Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Mimmo Lucano. Sottoscrizione e manifestazione giovedì 7 ottobre ore 17,30 a Roma, Piazza Montecitorio, manifestazione pubblica

«Il pubblico ministero ha detto che i giudici non devono tenere conto delle “correnti di pensiero”. Ma che cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà». Così Piero Calamandrei, il 30 marzo 1956 davanti al Tribunale di Palermo, in difesa di Danilo Dolci promotore di uno sciopero all’incontrario di disoccupati al lavoro su una strada comunale abbandonata, nelle campagne di Partinico.

Ecco, davanti al raddoppio della pena richiesta dall’accusa per Mimmo Lucano in ragione degli illeciti amministrativi e penali imputatigli, ci sono venute alla mente queste parole di Calamandrei. Con l’amara sensazione che i giudici siano andati ben oltre l’indifferenza alle “correnti di pensiero” del proprio tempo per attenersi alla “lettera” della legge. E che nelle vive correnti di pensiero del proprio tempo, di cui anche le leggi e la loro applicazione sono espressione, siano entrati, eccome. Ma dal lato sbagliato. Dove – nella biblica tragedia delle migrazioni – non ci sono i propositi delle nostre speranze, di un’Italia e un’Europa più accoglienti. E non c’è in alcun modo la consapevolezza che anche fare il “bene” non è un pranzo di gala, e Mimmo Lucano in questi anni ne ha saputo qualcosa.

Diventa difficile, in presenza di questa sentenza, sottrarsi all’idea di uno spropositato accanimento giudiziario. Senza tenere in nessun conto lo sforzo di Lucano, pur tra errori e imperizie amministrative, di suscitare un “circolo virtuoso” fra i nuovi arrivati e la cultura locale, in un contesto complesso, rivitalizzando un territorio gravemente depresso, assicurando “ordine pubblico”.

Con la sentenza del Tribunale di Locri, tutto sembra ridursi a un sodalizio a delinquere. E come spiegare la mancata concessione delle attenuanti “per motivi di particolare valore morale o sociale” e, persino, di quelle generiche? Tale circostanza fa temere il peggio: che dietro questa sentenza possa esservi una certa concezione ideologica destinata a sanzionare la politica dell’accoglienza come interpretata da Lucano e dai suoi sodali. E a penalizzare quel diritto al soccorso che costituisce il fondamento stesso dell’intero sistema dei diritti universali della persona.

In attesa del processo di appello che – ci auguriamo – saprà restituire equilibrio e misura all’esercizio della giustizia nei confronti del “modello Riace”, qualcosa intanto possiamo fare: aiutare Mimmo Lucano e gli altri condannati a sostenere il peso economico del risarcimento richiesto. E, qualora un successivo grado di giudizio vorrà ricondurre la sanzione a più ragionevoli criteri, destineremo la somma raccolta a progetti di accoglienza in quello stesso territorio.

Per chi voglia contribuire, nella misura che ritiene opportuna, a questa raccolta fondi, ecco i dati:
A Buon Diritto Onlus
Banco di Sardegna
Causale. “Per Mimmo”
IBAN: IT55E0101503200000070333347

A sostegno di questa iniziativa: giovedì 7 ottobre ore 17,30 a Roma, Piazza Montecitorio, manifestazione pubblica: «Modello Mimmo. L’abuso di umanità non è reato».
Promuovono:
Eugenio Mazzarella, Luigi Manconi, Riccardo Magi, Sandro Veronesi e la Rete Io Accolgo con Acli, Caritas, Arci, Cgil, Legambiente, Campagna ero straniero, Saltamuri, Cnca, Centro Astalli, AOI e decine di altre associazioni.
E: Dacia Maraini, Alessandro Bergonzoni, Elena Stancanelli, Maurizio de Giovanni, Michela Murgia, Sandro Veronesi, Monica Guerritore, Massimo Cacciari, Vittoria Fiorelli, Erri De Luca, Sonia Bergamasco, Moni Ovadia, Donatella Di Cesare, Francesco Merlo, Mauro Magatti, Fabrizio Gifuni, Ascanio Celestini, Luigi Ferrajoli, Roberto Esposito, Massimo Villone, Paolo Corsini, Roberto Zaccaria, Marino Sinibaldi, Lucio Romano, Luca Zevi, Gad Lerner, Domenico Procacci, Luciana Littizzetto.
Vinicio Capossela, Caterina Bonvicini, Teresa Ciabatti, Roberto Sessa, Kasia Smutniak, Carlo Degli Esposti, Nora Barbieri, Paolo Virzì, Alessandro Gassmann, Edoardo De Angelis, Mimmo Paladino, Ferzan Ozpetek, Guido Maria Brera, Edoardo Nesi, Pierfrancesco Favino, Francesca Archibugi, Giovanni Veronesi.

Per aderire: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Commenta (0 Commenti)

Lo spoglio in un seggio di Roma

Quando nelle grandi città non va al voto più della metà degli elettori, e il dato nazionale si ferma al 54%, perdono tutti, anche quelli che hanno vinto la sfida di questo primo turno delle elezioni amministrative. Ci sarà modo di analizzare più a fondo la geografia politica del paese consegnata dalle urne, e quali saranno i riflessi sui partiti e sul governo.

Ma tre sono i messaggi molto semplici già chiarissimi.

Il primo, di gran lunga prevalente, ci parla della più bassa affluenza di sempre. E d’altra parte, al netto dello storico, progressivo distacco tra chi governa e chi è governato, in questa competizione amministrativa, ed è il secondo messaggio del voto, i partiti, e specialmente quelli del centrodestra, hanno presentato candidature di terza scelta, testimoniando, oltre i problemi di una coalizione senza leader, la crisi di una classe dirigente che ha gonfiato l’astensionismo, specialmente leghista.

Naturalmente lo sciopero del voto riguarda anche il centrosinistra, con il Pd senza popolo, forte nei centri storici, e i 5Stelle sprofondati, con un risultato drammatico per chi tutt’ora rappresenta la forza di maggioranza relativa. Espulsi dalla contesa più importante della Capitale, con la dignitosa ma sonora sconfitta dell’ex sindaca Raggi.

Tuttavia se i candidati portano la croce, bisogna anche chiedersi perché mai un cittadino, che ha visto tutti i partiti confondersi nel governo di un economista che guida il paese con il pilota automatico, dovrebbe improvvisamente appassionarsi a una competizione elettorale.

Anche per questo, la soddisfazione del segretario Letta per il risultato del Pd «in sintonia con il paese», e del voto in generale «che rafforza Draghi», è comprensibile ma tutt’altro che rassicurante di fronte a una democrazia dimezzata.

Infine, il terzo elemento evidente che le urne ci consegnano è finalmente positivo, dice che chi comunque è andato a votare, ha decretato la sconfitta del centrodestra e premiato le prime prove di unità del centrosinistra, come a Napoli e a Bologna (Milano fa caso a se).

È una indicazione politica per il futuro: le destre si possono battere solo se di fronte hanno l’unità delle forze di centrosinistra.

Commenta (0 Commenti)

Sanità. Il Nadef del governo Draghi ci ripropone il combinato disposto alla base del regionalismo differenziato: la regione accetta di essere finanziata di meno anzi, nella versione veneta, accetta addirittura di autofinanziare la propria sanità con il proprio Pil ma in cambio bisogna dargli più poteri di governo sul sistema.

Ospedale Manzoni a Lecco

Ospedale Manzoni a Lecco  © Lapresse

Nel consultare il sito ufficiale del ministero dell’Economia e Finanza del 30 settembre si scopre una novità politica che non è presente nel testo del Nadef pubblicato il 29 settembre. E la novità non è certo un dettaglio di poco conto perché si riferisce a un tema cruciale nella battaglia sul servizio sanitario: ovvero sono previste delle disposizioni esplicitamente finalizzate “all’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, comma 3, Cost.”

La questione ha dell’incredibile perché perfino le regioni, in piena pandemia, con l’acqua alla gola, sono state costrette ad ammettere la pericolosità del regionalismo differenziato e quindi a parlare ob torto collo dell’indispensabilità di avere non solo uno Stato centrale ma uno Stato centrale forte. Tant’è che la questione fu accantonata.

È unanime l’opinione, per altro ben rappresentata dal lavoro del generale Figliuolo, che se la pandemia ci fosse venuta addosso con un sistema sanitario non universale ma differenziato come chiedono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, in ogni senso sarebbe stata una catastrofe nella catastrofe.

La questione del regionalismo differenziato che abbiamo già affrontato altre volte su questo giornale, si può riassumere in poche parole: dentro una logica di secessione si tratta di andare ben oltre la riforma del Titolo V della Costituzione che potenziava i poteri organizzativi e gestionali delle regioni e sancire in tema di salute pubblica delle vere autarchie permettendo alle regioni di svincolarsi da alcune leggi dello Stato e di disobbligarsi dai doveri di solidarietà circa il finanziamento del Ssn. In altre parole si tratta di sostituire il decentramento amministrativo con un accentramento ma differenziato per regioni in modo da inficiare la tutela del diritto costituzionale alla salute, come come vuole l’art 32 della Costituzione.

La questione diventa ancora più grave perché nel Nadef la brutta sorpresa è proposta accanto ad un’altra disposizione, altrettanto irricevibile, vale a dire quella che recupera il famoso definanziamento progressivo inaugurato da Renzi, quando era al governo: l’idea che in nome della sostenibilità finanziaria si debba ridurre gradualmente la spesa sanitaria in rapporto al Pil.

Il Nadef del governo Draghi, nonostante si sia ancora alle prese con una pesante pandemia, ci ripropone il combinato disposto alla base del regionalismo differenziato: la regione accetta di essere finanziata di meno anzi, nella versione veneta, accetta addirittura di autofinanziare la propria sanità con il proprio Pil ma in cambio bisogna dargli più poteri di governo sul sistema. Cioè autarchia. E svincolarla dagli obblighi finanziari di solidarietà. E’ il reddito a decidere il diritto non il contrario.

Questo ragionamento posso capire che calzi a pennello sulla linea di Giorgetti, ministro leghista dell’economia che senza il regionalismo differenziato rischia di scontentare il Nord, ma dovrebbe destare qualche preoccupazione nel ministro della sanità espressione dell’ala sinistra del governo.

Purtroppo non fa ben sperare la sua proposta di Pnrr (missione 6), che è assai probabile indirizzata a dirottare metà dei 20 mld destinati alla sanità verso il privato e il privato sociale. Ma, quello che è più grave, è che nella sua proposta non vi sia un solo accenno alla necessità di arrestare il processo di privatizzazione in atto e neppure riferimenti alla necessità di aumentare i poteri dello Stato centrale, mentre rispunta il regionalismo differenziato.

Commenta (0 Commenti)

Riace, Consiglio di Stato respinge ricorso del Viminale. Progetto Spar non doveva essere revocato. L’ex sindaco Lucano: “Chi pagherà?”

Nel 2018 era stato al centro di un’inchiesta della procura di Locri che ha ipotizzato l’esistenza di un sistema criminale dentro quello che era stato ribattezzato il “paese dell’accoglienza”. La reazione dell'ex sindaco: "Sono amareggiato. Non me l’aspettavo. Oggi finisce tutto"

L’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado a 13 anni e 2 mesi, quasi il doppio della pena richiesta dell’accusa. Nel 2018 Lucano era stato al centro di un’inchiesta della procura di Locri che ha ipotizzato l’esistenza di un sistema criminale dentro quello che era stato ribattezzato il “paese dell’accoglienza” dei migranti. L’ex sindaco era accusato di essere il promotore di un’associazione a delinquere che aveva lo scopo di commettere “un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio), così orientando l’esercizio della funzione pubblica del ministero dell’Interno e della prefettura di Reggio Calabria, preposti alla gestione dell’accoglienza dei rifugiati nell’ambito dei progetti SprarCas e Msna e per l’affidamento dei servizi da espletare nell’ambito del Comune di Riace”.

Lucano era sotto processo anche per

Commenta (0 Commenti)

Clima, Thunberg e Cingolani a confronto. Il ministro: “Proteste utili, ma aiutateci sulle soluzioni”. L’attivista: “I leader fanno finta di ascoltarci”

La manifestazione che anticipa la Pre-Cop26 è stata aperta a Milano dal titolare del dicastero alla Transizione ecologica. La fondatrice dei Fridays for future attacca la politica: "Basta blablabla, sono 30 anni che sentiamo chiacchierare"

Greta Thunberg e Roberto Cingolani a confronto sullo stesso palco, davanti alla platea di 400 giovani delegati del Youth4Climate. L’ennesimo duro attacco all’inconcludenza della politica da parte della fondatrice dei Fridays for future è arrivato dalla manifestazione di Milano, pochi minuti dopo che il ministro della Transizione ecologica italiano, che faceva gli onori di casa, aveva chiesto ai giovani che oltre le “utili proteste” “aiutino a trovare nuove soluzioni”. “I nostri leader difettano di azione ed è intenzionale”, è stata la risposta dell’attivista. “Fanno finta di avere ambizioni contro i cambiamenti climatici, ma continuano ad aprire miniere di carbone e a sfruttare giacimenti, senza aumentare i fondi ai Paesi vulnerabili. Selezionano giovani come noi facendo finta di ascoltarci, ma non è vero. Non ci hanno mai ascoltati”. Greta Thunberg si è scagliata contro le parole vuote dei nostri esponenti politici: “Dobbiamo lavorare per una transizione senza traumi, perché non c’è un piano B o un piano blabla. Sentiamo dai nostri leader parole, parole altisonanti che non sono diventate niente. Basta blablabla, sono 30 anni che sentiamo chiacchierare e dove siamo? La crisi climatica è sintomo di una crisi di più ampio respiro, la crisi sociale della ineguaglianza, che viene dal colonialismo. Una crisi che nasce dall’idea che alcune persone valgono più di altre”.

 
 

Thunberg: “Le nostre speranze annegano nelle promesse vuote dei leader” – Entrando nel merito, Thunberg ha anche detto che “quando parlo di cambiamento climatico” pensa “a posti di lavoro, posti di lavoro verdi. Il cambiamento climatico non è solo una minaccia, è soprattutto un’opportunità di creare un pianeta più verde e più sano. Dobbiamo cogliere questa opportunità. E’ una soluzione win-win, sia per lo sviluppo che per la conservazione”. Ma, ancora una volta, sono politica e capi di Stato a fermare ogni evoluzione: “Le nostre speranze, i nostri sogni annegano nelle vuote promesse dei leader di tutto il mondo, ma possiamo farcela. Possiamo avere una soluzione per lo sviluppo e la conservazione, ma servono collaborazione e forza di volontà per fermare i cambiamenti. Non si può risolvere una crisi che non si conosce”. Il suo intervento si è chiuso con la platea che in coro rispondeva agli appelli di Greta Thunberg: “Cosa vogliamo? Giustizia climatica. Quando la vogliamo? Ora”. Dopo Cingolani e prima della fondatrice dei Fridays for future ha parlato Vanessa Nakate, attivista ugandese contro il cambiamento climatico, che ha ricevuto la standing ovation della sala. Il suo discorso ha posto l’accento sulle disuguaglianza sociali e di come il cambiamento climatico abbia effetti e costi diversi in ogni Paese. “L’Africa è responsabile solo del 3% delle emissioni globali, ma gli africani subiscono gli impatti maggiori del cambiamento climatico” ha dichiarato.

 

Cingolani: “Io e Greta abbiamo detto le stesse cose, ma in modo diverso” – Ad aprire i lavori della Youth4Climate, che anticipa appunto la Pre Cop26 dei leader, è stato proprio il ministro Cingolani, che con i Fridays for future ha avuto già numerosi scontri: l’ultimo e il più netto è stato dopo che ha accusato “gli ambientalisti radical chic e oltranzisti” di essere “peggio” dell’emergenza climatica”. Ma non era la prima volta che si registravano tensioni sui dossier curati da Cingolani: dalle trivelle agli inceneritori fino alle auto elettriche. Gli stessi Fridays for future italiani lo hanno accusato di “lavorare per interessi diversi da quelli della scienza”. Oggi il ministro ha esordito chiedendo un contributo concreto da parte dei giovani delegati: “Vogliamo ascoltare le vostre idee, le vostre proposte, le vostre raccomandazioni perché abbiamo bisogno della vostra visione, della vostra motivazione e del vostro coinvolgimento”, ha detto. “Uniamo le forze, non dobbiamo rinunciare al nostro futuro, al futuro del nostro pianeta. Siete intervenuti per questo, ma ricordate per cortesia, e questo ve lo dico da scienziato e da padre di tre bambini, che il cambiamento climatico e le disuguaglianze sociali globali vanno trattati insieme”. E ha aggiunto: “Non esiste un’unica soluzione. E spero che oltre a protestare, estremamente utile, ci aiuterete ad identificare nuove soluzioni visionarie. Questo è quello che ci aspettiamo da voi”.

Il ministro della Transizione ecologica, parlando poi con i giornalisti, ha commentato l’attacco di Greta Thunberg alla politica. “Lo avevo detto in termini un po’ diversi”, ha spiegato il Ministro, “dicendo che è impossibile separare il cambiamento climatico dalle disuguaglianze globali. La stessa definizione di transizione ecologica cambia a seconda del Paese in cui si vive, se in uno del G7 o in uno molto vulnerabile”. “Questo – ha proseguito Cingolani – non ci aiuta e complica le cose in quello che è successo e in questo processo in cui tutti abbiamo fretta”. “Al di là dei modi di esprimersi diversi, legati anche a fattori generazionali sono state dette le stesse cose: la crisi climatica è chiara a tutti, ma c’è anche una crisi di disuguaglianza globale che pesa su quella climatica e subisce la crisi climatica in modo diverso, lo hanno tutti chiaro”.

Commenta (0 Commenti)

Il lavoro uccide. Il giorno dopo un'intesa annunciata dal governo con i sindacati la strage sul lavoro continua: da Milano a Capaci sei lavoratori sono morti soffocati dall’azoto, precipitando dalle impalcature, schiacciati sotto un tir, decapitati da una trebbiatrice. Il bilancio è terrificante: solo nei primi 7 mesi del 2021 i morti sono 677

La strage del lavoro: flash mob di Cgil, Cisl e Uil a piazza Montecitorio a Roma

La strage del lavoro: flash mob di Cgil, Cisl e Uil a piazza Montecitorio a Roma  © Ansa

Si muore ustionati o soffocati dall’azoto liquido. Si muore precipitando dalle impalcature a pochi metri dal suolo. Si muore schiacciati da un tir o decapitati dalle lame di una trebbiatrice. Il lavoro uccide, non per fatalità, ma per una fitta serie di concause, molte prevedibili e altre no. Tutte comunque create dagli esseri umani che operano dentro e fuori le imprese, in proprio o in subappalto, e ancora per contratto.

JAGDEEP Singh, 42 anni, e Emanuele Zanin, 46 anni lavoravano per la ditta «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese «Sol Group spa». Ieri hanno perso la vita soffocati dall’azoto liquido durante un rifornimento della sostanza all’ospedale Humanitas di Pieve Emanuele in provincia di Milano. L’imbianchino Valeriano Bottero di 52 anni è morto precipitando da un’impalcatura mentre lavorava per la ditta «Lavor Metal nella zona industriale di Loreggia in provincia di Padova. Leonardo Perna, 72 anni, titolare di un’azienda meccanica, caduto da una scala a due metri d’altezza ha perso la vitae a Nichelino vicino a Torino. Giuseppe Costantino, 52 anni, aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci vicino a Palermo. Si era spostato nella parte posteriore del Tir. Ma il mezzo si è messo in movimento e le sue ruote lo hanno stritolato. Verso le 20.30 di ieri sera il corpo decapitato di un lavoratore agricolo di 54 anni dalle lame di una trebbiatrice è stato trovato a Pontasserchio in provincia di Pisa. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco per liberare il corpo rimasto intrappolato nella macchina.

IN ITALIA, da ieri, ci sono sei vite in meno alle quali rendere giustizia. Insieme alle altre 677 che,

Commenta (0 Commenti)