fine tutti o quasi accorrono impauriti, è un’altra: «Bruciata una foto di Valditara».

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Et voilà. Ve la siete presa tanto con il ministro dell’Istruzione perché ha negato la persistenza del patriarcato (secondo lui sarebbe stato abolito per legge) e puntato l’indice contro gli «immigrati irregolari», riuscendo a essere (lo ha fatto alla presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin) particolarmente fuori luogo anche per i suoi standard? Ecco il risultato. Un «atto di violenza» contro il ministro, il governo, la premier (durante la manifestazione sono stati addirittura scanditi cori anti-Meloni), «azioni indegne», tuonano dalle file della maggioranza.

Manca solo che il ministro della giustizia Carlo Nordio rilanci il suo allarme terrorismo, ma è in ogni caso un coro d’indignazione accompagnato dalla consueta richiesta all’opposizione di «prendere le distanze», «condannare», «stigmatizzare».

Eppure in mezzo al corteo romano di ieri pomeriggio spiccava anche un cartello sul quale era stato scritto, con garbata ironia, «Valditara scegliti un insulto». Insieme a tanti altri inviti rivolti alla premier Meloni e ai ministri a partire proprio da quello dell’Istruzione, gettonatissimo dopo la sua ultima sortita. Inviti seri o canzonatori, ma comunque sempre puntuali e meritevoli (a proposito di ministero del Merito) di una risposta.

Invece la destra al governo, seguendo il solco della presidente del consiglio, pardon, del presidente, preferisce approfittare del cerino per alzare cortine fumogene. Nel tentativo di oscurare (ma difficile che stavolta ci riesca) una giornata che al di là del solito rituale dei palazzi istituzionali illuminati di rosso e domani si ricomincia promettendo bonus mamme e minacciando nuovi decreti sicurezza, queste piazze riescono a riempire di senso con lo sguardo ogni volta sempre un po’ più in avanti.

Difficile del resto aspettarsi qualcosa di diverso da questa compagine che condanna a ripetizione la «violenza» di chi dissente ma dove, solo per fare qualche esempio, un ministro dell’Istruzione decanta il valore educativo dell’«umiliazione» e passa il suo tempo a inventare nuove forme di punizione, un vicepresidente del consiglio chiama i manifestanti «zecche rosse», un sottosegretario alla giustizia sogna detenuti che non respirano più mentre la premier dirige fieramente l’orchestra.

Un governo che oltretutto ha una particolare attenzione sadica nei confronti di chi è più giovane e addirittura spera che valga la pena lottare per l’ambiente, l’istruzione pubblica accessibile a tutti, combattere il razzismo e rivendicare la libertà e l’autodeterminazione femminile invece di rassegnarsi alle smanie nucleariste di un Pichetto Fratin, al familismo reazionario di una Roccella, al mood penitenziale di un Valditara e in definitiva a questa destra a tinte fosche.

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Opinioni Le reazioni stupefatte e indignate al mandato d’arresto della Cpi per Netanyahu e Gallant ci dicono che il diritto c’è ancora, ma i potenti non sono disposti a sopportarlo

La corte penale internazionale dell'Aia - foto Ap La corte penale internazionale dell'Aia – Ap

Il mandato di arresto per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra, emesso dalla Corte penale internazionale contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della difesa Yoaf Gallant e il capo militare di Hamas Mohammed Deif, ci dice una cosa elementare ma inaccettabile per gli odierni poteri selvaggi. Ci dice che esiste ancora un diritto internazionale; che c’è un giudice all’Aja; che all’esercizio sregolato della forza ci sono ancora limiti giuridici. Le motivazioni del mandato informano i governanti di Israele e l’intera comunità internazionale che i palestinesi sono esseri umani.

Che perciò non è lecito usare la fame come un’arma di guerra, privando «intenzionalmente la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità»; che è un crimine contro l’umanità ostacolare gli aiuti provenienti dall’estero e costringere i medici a operare i feriti e a eseguire amputazioni senza anestesie; che è un crimine di guerra attaccare intenzionalmente le popolazioni civili e bombardare ospedali e scuole provocando decine di morti – sette donne e bambini su ogni dieci civili uccisi – solo per colpire un capo nemico. In questi tempi tristi e crudeli, nei quali l’Onu viene insultata, le sue risoluzioni sono ignorate e le sue forze di interposizione Unifil sono bombardate, gli organi giurisdizionali di garanzia, grazie alla loro indipendenza, hanno dato un segno di vitalità, affermando il diritto contro l’uso illimitato della forza.

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Naturalmente i potenti hanno reagito con durezza. Pronuncia “antisemita”, “oltraggiosa”, “assurda e falsa”, hanno dichiarato i governanti israeliani. Una decisione viziata dall’assenza di giurisdizione della Corte, hanno affermato gli Stati Uniti, rilevando che Israele non ha ratificato lo statuto della Corte: circostanza questa, hanno precisato i giudici dell’Aja, che non toglie la loro competenza, dato che tale statuto è stato ratificato nel 2015 dalla Palestina e il suo art. 12 la prevede per i crimini commessi nel territorio di uno Stato-parte. Il nuovo leader dei repubblicani al Senato John Thune, è giunto a minacciare misure contro i giudici dell’Aja “in segno di ritorsione”. “E’ una vergogna”, ha detto a sua volta il premier ungherese Victor Orbán. Analoga reazione ha avuto il presidente argentino Javier Milei. “Sentenza assurda e filo islamica” ha infine dichiarato, in Italia, la Lega di Matteo Salvini. Evidentemente, per tutti questi potenti, grandi e piccoli, è impensabile che ci sia un giudice che ricordi che il loro potere non è assoluto e che alcune cose non si possono fare.

Le reazioni stupefatte e indignate provocate da questo mandato d’arresto ci dicono perciò un’altra cosa, anch’essa semplice ed elementare: che se è vero che ancora il diritto esiste, i potenti non lo sopportano, né sono disposti a sopportarlo. Esse ci fanno capire il senso dell’intolleranza che rivestono, in tutto il mondo, gli attacchi ai controlli giurisdizionali di qualunque tipo: la riforma giudiziaria voluta dalla destra israeliana nel gennaio 2023 e consistente nella neutralizzazione della Corte suprema e nella sostanziale subordinazione della giurisdizione al potere politico; la recente riforma giudiziaria in Messico, che integra tutti i giudici nel potere politico rendendoli elettivi; la pretesa avanzata dal multi-miliardario Elon Musk che i giudici italiani che non hanno convalidato le deportazioni dei migranti in Albania «se ne devono andare»; lo stupore espresso dalla nostra presidentessa Giorgia Meloni per la non collaborazione di tali giudici con il governo; in breve, l’irritazione stupefatta dei potenti per non poter fare, indisturbati, tutto ciò che vogliono.

È questa la nuova e purtroppo antica ideologia di tutti gli autocrati del mondo. Diritti fondamentali e separazione dei poteri – i due elementi senza i quali, dice l’articolo 16 della Dichiarazione del 1789, non c’è Costituzione – per costoro non contano. Non ne comprendono neppure il senso. Democrazia e libertà sono le parole, da essi sottratte al lessico progressista, con le quali chiamano e legittimano i loro arbitrii e le loro illegalità. L’aspetto allarmante di questo disprezzo del diritto e di questa aggressione ai diritti è il loro carattere globale. Globale è la logica del nemico che legittima guerre e massacri di massa indiscriminati. Globale è il disprezzo suprematista per i popoli e le persone che non appartengono al nostro nobile Occidente. Globale è l’attacco alla sfera pubblica, la devastazione della natura e la guerra contro i poveri e contro i deboli.

Per questo l’opposizione a questi attacchi non può che essere a sua volta globale. Per questo l’alternativa ai sempre più potenti poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali non può che essere l’allargamento alla loro altezza delle garanzie costituzionali: non solo la difesa e il rafforzamento dell’ancora imperfetta giustizia internazionale, ma anche il disarmo globale e totale a garanzia della pace e della sicurezza, un demanio planetario che sottragga i beni comuni della natura all’attuale mercificazione e devastazione, servizi sanitari e scolastici globali a garanzia dei diritti alla salute e all’istruzione. Solo grazie a queste garanzie globali, pace e uguaglianza cesseranno di essere promesse non mantenute. Sembra un sogno. E invece è la sola alternativa razionale e realistica a un futuro di catastrofi planetarie.

 

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Escalation, non pace «Potremmo colpire chi permette a Kiev di lanciare missili contro la Russia». E poi forse l’affermazione più minacciosa: «Con gli attacchi missilistici occidentali in Russia, il conflitto in Ucraina ha assunto un carattere globale»

Altro che bluff, il conflitto è a tutto campo

 

Una prima considerazione. In che mani siamo? Eccole. Il presidente eletto Trump si proclama amico di due ricercati della Corte di giustizia internazionale, Putin e Netanyahu, gente imputata di crimini di guerra. Lui stesso è un personaggio poco affidabile ma promette di cercare la pace con questi due in Ucraina e in Medio Oriente. Ma non c’è da illudersi. Dietro l’angolo c’è ancora la guerra, non la pace. E Putin la guerra non la teme. Ieri – altro che bluff – ha rivendicato di avere colpito l’Ucraina con un nuovo missile balistico a medio raggio nell’area di Dnipro (nome in codice Oreshnik). In un discorso alle forze armate ha affermato: «In caso di escalation risponderemo in modo deciso. Potremmo colpire chi permette a Kiev di lanciare missili contro la Russia», con evidente riferimento a Stati uniti e Gran Bretagna. E poi forse l’affermazione più minacciosa: «Con gli attacchi missilistici occidentali in Russia, il conflitto in Ucraina ha assunto un carattere globale». Una guerra a tutto campo.

L’ “effetto Trump” – colui che dice di volere la pace in un giorno – per ora è paradossale. Invece della distensione ci si avvia verso una escalation. L’instabilità attuale, infatti, nasce anche dall’imminente avvicendamento a Washington. Ognuno dei protagonisti vuole rafforzare la propria posizione prima della nuova fase del conflitto, a cui parteciperà un presidente imprevedibile. Ma l’escalation ha anche una logica sua, dettata dalla guerra, una logica, come dimostrano le parole di Putin, che potrebbe diventare pericolosamente fuori controllo.

Biden, in carica fino al 20 gennaio, decide, insieme agli inglesi, di alzare il livello dello scontro, autorizzando Kiev a usare missili a lungo raggio in terra russa. Ne aveva parlato con Trump? Tommaso Di Francesco sul manifesto l’altro ieri si mostrava giustamente scettico su questo improbabile assenso tra Trump e Biden. Una cosa è certa: Putin non si fida né di Biden e, per ora, neppure troppo di Trump.

Così il leader russo prima ha ampliato la possibilità, se attaccato, di usare armi nucleari, poi ha lanciato un missile balistico (senza ovviamente testate atomiche) per dimostrare che è pronto a qualunque mossa per proteggere i suoi soldati e anche quelli nordcoreani, la nuova carne da cannone del conflitto.

La mossa politicamente più rilevante di queste ore però è stata quella di Zelenski il quale ha dichiarato in una intervista a Fox News che «non possiamo perdere decine di migliaia di uomini per la Crimea», aggiungendo: «Siamo pronti a riportarla indietro per via diplomatica». Ci volevano mille giorni di guerra e innumerevoli vittime per arrivarci? Più o meno la stessa cosa l’aveva detta un anno fa l’allora capo di stato maggiore Usa Mark Milley. Tra un po’ forse il presidente ucraino ci dirà che anche sul Donbas si potrà trattare. Zelenski è lo stesso che qualche settimana fa andava a Washington da Biden per presentare il suo «piano per la vittoria» e adesso fa gli scongiuri per non essere abbandonato da Trump. Ecco in che mani siamo.

Adesso l’Occidente, a partire dall’Ue, deve capire cosa vuole in Ucraina e quello che vuole Putin. Inutile nascondersi dietro a un dito: questa è stata una guerra che la Nato ha condotto per procura, almeno così l’hanno percepita Putin e la maggior parte dei russi. Non solo. Mosca da questa vicenda vuole uscire come potenza vincitrice e questo complica il ruolo di mediatore dell’”amico” Trump.

Probabilmente gli americani non intendono fare entrare Kiev nell’Alleanza, una delle condizioni che sicuramente pone il leader del Cremlino. Ma la Russia intende accettare l’espansione ulteriore della Nato che si è già allargata a Finlandia e Svezia? L’apertura la scorsa settimana in Polonia di una base Usa nell’ambito del sistema “Aegis Ashore”, un elemento dello scudo antimissile della Nato, è stata definita da Mosca «una mossa provocatoria». Per non parlare dell’accordo appena siglato tra la Gran Bretagna e la Moldavia di collaborazione nella difesa e nella sicurezza per contrastare le «minacce provenienti dalla Russia», per « rafforzare la resilienza della Moldavia contro le minacce esterne». La firma di questo accordo è inglese ma tra parentesi, e neppure troppo, c’è scritto Alleanza atlantica, visto che gli inglesi sono la mosca cocchiera degli Stati uniti.

Il nocciolo della questione è questo: Biden non voleva cedere a un’intesa con Putin e ha alimentato questo conflitto tra ucraini e russi anche quando era vice di Obama, Trump pare più propenso a riconoscere a Mosca una “sfera di influenza”, per poi dedicarsi al rapporto che lo interessa e lo preoccupa di più, quello con la Cina. Ma la trattativa con Mosca è ben più complicata di come tende a illustrarla Trump con le sue guasconate per di più ora alle prese con le ultime decisioni di Biden. Putin non scherza. Come dice un vecchio proverbio russo: «Se inviti un orso a ballare, non sei tu a decidere quando il ballo è finito».

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