Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Democrazia costituzionale. L’assalto alla sede della Cgil e lo spettro del fascismo, la rabbia sociale che trova sfogo nei cortei “no green pass”, l’astensionismo come (non)voto di maggioranza, la corsa ai click per sottoscrivere referendum, la condanna di Mimmo Lucano, l’invocazione della “pace sociale”: fenomeni diversi, che, ancora una volta, svelano la fragilità della democrazia e il suo svuotamento

L’assalto alla sede della Cgil e lo spettro del fascismo, la rabbia sociale che trova sfogo nei cortei “no green pass”, l’astensionismo come (non)voto di maggioranza, la corsa ai click per sottoscrivere referendum, la condanna di Mimmo Lucano, l’invocazione della “pace sociale”: fenomeni diversi, che, ancora una volta, svelano la fragilità della democrazia e il suo svuotamento.

Primo: la democrazia costituzionale. La democrazia costituzionale si regge su delicati equilibri nei rapporti fra gli organi costituzionali, fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, sul ruolo di garanzia della Corte costituzionale, sull’indipendenza e sulla tutela dei diritti da parte del potere giudiziario. Lo (s)-bilanciamento di un elemento si riflette sull’intero sistema, revocando in dubbio il suo obiettivo: la limitazione del potere e la garanzia dei diritti.

All’esautoramento e all’auto-marginalizzazione del Parlamento, alla verticalizzazione del potere, processi in corso da tempo, di cui la pandemia si rivela cartina di tornasole e fattore di accelerazione, si accompagnano altri segnali preoccupanti, fra i quali, una torsione degli strumenti penali (e non solo) in chiave di repressione e criminalizzazione della solidarietà e del dissenso da parte della magistratura (e una magistratura in crisi di legittimazione), e, da ultimo, il rischio che referendum facili creino un cortocircuito nei rapporti con un Parlamento già debole e gettino la Corte costituzionale in pasto a giochi politici che ne minano il ruolo.

Secondo: la politica. Le istituzioni democratiche non possono prescindere da forze che diano sostanza all’involucro. Partiti liquidi e avvitati in un moto centripeto e autoreferenziale, atomizzazione della società, negazione del conflitto sociale: la democrazia è vuota, o, meglio, occupata da un potere senza più legame con la società, incapace di rappresentare il pluralismo e i conflitti che la attraversano. È un meccanismo di gestione del potere che della democrazia mantiene solo la maschera. E fenomeni come i 500.000 “click” in pochi giorni sono solo l’ennesima denuncia dell’assenza della politica; la raccolta delle firme on line rischia di veicolare null’altro che grida frammentate e disperse: un’espressione episodica non una partecipazione consapevole. La via non è una democrazia digitale che si propone come immediata e che decolla sulla leggerezza del click, ma la costruzione di una partecipazione effettiva e solida: dal basso, nel «vivente movimento delle masse» (Luxemburg), così come nella costruzione di forze politiche organizzate capaci di esprimere una visione radicalmente alternativa, nella convergenza in un blocco storico delle lotte sociali, sul lavoro, per l’ambiente.

Terzo: l’abbandono della democrazia sociale. Scavando alle radici, dietro l’asfissia della democrazia politica, la degradazione della rappresentanza, dietro i rigurgiti fascisti e la loro strumentalizzazione della rabbia sociale, c’è l’abbandono di un progetto di società nel segno della giustizia sociale, e il tradimento della Costituzione; un abbandono frutto di rapporti di forza che segnano la vittoria di una classe e di una visione del mondo, il neoliberismo, con la colpevole acquiescenza di partiti che hanno rinunciato a perseguire una “società più giusta”.
Occorre recuperare la sostanza che dà linfa alla democrazia costituzionale: il suo essere necessariamente insieme politica, economica e sociale, il suo imprescindibile legame con il conflitto. La democrazia costituzionale è fragile perché non è riuscita a essere sociale, a limitare e controllare il potere economico, che si è insinuato e ha imposto una razionalità altra rispetto a un progetto di emancipazione personale e sociale, perché non persegue come fine e strumento una partecipazione effettiva e consapevole ma non risponde che ai poteri che la occupano.

E dal senso profondo della Repubblica fondata sul lavoro, sull’uguaglianza sostanziale e sulla partecipazione effettiva che occorre ripartire, mettendo al centro i lavoratori, e non l’impresa; ragionando di emancipazione e non di espulsione e ghettizzazione del disagio sociale. La camera del lavoro si presidia contro il fascismo, oltre che sciogliendo le organizzazioni che ad esso si richiamano, attuando il disegno costituzionale, tutto, non solo la XII disposizione transitoria e finale, rispondendo alla rabbia sociale con i diritti sociali, sostituendo all’immagine di una “pace sociale” imposta e unilaterale il riconoscimento dei conflitti e la tutela dei diritti.

Commenta (0 Commenti)

Una piazza San Giovanni gremita, come non si vedeva da tempo: 200mila persone, secondo gli organizzatori, hanno preso parte alla manifestazione “Mai più fascismi” indetta dai sindacati a Roma dopo l’assalto alla sede della Cgil di sabato scorso

“Questa bellissima piazza parla a tutto il paese”, afferma il segretario della Cgil Maurizio Landini, salendo sul palco. Questa “non è solo una risposta allo squadrismo fascista, è qualcosa di più: questa piazza rappresenta tutta l’Italia che vuole cambiare il Paese, che vuole chiudere la storia della violenza politica. Essere antifascisti si è per garantire la democrazia di tutti e i principi fondamentali della nostra Costituzione”. E ancora: “Questa piazza chiede atti concreti, dalla solidarietà si deve passare all’azione concreta, lo Stato dimostri la sua forza democratica nell’applicare le leggi e i principi della Costituzione”. 

 

RICCARDO ANTIMIANI - ANSA
Un momento della manifestazione nazionale organizzata da Cgil, Cisl e Uil a Roma con lo slogan "Mai più fascismi"

 https://www.huffingtonpost.it/entry/sindacati-al-via-manifestazione-oltre-60mila-in-piazza_it_616ac15ee4b01f6f7e49c542

 

 

 

 

Commenta (0 Commenti)

Intervista. Parla il segretario generale della Filt Cgil: "Nella fase più acuta della pandemia, quando i vaccini erano solo una speranza, i protocolli sulla sicurezza hanno permesso a un comparto molto ramificato di reggere l'urto del virus. Invece questa volta il governo non ha colto la complessità del settore sul tema dell'accesso al lavoro".

Stefano Malorgio, segretario generale della Filt Cgil

 

Stefano Malorgio, segretario generale della Filt Cgil

Di fronte alla circolare del Viminale che martedì “invitava” solo le imprese del settore portuale a offrire gratis i tamponi, i sindacati confederali della logistica e del trasporto hanno subito fatto notare l’incongruenza (“Riteniamo si debba richiedere l’estensione della raccomandazione della circolare a tutti i settori dei trasporti, e dei servizi ausiliari ed accessori collegati”). E pur cercando di non polemizzare troppo con il “governo dei migliori”, il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio, che ben conosce i protocolli di sicurezza adottati nella fase più acuta della pandemia, grazie all’accordo congiunto fra governo dell’epoca (il Conte bis) imprese e sindacati, ora osserva: “Quei protocolli esistono ancora. E hanno avuto alcuni grandi meriti: i lavoratori e le lavoratrici si sono sentiti in sicurezza, nelle fabbriche come nel nostro settore, dove moltissimi addetti arrivano dall’estero. In quell’occasione fu colta la complessità del sistema e infatti il sistema ha retto, in mesi in cui i vaccini erano solo una speranza lontana. Questa volta no, non sta funzionando, a causa di alcune rigidità di troppo”.
Appena uscito da un’audizione alla commissione lavoro della Camera, dove Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno chiesto regole negli appalti privati come quelle degli appalti pubblici; il rafforzamento legislativo del contratto nazionale vista la proliferazione dei contratti pirata; l’internalizzazione delle attività oggi spesso appaltate, e una particolare attenzione all’autotrasporto perché il 90% delle merci passa di lì, Malorgio guarda a quanto sta accadendo.

– Segretario, al porto di Trieste venerdì scioperano, e anche negli altri scali portuali c’è una forte fibrillazione. Si poteva evitare questa situazione?

“Viste le caratteristiche dell’area del nord-est, che ha una propensione alla non vaccinazione più alta che nel resto della penisola, penso che quello di Trieste sia un caso a sé. Premesso questo, non bisogna dimenticare che il sistema dei trasporti è un sistema fragile. A tal punto che, in tempi non sospetti, avevamo chiesto che fosse inserito ai primi posti nella campagna vaccinale. Perché anche una piccola percentuale di addetti non vaccinati, parliamo del 6-8%, ma operativi, rischia di mettere in default l’intero comparto. Inoltre non si è ancora trovata una soluzione per i moltissimi addetti che vengono dall’estero. Si va dagli autotrasportatori dell’est europeo che non sono vaccinati o hanno lo Sputnik che la Ue non riconosce, ai marittimi con vaccino cinese o privi anche loro di vaccinazione”.

– E’ un’analisi corretta quella di chi punta il dito, come ha fatto oggi il segretario generale della Cisl, contro un governo tentennante e diviso al suo interno, che ha scaricato sul mondo del lavoro e sui sindacati la patata bollente di una conflittualità montante sui vaccini, e soprattutto sul green pass?

“E’ chiaro che l’utilizzo del green pass per poter accedere al proprio lavoro si scarica sugli stessi lavoratori. Intendiamoci, qui non si tratta di essere contrari al green pass, ma di capire se sta funzionando o meno la misura della sospensione delle proprie funzioni e dello stipendio. La mia impressione è che non si sia preparato a sufficienza il terreno, e quindi oggi si devono rincorrere gli eventi. Per giunta non abbiamo avuto alcun ruolo, e questo ci mette in una posizione non facile, nella preparazione del decreto governativo che ha dato alle imprese i compiti di controllo”.

– Così alla fine siamo arrivati alla circolare di ieri del Viminale. Come la giudica?

“Come un elemento di disparità e di disuguaglianza. In parallelo, per la prima volta, c’è una cambio di rotta del governo. Con due difetti: non considerare la complessità del settore, escludendo ad esempio l’autotrasporto, e non considerare l’elemento ideologico del ‘no’ al green pass. Per questo abbiamo risposto, unitariamente, chiedendo l’estensione all’intero settore dell’ ‘invito’ alle aziende a fornire i tamponi gratuitamente”. In definitiva, credo che questa volta il governo non abbia colto la complessità del sistema dei trasporti e della logistica sul tema dell’accesso al lavoro con il green pass”.

Commenta (0 Commenti)

Il dibattito. La critica, che muoviamo da sempre, riguarda la mancanza di unità tra le forze che, a sinistra del Pd, vivono o sopravvivono mettendo al primo posto le loro bandiere

Manifestazione

 

La nostra anima politica è parte della storia della sinistra. Di quella tradizionale – perché il manifesto nasce dopo espulsioni e radiazioni dal Pci – e di quella alternativa nata dopo il ‘68.

E per più di 50 anni, grazie a questo giornale, abbiamo cercato di tenere vive, nella nostra narrazione giornalistica e politica, le due esperienze, cercando di cogliere sempre il meglio di lotte politiche, sociali, culturali, e di criticare le chiusure, le rigidità, gli ideologismi.

Non sempre riusciamo a tenere accesa la nostra «fiaccola». Tutt’altro. E lettrici e lettori hanno il diritto di non essere d’accordo con le posizioni che assumiamo, con ciò che scriviamo con sincerità, franchezza, trasparenza, difendendo con tenacia e orgoglio, l’autonomia, l’indipendenza, la libertà.

Perché non abbiamo – né vogliamo – padrini e padroni. Economici e politici. Dico questo per sgombrare subito dal campo della discussione una delle critiche mosse da chi ci ha scritto in risposta all’editoriale sulla «Sinistra del piccolo mondo antico», sollecitato dal pessimo risultato elettorale delle liste di una parte della sinistra.

Non vogliamo, non ci interessa, non è nel Dna del manifesto, portare acqua al mulino del Partito democratico, che consideriamo una forza governativa di centro, ma nei confronti del quale ci comportiamo in modo chiaro come verso un interlocutore dell’area progressista. Non perseguiamo l’alleanza con il Pd «a prescindere», come scrive Maurizio Acerbo. Né crediamo che «l’unico orizzonte politico degno di nota sia quello accanto, all’ombra del Pd», come sostiene Giuliano Granato.

Più semplicemente pensiamo che in politica, se si ha l’ambizione di governare, o, ancora prima, se si ha l’intenzione di conquistare una rappresentanza istituzionale, allora sono fondamentali i numeri. E senza i voti del Pd, non si costruiscono governi locali e nazionali. Come sono fondamentali, per un governo progressista, anche i voti del 5S: lo hanno dimostrato i candidati progressisti eletti a Bologna e Napoli, che non avrebbero vinto al primo turno senza il sostegno di una vasta area democratica.

Senza dimenticare, come abbiamo peraltro scritto a proposito dell’analisi del voto, che il 3- 4 ottobre «hanno perso anche quelli che hanno vinto», per la perdita di voti assoluti e per l’astensionismo record.

La critica, che muoviamo da sempre, riguarda la mancanza di unità tra le numerose forze che vivono, vivacchiano, sopravvivono, a sinistra del Pd, e che mettono al primo posto le proprie bandiere, le proprie ragioni, la propria identità. Un argomento che Acerbo stesso condivide all’inizio del suo commento quando scrive «da mesi esprimo sconcerto di fronte al florilegio di liste con o senza falce e martello che hanno deciso di non convergere su un’unica candidatura a sindaco…».

Dovrebbe essere anche abbastanza chiaro che la riflessione non riguarda le lotte, le battaglie, le storie collettive di tante organizzazioni che si muovono a sinistra, mantenendo fermi alcuni princìpi, obiettivi, valori che rischiano di scomparire o di essere accantonati, se si è malati di governismo. E sentiamo profonda condivisione verso chi si mette in gioco, chi difende i diritti, chi è dalla parte degli oppressi, dei lavoratori, dei più deboli. Noi al manifesto abbiamo sempre lavorato per questo.

Però proprio in nome di questo rispetto, siamo convinti che gli impegni e gli obiettivi politici avrebbero più peso se fossero portati dentro le istituzioni dalla sinistra. Ma per raggiungere questo traguardo va evitato, appunto, il «florilegio».

Lettrici e lettori – che in primo luogo ringrazio – hanno inviato mail per esprimere dissenso o per condividere. È normale che sia così. Però c’è qualcosa che fa parte della cultura democratica e che oggi invece viene dimenticato: la dispersione dei voti.

Allora mi chiedo: esiste una responsabilità politica verso il mondo di riferimento oppure conta soprattutto l’affermazione di se stessi? Perché se a Roma le liste Partito Comunista, Pci, Potere al Popolo, Sinistra Rivoluzionaria, Roma Ti Riguarda, prendono in media lo 0,5 per cento dei voti, è giusto o no domandarsi che senso ha avuto la partecipazione elettorale? Se a Milano 5 liste della sinistra radicale hanno meno consensi del senatore populista Paragone, è sbagliato sostenere che sarebbe stato meglio presentarsi uniti?

Se queste domande appaiono come «tradimento della causa», possiamo solo che prenderne atto. Però non è così. Non è mai stato così, perché sappiamo che non poche compagne, non pochi compagni, che leggono il manifesto hanno votato per le diverse liste di sinistra. Tuttavia devo ricordare che la rappresentazione elettorale ultra frammentata è ormai una «tradizione» consolidata che, secondo noi, dovrebbe essere finalmente abbandonata. E stavolta i limiti della auto rappresentazione sono stati superati.

Certo che mettiamo in evidenza le esperienze di sinistra e ambientaliste che hanno ottenuto dei buoni risultati. E non perché ci sono più simpatici Fratoianni o Elly Schlein, ma per il loro tentativo unitario. E non c’è nulla di scandaloso se l’unità di intenti comporta un cammino comune con il Pd. A meno che non si consideri questo partito un «nemico da abbattere», come mi sembra di cogliere tra le righe di qualche lettera. Per noi invece è, e rimane, un componente del campo progressista con il quale bisogna confrontarsi e, se necessario, possibile, giusto, allearsi per sconfiggere gli avversari, o meglio, i nemici che sono e restano i fascio-leghisti (come verosimilmente avverrà ai ballottaggi).

Questo significa essere subalterni? Liberisti? Filo-Draghi?

Magari se il manifesto venisse letto più frequentemente e con maggiore attenzione, si eviterebbero certe affermazioni quanto meno superficiali. E a proposito di lettori, certo che siamo minoranza. Però, Luca Fini, lo siamo sempre stati. E quella percentuale di copie vendute in edicola, che in realtà è più alta, è storicamente sempre la stessa.

Noi paghiamo, come tutti gli altri quotidiani, la crisi profonda e irreversibile della carta stampata. Ma non abbiamo ambizioni velleitarie, non ci candidiamo a sindaco a Roma o a Milano. Abbiamo però questa convinzione: nonostante il numero di copie vendute, siamo convinti di avere lettrici e lettori della sinistra nelle sue varie versioni. Ed è per questo che pensiamo di non essere minoritari.

Proprio perché penso sia possibile «costruire una sinistra, con la massa critica sufficiente, autonoma e alternativa al Pd», ritengo un gravissimo errore andare alle elezioni solo per amore di bandiera. Aggiungo, che la dispersione elettorale è il più grande favore che si possa fare al Partito democratico: il Pd, grazie a voti perduti nelle urne, resta quasi unico rappresentante di un’area molto più vasta. Anche elettoralmente.

A Luigi Caputo che ci ha scritto (non riusciamo a pubblicare tutte le lettere) polemizzando sulle liste-flop, capolista Valpreda, del manifesto del 1972, ricordiamo che la scelta di presentarsi alle elezioni – non eravamo un partito – fu preceduta da un aspro dibattito interno, con una frattura tra Luigi Pintor da un lato e Rossana Rossanda e Aldo Natoli dall’altra. La sconfitta fu bruciante, e venne accompagnata da una profonda autocritica. Che poi portò a scelte diverse, tant’è che alle elezioni successive del 1976 ci fu l’alleanza del Pdup (ex Manifesto) con Avanguardia Operaia e Lotta Continua, che sfociò nelle liste di Democrazia proletaria, ottenendo una piccola pattuglia parlamentare.

Chiedo: le forze, i militanti, i dirigenti delle liste chiamate adesso in causa, sono in grado di avviare un processo autocritico oppure preferiscono lamentarsi per l’editoriale del manifesto?

Ugo Menesatti, Roberto Pietrobon, Stefano Proietti hanno colto il significato del commento post-elettorale e li ringrazio per le osservazioni critiche e garbate (che non guasta mai) per le sollecitazioni e i suggerimenti. Uno dei quali è già nelle nostre intenzioni, avendo a cuore due obiettivi: una riflessione ampia, aperta, profonda tra le forze di sinistra e democratiche sulla costruzione di una organizzazione politica che riesca a mettere insieme le tante anime della sinistra. È un progetto ambizioso? Sì. È realizzabile? Sì, pur sapendo che unire è difficile. Ma non dovremmo mai dimenticare che l’unione fa la forza.

Leggi anche gli interventi di:
Commenta (0 Commenti)

Intervista. Parla la sociologa e filosofa esperta di politiche sociali: «I No Vax sono sempre esistiti, non è una novità». «L’idea complottistica non è contro la scienza in sé ma contro quello che viene vissuto come un apparato di controllo e comando, in cui ci si sente in qualche modo negati o sfruttati»

Roma, corteo No Green pass di sabato sera

 

Roma, corteo No Green pass di sabato sera  © LaPresse

«Il Green pass è diventato il capro espiatorio di ogni malcontento». La matrice fascista – quella che sfugge alla leader di Fd’I, Giorgia Meloni – la sociologa e filosofa Chiara Saraceno la vede benissimo, negli assalti di Roma. Ma vede anche il resto.

La sociologa Chiara Saraceno

Nei cortei di sabato a Roma e Milano c’era una componente di matrice non fascista. Addirittura persone che una volta si sarebbero orientate a sinistra. Cosa sta accadendo, secondo lei?

Credo anch’io che dire sia stata soltanto una manifestazione fascista sia sbagliato. Certo, organizzata e manovrata, ma che poteva contare su una diffusa insofferenza, un disagio che non è solo economico. Vi sono motivazioni diverse. Come si vede anche nel resto d’Italia: le manifestazioni dei Cobas, per esempio, o il corteo studentesco dei centri sociali che a Torino ha lanciato uova marce contro il municipio. Insomma, credo che adesso chiunque voglia protestare trovi contro il Green pass una buona occasione. La carta verde è diventata il capro espiatorio di ogni malcontento. Il disagio c’è per buone o cattive ragioni: c’è gente che non sta bene, che non riesce a capire cosa stia succedendo e succederà, che si sente tagliata fuori da ogni decisione. Poi c’è sempre anche una parte di ragazzini che esprime il bisogno di ribellione senza avere neppure molta consapevolezza. Però rimane il fatto che queste formazioni neofasciste hanno più capacità di altri di intercettare queste forme di disagio – senza dare alcuna risposta ma offrendo solo una sponda – perché vi lavorano da anni. Il problema è che manca qualunque altra forma di aiuto alla elaborazione.

Non è il segno di una profonda crisi culturale, di una sfiducia nella scienza?

Beh, ma quarant’anni fa non è che ci fosse più fiducia nella scienza o più conoscenza scientifica. Credo semmai che ci sia una sfiducia nelle autorità, questo sì. È più un indicatore di scoesione sociale che di sfiducia nella scienza. Una mancanza di fiducia generalizzata verso “quelli che comandano”. E, anzi, continuare ad invocare la voce della scienza ad ogni decisione rischia, agli occhi di chi non si fida delle istituzioni, di far immaginare un “grande complotto”. L’idea complottistica non è contro la scienza in sé ma contro quello che viene vissuto come un apparato complessivo di controllo e comando, in cui ci si sente in qualche modo annientati o negati o sfruttati.

Questa cultura del complotto è aumentata negli ultimi anni?

Forse un po’ sì, perché esattamente speculare alla perdita di fiducia.

Dove potremmo orientativamente collocarla questa perdita di fiducia?

Da diversi anni abbiamo un dibattito politico inconsistente, tutto basato sull’oggi, e che non si preoccupa minimamente di costruire un discorso pubblico sensato. I social fanno da amplificatore, certo, ma credo ci sia una grossa responsabilità della nostra classe politica.

C’è chi punta il dito contro un certo «effetto Samarcanda», nato con un giornalismo d’assalto che ha fatto da sponda a certi movimenti complottisti e qualunquisti. Lei cosa ne pensa?

Non c’è dubbio. Viviamo nell’era dei talk show che per creare audience favoriscono l’assalto reciproco, e gli invitati preferiti sono quelli che urlano di più. Con conduttori che si sentono inviati da Dio e hanno le loro verità in tasca.

Con la pandemia è aumentato lo scollamento generalizzato con la realtà?

Forse non nella prima fase ma successivamente sì. Un po’ perché si era sperato che finisse presto, che sarebbe andato tutto bene, e invece la realtà è ben diversa. Dunque la delusione ha fatto la sua parte e un po’ di potenziale di fiducia è andato perso. Soprattutto, a proposito di fiducia nella scienza, a questa non hanno dato un gran contributo i conflitti tra virologi agiti in diretta tv. Perché si sa che la scienza procede per tentativi ed errori, ma di solito le discussioni avvengono in consessi dedicati e davanti a pubblici che ne sanno comprendere le sfumature.

Lei cosa pensa del Green pass? Creerà problemi nel mondo del lavoro?

Questo non lo so, però se fosse vero che mancheranno i camionisti, come ho letto, o altre tipologie di lavoratori, credo che avrebbe potuto essere previsto. Non si può arrivare alla scadenza e poi fare delle eccezioni, come temo succederà, solo perché non si è riusciti a trovare una soluzione prima.

È stato gestito male, il Green pass?

Forse ottimisticamente si pensava che l’obbligo della carta verde per lavorare avrebbe incentivato la vaccinazione. E invece non sempre è così. Poi c’è una parte di popolazione che è stata immunizzata con vaccini che non vengono riconosciuti e dunque non accede al Green pass. Comunque parliamo sempre di una minoranza.

Una minoranza No Vax persiste sempre, perché secondo lei?

Perché c’è chi ha più paura del vaccino che di ammalarsi, ma non è una novità: ci sono sempre stati. Pensiamo all’obbligo vaccinale a scuola e a quanti ancora protestano. E non solo in Italia. Eppure nessuno si sognerebbe mai di eliminarlo, quell’obbligo.

Commenta (0 Commenti)

Marci su Roma. Tante gente al presidio davanti alla sede nazionale. Il segretario: sabato grande manifestazione "Mai più fascismi". Delegazioni da tutti i partiti

La manifestazione della Cgil davanti alla sede nazionale dopo l'assalto fascista di sabato

 La manifestazione della Cgil davanti alla sede nazionale dopo l'assalto fascista di sabato  © Foto Cgil

A meno di sedici ora di distanza dall’assalto fascista alla sede nazionale della Cgil la risposta di mobilitazione democratica arriva pronta ed efficace. Davanti a Corso d’Italia già mezz’ora prima delle 10 non si riesce a camminare. Almeno un migliaio di persone rispondo subito all’invito del sindacato per reagire “all’assalto squadrista”. Mentre si prepara già la grande manifestazione unitaria con Cisl e Uil “Mai più fascismi” per il 16 ottobre, sabato pomeriggio con piazza San Giovanni già prenotata per le troppe richieste che renderebbero piazza del Popolo troppo piccola.

Tanti giovani che cantano a squarciagola e ripetutamente “Bella ciao” e “Ora e sempre Resistenza”, fin troppi politici e persone da tutta Italia che restano a scambiarsi indignazione e voglia di mobilitarsi ben dopo il discorso di Maurizio Landini, unico a parlare. A Roma come in tutte le Camere del Lavoro, obiettivo ieri come esattamente cento anni fa dei fascisti.

La devastazione della “Capitol Hill italiana” è impressionante. I Forzanuovisti di Roberto Fiore hanno devastato buona parte del piano terra della sede dalla Cgil, distruggendo computer e uffici, rovinando quadri sotto le foto di Di Vittorio.

“Un atto fascista e squadrista: deve essere chiaro: se qualcuno ha pensato di intimidirci, di metterci paura, di farci stare zitti, deve sapere che la Cgil e il movimento dei lavoratori hanno già sconfitto il fascismo in questo Paese e riconquistato la democrazia. Non ci intimidiscono, non ci fanno paura”, esordisce il segretario generale della Cgil.

Commenta (0 Commenti)