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Melina Galleggiare in attesa del bel tempo. Il governo Meloni aspetta che il gas scenda dopo la spartizione Usa-Russia dell’Ucraina, nel frattempo non risolve nessun problema strutturale. Il WWF: «L'esecutivo usa in maniera illegittima il fondo sociale per il clima»

Il Ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti durante la conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri tenutosi a Palazzo Chigi a Roma, Venerdì 28 Febbraio 2025 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse)

I tre miliardi di euro scarsi stanziati ieri dal governo nel «decreto bollette» saranno mangiati dall’inflazione che ieri è cresciuta all’1,7% a causa del caro-energia. L’andamento al rialzo dei prezzi potrebbe continuare nei prossimi tre mesi, tanto durerà il provvedimento-spot varato dal Consiglio dei ministri, se il prossimo 2 aprile applicherà i dazi al 25% all’Unione Europea. Il nuovo sussidio di ultima istanza, stavolta contro la povertà energetica, destinerà fino a «500 euro» per chi ha un reddito Isee entro i 9350 euro e, a scendere, fino a «200 euro» per chi ha un reddito Isee fino a 25 mila euro.

SONO CIFRE che, se richieste (e non è detto), da una platea teorica fino a 8 milioni di «famiglie», potranno alleviare il peso di un paio di bollette. Ma non rimedieranno all’aumento stimato del caro-vita per il 2025. È stato calcolato un costo aggiuntivo di 589 euro per una coppia con due figli. In questa cifra sono contemplati anche l’aumento del «carrello della spesa» con i prodotti alimentari e le bevande analcoliche. «Un pannicello caldo», ha commentato Massimiliano Dona dell’Unione nazionale dei Consumatori. «Tradotti i numeri in vita reale questo significa che le tante famiglie che vivono già in condizioni di povertà non potranno assicurarsi una vita dignitosa» ha osservato Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia.

L’ISTAT HA CERTIFICATO che il mercato tutelato è rincarato molto di più di quello libero. Un paradosso, apparentemente. Il mercato «tutelato» dovrebbe essere meno soggetto ai tormenti di quello «libero» attraversato di più alle variazioni dei prezzi. E invece non funziona così, perlomeno nel periodo analizzato dall’Istat. Se continua così sarebbe vanificata un’altra delle decisioni prese ieri dal governo; la proroga di due anni al mercato tutelato per i clienti «vulnerabili».

LA COINCIDENZA tra la tardiva decisione presa ieri dall’esecutivo con i dati sull’inflazione pubblicati dall’Istat ha reso in fondo superflua la conferenza stampa organizzata dopo il Consiglio dei ministri e boicottata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quest’ultima ha preferito inviare un video in cui ha parlato del provvedimento e ha bruciato i malcapitati ministri dell’Economia Giorgetti e dell’Ambiente Pichetto Fratin incaricati di intrattenere i giornalisti in una recita durante la quale ci sono state molte domande e poche risposte. Ne è venuta fuori una delle migliori metafore del governo Meloni: si varano decreti più o meno dispendiosi, si inviano gli effetti-placebo della propaganda «alla Nazione», non si risolvono i problemi strutturali del caro-bollette. Sono sia nazionali, che sovranazionali, a cominciare dal disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’energia o dal tetto al «libero mercato» dei prezzi.

LO SCOPO DEL DECRETO è arrivare alla stagione calda quando, si presume, si spegneranno i riscaldamenti ma non i condizionatori, calerà il prezzo dell’energia e ci si aspetta la spartizione dell’Ucraina tra Usa e Russia. Magari questo riporterà in Europa il gas russo, ha ipotizzato in settimana il solitamente loquace ministro Pichetto Fratin. Più che sulla strategia, bella pretesa, il governo punta sul galleggiamento. Per risolvere un problema strutturale si affida, da un lato, ai meteorologi e dall’altro lato, a Putin e a Trump, lo stesso che metterà i dazi. In sostanza è quello che ha detto ieri l’evasivo Giorgetti che ha confermato la linea-Salvini e non ha escluso accordi bilaterali sui dazi. Non è dato sapere cosa pensi a tale proposito Meloni. Per ora. «L’auspicio di una pace giusta e duratura in Ucraina mi rende fiducioso perché a nessuno sfugge che l’inflazione è dipesa dalla fiammata dei prezzi energetici e dalla guerra» ha detto Giorgetti. In realtà il dibattito sull’inflazione degli ultimi 3 anni è ben più ampio e su di essa hanno pesato anche i mega-profitti garantiti dagli alti tassi di interesse (che Giorgetti chiede alla Bce di tagliare) e dalla non volontà di tutti i governi di intervenire veramente su banche, farmaceutica, armi, energia: i vincitori delle ultime crisi.

UN MILIARDO e 400 milioni sui quasi 3 del decreto andranno alle imprese 600 milioni sono destinati alle agevolazioni per la fornitura di luce e gas alle piccole e medie imprese; a quelle «energivore» sono anticipati i 600 milioni derivanti dalle aste Ets. Questi soldi «vengono dalla Cassa servizi energetici e ambientali, il che evita di ricorrere a maggiore indebitamento e deficit» ha aggiunto Giorgetti. «Questi soldi sono stati presi dal Fondo sociale per il clima e saranno usati per ammortizzare il caro energia – ha sostenuto il WWF – Si usano i soldi della transizione per incentivare il combustibile fossile. Il provvedimento attinge ai fondi derivanti dalle aste delle quote ETS per darli alle imprese, nonché al maggior gettito Iva derivante dall’aumento dei prezzi del gas. I cittadini, tramite lo Stato, rinunciano agli extra profitti, le aziende energetiche no. Questa non è una transizione e non è affatto giusta».

 

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«Stai giocando con la terza guerra mondiale», «firma o siamo fuori». Alla Casa bianca, Trump bullizza Zelensky in diretta. Che reagisce: «Putin è un killer». Ma il presidente Usa lo insulta, chiude lo show e lo mette alla porta. L’accordo con la Russia vuole farlo senza di lui

Crisi Ucraina Imboscata nello Studio ovale: «Putin vuole l’accordo, il problema sei tu. Non hai le carte». L’ospite risponde a tono e viene cacciato. Niente firma sulle Terre rare. Choc e orgoglio in Ucraina

Zelensky, Trump e Vance nello Studio ovale Epa/Jim Lo ScalzoZelensky, Trump e Vance nello Studio ovale – Epa/Jim Lo Scalzo

Se ieri abbiamo assistito alla fine dei rapporti privilegiati tra Ucraina e Stati Uniti è stato un finale col botto. «Ma lo stai vedendo?» decine di messaggi in pochi minuti dai conoscenti ucraini, tutte le tv sintonizzate nei ristoranti e nei bar. Le persone in strada che camminavano come inebetiti fissando lo schermo dello smartphone.

Zelensky ha dato all’Ucraina venti minuti di orgoglio nazionale da manuale. Le conseguenze della mancata sottomissione ai bulli della Casa bianca saranno gravi, glielo ricorda Trump prima di congedare i giornalisti: «Putin vuole fare un accordo, non so se riusciremo a concluderlo, il problema è… – allarga un braccio verso lo sconsolato interlocutore, teso come una corda di violino -. Ti ho rafforzato per diventare un duro, ma non credo che sarai un duro senza gli Usa. Il tuo popolo è molto coraggioso – grazie, lo interrompe Zelensky ironico – ma o accettate un accordo o noi ce ne tiriamo fuori. E se noi ce ne tiriamo fuori, be’ te ne accorgerai da solo… non sarà bello, vedrai. Stai giocando con la Terza guerra mondiale, Ma non hai le carte. Non ti stai comportando come una persona grata, e questo non va bene, sarò onesto, non va affatto bene».

ANCORA UNA VOLTA Don Vito Corleone incontra Jordan Belfort (The Wolf of Wall Street, ndr) per convincere l’ex alleato che non solo gli conviene cedere alle richieste senza troppe storie, ma che se non lo fa saranno guai seri. «Sei venuto qui a mancare di rispetto al popolo americano e al suo presidente davanti ai giornali» ha accusato Vance, la prima di tante accuse che sono sfociate quasi subito nell’insulto. «Non ti sei mai mostrato grato!».

Trump coglie l’imbeccata: «Io ti ho dato i Javelin, io ti ho permesso…» e inizia la gogna. Tuttavia, nonostante l’atteggiamento da bullo di quartiere, gli sfottò con le vocine e le smorfie, Trump ieri ha tradito la stanchezza dei suoi 78 anni: è un uomo che non sopporta di essere contraddetto perché dopo poco non regge più lo scontro, per questo Vance gli è ormai fondamentale. Senza il suo vice come spalla, l’incontro televisivo dell’anno si sarebbe chiuso molto prima.

«ERA TUTTO PREPARATO, gli hanno teso una trappola!» commenta qualcuno tra gli ucraini. Difficile saperlo, ma osservando il tenore delle risposte di Trump e, soprattutto, di Vance è plausibile pensare che i due avessero perlomeno in mente un copione.

«Non ci hai mai ringraziato, anzi sei andato in Pennsylvania a fare campagna per i democratici…» il vice-presidente richiama la visita di Zelensky a fabbrica di armi con una delegazione democratica poco prima delle elezioni Usa. Ma cosa c’entra? Dice con tutta la sua mimica corporale Zelensky ed è l’espressione che a ogni nuova accusa il presidente messo all’angolo oppone alla totale assenza di logica dei suoi due aguzzini. È una rissa, non una conferenza stampa per annunciare la firma di un accordo che vale centinaia di miliardi di dollari. E i due aggressori, nonostante fossero di più, più forti e giocassero in casa, non hanno vinto.

Zelesky non ha mai perso le staffe, mantenendo sempre un atteggiamento dignitoso ma fermo. L’unica smorfia che gli scappa, irrefrenabile per l’ex-showman, la vediamo quando Trump dice che «Putin ha rotto gli accordi con Obama e con Biden, ma non li romperà con me perché mi rispetta». Il presidente ucraino alza le sopracciglia e abbozza un sorriso, come a dire «se lo dici tu». Fuori da questo scontro deprimente per l’Occidente dove si situa il piano per il cessate il fuoco? A questo punto tra la lesa vanità e la voglia di vendetta di Trump.

ZELENSKY, secondo la parte che gli era stata assegnata, doveva starsene docile davanti alle telecamere a farsi schernire, ad ammettere che il messia Trump era l’unico in grado di salvare il suo Paese e ringraziare anche quando veniva insultato. L’Accordo-quadro per le terre rare sarebbe stato firmato, le aziende amiche dei repubblicani avrebbero stappato diverse bottiglie a cena e il presidente ucraino sarebbe tornato a casa con un po’ di mascoline pacche sulle spalle e qualche pernacchia per suscitare l’ironia dei presenti al momento dei saluti. Nulla di tutto ciò. Zelensky è stato addirittura cacciato dallo Studio ovale: niente accordo sulle terre rare, niente garanzie di sicurezza, niente primo passo per

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ADDIO ALLE ARMI A dieci anni dall’ultima lettera, il fondatore del partito curdo manda un messaggio al suo popolo e alla Turchia: è tempo di pace

L’annuncio di Ocalan: «Abbassiamo le armi e sciogliamo il Pkk»

 

«Convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i gruppi devono deporre le armi e il Pkk deve sciogliersi». È la voce di Ahmet Türk a leggere, in curdo, la lettera di tre pagine che Abdullah Ocalan, storico fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ha consegnato nelle mani della delegazione del partito Dem nell’isola-carcere di Imrali. Quando Türk termina, passa il microfono alla co-presidente del Dem, Pervin Buldan. Sarà lei a leggere le stesse pagine, in turco: il messaggio è chiaramente diretto ai due protagonisti di quasi cinque decenni di scontro, repressione coloniale e lotta armata, il Pkk e la Turchia.

L’appello lanciato da Devlet Bahceli ha creato le condizioni: chiedo di deporre le armi e me ne assumo la responsabilità storicaAbdullah Ocalan


LE PAROLE, attese da dieci anni, dall’ultimo messaggio del leader curdo, risuonano nella sala dell’Elit World Hotel di Istanbul. Di fronte alla delegazione dei sette membri del Dem appena rientrati da Imrali, non c’è una sedia vuota. Attendono tutti, in silenzio.

Poi, sullo schermo, appare la foto di Apo: è seduto circondato dalla delegazione, indossa una giacca blu e un golf rosso scuro. In mano tiene dei fogli, lo sguardo è dritto in camera. Una foto storica, il volto del leader più amato si infila nelle menti di chi negli ultimi dieci anni poteva solo immaginarselo e ora lo guarda dai maxi schermi nelle piazze puntinate di bandiere gialle a Diyarbakir e Van, nelle assemblee popolari dell’ezida Shengal, nello stadio 12 Marzo di Qamishlo in Siria, nel campo profughi di Makhmour in Iraq, l’embrione da cui tutto è risorto, trent’anni fa. Un maxi-schermo è comparso anche a Berlino, a Pariser Square.

Il suo messaggio è altrettanto storico: Ocalan invita il suo movimento ad avviare una discussione interna che conduca ad abbandonare le armi e a dissolversi. Il leader alla soglia dei 76 anni, prigioniero politico da 26, prosegue così in un percorso politico rivoluzionario, che ha portato il Pkk a trasformarsi, a partire dalla fine degli anni Novanta, da movimento nazionalista e socialista che sognava uno stato al fautore di un nuovo modello, quel confederalismo democratico che ha rinunciato all’idea fallace dello stato-nazione come strumento di autodeterminazione. Ha dato a milioni di persone mezzi di partecipazione diretta alla cosa comune e una prospettiva di convivenza come alternativa strutturale alle divisioni settarie imposte dai regimi mediorientali e dagli alleati occidentali.

IN QUELLE tre pagine Ocalan ricostruisce passo per passo l’evoluzione del movimento che creò alla fine degli anni Settanta e che imbracciò le armi nel 1984: «Il Pkk è nato nel XX secolo, nell’epoca più violenta della storia dell’umanità, tra le due guerre mondiali, all’ombra dell’esperienza del socialismo reale e della guerra fredda nel mondo. La negazione della realtà curda, le restrizioni ai diritti e alle libertà fondamentali hanno giocato un ruolo significativo nella sua nascita e nel suo sviluppo», scrive.

«Il Pkk, l’insurrezione e il movimento armato più lungo ed esteso nella storia della Repubblica (turca), ha trovato base sociale e sostegno ed è stato ispirato principalmente dal fatto che i canali della politica democratica erano chiusi», prosegue. Fino ad arrivare alla realtà di oggi, figlia delle pratiche confederali che hanno avuto la loro culla nel campo profughi di Mahkmour, in Iraq, e sono poi maturate nell’esperienza del Rojava, in Siria.

«IL LINGUAGGIO dell’epoca della pace e della società democratica deve essere sviluppato in base a questa realtà – conclude Ocalan – L’appello lanciato da Devlet Bahceli, insieme alla volontà espressa dal presidente, ha creato le condizioni per cui lancio una richiesta a deporre le armi e me ne assumo la responsabilità storica». Fa un riferimento diretto all’uomo politico che in pochi si sarebbero aspettati potesse vestire i panni del negoziatore: Bahceli, il leader dell’Mhp, il partito ultranazionalista che siede al governo e che ha fatto della lotta all’autodeterminazione curda una delle chiavi del proprio discorso politico.

È al governo turco, a Bahceli come al presidente Erdogan, che Ocalan ieri ha passato la palla: tocca a loro dimostrare che si è estinto davvero quel «ruolo storico» del Pkk che il suo fondatore ritiene terminato. Dimostrare che l’abbandono delle armi e il dissolvimento del partito possano sfociare in una pace democratica e giusta. Gli eventi delle ultime settimane non fanno ben sperare: mentre al Dem veniva permesso di proseguire nel lavoro di tessitura e di dialogo con il Pkk a Imrali, Ankara continuava a commissariare i comuni curdi e trascinare in carcere centinaia di attivisti, politici, giornalisti, intellettuali.

E poi c’è il Pkk e il congresso che verrà. Il partito ha fatto della lotta armata uno degli strumenti pratici di avanzamento della teorizzazione politica, con la lotta all’Isis in Rojava e a Shengal e la liberazione dall’occupazione islamista.

LE DOMANDE sono molte: quale sarà il risultato della discussione interna al Pkk, quanto sarà pesante – o fragile – il consenso intorno alla nuova trasformazione che il fondatore gli chiede, quale sarà il futuro di una forza che ha segnato il destino di milioni di persone, curdi, arabi, ezidi, turkmeni, assiri, siriaci, e ha mostrato che un’alternativa ai regimi nazionalisti è possibile.

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Alta adesione allo sciopero dei magistrati contro la riforma Nordio. «La separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm minacciano l’autonomia, avremo pm controllati dall’esecutivo». Meloni per raffreddare lo scontro ha poco da offrire: sorteggio sì, ma temperato

VIZIO DI RIFORMA Vertice a palazzo Chigi: apertura al confronto per smentire la guerra ai magistrati

La premier promette dialogo. Ma è un falso movimento

L’ordine parte dalla premier in persona ed è comunque solo la conferma di una linea già adottata: Dialogo, Dialogo, Dialogo. Mentre i magistrati incrociano le toghe per protesta, la premier riunisce lo stato maggiore ed è tassativa. La riforma della giustizia non deve apparire come punitiva nei confronti della magistratura. Bisogna rassicurare gli elettori. Con lei ci sono il guardasigilli Carlo Nordio, i due vicepremier Salvini e Tajani, Maurizio Lupi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. A incaricarsi di sbandierare l’apertura più di ogni altro è Antonio Tajani, leader di Forza Italia e dunque principale sponsor della riforma. Risponde in aula al question time e abbonda in rassicurazioni: «Non ci sarà mai nessun tentativo di mettere i magistrati sotto l’ala del governo. Non vogliamo assolutamente travalicare i confini del potere esecutivo». La riforma, fa filtrare palazzo Chigi, «non è contro i magistrati ma nell’interesse dei cittadini». Poi sempre Tajani allunga il ramoscello d’ulivo: «Noi siamo pronti al confronto. Vedremo richieste e proposte e poi si vedrà».

Per confermare la volontà di «confronto costruttivo» il 5 marzo la presidente del consiglio vedrà l’Anm ma anche le Camere penali, gli avvocati. Mossa abile dal momento che mentre l’Associazione nazionale magistrati insisterà per cassare in blocco la separazione delle carriere le camere penali insisteranno con identica foga per mantenerla intatta. Sempre per evitare di gettare benzina sul fuoco i commenti sullo sciopero sono ridotti all’osso. Ma la Lega, a differenza dei centristi, non abbassa i toni. I ministri si adeguano e non mitragliano. L’ex magistrata Simonetta Matone, per il Carroccio, spara a zero: «Lo sciopero è un’offesa all’Italia. Le toghe che usano la Carta per attaccare il governo non la hanno letta o non la hanno capita».

Cosa può offrire Giorgia Meloni ai magistrati? Poco. La linea continua a essere quella già

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Almeno una decina di magistrati della Procura di Ravenna, compreso il Procuratore della Repubblica, Daniele Barberini, stanno partecipando da questa mattina alle 9 all’iniziativa voluta dall’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) per la giornata di oggi, giovedì 27 febbraio.

evento anm ravenna 27 febbraio 2025

Non un vero e proprio sciopero, ma comunque una giornata di astensione dalle consuete attività giudiziarie per i magistrati, che ne hanno però approfittato per aprire le porte di uno dei palazzi meno consueti della città per i comuni cittadini. Quello di giustizia per l’appunto, dove per entrare servono rigidi controlli e che abitualmente è frequentato solo dagli “addetti ai lavori”.

 
evento anm ravenna 27 febbraio 2025

Oggi invece, i magistrati si mettono a disposizione dei cittadini, per incontrarli, instaurare un dialogo, parlare di giustizia e dei rischi che potrebbero concretizzarsi con l’eventualità di approvazione della riforma sulla separazione delle carriere.

L’evento andrà avanti per tutta la giornata, e costituisce un’occasione fin qui più unica che rara per avere informazioni di prima mano sul tema. L’argomento è delicato e molto tecnico. Si potrebbe dire, uno di quelli che meno si prestano a suscitare la curiosità della gente. Ma non per questo poco importante, anzi. I temi messi sul banco nella mattinata dai magistrati ravennati hanno a che fare con tutti noi, nel momento in cui dovessimo ritrovarci come parte offesa in un processo, tanto più se dall’altra parte dovesse esserci qualcuno con un ruolo di potere. Avere la garanzia di essere giudicati da un magistrato indipendente, il cui giudizio è legato all’applicazione della legge e non condizionato dalle pressioni che può subire dall’esterno, diventa decisamente rilevante. Ecco che il concetto astratto di “indipendenza della magistratura”, diventa immediatamente concreto.

evento anm ravenna 27 febbraio 2025

E ancora, i magistrati hanno spiegato come il progetto di riforma sulla separazione delle carriere non sia una vera e propria riforma della giustizia, in grado di affrontare i problemi che effettivamente affliggono il sistema italiano, come quello della lunghezza dei processi. Non ci sarebbe nessun effetto in questo senso, ma nella discussione grossolana, spesso i due temi vengono più o meno involontariamente intrecciati, ingenerando confusione.

Per farsi un’idea propria sul tema, basata su fonti autorevoli quali i magistrati stessi, invitiamo caldamente i cittadini ad approfittare dell’evento, ponendo domande o anche semplicemente ascoltando cosa i magistrati hanno da dire.

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Medio Oriente Nell'editoriale del nuovo numero della rivista Italianieuropei, l'ex presidente del consiglio individua in nuove elezioni, in Israele e Palestina, una possibile via d'uscita

Massimo D'Alema foto LaPresse Massimo D'Alema – LaPresse

«Una destra razzista ha preso il comando in Israele e persegue con la forza delle armi l’idea di una “soluzione finale’ della questione palestinese».

Massimo D’Alema, nell’editoriale all’ultimo numero della rivista Italianieuropei dedicato al conflitto israelo palestinese, «Una pace giusta», non lesina le accuse al governo Netanyahu, definendo «fasciste» le esternazioni di alcuni ministri e ricordando «l’impasto nazionalista e razzista anti-arabo che si è radicalizzato nella società israeliana».

Secondo D’Alema, solo nuove elezioni in Israele e Palestina possono riaprire un percorso di pace. «Israele non può identificarsi con l’immagine di massacratori e torturatori che oscura le ragioni di quella che è stata a lungo ammirata come l’unica democrazia del Medio Oriente».

Lo stesso ricambio è necessario tra i palestinesi, come l’emergere di leader «non compromessi con il terrorismo fondamentalista». L’ex premier invita l’Ue a fare «pressioni» su Israele affinché accetti «una forza di pace internazionale a Gaza». Una tesi, quella che prevede una «pressione internazionale» sulle due parti, condivisa nel suo articolo anche dall’ex premier Ehud Olmert.

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