Elezioni Sarà Friedrich Merz il nuovo cancelliere. I fascio-populisti di Alice Weidel raddoppiano i seggi in Parlamento. Olaf Scholz trascina a picco la Spd e annuncia: "Non prenderò parte ai negoziati”. Sorpresa della sinistra della Linke
Friedrich Merz (Cdu) – Markus Schreiber/Ap
Vince anche se non convince Friedrich Merz, i fascio-populisti di Alice Weidel raddoppiano i seggi in Parlamento (facendo segnare il record di voti dell’ultradestra in Germania dai tempi del nazismo) mentre il ricandidato-cancelliere Olaf Scholz trascina a picco la Spd al punto che la leadership del partito ora invoca la “tabula rasa” elemosinando politicamente una Grosse Koalition con la Cdu.
Ma l’autentica, straordinaria, rivelazione delle urne federali è la sinistra della Linke, capace di trasformare in voti veri dentro le urne il clamoroso successo politico-mediatico dei suoi due leader ben fotografato dai sondaggi delle ultime tre settimane.
Molto male i Verdi incarnati dall’ex ministro dell’economia Robert Habeck: la svolta ultra-bellicista e anti-migranti più l’annacquamento oltre immaginazione della rivoluzione ecologica hanno provocato il crollo dei Grünen, sebbene Habeck dia tutta (ma proprio tutta) la colpa al flirt fra Cdu e Afd. Probabilmente fra pochi giorni dovrà essere molto più diplomatico: accanto alla GroKo Cdu-Spd (possibile solo con l’esclusione dal Bundestag di liberali e Bsw) l’altra geometria di governo che si preannuncia a Berlino nel toto-coalizione è proprio l’eventuale alleanza tra socialisti, democristiani e Verdi.
I liberali escono dal voto distrutti e forse anche politicamente smontati: ancora prima dello spoglio, con le previsioni pericolosamente oscillanti sopra e sotto la soglia di sbarramento del 5%, il segretario Fdp Christian Lindner fa sapere: “Se non entriamo al Bundestag mi dimetto”. E’ l’uomo che lo scorso ottobre ha innescato la crisi di governo che ha prodotto il voto-anticipato.
Esattamente come lui, al limite dell’esclusione dal parlamento, balla Sahra Wagenknecht, la sovranista leader del Bsw che solo pochi mesi fa era accreditata come l’irresistibile anti-Weidel. Il suo voto al pacchetto anti-migranti di Merz e Afd le è costato la perdita di non poco consenso da parte di chi ha sempre pensato al Bsw come a una forza di sinistra.
Tre ore e mezza dopo la chiusura dei seggi elettorali, le proiezioni delle 22.00 della Ard profilano la Cdu-Csu in testa con il 28,5% dei voti (+4,4%) seguita da Afd con il 20,6% (+10,2%) e dalla Spd con il 16,5% (-9,2, un tracollo). Seguono i Verdi con il 11,9% (-2,8%) e la Linke con il 8,7% (+3,8, eccezionale considerando che era un partito semidistrutto solo due mesi fa), mentre i liberali della Fdp valgono il 4,5% (-6,9, un disastro) e il neonato Bsw il 4,9%.
In attesa del conteggio finale delle schede è comunque evidente la rivoluzione rispetto al 2021. Il nuovo Bundestag – se liberali e sovranisti di sinistra restano sotto lo sbarramento – composto da 630 membri sarà rappresentato da 208 deputati Cdu, 150 di Afd e 120 della Spd. Più nero che rosso, fra i banchi ci saranno 88 Verdi e 63 Linke più il seggio al partito della minoranza danese Ssw.
“Ho vinto” tuona Merz. E “per noi è una catastrofe” ammette specularmente Boris Pistorius, ministro socialdemocratico della difesa mentre Lars Klingbeil, il presidente della Spd sottolinea che bisogna “fare tabula rasa nel partito”. “Un giorno molto amaro” secondo Olaf Scholz, volto del disastro Spd, inizialmente ammutolito dalla sua pessima performance. Finché la diga cede: “Non farò parte del prossimo governo”, dice, “e non prenderò parte ai negoziati”. Poco dopo le 22 il dopo-Scholz è
Commenta (0 Commenti)Medio Oriente Tra loro Nael Barghouti, prigioniero da 44 anni e 100 tra donne e bambini
Una grande bandiera palestinese appesa a un edificio distrutto durante un cessate il fuoco tra Israele e Hamas – Mohammed Saber/Ansa
Dopo 44 anni di carcere, Nael Barghouti ritrova mezza libertà: il prigioniero politico palestinese più «longevo» sarà deportato in Egitto. È stato arrestato nel 1978, a vent’anni, con l’accusa di aver ucciso un soldato israeliano e autista di bus, le prove sono rimaste secretate. Legato a Fatah, era stato condannato all’ergastolo. È uscito per appena tre anni, liberato nell’ambito del mega scambio del 2011 tra Israele e Hamas, l’«accordo Shalit». Come avviene spesso, è stato riarrestato nel 2014. A 67 anni, ha trascorso due terzi della sua vita in galera.
Il suo rilascio ieri non è stato uno tra gli altri per i palestinesi: la sua è la storia-simbolo di quel milione di persone che dal 1967 è passato per una cella israeliana, il 40% dei maschi palestinesi. Il rilascio in cambio dell’esilio, senza famiglia (Israele gli vieta di uscire dalla Cisgiordania), ha poi un peso a parte in un periodo in cui da Washington a Tel Aviv si fantastica di nuove pulizie etniche, a Gaza e in Cisgiordania, e sulla Striscia l’esercito israeliano fa piovere volantini che pianificano l’espulsione: «La mappa del mondo non cambierà se tutto il popolo di Gaza cesserà di esistere – si legge – Nessuno chiederà di voi. Nemmeno i paesi arabi che sono ora nostri alleati, ci forniscono soldi e armi mentre a voi mandano sudari…Chi vuole salvarsi prima che sia troppo tardi, noi siamo qui, fino alla fine dei tempi».
Barghouti è uno dei 602 palestinesi liberati ieri. Tra loro 50 ergastolani, 60 condannati a sentenze lunghe (47 erano stati rilasciati nel 2011, poi riarrestati), oltre 400 catturati a Gaza dopo il 7 ottobre e detenuti senza accuse, tra cui un centinaio di donne e bambini. 97 i palestinesi deportati all’estero. Il rilascio è stato rinviato fino a tarda sera (tardi per noi), in attesa – scrivevano i media israeliani – del gabinetto convocato dal premier Netanyahu. Nelle ore precedenti, come accaduto in tutti e sette i precedenti scambi, l’esercito israeliano ha fatto irruzione nelle case di molti detenuti per impedire i festeggiamenti.
Si è festeggiato a Tel Aviv per il ritorno di sei ostaggi, di cui due a Gaza dal 2014, il palestinese beduino Hisham Al-Sayed e l’ebreo etiope Abera Mengistu, entrati per errore nella Striscia. Liberati nell’ormai nota «cerimonia» di Hamas, stavolta a Nuseirat, anche quattro ostaggi del 7 ottobre: Tal Shoham, Eliya Cohen, Omer Shem Tov e Omer Wenkert.
Mentre si avvicina la fine della prima fase della tregua (il 1° marzo), Hamas insiste con la sua proposta, la liberazione di tutti gli ostaggi in cambio del cessate il fuoco permanente, ribadisce il portavoce delle Brigate al-Qassam, Hazem Qassem. Basem Naim, del politburo del movimento, accusando Netanyahu di «giochi sporchi per sabotare l’accordo», ha aggiunto: Hamas è pronto a «lasciare immediatamente il governo di Gaza e permettere un governo di unità palestinese o a un governo tecnico, purché deciso dai palestinesi». (chi.cru.)
Commenta (0 Commenti)Tre anni di guerra Doveva finire in un lampo, è diventato uno stillicidio: 1.095 giorni e un paese distrutto. Centinaia di migliaia di nuovi poveri, inflazione e disoccupazione alle stelle. A Mosca cosa resta? Il 25% del territorio di Kiev, divieto di commerciare in Europa e debito pubblico
Un’anziana sfollata in fuga da Irpin foto Ap/Vadim Ghirda
Secondo l’interpretazione linguistica più accreditata Ucraina vuol dire «terra di confine», in un mondo in cui Mosca era il centro del potere e verso ovest si trovava una marca che faceva da cuscinetto con gli altri potentati dell’epoca. Gli ucraini rifiutano questa visione e citano sempre il Rus’ di Kiev come embrione degli stati slavi dell’Europa orientale. L’epos recente è fatto di irredentismo e rivendicazioni, nazionalismi e accuse che reclamano giustizia nel tribunale evanescente della storia.
E ORA CHE l’Ucraina inizia il quarto anno di guerra contro lo stesso gigante che ha accompagnato la sua esistenza precedente tutti si chiedono quale sarà il suo futuro visto che è ormai dato per scontato da tutti, persino dal capo dei servizi segreti militari di Kiev, Kyrylo Budanov, che il conflitto «finirà entro quest’anno».
Vladimir Putin non vede l’ora di poter annunciare quella vittoria che da tempo gli si è fermata sulla lingua. «Porteremo a termine tutti gli obiettivi dell’operazione militare speciale» è la frase che più abbiamo sentito pronunciare dal Cremlino in questi anni eppure, a oggi, la Russia è riuscita solo in uno dei suoi proponimenti: ha reso l’Ucraina un paese economicamente fallito.
Se domani il sostegno economico occidentale dovesse venir meno improvvisamente, Kiev andrebbe presto in bancarotta. Si tratta di una conseguenza diretta dell’invasione russa e dello sforzo bellico per far fronte a un nemico economicamente e numericamente più forte, c’è poco da fare. Ma ciò non vuol dire che sia impossibile risorgere da una guerra, per quanto sanguinosa questa sia stata. Soprattutto se si è ricchi, come lo è l’Ucraina, di materie prime e risorse naturali.
IL PUNTO è proprio questo: a Kiev sarà lasciato lo spazio e l’indipendenza necessaria per rinascere? A oggi, no. Donald Trump continua a insistere sul cosiddetto Accordo sulle terre rare ucraine che per ora Zelensky si è rifiutato di firmare perché significherebbe una capitolazione anzi tempo. Dare in concessione diretta o indiretta i giacimenti minerari ucraini, concedere l’uso gratuito dei porti e dei centri di interscambio, azzerare i dazi e rendere (!) un tribunale a New York competente per eventuali dispute vuol dire mettersi un cappio al collo.
È vero che i politici ucraini dichiarano da anni di voler andare verso Occidente ma così siamo fuori misura. Ne è la prova il fatto che Zelensky continua a nicchiare e che Donald Trump ieri si è spinto fino all’intimidazione in stile mafioso. «Se Kiev dovesse rifiutarsi di firmare l’Accordo ci sarebbero dei problemi per gli ucraini», ha detto il presidente Usa. L’effetto si basa sul fatto che la ripercussione non si annuncia, ma a quanto scrive Reuters, i negoziatori di Washington avrebbero minacciato la revoca del sistema satellitare Starlink di proprietà di Elon Musk.
Tuttavia, questi 1095 giorni di guerra cosa hanno dato alla Russia? Circa il 25% del territorio ucraino pre-bellico, un grande divieto di commerciare in Europa occidentale, con annesse sanzioni, e un significativo aumento del debito pubblico. Chi ancora sostiene che le restrizioni economiche non abbiano avuto effetti cerchi le previsioni per il 2025 della Banca centrale russa. Il Donbass, cuore delle rivendicazioni putiniane, emblema della santa protezione dei russofoni nel mondo è ancora parzialmente controllato dagli ucraini. Parliamo di circa il 40% del Donetsk.
«Ma se la Russia volesse…» è l’opposizione più comune dei ferventi sostenitori della potenza del Cremlino. Mosca ha voluto, ha provato – non al massimo delle sue forze, bisogna riconoscerlo perché c’è sempre l’atomica – ma ha fallito. Putin si aspettava una guerra lampo che si è trasformata in tre anni di stillicidio. Credeva di essere accolto come un liberatore in molte delle regioni dove ha inviato i suoi soldati e non ha trovato comitati d’accoglienza.
In breve: voleva dimostrare al mondo di essere il capo di una superpotenza e non è riuscito a piegare militarmente un nemico molto più debole. È dunque ovvio che si trovi d’accordo con Trump: ci vuole una tregua ora, perché la guerra potrebbe durare ancora chissà quanto.
SEMPRE AMMESSO che l’Occidente non si volti del tutto dall’altra parte come Washington già sembra di voler fare. Un’Ucraina senza armi e soldi della Nato sarebbe un obiettivo molto più semplice, ma siamo già fuori tempo massimo per annunciare la «vittoria».
Potremmo dire che sul campo non si vede alcuna vittoria ma solo morte, distruzione e desolazione. Ma nel momento della frenesia geopolitica, in cui si sciorinano teorie sui futuri assetti globali come fossero partite di Risiko tra ubriachi serve a poco. Un appunto dal Donbass, dal quale questo articolo arriva, è però necessario. Non chiamatela pace, qualsiasi cosa sarà non ha quella dignità.
Non perché non sia la «pace giusta» che chiede Zelensky e ripetono come pappagalli i politici europei da anni, e neanche perché sarà in qualche modo favorevole alla Russia che, come quasi tutti ripetevano tre anni fa – ma erano altri tempi – è l’aggressore. Niente di tutto ciò. Com’è noto a chiunque conosca il contesto ucraino ci saranno migliaia di militari scontenti di una sottomissione al volere di Trump e questi ex soldati addestrati, privati dell’umanità da tre anni di conflitto e forse armati cosa faranno? In Russia i falchi soffiano sulle braci della grandezza nazionale per sputare su qualsiasi pacificazione.
NEL TERRITORIO controllato da Kiev ci sono già (e aumenteranno) centinaia di migliaia di nuovi poveri e sfollati senza più un lavoro. Inflazione e disoccupazione alle stelle. Per non contare gli adolescenti e i bambini che per tre anni sono stati privati di ogni socialità con i loro coetanei. Il tutto per un rinnovato scontro tra superpotenze sulle spalle del malcapitato di turno. È toccato all’Ucraina ed è già andata male, come a molti altri paesi prima, ma per una volta cerchiamo di evitare almeno l’ipocrisia
Commenta (0 Commenti)Germania al voto per misurare l’argine all’ondata fascio-populista dell’Afd. I sondaggi danno avanti i cristiano-democratici, ma nessuna certezza sulla composizione del prossimo governo. Elezioni storiche, al cui esito è legato anche un bel pezzo del futuro d’Europa
Il fattore tedesco Avanti la Cdu-Csu di Merz, che torna a giurare «mai con Afd» e al tempo stesso esclude alleanze con chi non è anti-migranti
Comizio di fine campagna elettorale del partito Afd in Turingia – Jacob Schr'ter/Ap
Archiviati ieri gli ultimi appelli dei leader di tutti partiti, questa mattina scatta l’ora della verità elettorale che sancirà ufficialmente vincitori e perdenti delle urne per il rinnovo del Bundestag. Anche se sembra davvero tutto già scritto nei sondaggi: l’ultima fotografia dell’istituto “Insa” sulle intenzioni di voto di poche ore fa conferma i valori delle ultime settimane, con la Cdu-Csu sempre al primo posto con il 29%, Afd a quota 20% e la Spd al 16%. Seguono i Verdi al 13% e la Linke che vale l’8%, mentre i liberali e i sovranisti di sinistra dell’Alleanza Sahra Wagenknecht continuavano a ballare sull’orlo della quota di sbarramento del 5% e stavolta rischiano seriamente di rimanere fuori dal Parlamento.
A MENO DI SOVVERTIMENTI dell’ultimo momento (comunque circa il 22% degli elettori tedeschi ieri risultava ancora indeciso secondo il dato diffuso da “Forsa”) questa sera il conteggio delle schede dovrebbe confermare i rapporti di forza che – in ogni caso – non permettono ancora di immaginare quale sarà la prossima coalizione di governo. Sulla carta, si profila un esecutivo a guida Cdu-Csu ma bisognerà attendere non solo lo spoglio finale ma pure l’esito del tavolo delle trattative per formare la nuova alleanza: Verdi o Spd, oppure entrambi, sempre se non sarà coi liberali. Nessuno a Berlino è in grado di prevedere il futuro imminente
Per ciò che vale, il candidato-cancelliere dell’Union, Friedrich Merz ieri ha riassicurato gli elettori: dopo il voto non ci potrà essere alcuna collaborazione con Afd. Però ha ricordato agli aspiranti partner di governo che lui non è disposto a imbarcare partiti contrari alla linea anti-migranti. Mentre si attende di misurare il peso sul voto dell’ennesimo inquietante atto di terrore consumatosi alla vigilia delle elezioni: l’accoltellamento di un turista spagnolo venerdì sera davanti al Memoriale della Shoah a Berlino da parte di Wassim Al M, 19 anni, richiedente-asilo siriano già noto alla polizia per piccoli reati. «Voleva uccidere ebrei e nel suo zainetto c’era una copia del Corano» sono i due elementi della solita miscela esplosiva pronta a deflagrare dentro le urne.
ANCORA BENZINA SUL FUOCO anti-migranti acceso dallo
Leggi tutto: Germania al voto, i sondaggi sono chiari ma il futuro è oscuro - di Sebastiano Canetta
Commenta (0 Commenti)E due. Dopo Musk, anche Bannon, in cerca di spazio alla corte della Casa bianca, fa il saluto romano alla convention dei conservatori americani. Per il lepenista Bardella il gesto nazista è troppo e si sfila. Meloni invece non vuol far dispiacere Trump: stasera è attesa in video
Solo un saluto Il gesto neonazista dell’ex consigliere di Trump: Bardella si ritira. Il miliardario sudafricano brandisce la motosega regalata da Milei
Braccio teso all’orizzonte, smorfia sardonica come un occhiolino d’intesa strizzato alla folla acclamante. La “citazione” del saluto romano di Musk da parte di Steve Bannon sembra segnalare un rapprochement fra l’ala paleoconservatrice e il miliardario che proprio Bannon aveva definito «parassita straniero». Come a sottolineare che sulle basi vi sia dopotutto una convergenza di fondo.
Ma se fra ke due fazioni Maga (nazionalpopulisti e tecno oligarchi) vi sarebbero prove di disgelo, il nazi-siparietto ha provocato altre crepe, ironicamente proprio nella «palestra internazionale di gladiatori» tanto auspicata da Bannon. L’intervento di Jordan Bardella alla convention Cpac era in programma ieri ma per il leader del Rassemblement National, il «gesto facente riferimento all’ideologia nazista» ha reso improponibile la propria presenza.
IMMEDIATA la controreplica di Steve Bannon al settimanale Le Point: «’Se è così tanto timoroso e si fa la pipì addosso come un ragazzino, allora è indegno e non dirigerà mai la Francia», ha detto l’ex consigliere di Trump. «Era un saluto come faccio sempre», ha aggiunto. «L’ho fatto uguale sette anni fa al Front National. Lo faccio in tutti i miei discorsi per
Leggi tutto: Cpac: la Sanremo del post fascismo da Musk a Bannon - di Luca Celada LOS ANGELES
Commenta (0 Commenti)SFRATTO ATLANTICO Trump lo snobba, Musk lo attacca («Si nutre dei cadaveri dei soldati). L’accordo-capestro su minerali e idrocarburi avanza a tappe forzate
Un poster di Donald Trump sul Patriot bus alla Cpac foto Ansa
Quanto vale l’Ucraina? Ora che stiamo per entrare nel terzo anno di guerra forse sarebbe giusto fermarsi un attimo a chiedersi il peso che ogni parte coinvolta nel conflitto in Europa dell’Est assegna a Kiev. Al momento sono gli Stati Uniti a fare la parte del banditore perché le possibilità ucraine di continuare a esistere dopo la guerra si basano su alcuni elementi, tutti dipendenti dalle decisioni della Casa Bianca: garanzie di sicurezza, termini dell’accordo di tregua, ripresa economica, ricostruzione e integrazione euro-atlantica.
IERI DONALD TRUMP ha ribadito che «a essere onesti» non ritiene sia importante che l’Ucraina partecipi ai colloqui di pace. Prima rintocco di campana a morto. «Quando Zelensky ha detto che non è stato invitato all’incontro» di Riad, è perché «non era una priorità, visto che ha fatto un cattivo lavoro finora nel negoziare». Il presidente Usa vuole imprimere al ruolo marginale di Kiev questa doppia valenza di punizione e ridimensionamento. «Lo scontro con la Russia non è una priorità degli Usa» aveva detto il vice-presidente Vance durante la campagna elettorale, e quindi «bisogna chiudere la questione in fretta». Ora ci stanno provando. «Bisogna parlare con tutti gli attori coinvolti per mettere fine alla guerra in Ucraina. Per questo Trump parla con la Russia», ha minimizzato Vance giovedì dalla convention dei conservatori di Washington. Inevitabile, ma allora perché con Zelensky no? Forse perché, come ha scritto brutalmente il megafono del tycoon Elon Musk, «il presidente Trump ha ragione a ignorarlo e a cercare la pace indipendentemente dalla disgustosa e gigantesca macchina della corruzione che si nutre dei cadaveri dei soldati ucraini». Difficile credere che sia bastata una settimana per trasformare Kiev dal fronte est della democrazia in una tale mostruosità antropofaga, deve esserci dell’altro. È un misto di strategia commerciale, mediatica e militare che tratta le alleanze come fossero acquisizioni di aziende. Trump vuole le terre rare e i bacini minerari ucraini, vuole essere osannato come il restauratore della pace in Europa e vuole commerciare con la Russia. Per farlo è disposto a far fallire l’Ucraina screditandola del tutto – «Zelensky dittatore e comico mediocre» -, facendole terra bruciata intorno e portando le sue quotazioni ai minimi storici. In poche parole il presidente statunitense vuole mettere l’Ucraina nell’angolo per obbligarla a firmare la pace con Putin e comprarsela.
NON È UN’ESAGERAZIONE. «La richiesta di Donald Trump di una ‘restituzione’ di 500 miliardi di dollari all’Ucraina va ben oltre il controllo degli Stati Uniti sui minerali e le terre rare del Paese. Copre tutto, dai porti e le infrastrutture al petrolio e al gas, e la più ampia base di risorse ivi presenti» scrive il quotidiano britannico Telegraph, che ha avuto modo di visionare in esclusiva la bozza del memorandum di intesa sullo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine presentato al presidente ucraino dal segretario del tesoro statunitense Bessent una settimana fa. «Gli Usa prenderanno il 50% dei ricavi ricorrenti ricevuti dall’Ucraina dall’estrazione delle risorse e il 50% del valore finanziario di ‘tutte le nuove licenze rilasciate a terzi’ per la futura monetizzazione delle risorse». Nonostante sia stato Zelensky stesso a prospettare un’ipotesi di accordo in cambio del supporto militare della Casa bianca, «probabilmente non si aspettava di essere messo di fronte alle condizioni normalmente imposte agli stati aggressori sconfitti in guerra. Sono peggiori delle sanzioni finanziarie imposte alla Germania e al Giappone dopo la loro sconfitta nel 1945. Se questa bozza venisse accettata, le richieste di Trump ammonterebbero a una quota del Pil ucraino superiore alle riparazioni imposte alla Germania con il Trattato di Versailles». In breve: «I termini del contratto approdato una settimana fa nell’ufficio di Volodymyr Zelensky equivalgono alla colonizzazione economica dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti, in perpetuo. Implicano un onere di riparazione che non potrà mai essere raggiunto». Parliamo della fine dell’indipendenza economica, e dunque politica, ucraina, a quanto sostiene il Telegraph (che ha potuto visionare le carte) più o meno per sempre.
IL BIVIO CHE SI PROSPETTA a Zelensky è fatto di due vicoli ciechi: da una parte l’occupazione militare della Russia, dall’altra quella economica degli Usa. In ogni caso le trattative sul memorandum proseguono e ieri, secondo la Casa bianca, Zelensky si è detto «pronto a firmare l’accordo proposto da Washington», anche se per Axios l’amministrazione Trump avrebbe consegnato alle autorità ucraine una bozza «migliorata» del memorandum. L’arma vincente di Trump è che presentare l’Ucraina come una miniera d’oro sarebbe un modo per giustificare di fronte agli elettori repubblicani il rinnovo del sostegno a Kiev. «Il tutto per un’abbondanza di prodotti che esiste soprattutto nella testa di Trump» conclude il Telegraph, dopo aver dimostrato che i ricavi previsti da Washington non saranno affatto garantiti, sia per il tipo di minerali presenti sia per alcune difficoltà tecniche dei progetti di estrazione.
INTANTO ALCUNE TESTATE ucraine ed europeeannunciano che forse Putin intende annunciare la vittoria sull’Ucraina e la Nato il 24 febbraio, terzo anniversario dell’invasione. Ma a questo punto importa poco, perché il progetto alla base dell’«operazione militare speciale» – rendere l’Ucraina uno stato satellite totalmente dipendente dall’estero – oggi sembra più plausibile che mai. Ma la bandiera dietro a quella gialla e blu sulla Verkhovna Rada forse non sarà il tricolore russo, ma quella a stelle e strisce.
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