No Riarmo All’assemblea su Europa e difesa, il segretario Cgil evidenzia i nessi con il modello di sviluppo. E con i referendum di giugno
Maurizio Landini – Marco Merlini
L’appuntamento era stato lanciato da Maurizio Landini dalla piazza «per l’Europa» del 15 marzo: un’assemblea aperta su pace, Ue e modello sociale. Serviva ad andare oltre quell’evento, lasciandosi alle spalle le divisioni che aveva inevitabilmente generato, per la sua natura ambivalente, e a mantenere una discussione plurale. Secondo il segretario generale della Cgil, questo dell’apertura è il presupposto per giocare un ruolo, tenendo ferma la barra sull’opposizione al processo europeo di riarmo e sul no al Piano von der Leyen.
AL CENTRO congressi dei Frentani non si vedono leader di partito, per impegni pregressi e anche perché sul pulpito come da annuncio si alternano, dopo la corposa introduzione del padrone di casa, soltanto esponenti di reti e organizzazioni sociali. Altre due questioni di metodo. Per Landini, questo processo deve essere «largo perché coinvolge interessi reali di molte persone». Non si può porre una soluzione a valle del processo che la Cgil vuole lanciare. E ancora: il pensiero pacifista, afferma, insegna che in una discussione «dove ci sono amici e nemici, traditori e fedeli, assume già la logica della guerra». L’obiettivo è «cercare insieme un modello democratico e sociale che si misuri coi processi in atto e che abbia un elemento di discrimine: al centro deve esserci la persona e il lavoro e non il profitto e il mercato, come avvenuto in questi anni»
INSOMMA, il sindacato constata che non si può parlare di pace senza parlare di modelli di produzione e transizione ecologica, per sottrarre alla controparte il tema della conversione bellica, e senza approcciare il tema forse più trasversale della democrazia e della partecipazione. Landini adopera una delle sue formule ricorrenti quando invoca la «possibilità delle persone di usare la propria intelligenza per decidere cosa si produce e come la si produce» e la contrappone alla «svolta autoritaria e antisociale del governo, che punta a delegittimare le organizzazioni di rappresentanza per affermare un modello corporativo». Tutto ciò precipita nella scommessa dei referendum di giugno: lì proprio diritti, lavoro e democrazia, secondo il leader Cgil, dovranno aiutare a scalare la montagna del quorum.
TOCCA ALLE relazioni di alcuni professori precisare i nodi sul tappeto a proposito di guerra, lavoro e democrazia. Il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi affronta lo spettro di uno scontro nucleare e l’esigenza di nuovi trattati che blocchino l’escalation. Francesco Zirpoli, economista a Ca’ Foscari, parla della crisi dell’automotive usata contro la transizione ecologica e contro i lavoratori e per sostenere la conversione bellica: «Non esistono elementi strutturali che fanno pensare che questa riconversione possa funzionare in una economia di pace». Come a dire: se prepari la guerra poi viene la guerra. E il giurista Luigi Ferrajoli spiega che se «i multimiliardari vogliono governare direttamente il mondo senza la mediazione della sfera pubblica, serve una riforma che trasformi la carta dei diritti delle Nazioni unite nella Costituzione della terra». Ecco, a proposito di miliardari e politica, il presidente dell’Arci Walter Massa evoca l’esempio del tour di Bernie Sanders e Alexandia Ocasio-Cortez negli Stati uniti. Stanno riempendo piazze e palazzetti dello sport per «ricucire» lo sconforto. Lo fanno, sottolinea, «dicendo no ad autoritarismo e oligarchia e non urlando viva gli Usa». Il riferimento agli europeisti dell’ultim’ora («Non abbiamo bisogno di un nazionalismo su scala europea ma di un internazionalismo globale», osserva a questo proposito Fabio Alberti di Un Ponte Per) serve anche a criticare le nuove forme di sciovinismo. Secondo Rosi Bindi bisogna distinguersi dai pacifisti strumentali come Salvini o Meloni (e Trump) e dimostrare che esiste un’alternativa a questa strada imboccata dall’Ue.
ANCHE MARCO Impagliazzo, della comunità di Sant’Egidio, si dice d’accordo sul nesso tra armi ed economia: «La guerra torna a dirimere le relazioni internazionali. Ed è figlia della competizione esasperata dell’iperliberismo». Emiliano Manfredonia delle Acli chiarisce il senso di questa riunione: «Questa discussione serve perché la piazza del 15 marzo rischiava di dividere chi ha camminato insieme – sancisce – Noi, invece, le piazze le facciamo per unire». La sindaca di Perugia e delegata Anci per la pace concede Vittoria Ferdinandi: «Non serve un’Europa qualsiasi, serve l’Europa dei valori delle origini che Meloni vuole cancellare».
INFINE, MANO alle agende: nei prossimi giorni la Cgil chiamerà le sue articolazioni territoriali a una giornata per la Palestina. Poi la rete No Ddl Sicurezza si mobiliterà per l’arrivo del disegno autoritario in aula al senato. Il 25 aprile e il primo maggio saranno declinati a questi temi e in maggio, prima della battaglia referendaria dell’8 e 9 giugno in cui la Cgil ha scelto di giocarsi molto, potrebbe esserci una grande manifestazione nazionale per la pace in occasione dell’anniversario dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale.