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L'analisi Assad si è portato via le casse dello Stato, mentre Israele sta disintegrando tutto l’apparato militare e si allarga nel Golan; a nord Erdogan occupa due cantoni e apre la caccia ai curdi

Il potere è una scatola vuota per Al Julani Damasco, un poster sfigurato dell’ex dittatore Assad – Hussein Malla/Ap

Il crollo del regime di Assad e i raid di Israele consegnano al nuovo padroncino di Damasco, il jihadista Al Julani, un scatola vuota sulla quale è scritto «Ex Siria».
Bashar al Assad che si è fatto vivo da Mosca dando la sua versione della storia – «sono i russi che mi hanno chiesto di andarmene» – si è portato via la cassa.

Le riserve della banca centrale, due tonnellate di banconote e 250 milioni di dollari erano già stati trasferiti in passato in Russia, la sua cerchia di potere aveva acquistato un quartiere della capitale russa dove trasferirsi con i proventi delle rapine a danno del popolo siriano, del contrabbando e del traffico di droga.
L’apparato bellico delle forze armate siriane non esiste più. In questi giorni con centinaia di bombardamenti israeliani è stato disintegrato all’80 per cento, dalla marina all’aviazione, alle fabbriche belliche.

La nuova Siria per decenni non potrà ricostruire una capacità militare difensiva significativa, il che vuol dire che è attaccabile in qualunque momento e farà fatica a controllare un territorio dove le milizie abbondano. Pure l’Isis, a Est nel mirino degli americani, i quali dovrebbero proteggere i loro alleati curdi, lasciati al solito, al loro destino. Con l’occupazione del Golan le truppe israeliane sono a qualche decina di chilometri da Damasco: in pratica Al Julani, che ha flebilmente protestato con Tel Aviv, è letteralmente sotto il tiro della tecnologia bellica israeliana, come ha dimostrato la guerra in Libano attuata anche con l’eliminazione della dirigenza Hezbollah. Non gli conviene neppure nascondersi, è quasi un ostaggio.

L’INCONTRO a Damasco tra Al Julani e l’inviato speciale delle Nazioni unite Geir Pedersen ha avuto risvolti quasi comici se di mezzo non ci fosse la tragedia di un popolo. Pedersen ha ribadito l’importanza di una transizione politica credibile e inclusiva, dichiarando: «La transizione deve essere guidata dai siriani e rispettare la sovranità e l’integrità del Paese». Ma certo, come no. Se Israele si è impadronita del Sud nel Golan e dei collegamenti con il Libano, a Nord Ankara, che occupa direttamente due cantoni siriani, ha scatenato le milizie filo-turche contro i curdi e il Pkk, che ora chiedono di trattare con Damasco.

DI QUALE «integrità» della Siria parla Pedersen? Il governo israeliano ha approvato un piano per raddoppiare la popolazione nella parte del Golan siriano occupata da Israele, ma afferma di non essere interessato a entrare in conflitto con la Siria, avendo preso ormai il controllo della zona cuscinetto monitorata dell’Onu. Israele ha conquistato parte delle alture del Golan durante la guerra arabo-israeliana del 1967, prima di annettere il territorio nel 1981. E gli Stati uniti, sotto l’amministrazione di Donald Trump, hanno riconosciuto questa annessione nel 2019, in violazione delle risoluzioni Onu. Tra un po’, con Trump alla Casa Bianca, Netanyahu e il suo governo di estremisti di destra sperano che gli Usa riconoscano l’annessione di tutto il Golan e delle colonie in Cisgiordania.

Si intravede già il solito giochetto coloniale israeliano del divide et impera. Nelle 34 località delle alture del Golan annesse da Israele vivono circa 30mila cittadini israeliani, oltre a 23mila drusi, una comunità che per la maggior parte si dichiara siriana ma ha lo status di residente in Israele. Ora qualche comunità drusa nella parte del Golan siriano appena occupato ha già chiesto di essere annessa a Israele. Tra pressioni esterne e forze centrifughe interne l’integrità territoriale della Siria appare grandemente sotto pressione.

Il terreno è già pronto. L’amministrazione Biden ha subito avallato la narrativa secondo la quale l’occupazione del Golan e i raid israeliani sono «misure preventive di legittima difesa» contro potenziali minacce provenienti dalla Siria. Insomma Israele può invadere tutto i territori che gli pare dei Paesi confinanti: la questione del doppio standard attuato sistematicamente dagli americani è diventata imbarazzante.

A meno che non rientri in una strategia più ampia, evocata tra sussurri e grida nei corridoi diplomatici, ovvero che se la Russia si è messa d’accordo per liberare la Siria da Assad – e ora tratta con Al Julani sulle basi russe – può anche negoziare sull’Ucraina. E anche questa volta la Russia, come spesso accade, non ha niente da dire. sull’occupazione israeliana del Golan. Forse non è un caso.

MAL DI LÀ delle questioni politiche e militari in Siria è in corso, certo non da oggi, una tragedia umanitaria. La metà del patrimonio abitativo è distrutto o inagibile, rendendo complicato anche il ritorno dei profughi, il 90% dei siriani vive sotto la soglia di povertà. Al Julani ha un bilancio statale stimato dal Financial Times in meno di 100 milioni di dollari: per fare un confronto Israele ha annunciato che nel raddoppio dei residenti nel Golan investirà circa 10 milioni di dollari, un decimo di quanto ha in mano il capo jihadista per gestire tutto il Paese. È evidente che i soldi della Turchia non basteranno e quindi si aprirà la corsa ai fondi delle monarchie del Golfo, in gran parte già aderenti al Patto di Abramo.

Il vuoto lasciato dalla caduta del regime di Assad pone interrogativi cruciali sulla sicurezza regionale e sulle dinamiche geopolitiche immediate e future. Ma è già chiaro che indebolita e stremata la Siria oggi lotta ancora per la sopravvivenza.

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Principi e convivenza Il disegno di legge Piantedosi, Nordio, Crosetto, meglio noto come «sicurezza», contro il quale oggi si scende in piazza a Roma, è un campionario degli orrori securitari che maturano nella destra italiana

Dove punta l’attacco della destra

 

Obbedire, dalle strade alle scuole alle galere. Non solidarizzare, con i migranti o con chi non ha un tetto e occupa una casa vuota. Non protestare, neanche con il proprio corpo perché è considerato un’arma se lo porta in giro chi dissente. Arma terribile, non come le pistole di ogni misura che le forze di polizia potranno d’ora in avanti raddoppiare per non restare mai senza, neanche quando litigano con il marito, la moglie o il vicino.

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Tutte le leggi melonissime

Il disegno di legge Piantedosi, Nordio, Crosetto, meglio noto come «sicurezza», contro il quale oggi si scende in piazza a Roma, è un campionario degli orrori securitari che maturano nella destra italiana. Ed è un biglietto da visita per questa maggioranza di governo che nella continua rincorsa alle posizioni più reazionarie ha finito con il portare in parlamento un provvedimento da stato di guerra. Guerra ai poveri, ai migranti, alle minoranze.

Non c’era bisogno che il sottosegretario alla ferocia si dichiarasse un orgoglioso liberticida perché il disegno apparisse chiaro. Come chiaro è l’eterno tentativo di reagire ai bisogni sociali che non si riescono – non si vogliono – ascoltare, con la repressione e il codice penale. Reagendo anche alle proprie difficoltà. Da qualche tempo infatti, dai Tar ai tribunali ordinari, dalla Cassazione alla Corte costituzionale, il governo va incontro a ripetute e pesanti bocciature giudiziarie quando impone i suoi diktat.

Ognuna di queste bocciature – dalla pretesa di impedire gli scioperi all’abitudine di distribuire fogli di via agli attivisti, dai respingimenti e deportazioni dei migranti alla volontà di ignorare il diritto costituzionale e il diritto europeo, si tratti di concedere asilo o di spaccare il paese tra regioni ricche e regioni povere – dovrebbe provocare imbarazzo, autocritiche, marce indietro. Invece produce altri attacchi alle giurisdizioni e il rilancio imperterrito di ogni provvedimento contrario alla legge. E tutto questo disprezzo, tutta questa arroganza costituita non preoccupa affatto le stesse persone che appena uno studente alza la voce per una contestazione si indignano e sono pronte a battersi per le libertà, dei ministri o di qualche altra autorità.

Ci si chiede, anche con preoccupazione, come mai siano sempre più i giudici e le giudici a mettersi di traverso lungo il cammino del governo. Se questa non sia la coda di una lunga stagione di supplenza giudiziaria, se c’entri almeno un po’ la famosa «esondazione» delle toghe dai loro ambiti di cui parla Nordio.

Ogni prudenza è legittima visti i disastrosi esiti dell’opposizione giudiziaria in passato, non solo in Italia, e conoscendo i magistrati al di là della caricatura interessata che ne fa il governo. Ma probabilmente bisogna cercare una motivazione più profonda per capire perché i diversi provvedimenti del governo, diversi anche negli ambiti, finiscano regolarmente per impattare contro il muro delle sentenze. Bisogna cercarla nella portata della sfida in atto.

Il governo Meloni sta puntando al cuore dello stato di diritto, provando ad abbattere uno a uno i principi fondamentali che necessariamente trovano (ancora) una tutela nelle leggi e soprattutto nelle leggi superiori.
Tanto alta è la posta in gioco. Ed è quasi tutta riassunta in un solo disegno di legge, battezzato «sicurezza» senza troppo sbagliare, se la si vuole intendere come sicurezza del governo e delle polizie, non dei cittadini.

L’ampiezza della mobilitazione che abbiamo visto in campo in queste settimane e che aspettiamo oggi a Roma, la larghezza del fronte – politico e sociale, non giudiziario – che vuole fermare il disegno di legge, dice quantomeno che la minaccia è avvertita ben chiara. E che si può provare a resisterle.

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La nuova sfida Non si tratta più solo di abrogare una brutta legge, ma di affermare in positivo un regionalismo che sia costituzionalmente orientato

La consegna delle firme sul referendum per l'abrogazione della legge sull'autonomia differenziata - LaPresse

Dopo le decisioni della Corte costituzionale e dell’Ufficio centrale per i referendum, opporsi all’autonomia differenziata assume un significato ancor più rilevante. Non si tratta più solo di abrogare una brutta legge, ma di affermare in positivo un regionalismo che sia costituzionalmente orientato. Questo ora è scritto in una sentenza della Consulta e la Cassazione ha aperto le porte al definitivo smantellamento della normativa vigente. Dai giudici non ci si può aspettare di più, tocca al popolo della Costituzione far valere le sue ragioni.

Prima di lanciarci nella campagna per l’abrogazione totale della legge 86 del 2024 aspettiamo fiduciosi di superare l’ultimo ostacolo – il sindacato sull’ammissibilità che verrà svolto sempre dalla Consulta a fine gennaio – ma vale la pena cominciare a riflettere su come affrontare la battaglia decisiva.

Come riuscire a convincere 25 milioni di cittadini a schierarsi dalla parte giusta, dalla parte della Costituzione e della sua attuazione. In molti, giustamente, chiedono al governo di fermarsi, forse però dovremmo pensare anche a rilanciare.

Spetta ai soggetti che hanno sostenuto il referendum, e a tutti coloro che hanno già ottenuto questi grandi e non scontati risultati, indicare la rotta del cambiamento. Ripartendo magari dalle chiare indicazioni della Consulta. Un regionalismo – è scritto nella sentenza – che per essere in armonia con il complesso della forma di Stato italiana deve reggersi sui principi di solidarietà, eguaglianza, garanzia dei diritti fondamentali e preservare l’unità della Repubblica.

L’opposto rispetto alla prospettiva di un regionalismo fondato sui principi di appropriazione e differenziazione, che ha mosso i “governatori” ad autoproclamarsi rappresentanti di un inesistente «popolo regionale» separato dal resto del territorio nazionale e a chiedere tutte le materie possibili, sottraendo le risorse al resto della Nazione.

La strada alternativa dunque c’è e deve essere ora percorsa con coraggio e fantasia, è nostra responsabilità esplorarla. Alla Corte costituzionale spetta infatti richiamare i principi e porre dei limiti insuperabili, ma non può certo essere un giudice a scrivere le leggi, neppure a definire i rapporti tra Stato e regioni, né le modalità in concreto della tutela dei diritti su tutto il territorio nazionale. Spetta alla politica, che opera entro i limiti della Costituzione, dare attuazione ad un regionalismo solidale.

D’altronde, a ben vedere, neppure l’auspicata vittoria al referendum – se mai ci sarà – e l’abrogazione per intero della legge Calderoli ci esimerebbe dal proporre un altro regionalismo: perché non iniziare sin d’ora? Vero è che la pronuncia popolare assicurerebbe una forza politica e una legittimazione straordinaria, frutto del “plusvalore” democratico del referendum.

Diciamo così: il consenso popolare – se ci sarà – ci porrà in una situazione di vantaggio e potrà sbarrare la strada a chi ancora prova a oscurare il passaggio di fase sancito dalla decisione del nostro garante della Costituzione (le dichiarazioni del ministro per gli affari regionali e del presidente della regione Veneto tendono a ribaltare il significato di quanto deciso della Consulta e sono francamente al limite del vilipendio all’autorevolezza della Corte), ma non sarà neppure esso definitivo. Un referendum abrogativo vittorioso può cancellare totalmente la legge e assicurare una forza politica e una legittimazione straordinaria, ma non può fare nulla in positivo. E allora perché non anticipare questo passaggio per mostrare sin d’ora qual è il nostro orizzonte e assumerci le nostre responsabilità? Una campagna referendaria tutta all’attacco, in nome della solidarietà regionale e non solo contro l’illegittimo egoismo appropriativo.

È il modo migliore per chiedere il voto, non solo per dare un colpo definitivo a un regionalismo moribondo, ma per iniziare a guardare a un altro regionalismo possibile. Magari convincendo i più che vale la pena andare a votare. Si tratta di

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Non solo kurdi Nuovi punti di equilibrio e nuovi accordi sembrano necessari. In caso contrario la rivoluzione confederale potrebbe essere schiacciata da un’invasione turca su larga scala

Una rivoluzione confederale da salvare Curdi siriani partecipano ai funerali delle persone uccise negli attacchi aerei turchi. Novembre 2022 – Ap

Nel corso della guerra si sono sviluppate in Siria due realtà diverse e opposte: l’insurrezione teocratica, promossa dalle formazioni islamiste che hanno schiacciato la gioventù democratica presente nelle prime rivolte, e la rivoluzione confederale giunta dal Rojava, che ha costruito istituzioni politiche, economiche e di genere di carattere radicalmente trasformativo. La rivoluzione confederale non va tuttavia confusa con i curdi, che sono soltanto una sua componente. La maggior parte dei combattenti delle Forze siriane democratiche (Sdf) è araba, così come gran parte del personale dell’Amministrazione autonoma del nord-est (Daa).

La Daa è attaccata dalla fazione teocratica che da anni ha imposto un “governo ad interim” animato dalla Fratellanza musulmana lungo il confine nord-occidentale, e sulle cui milizie la Turchia ha il diretto controllo. Con il collasso dello stato siriano le Sdf hanno allargato la loro presenza in ampi territori delle regioni di Tabqa, Raqqa e Deir el-Zor, ma si sono viste sottrarre da queste forze l’area di Sheeba e Manbij. Nel resto della Siria si sono posizionati, oltre a Tahrir al-Sham, forze arabe e druse provenienti da sud, la cui composizione politica è contraddittoria.

Le Sfd non hanno equipaggiamenti sufficienti per resistere a lungo alla Turchia. Per questa ragione avevano trovato nel tempo una deterrenza in accordi diplomatici con la Russia, le cui forze d’interposizione erano presenti nella parte occidentale della Daa ma si sono ritirate; e con gli Usa nella parte orientale, da dove potrebbero ritirarsi non appena Trump salirà al potere. Lo status quo su cui si reggeva (difficilmente) la Daa, colpita costantemente, dal 2019, da bombardamenti turchi, è quindi in gran parte superato. Nuovi punti di equilibrio e nuovi accordi sembrano necessari. In caso contrario la rivoluzione confederale potrebbe essere schiacciata da un’invasione turca su larga scala.

La Daa non può che cercare, come sta facendo, la carta del dialogo interno, a partire dalle differenze tra i nuovi attori politici. Tahrir al-Sham ha imposto i suoi pieni poteri a Damasco, escludendo tutte le altre forze dal nuovo Governo di transizione, che ripropone plasticamente la composizione del Governo di salvezza di Idlib. Non è un buon segno, ma significa anche che ha escluso gli esponenti del Governo ad interim, con cui i rapporti sono peggiorati durante la recente offensiva. Questo approccio unilaterale dovrebbe durare fino al 1 marzo, e potrebbe scontentare anche i movimenti arabi e drusi del sud. Il nuovo ministro dell’economia Basel Abdul Aziz ha annunciato riforme di libero mercato per ingraziarsi gli attori internazionali, ma al Julani sa che la maggior parte della popolazione siriana lo teme piuttosto che amarlo e spesso lo disprezza. Una deregulation economica sarà inoltre in continuità con le politiche che avevano esposto al malcontento il deposto regime nel 2011 ed è difficile che la base più povera dell’opposizione la apprezzerebbe.

Il comandante delle Sdf Mazlum Abdi e la comandante delle Ypj Rojhelat Afrin hanno annunciato negli scorsi giorni che la rivoluzione confederale è pronta a negoziare una soluzione pacifica con tutte le forze in campo, compresi il nuovo governo e la Turchia. Proprio la fragilità politica degli islamisti al potere, tuttavia, potrebbe indurli a reprimere la fazione attraverso cui potrebbe maggiormente incanalarsi il malcontento di parte dei siriani. Il Congresso democratico promosso dal movimento confederale esprime partiti, clan e personalità arabe che potrebbero formulare ingombranti proposte alternative per il paese nei prossimi mesi.

Secondo l’analista Amberin Zaman la compagine al potere ad Ankara, invece, potrebbe accettare accordi con le Sdf a patto che queste ultime annuncino pubblicamente la rescissione di ogni relazione con il Pkk, e se tutti i volontari delle Ypg in Siria provenienti dall’estero (anzitutto da Turchia, Iraq e Iran) lasciassero il paese. La Turchia vorrebbe inoltre che maggiore peso fosse dato tra ai partiti curdi siriani conservatori che oggi, pur di opporsi alla componente socialista, supportano il Governo ad interim. Sebbene non siano ben visti né in Rojava né nel resto della Siria, questi gruppi permetterebbero di riverniciare in senso pluralistico la cancellazione dell’esperienza politica per cui migliaia di giovani curde e curdi hanno perso la vita.

La figura di spicco della coalizione che sostiene il Governo ad interim per conto della Turchia, Hadi al-Bahra, ha proposto non a caso una transizione molto lunga prima arrivare a nuove elezioni: un anno e mezzo. Il tempo necessario per operare una repressione completa del movimento confederale, producendo nuove ondate di profughi e perfezionando l’ingegneria demografica che le sue milizie attuano dal 2018. La via è stretta. È importante comprenderlo per supportare l’unica rivoluzione reale emersa dalla guerra. Come non c’erano alternative alla scelta confederale di non difendere un esercito baathista privo ormai del supporto dei suoi stessi soldati, così non c’è alternativa ai tentativi di dialogo con le forze insorte il 27 novembre. È probabile che il governo Al-Bashiri continuerà a lasciare mano libera alla Turchia in Rojava, liquidando il problema confederale senza sporcarsi le mani. La strada per lavorare sulle contraddizioni di questo scenario, tuttavia, resta politica, non militare.

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Democrazia reale Nel 1975 la legge Reale dispose tra le altre cose l’uso di armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine con molta più facilità. Si apriva la fase della legislazione dell’emergenza

Roma, San Giovanni, festa della liberazione, 25 aprile 1978 - GettyImages Roma, San Giovanni, festa della liberazione, 25 aprile 1978

In principio fu la circolare del 26 luglio 1943 emanata all’indomani della caduta del regime fascista a disporre misure emergenziali per l’ordine pubblico. Il testo era firmato dal presunto criminale di guerra generale Mario Roatta.

Precisava che «qualunque pietà e riguardo nella repressione è un delitto» e aggiungeva «poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito» intimando ai militari «Si tira sempre a colpire come in combattimento». Lo stato d’assedio disposto contro le manifestazioni popolari organizzate contro il fascismo e contro la guerra provocò oltre 80 morti, 300 feriti e 1.500 arresti.

Nel dopoguerra la Repubblica nata dalla Resistenza ma guidata da un governo conservatore varò, il 18 marzo 1950, un piano straordinario d’intervento finalizzato a: impedire le occupazioni delle terre; assegnare al prefetto la possibilità di vietare fino a tre mesi le manifestazioni pubbliche; proibire comizi all’interno delle fabbriche; vietare lo «strillonaggio» dei giornali nelle strade. Una delibera del governo definita da Piero Calamandrei «Dichiarazione dei diritti dello Stato di Polizia».

Mentre prendeva corpo il conflitto di Corea e si entrava negli anni della Guerra Fredda, il 1 giugno 1950, venne emanata la «circolare Pacciardi» con cui il ministro della Difesa militarizzò l’ordine pubblico collocando il conflitto sociale in una dimensione che faceva del movimento operaio e contadino un «nemico interno» dello Stato e una «quinta colonna» comunista. Con quegli ordini il Comandante militare territoriale divenne responsabile delle truppe in operazioni di ordine pubblico mentre i militari furono autorizzati a sparare sui dimostranti «dopo rapida e serena valutazione della situazione» e ad eseguire arresti indiscriminati tra la folla.

Tali misure portarono ad un bilancio rappresentato (e mai smentito dal governo) da Pietro Secchia in Parlamento nell’ottobre 1951: negli incidenti tra manifestanti e forze dell’ordine dal gennaio 1948 al luglio 1950 vi furono tra i lavoratori 62 morti, 3.123 feriti, 91.433 arrestati, 19.313 condannati per 7.598 anni di carcere.
Su questi caratteri si andò formando la nozione degasperiana della «democrazia protetta» incentrata da un lato su un modello di sviluppo fatto di bassi salari, disoccupazione, alta produttività e sgravi alle imprese e dall’altro sul coordinamento delle leggi speciali contro scioperi e sabotaggi.

Nel 1952, contestualmente alla ratifica del piano anticomunista «Demagnetize» di matrice statunitense e adottato dal servizio segreto italiano, l’esecutivo Dc presentò la legge «Polivalente» ovvero una messa a sistema di tutti i provvedimenti elaborati in materia di ordine pubblico, disciplina del lavoro e diritti sindacali. Un intervento che si propose di riformare il codice penale in materia di conflitti sociali reprimendo scioperi, occupazioni di terre e fabbriche, sabotaggi e «scioperi al rovescio». Una legge che il 6 giugno 1952 ottenne «l’accordo e l’impegno» in Parlamento dei neofascisti del Msi per voce di Giorgio Almirante.

Dopo gli anni duri della Guerra Fredda fu l’autunno caldo operaio del 1969 a suscitare nuovi istinti regressivi. Alla fine dell’anno i sindacati presentarono le stime dei lavoratori denunciati che ammontavano a circa 10.000 persone per un complesso di 16.359 reati contestati e 143 arresti. La forza del movimento operaio impose l’approvazione contestuale (20 e 22 maggio 1970) tanto dello Statuto dei lavoratori quanto dell’amnistia promossa dal deputato socialista Giolitti.

In un quadro in cui fino al 1974 gli episodi di violenza politica afferivano per il 94% all’estrema destra il 22 maggio 1975 fu varata la «legge Reale» dal nome del repubblicano Oronzo Reale. Tra le altre cose la legge dispose l’uso di armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine con molta più facilità ed impunità, reintrodusse il fermo di polizia, integrò le riforme sul raddoppio dei termini della carcerazione preventiva e anche sull’interrogatorio.

Si apriva la fase della «legislazione dell’emergenza» e del disciplinamento penale delle questione sociale in Italia. Un ritorno al passato denunciato da Lelio Basso: «La legge Reale ha alla sua base una concezione dei rapporti tra il cittadino e lo Stato che è stata la concezione tipica del fascismo, tipica del codice Rocco». Contro votarono Pci e sinistra indipendente.

Posizione, quella dei comunisti, che non «tenne» alla prova dell’ingresso in maggioranza del partito quando la legge venne rinnovata l’8 agosto 1977. In quel passaggio – notano Luigi Ferrajoli e Danilo Zolo – «per la prima volta nella sua storia il Pci si è dichiarato favorevole ad un massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali». Una nuova postura del Pci che – scrive Paul Ginsborg – «sui temi cruciali che riguardavano i giovani politicizzati, il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria, vide i comunisti mantenere un silenzio che non lasciava presagire nulla di buono».

Quel nulla di buono si tradusse in 254 morti e 371 feriti in quindici anni di applicazione della legge che passò indenne anche il referendum per la sua abrogazione l’11-12 giugno 1978. Cinquanta anni dopo il varo della legge Reale, in un contesto in cui lo stato di guerra permanente e la crisi economica liberista informano in modo totalitario il nostro presente, il Paese guidato da un partito post-fascista torna a specchiarsi pericolosamente nella sua «democrazia reale».

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L’esperto Pierluigi Randi: “Dobbiamo abituarci a convivere con questi fenomeni. I fiumi sono tutti sotto la soglia di emergenza. A Riolo 120 millimetri di pioggia”

Ravenna, 11 dicembre 2024 – Pierluigi Randi, meteorologo Ampro (Associazione meteo professionisti), quale è il quadro del maltempo (l’intervista è stata fatta nella tarda mattinata di ieri, ndr)?

“Andiamo verso la fase conclusiva dei fenomeni, che già in mattinata si sono attenuati. Di positivo c’è che le piogge più consistenti sono state in pianura”.

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Campi allagati a Porto Fuori. In alto i Fiumi Uniti a Ponte Nuovo

Con effetti benefici sui fiumi?

“Esattamente. Se vogliamo fare una panoramica, nessuno dei nostri fiumi ha superato la soglia 3, quella cioè di emergenza. Il Senio ad Alfonsine è a 10 metri, con soglia di attenzione a 12 e il livello sta scendendo. Il Lamone è piuttosto alto a Mezzano, ma ha già toccato il picco di 6,5 metri, con soglia di attenzione a 7,5. A Faenza il Lamone è sotto soglia uno. Insomma, le piene più consistenti le hanno avute Senio e Lamone, ma il livello dell’acqua sta scendendo. Il Santerno è sempre stato in soglia uno”.

Lo scioglimento della neve causerà dei problemi?

“No, a meno che non si verifichino - e non sono previsti - aumenti consistenti di temperatura. La neve si fonderà nei prossimi giorni e va specificato che la fusione della neve è graduale. Non avremo picchi violenti come se ne hanno durante le piogge violente”.

Quali sono le previsioni meteo dei prossimi giorni?

“La fase iniziata domenica sta volgendo al termine. Domani (oggi, ndr) avremo piogge deboli, in esaurimento. Tra venerdì e sabato - ma più probabilmente questo secondo giorno - pioverà ancora. Il fenomeno sarà meno intenso e più veloce di quello attuale. Non saranno fenomeni preoccupanti”.

E la prossima settimana?

“Limitandoci ai primi giorni, avremo il ritorno dell’alta pressione, quindi bel tempo, aumento delle temperature e nebbie. Non ci saranno precipitazioni”.

Tornando alla pioggia di queste ore, quanta se ne è accumulata?

“In pianura, in provincia di Ravenna, siamo a 80-90 millimetri. A Sant’Alberto siamo a 103, 90 circa a Conselice e Alfonsine, 80 nel Lughese, 60-70 nel Faentino. Valori più alti sui rilievi: siamo tra i 110 e i 120 millimetri a Riolo Terme, Casola Valsenio e Brisighella. Consideri che in media, in tutto dicembre, l’accumulo di pioggia gli anni scorsi era di 90 millimetri. In questi due giorni è caduto dunque l’equivalente di quanto solitamente piove in tutto il mese”.

Dobbiamo abituarci a queste piogge intense?

“Sì. Dobbiamo imparare a conviverci, perché questi fenomeni si ripeteranno. Il conviverci non significa esserne schiavi. Dobbiamo abbandonare paura e impotenza, anche se non è facile da dire a chi è stato alluvionato e ha subìto quanto accaduto nel maggio 2023 e nel settembre di quest’anno. Però non è che ogni volta arrivi un’alluvione, per fortuna. Non dobbiamo subire troppo questi fenomeni. Stavolta c’è stata preoccupazione, ma non ci sono state né esondazioni, né rotture di argini”.

Quale è l’importanza degli interventi strutturali e di manutenzione?

La prima cosa da fare è la messa in sicurezza del territorio: per farlo occorrono tempo e grandi investimenti, e questi spettano alla parte amministrativa. Poi serve unità di intenti: inutile perdersi in polemiche. Ora sappiamo cosa fare, dunque agiamo. Nel Forlivese e nel Cesenate i fiumi hanno causato danni, anche perché le aree dei fiumi sono state completamente pulite. Ecco, non ricadiamo in questi errori. ’In mezzo’ al fiume di certo non deve esserci la sequoia secolare, ma nemmeno deve esserci il vuoto. Serve la vegetazione ripariale, perché senza vegetazione l’acqua arriva più in fretta e più veloce”.

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