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CRISI UCRAINA. Biden invierà solo «armi di difesa» a medio raggio, ma Londra promette a Kiev missili M270. Nonostante l’avanzata, anche il Donbass sembra essersi trasformato nell’ennesimo pantano per Mosca

Conflitto senza fine. «In mano ai russi il 20% dell’Ucraina»

 

Le macerie di un palazzo a Lysytsansk - Ap/Aris Messinis

Cento giorni di guerra tra Russia e Ucraina. Più di tre mesi dal giorno in cui le truppe di Mosca hanno oltrepassato il confine e iniziato quella che i vertici del Cremlino si ostinano a chiamare «operazione militare speciale» con il pretesto di «de-nazificare» l’Ucraina e «prevenire le minacce strategiche» ai confini della Federazione Russa.

A oggi non è ancora chiaro quali siano i veri obiettivi della guerra di Putin a Kiev, almeno dal punto di vista territoriale, visto che le truppe russe si sono mosse su talmente tante direttrici da far spesso pensare che il proprio stato maggiore a volte non avesse nessun piano.

Eppure, non è possibile che un paese come la Russia mandi migliaia di soldati a morire (30 mila secondo le stime ucraine, poco più della metà secondo gli analisti internazionali) senza avere chiaro cosa voglia ottenere. Almeno questo è ciò che pensano la maggior parte delle persone che non passano le

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MIGRANTI. Ieri il «digiuno di giustizia» in solidarietà ai profughi di ogni guerra

Zanotelli: «Accogliere tutti, non solo gli ucraini»

 

Padre Alex Zanotelli in digiuno al Pantheon - Giansandro Merli

«Giuste le inchieste sui crimini di guerra in Ucraina, anche se andrebbero fatte dopo, ma bisogna aprirne altrettante per ciò che accade nel Mediterraneo, in Libia e lungo le rotte africane. Anche i finanziamenti alle milizie e ai centri di prigionia sono crimini contro l’umanità». Padre Alex Zanotelli siede ai piedi del Pantheon davanti allo striscione «Digiuno di giustizia in solidarietà ai migranti».

È venuto da Napoli per portarlo a Montecitorio, ma al piccolo presidio non è stata data l’autorizzazione. «Non è giusto negarci il diritto costituzionale di manifestare sotto il parlamento italiano contro le criminali politiche migratorie del nostro governo e della Ue», dice Zanotelli. Intorno a lui e alle altre digiunanti scorre l’ordinaria quotidianità del centro capitolino: selfie e turisti a passeggio. Fa caldo nel mezzo del secondo anticiclone subtropicale: «Scipione l’Africano» sta battendo «Hannibal» a colpi di gradi centigradi.

Più che il sole, però, è il cambiamento climatico a preoccupare il padre comboniano. «Nel Sahel la desertificazione ha trasformato la terra in sabbia. Il pericolo più grande viene da questa crisi, maggiore di quella del grano. Molta gente non può coltivare più nulla. In quell’area, poi, c’è un grosso problema politico: si stanno creando le condizioni per un altro stato islamico», continua.

Il digiuno del primo mercoledì del mese è praticato contemporaneamente da laici e religiosi, nei monasteri e nelle famiglie. «È un atto di protesta contro le politiche criminali e discriminatorie nei confronti dei profughi provenienti dall’Asia e dall’Africa, che fuggono da guerre spaventose come in Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, ma anche da Etiopia, Sud Sudan, Sudan mentre la Ue e l’Italia hanno subito aperto i confini per chi fugge dalla guerra in Ucraina», dicono gli organizzatori.

Chiedono di investire in cooperazione, «quella vera», e non in armi. Di smettere di finanziare milizie e governi per fermare i flussi migratori. Di soccorrere nel Mediterraneo e assegnare subito i porti, facendola finita con le inutili attese sulle navi delle Ong. «Quello che è successo con i profughi ucraini mostra che ci sono due umanità. Al confine polacco passavano i biondi con gli occhi azzurri e venivano fermati quelli con la pelle scura. In Italia nello stesso momento c’era chi veniva accolto a braccia aperte e chi tenuto sulle navi quarantena. Sono veramente fiero delle famiglie italiane che hanno dato ospitalità ai profughi ucraini, ma va fatto con tutti. Altrimenti è una forma di riconoscimento interna alla “tribù bianca”. Solo per chi ci assomiglia».

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IL LIMITE IGNOTO. Dagli Usa e dalla Germania le armi chieste da Zelensky. Nuovo veto ungherese sulle misure europee contro Mosca: «Via Kirill dalla lista nera». Guerra del grano, accuse incrociate e seri dubbi dell’Onu sui tempi di riapertura dei porti ucraini
 Biden ricambia idea sui missili. E Orbán sulle sanzioni Ue
Forze ucraine su una strada di Lysychansk, nel Donbass - Rick Mave/via Getty Images

Il contro-contrordine è stato ufficializzato ieri dal presidente Joe Biden: gli Usa forniranno all’Ucraina non già il sistema a lunga gittata Mlrs (Multiple Launch Rocket System) annunciato e disannunciato nell’arco di poche ore, ma quello a media gittata (e ad alta precisione) Himars (High Mobility Artillery Rocket System). Che poi è quanto Zelensky chiedeva a gran voce fin dall’inizio: unità mobili capaci di sparare simultaneamente 6 razzi a guida Gps, che hanno bisogno di minima “manovalanza” e appena un minuto per la “ricarica”.

Secondo gli esperti non c’è paragone con quanto è nella disponibilità degli ucraini al momento. Per questo si tratta di «un aiuto tempestivo e fondamentale all’esercito ucraino» ha detto Biden, illustrando il nuovo pacchetto di aiuti militari reso possibile dal «finanziamento aggiuntivo per l’Ucraina» approvato dal Congresso». «Benzina sul fuoco», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, evocando poi con una perifrasi il concetto di guerra americana per procura: «La loro linea resta quella di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino».

E LA GERMANIA? Il nuovo corso senza oscillazioni prende ulteriore slancio con l’invio anche qui di armi più moderne e potenti annunciato ieri dal cancelliere Olaf Scholz, anche qui esaudendo il desiderio di Kiev (e dell’opposizione tedesca). In particolare Berlino fornirà il sistema missilistico Iris-T in chiave contraerea. Nonché un sistema radar che dovrebbe aiutare gli ucraini a localizzare le postazioni dell’artiglieria russa, vero flagello del momento per le città assediate del Donbass.

Non è un caso che un passaggio del discorso tenuto al Bundestag dalla ministra degli Esteri Annalena Baerbock ieri abbia insistito sul fatto che «città per città, villaggio per villaggio, i russi stanno distruggendo tutto tenendosi a distanza di sicurezza». Poi la pesante accusa rivolta a Mosca, che con l’offensiva di questi giorni mirerebbe a «spopolare i territori» e a «estinguere la civiltà».

DI INCIVILE e disumano prosegue anche la “guerra del grano”, con la catastrofe che s’annuncia in vaste aree del sud del mondo per il blocco delle esportazioni ucraine e russe. Il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres ha seri dubbi sulla possibilità che i porti vengano sbloccati rapidamente. Sulle trattative in corso pensa che ci siano stati dei progressi «ma ancora non ci siamo, ci sono aspetti complessi, tutti interconnessi tra loro, che ostacolano il negoziato».

Quali siano queste complicanze lo racconta il punto di vista del Cremlino, ribadito sempre da Peskov: la crisi alimentare è tutta colpa delle sanzioni occidentali – che colpiscono anche le esportazioni russe di cereali e fertilizzanti – e delle mine ucraine che infestano le acque. Su questo Mosca ha annunciato anche la disponibilità della Turchia – sempre più multiservizi – a sminare le rotte da e verso i porti ucraini.

MA L’ONU NON È SOLA nel pensare che anche questa del grano sarà una guerra lunga. La Polonia infatti si propone come una sorta di hub per trasferire, stoccare e finalmente distribuire i prodotti agricoli ucraini altrimenti bloccati. Lo ha confermato ieri visitando Borodianka il premier polacco Mateusz Morawiecki.

Resta infiammato anche il fronte “energetico”, soprattutto dopo la retromarcia dell’Ungheria (parziale o totale si vedrà) sul sesto pacchetto di sanzioni approvato con tanta fatica dall’Ue, e con tanto di “eccezione” riconosciuta a Budapest. Motivo, la presenza del patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill nella lista nera dei sanzionati. Gli ambasciatori dei 27 Stati membri si sono arresi all’evidenza, dovranno riconvocarsi. E le nuove sanzioni nel migliore dei casi slittano.

IL MINISTRO DEGLI ESTERI RUSSO Serguej Lavrov si trova intanto in Arabia saudita per resettare le relazioni con i paesi del Golfo. Ha partecipato alla riunione “esteri” dei Paesi riuniti nel Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Oman e Qatar). E si è detto certo, dopo una serie di incontri bilaterali, che questi non si uniranno al fronte occidentale delle sanzioni anti-russe. Ma il Wall Street Journal rivela che alcuni membri non meglio specificati dell’Opec, preoccupati dall’impatto delle sanzioni sulla capacità russa di pompare abbastanza petrolio per stabilizzare i prezzi, vorrebbero sospendere Mosca dai futuri accordi sulla produzione di greggio.

Lavrov ha poi risposto a domanda sul nuovo pacchetto di armi annunciato da Washington, dicendosi preoccupato che ciò finisca per coinvolgere nel conflitto «Paesi terzi».

Coinvolge le Nazioni unite invece il licenziamento deciso dal parlamento ucraino, ma attribuito a Zelensky, di Lyudmyla Denisova, la commissaria ai diritti umani colpevole di non aver saputo organizzare i corridoi umanitari e di non aver fornito le prove degli stupri sui bambini compiuti dalle forze russe. Una decisione che «mina l’indipendenza di un’importante istituzione», si legge in una nota della Missione Onu di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina.

 
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CRISI UCRAINA. Intervista a Frédéric Mousseau, economista francese e policy director dell’Oakland Institute: «Non si prospetta una carenza imminente ma forti speculazioni sui mercati dei futures che scommettono su aumento dei prezzi e carestie future per ottimizzare i guadagni»
«Il grano c’è, le speculazioni sul prezzo provocano la crisi»
 
Un cargo di grano al porto ucraino di Nikolaev - Vincent Mundy/Getty Images

Frédéric Mousseau, economista francese, è policy director dell’Oakland Institute, osservatorio economico progressista, per cui coordina le ricerche su terre, agricoltura e sicurezza alimentare. Già consulente di ong come Medecins sans frontières e Oxfam, lavora in particolare su investimenti agricoli, volatilità dei prezzi e crisi globale alimentare.

Lei ha definito «senza precedenti» la scalata delle multinazionali al settore agricolo ucraino.

Nella storia recente direi proprio di sì, soprattutto per quanto riguarda la spinta alla privatizzazione e alla riforma agraria. Non vi sono precedenti per una spinta di questa portata da parte di paesi e istituzioni occidentali per imporre una simile privatizzazione.

Un vostro report paragona il rapporto dell’Ucraina con l’Occidente a quelli di paesi come Zambia, Myanmar, Brasile. Un classico esempio di neoliberismo post coloniale?

Quella relazione mostra che istituzioni internazionali, governi e interessi privati occidentali hanno promosso la privatizzazione in una serie di paesi nel mondo. L’Ucraina è un esempio paradigmatico dell’uso dell’assistenza economica come grimaldello per imporre riforme desiderabili. Ma l’Ucraina è anche un caso unico per la sua prossimità all’Europa e la quantità di terreni precedentemente collettivizzati dal sistema sovietico, disponibili quindi a essere privatizzati.

Gli interessi agroalimentari hanno ricoperto un ruolo importante nel conflitto descritto come scontro tra democrazia e corruzione autoritaria?

Non solo quelli. Era chiaro che erano in gioco interessi altrettanto importanti per quanto riguarda risorse naturali e minerarie e un’analoga spinta per privatizzare il settore bancario e pensionistico. In ogni caso i grandi conglomerati occidentali erano fortemente motivati ad acquisire quote in questi comparti economici nazionali.

Si tratta di interessi già in moto negli anni Novanta.

La spinta del Fondo monetario internazionale per la privatizzazione di terre pubbliche comincia non appena l’Ucraina acquisisce l’indipendenza, all’inizio degli anni ’90. Le grandi istituzioni finanziarie offrono ai primi governi ucraini «assistenza» per produrre rogiti e titoli di proprietà dei terreni. Ed è stato altrettanto evidente come i processi di privatizzazione beneficiassero ben precise e ristrette oligarchie piuttosto che il popolo ucraino. È la ragione per cui all’epoca fu imposta una moratoria sull’acquisto di terreni, rimasta in vigore fino all’anno scorso.

Ed emergono già all’epoca due progetti di influenza economica articolati da contrapposti piani di assistenza da Russia e da Occidente.

È stato così. Nel 2014 vennero prodotte due concorrenti offerte di assistenza economica; due «buste», una russa ed una occidentale. Dopo la rivolta di Maidan avrebbe prevalso il pacchetto occidentale.

Voi documentate come Fmi e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno condotto una intensa campagna per privatizzare la terra.

Da subito la promessa di aiuti da parte europea conteneva precise condizioni, prima tra tutte la fine della moratoria (sulla vendita di terreni a stranieri, ndr), una richiesta che ha accompagnato fin dall’inizio ogni offerta di assistenza. Era precondizione necessaria.

Quale sarà l’effetto concreto ora che la moratoria è stata abolita?

Vi sono comunque limiti alla quantità di terreno che può essere acquisita da stranieri ma si tratta di un passo importante verso la privatizzazione e il consolidamento della proprietà terriera. La legge impone limiti alla proprietà straniera ma allo stesso tempo permette alle banche internazionali di diventare azioniste di aziende ucraine o investire in società locali, un meccanismo che permette a chiunque di investire nel settore. La porta è aperta per grandi fondi di investimento americani, ad esempio BlackRock o simili, a investire nel agrobusiness emergente attraverso società ucraine così da non risultare ufficialmente come proprietà straniera. Il paese rappresenta l’opportunità per enormi ritorni sull’investimento. La riforma inoltre è pensata per favorire i grandi proprietari terrieri e l’agricoltura industriale, estromettendo sempre di più i piccoli agricoltori meno produttivi, una dinamica esplicitamente auspicata dall’Fmi.

È vero quindi che vi sono multinazionali americane con importanti quote di controllo su terreni ucraini?

Sì, ma concentrarsi esclusivamente sulla proprietà dei terreni può essere fuorviante. Società come Monsanto, Cargill, Archer Daniels Midland e Dupont non hanno bisogno di possedere terreni. Il loro modello si concentra sulla gestione di impianti di allevamento, stabilimenti per fertilizzanti, infrastruttura commerciale, terminali per l’export. Traggono beneficio dall’industrializzazione del settore agricolo e dalla liberalizzazione del commercio (oltre a silos e frantoi, la Archer Daniels Midland, ad esempio, gestisce un terminal cereali al porto di Odessa, ndr).

Vi risulta che simili dinamiche siano in gioco anche in altre repubbliche post sovietiche?

Non abbiamo dati specifici su altri paesi. Date però l’estensione dell’Ucraina e la qualità delle sue infrastrutture, direi senz’altro che quel paese rappresenta (a parte forse la Russia stessa) il maggior terreno di conquista potenziale per l’agrobusiness privato.

È lecito supporre che uno scopo dell’aggressione russa sia contrastare tale dinamica?

Non mi sento di fare supposizioni sugli obiettivi russi. I nostri rapporti si limitano a verificare che da anni è in corso una lotta per il controllo delle risorse dell’Ucraina. Certo, nelle versioni ufficiali risaltano la democrazia o di contro gli storici legami culturali dell’Ucraina con la Russia, ma è chiaro che vi siano enormi interessi economici. Né sembra che la guerra abbia modificato la strategia occidentale in questo senso.

Attualmente è il blocco dei porti sul Mar Nero a preoccupare per le possibili ricadute sui mercati e su una crisi alimentare globale.

Renderemo pubblico a breve uno studio su questo argomento. La Fao all’inizio di maggio ha affermato che le scorte mondiali di cereali sono relativamente stabili. La Banca mondiale conferma che gli stock di cereali sono vicini a record storici e che tre quarti dei raccolti russi e ucraini erano già stati consegnati prima dell’inizio della guerra. Possiamo dire che non si prospetta una carenza imminente quanto piuttosto forti speculazioni sui mercati dei futures che scommettono sull’aumento dei prezzi e sulle carestie future per ottimizzare i guadagni. Si è per esempio parlato molto della decisione dell’India di bloccare l’esportazione di frumento, molto criticata dagli Stati uniti per la conseguente pressione sui prezzi globali. Ma se vediamo bene, l’India rappresenta appena il 2% degli export mondiali (10 milioni di tonnellate previsti per il 2022/23). In confronto, gli Usa al momento muovono 160 milioni di tonnellate di grano all’anno, pari al 35% del commercio globale. Le critiche all’India hanno meno a che vedere con un effettiva crisi alimentare che con il mantenimento dello stesso mercato globale che è nell’interesse dei giganti dell’agrobusiness e dei loro investitori. Chiaramente una crisi alimentare c’è, con milioni o centinaia di milioni di persone nel mondo in stato di insicurezza, senza accesso ad alimentazione adeguata o dipendenti dalle reti assistenziali, ma questo sussiste a prescindere dalla guerra. Esiste una crisi alimentare ma è una crisi senza effettiva carenza di alimenti.

 
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LA CRISI. Il caro energia colpisce ancora. E crescono anche i prezzi dei beni alimentari

Record dell’inflazione al 6,9%, mai così alta dal 1986

 

Continua la corsa dell’inflazione, spinta dal caro-energia. Per l’Istat ha segnato a maggio 2022 il record dai tempi della lira, dal marzo 1986, quando era a +7%, rileva l’Istat. L’indice nazionale dei prezzi al consumo, al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua, contro il +6% di aprile. Pesano i beni energetici (+42,2%, contro il +39,5% del mese precedente); i beni ad alta frequenza di acquisto come quelli alimentari. «Gli elevati aumenti dei prezzi dei beni energetici – sottolinea l’Istat – continuano a essere il traino dell’inflazione e le loro conseguenze si propagano sempre più agli altri comparti merceologici, i cui accresciuti costi di produzione si riverberano sulla fase finale della commercializzazione».

La crescita acquisita del prodotto interno lordo (Pil) si attesterebbe al 2,6%, contro il precedente 2,2%. Dunque si registra un aumento. La revisione, sostiene l’Istat è «in linea con le più recenti stime del ministero dell’Economia e delle Finanze e porta al 2,6% la crescita acquisita per il 2022, ovvero quella che si realizzerebbe se il pil restasse invariato da qui a fine anno», ha commentato il ministero dell’economia e delle finanze (Mef) secondo il quale è previsto entro giugno «un significativo aumento del Pil sul primo trimestre che metterebbe il percorso di crescita annua in linea con la previsione del Documento di economia e finanza (Def) o quantomeno prossimo ad essa». Per i trimestri successivi, ha sottolineato via XX settembre, «sarà fondamentale dare piena attuazione alle misure predisposte con i recenti decreti e proseguire nel percorso di realizzazione delle riforme e degli investimenti previsti dal Pnrr».

A trainare la crescita non sono i consumi ma gli investimenti. l’Istat rileva una diminuzione dello 0,6% dei consumi finali nazionali, a fronte di un aumento del 3,9% degli investimenti fissi lordi; le importazioni e le esportazioni sono cresciute, rispettivamente, del 4,3% e del 3,5%.

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 Guerra del grano, la strategia russa: pronti a riaprire le rotte commerciali
anche su Odessa
Biden cambia idea sui missili Porti, Putin rilancia il «ricatto»
Il presidente Zelensky distribuisce onorificenze nella regione di Kharkiv - 
Ufficio stampa della presidenza ucraina via Ap

Contrordine. «Non invieremo all’Ucraina sistemi missilistici che possono colpire la Russia» ha dichiarato il presidente americano Joe Biden ai giornalisti uscendo dalla Casa Bianca ieri pomeriggio. Ne consegue che l’invio dei sistemi lanciarazzi multipli (Mlrs) che secondo Zelensky dovevano contribuire a sbarrare l’avanzata russa nell’est, per il momento non ci sarà, nonostante le ultime notizie l’indicassero come una decisione già presa dal consiglio di sicurezza Usa.

Per Dmitry Medvedev, vice capo del Consiglio di sicurezza russo ed ex-presidente, si tratta di una decisione «ragionevole», aggiungendo che «in caso contrario, se le nostre città venissero attaccate, le forze armate russe dovrebbero prendere atto della minaccia e colpirebbero i centri dove

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