Commenti. La manovra «seria ed equilibrata» di bilancio annunciata dal ministro dell’economia Giorgetti non sembra perciò essere la chiave per fermare il declino del sistema industriale italiano. Serve un cambio di passo, un modello di sviluppo che ponga al centro investimenti, formazione e lavoro di qualità. Per evitare la lenta agonia
Il calo a luglio dell’indice destagionalizzato della produzione industriale non è soltanto un problema congiunturale. La serie negativa è anche su base annuale. Rispetto al mese di settembre 2023 quello che si osserva è un vero e proprio tracollo dell’attività industriale italiana. Un salto all’indietro. Un tonfo del -3%, ancora più preoccupante se si considera che la marcia indietro si protrae ormai da 18 mesi.
La rilevanza del dato è evidente. Posto pari a 100 il volume della produzione del febbraio 2023, oggi lo stesso indice segna appena 95,2 (-4,8%). Quindi, per l’Italia una “torta” complessivamente più piccola da dividere però, secondo i dati Istat di agosto, tra un numero crescente di occupati. Una tendenza che accentua ancor di più le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, considerando che i salari reali medi sono fermi (per essere ottimisti) da oltre 20 anni (Ocse, 2024).
Solo pochi settori industriali si salvano. Le diminuzioni riguardano quasi tutto il manifatturiero. Avanzano lentamente l’alimentare (5%), il chimico (4%) e l’energia (2%). Pochi comparti industriali e non tutti ad alto contenuto tecnologico. Tra i settori più colpiti ci sono l’automotive (-26%), l’abbigliamento (-19%) e, senza eccezioni alcuna, i comparti di punta in termini di R&D e innovazione.
Uno scivolamento all’indietro del sistema produttivo nazionale che rischia di relegare l’economia italiana ai margini della competizione globale. Una inascoltata sirena d’allarme sempre più preoccupante, anche alla luce del rallentamento europeo, con la profonda crisi del settore automobilistico tedesco, che trascina con sé anche la produzione italiana di beni intermedi, inclusa la componentistica auto (-7%).
Cosa attendersi? L’Italia e i Paesi europei si trovano oggi in una posizione fragile, schiacciate, tra l’incudine e il martello degli Stati uniti e della Cina, detentrici di tecnologie avanzate, know-how e risorse. Sono questi i fattori strategici che consentono oggi il controllo delle catene di valore mondiali, dello sviluppo e della fornitura. Il modello italiano, da tempo vulnerabile nelle stesse filiere produttive europee, e più di esse, rischia, in assenza di politiche industriali, di accumulare un ritardo non più colmabile nella competizione internazionale.
Serve una politica industriale. L’indice Istat della produzione industriale è il termometro che misura lo stato di salute dell’attività economica. Anticipa di qualche mese la dinamica del Pil. Con una crescita modesta (se non nulla) i margini per la prossima manovra di bilancio saranno sempre più stretti. Anche alla luce del nuovo Patto di Stabilità firmato dal Governo Meloni. Una coperta corta che rischia di de-finanziare ulteriormente aree cruciali della spesa sociale e degli investimenti pubblici, come è già accaduto in questi mesi con i tagli al sistema sanitario, educativo ed universitario.
La manovra «seria ed equilibrata» di bilancio annunciata dal ministro dell’economia Giorgetti non sembra perciò essere la chiave per fermare il declino del sistema industriale italiano. Serve un cambio di passo, un modello di sviluppo che ponga al centro investimenti, formazione e lavoro di qualità. Per evitare la lenta agonia.
*Entrambi gli autori sono del dipartimento economia, società, politica dell’Università di Urbino Carlo Bo
Commenta (0 Commenti)L’incontro che da 15 anni, per iniziativa di Sbilanciamoci e altre organizzazioni si tiene a Cernobbio in contemporanea a quello dei ricchi del mondo è tra i pochi strumenti che ci restano per attivarci.
Ecco un altro convegno. La la settimana scorsa è stata la conferenza per la pace promossa a Berlino dalla Fondazione Rosa Luxemburg, ora è l’incontro annuale che da 15 anni, per iniziativa di Sbilanciamoci e altre organizzazioni della società civile fra cui l’Arci, si tiene a Cernobbio in contemporanea a quello che ormai da anni nella stessa città riunisce i potenti del mondo convocati dallo Studio Ambrosetti.
Si tratta di convegni spesso stimolanti perché tra i pochi strumenti che abbiamo per ascoltare gli altri e dire la nostra, come un tempo accadeva quando c’erano i partiti e si comunicava per poi decidere insieme. Per attivarsi. Non voglio naturalmente fare una cronaca, ma alcune considerazioni sì. Dalla Cernobbio dei ricchi, per quanto è dato capire, è stato ridefinito il concetto di modernità che ora sarebbe il nucleare e un ritorno indietro il più veloce possibile dai progetti, e dunque dalle loro scadenze, solo poco tempo fa raccolte nel Green new deal. Da Sbilanciamoci invece un’informazione ricca sulle tantissime iniziative assunte per andare efficacemente in senso contrario, testimonianza di un nostro “fare” che si sposta sempre più sul territorio per dar vita a nuove forme di democrazia diretta locale: penso per esempio alla «pratica dell’obbiettivo»,, ai Consigli di fabbrica che poi diventarono anche di zona, embrioni di potere diretto, come quelli di cui parlava Rosa Luxemburg, e tanto ne scrisse Gramsci. E ora vorrei aggiungere qualche considerazione e proposta.
1. La prima riguarda quanto ci ha detto Enrico Giovannini, ex ministro del lavoroe il solo invitato anche all’incontro Ambrosetti. Ci ha detto che un tema dalle conseguenze potenzialmente terrificanti discusso nell’”altro convegno” è stato quello dell’Intelligenza Artificiale. A parte la pericolosa manipolazione dei nostri cervelli che si rende possibile, c’è un altro dato “nostro” con cui è necessario metterlo in contatto:nel corso di tutto il XX secolo il progresso tecnologico ha prodotto una riduzione dell’occupazione tradizinale del 15 %, le previsioni per il XXI, quello che stiamo vivendo, sarà del 75 %! Se ne deduce che avremo una società in cui il suo 25% più potente, usando una piccolissima élite di tecno-scienziati, comanderà su un mondo popolato da un 75% di esseri umani costretti a diventare un’ enorme area di servitori, badanti di vario genere, di cui faranno parte non solo i pochi istruiti ma anche tutti quelli che saranno in possesso di una laurea destinata a diventare in pochissimo tempo obsoleta. Ma se è così ha senso che noi continuiamo ad affrontare il tema della scuola in modo tradizionale, spingendo affinché queste lauree siano più numerose, sebbene non siano più servibili, senza invece riprendere l’intuizione che ebbe il movimento operaio italiano negli straordinari anni ’70: quello di un ripensamento generale della scuola che finalmente conducesse a un sistema in cui lungo tutto l’arco della vita lo studio si intrecciasse con il lavoro, una moltiplicazione delle 150 ore, e/o anche ”4 ore di studio e 4 ore di lavoro”, per ricordare il Piano proposto da Il Manifesto ?
2. Monica Di Sisto al convegno ha giustamente parlato della necessità di rendere più attiva l’iniziativa politica della società civile a livello europeo. Affinché l’Europa esista come soggetto unitario non bastano infatti, anche se sono urgenti, riforme che portino ad unificare settori importantissimi come il fisco o il sistema bancario. Ma perché questo avvenga bisogna infatti che l’Unione europea diventi soggetto, e dunque operi unitariamente a livello della società civile. E però, perché questo avvenga, occorre prima di tutto che gli europei si conoscano fra loro, avvertano le stesse esigenze e compiano le stesse esperienze. Qui è indispensabile una autocritica complessiva di tutti noi, dall’Arci al sindacato a tutte le nostre Ong. La sola esperienza utile che in questi decenni si è fatta in questo senso è stata l’Erasmus,che ha dato almeno a una parte consistente degli studenti l’occasione di conoscere e vivere per un po’ in un altro paese europeo. Non sarebbe necessario varare un Erasmus per gli spazzini, sicché a rotazione uno dei lavoratori di questo settore, per esempio del comune di Firenze, possa andare a fare lo stesso mestiere nella città di Tolosa? E la stessa cosa vale per gli insegnanti, per gli addetti ai trasporti, per i contadini? Sì da capire meglio come affrontano tanti temi nuovi negli altri paesi, pensiamo solo a quanta centralità abbia oggi il problema della “spazzatura”, vale a dire della produttività dei rifiuti! Ogni comune , piccolo o grande, dovrebbe dedicare qualche soldo del proprio bilancio per trasformare gli inutili gemellaggi oggi esistenti (al massimo scambio di bande musicali dei rispettivi vigili urbani) in azioni sociali concrete,
3. Una quantità di norme del green deal che pure fissano precisi impegni non vengono mai applicate, non solo perché nessuno conosce le norme e le obbligazioni se non gli addetti ai lavori istituzionali, ma anche perché non sanno come farlo. Per esempio: non si deve più cementificare, è urgentissimo, la Terra non respira più. Benissimo. Eppure è altrettanto urgente ridisegnare le città per far fronte alle nuove domande: pensiamo solo alle donne e al loro bisogno di socializzare il lavoro di cura. Bisogna dunque rammendare le città. Chi lo deve fare? Gli operai edili, gi urbanisti, le femministe, i vecchi e i giovani bisognosi di nuovi spazi.
Ma questo comporta ripensare una quantità di cose, a cominciare dal mestiere dell’edile, e dunque al modo di operare del suo sta facendo? No. Anche questo è urgente e non può che essere il frutto di un impegno collettivo, di soggetti socialmente diversi e pur tuttavia bisognosi di una comune soluzione.
4. Infine: se mi guardo in giro mi accorgo che in ogni Paese europeo c’è una qualche vertenza in corso per affrontare problemi su cui sono aperte anche da noi analoghe vertenze. Basti per tutte la questione che da noi è stata chiamata «il salario di cittadinanza»..Possibile che non si. sia riusciti ad aprire una vertenza a livello europeo, un movimento europeo unificato che renderebbe la lotta più forte? (E questo vale per ogni altra rivendicazione).
Ecco, alla Cernobbio di Sbilanciamoci a Como ogni relatore ha parlato di cose di questo genere e questo è stato l’interesse vero del convegno. Ma proprio per questo vorrei che a livello di ogni Comune, ma anche di ogni quartiere, si costruissero collettivi di persone – studenti così come pensionati – che si attivino assieme per affrontarli
Pasquale Tridico, economista, ex presidente dell’Inps e attuale capodelegazione del Movimento 5 Stelle al parlamento europeo, sta seguendo le mobilitazioni delle piazze francesi contro il governo Macron-Barnier. «Ho visto le legittime proteste dei cittadini francesi contro questa scelta del presidente – dice – È una scelta che considero uno schiaffo alla democrazia, un colpo all’affermazione elettorale del Nuovo fronte popolare».
Pensa che si stia ignorando il successo delle sinistre alle elezioni?
Si sta facendo finta che quel voto non ci si sia stato e si sta seguendo un approccio sbagliato, che a mio giudizio avrà delle conseguenze enormi sulla democrazia e sulle scelte conseguenti. Ciò dimostra anche che si fa di tutto per andare avanti nel perseguire politiche neoliberiste da parte del centro o della destra populista, come si appresta a fare Le Pen e come sta facendo il governo di Giorgia Meloni in Italia. Anche Meloni, infatti, si conferma in perfetta continuità con le politiche di questi ultimi decenni, il che dimostra che possono essere portate avanti da una destra in salsa populista ma comunque neoliberista.
Ci sta dicendo che il sovranismo non è altro che una variante del neoliberismo?
Esattamente. Il sovranismo è un’articolazione del neoliberismo. Vi aggiungono tinte di folclore, ma non possono perseguire politiche che rappresentino un’inversione di tendenza, come in Francia sarebbe stata la cancellazione della riforma pensionistica che chiedono le sinistre. Oppure, dopo la crisi finanziaria, bisognerebbe attaccare la povertà con l’istituzione di un reddito minimo di base. Queste sono politiche alternative, invece in Francia si persegue agenda fiscale degli ultimi anni, come ha confermato il patto di stabilità. Ma i francesi chiedono scelte di rottura rispetto a quell’approccio.
Insomma, pare proprio che gli eventi d’Oltralpe parlino anche all’Italia.
Vedo l’analogia con la nostra «agenda Draghi» che ha sostanzialmente anticipato le politiche del governo successivo di Meloni. La stessa cosa oggi avviene in Francia tra Macron e Le Pen. Ciò ha un impatto nel nostro paese, si cominciano a veder similitudini molto forti. C’è una persona che ha vinto le elezioni ma dai palazzi viene proposta ancora l’«agenda Macron», questa volta con il supporto di Le Pen.
Che fare, dunque? Come vede la situazione dall’Europa e dal dibattito nel gruppo The Left cui il Movimento 5 Stelle ha aderito?
Se non costruiamo Europa sociale le estreme destre cresceranno ancora. Lo faranno solleticando la pancia degli elettori ma restando in continuità con le politiche precedenti. Anche dal punto di vista della guerra. Voglio ricordare a questo proposito l’indicazione che viene da Macron per il commissario Thierry Breton con la delega alla difesa: punta molto su esercito comune, soltanto che non lo fa per cercare di coordinare i diversi apparati difensivi nazionali. Lo fa perché punta a costruire una sovrastruttura e per aumentare le spese militari.
Tutto ciò cosa suggerisce a chi in Italia sta provando a costruire l’alternativa alla destra?
Già la vittoria del Nuovo fronte popolare aveva dato indicazioni chiare all’Italia. Come dimostra quanto sta avvenendo nelle coalizioni in diversi comuni e regioni abbiamo la consapevolezza che per sconfiggere le destre serve una alleanza progressista che rimanga ancorata ai suoi valori. Perché bisogna anche dire che abbiamo avuto una sinistra che ha perseguito politiche neoliberali, di cui mi sono occupato sia da accademico che da presidente dell’Inps. Anche cercando di porvi rimedio
Oggi Cernobbio, ieri Jackson Hole, domani Davos. Un tempo questi informali incontri al vertice del potere internazionale riuscivano a mantenere i toni glamour tipici delle leggiadre passerelle, delle armoniche serate di gala. Tra una foto in posa e un dinner ufficiale c’era anche da concordare qualche rilevante decisione politica, beninteso. Ma il tutto avveniva in piena serenità, dietro le quinte, lontani dal fastidioso vocìo dei parlamenti.
E sempre in un clima di sintonica allegrezza. Oseremmo dire, di amore capitalistico tra potenti.
Insomma, mostrare il bel volto di un potere unito, solo invidiabile e mai attaccabile: questa era un tempo la funzione dei cosiddetti incontri informali al vertice.
Da qualche anno, tuttavia, lo scenario è profondamente mutato. I sorrisi si fanno tesi, le strette di mano appaiono insicure. La vecchia dolcezza del bel mondo in posa appare sempre più inquinata da dissidi, controversie, nuove lotte materiali tra i potenti. Che pure cambiano postura e passo: sui delicatissimi prati delle ville ospitanti oggi è il tempo dei talloni di ferro.
Accade anche a Cernobbio, che inaugura il suo celebre forum dando la ribalta a Zelenskyj e a Orbán, due esemplari perfetti della nuova, feroce epoca di lotte al vertice. Gli ospiti del meeting si vedono costretti, più o meno esplicitamente, ad allinearsi alle fazioni che questi due nuovi “mostri” di diplomazia oggi rappresentano. Da un lato ci sono gli atlantisti a oltranza, capitalisti convinti che dalla guerra si può ancora guadagnare. Dall’altro lato troviamo gli imprenditori putinisti, o più prosaicamente i proprietari che vogliono farla finita con una guerra che non li aiuta a macinare profitti.
A ben vedere, però, Zelenskyj e Orbán non rappresentano le incarnazioni più nitide della lotta al vertice di questi mesi. In realtà, esiste una linea di faglia più profonda, che disegna uno scontro ancor più decisivo tra poteri internazionali. In questo conflitto capitale troviamo per un verso i sostenitori di una “normalizzazione” delle politiche economiche, al fine di rilanciare i tassi d’interesse e le rendite finanziarie dei creditori. Sono i nostalgici del periodo glorioso che precede la grande recessione internazionale del 2008. Era l’epoca in cui i tassi d’interesse medi al netto dell’inflazione ancora veleggiavano al di sopra del tre percento. Grazie a quelle cifre, in gran parte del globo, i capitalisti finanziari mangiavano quote enormi di prodotto interno lordo. Se tornare a quella fase vorrà dire scatenare nuove crisi del debito e nuova disoccupazione, poco importa. L’essenziale è che i creditori tornino a respirare e a godersela. Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, è la maschera perfetta di questi normalizzatori.
Dall’altro versante della grande contesa ci sono gli apologeti di un nuovo keynesismo protezionista e militare, seguaci della guerra e dell’inflazione come fattori di rinnovamento del profitto capitalista. Sono gli esponenti della nuova coscienza infelice del capitale, ormai rassegnati all’idea che nel declinante ovest del mondo sia difficile tirar su i guadagni dal lato delle rendite finanziarie e che si debba pertanto agire da un altro lato. La tesi di questi è che il tempo in cui si poteva guadagnare concedendo prestiti e girandosi i pollici è finito. Siamo ormai in piena fase imperialista, in cui la competizione tra capitali scivola inesorabilmente nello scontro militare. Bisogna quindi chiudere le frontiere dei commerci e spostare risorse pubbliche verso l’investimento nelle tecnologie belliche. E se l’effetto finale è inflazionistico e i tassi d’interesse netti tornano a scendere, ben venga. I capitalisti che fanno i prezzi avranno solo da guadagnarci. Basterà stringere ancor più il guinzaglio attorno alle rivendicazioni salariali. Il capitano ideale di questa truppa di potenti visionari è Mario Draghi.
Tra questi grandi ospiti dei vari vertici informali esiste una precisa gerarchia strutturale. Per intenderci, la contesa tra Nagheliani e Draghiani, se così si può dire, è quella che sta tirando realmente i fili della politica internazionale. Comparativamente parlando, Orban, Zelenskyj e gli altri ospiti di Cernobbio sono soltanto marionette in scena
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Ultimo spettacolo. Il «sistema politico mediatico» che vuole abbattere il governo ha sbagliato mira. Complottava, insieme alle toghe ultraviolette, per colpire Arianna Meloni ma, nonostante gli sforzi della first sister per restare al centro del plot, ha invece affondato Gennaro Sangiuliano
Il «sistema politico mediatico» che vuole abbattere il governo ha sbagliato mira. Complottava, insieme alle toghe ultraviolette, per colpire Arianna Meloni ma, nonostante gli sforzi della first sister per restare al centro del plot, ha invece affondato Gennaro Sangiuliano.
«Stiamo facendo la storia», ha detto l’altro giorno la premier ai Fratelli raccolti intorno alla loro leader, avvertendoli: «Non sono ammessi errori». Peccato – avrebbe potuto aggiungere – se questa grande epopea per ora è un po’ così, zoppicante, anzi fa acqua da tutte le parti, ma come si dice? Dagli errori proviamo a imparare… Niente di nuovo sotto la fiamma, invece. Il solito vittimismo, condito da un tocco di berlusconismo d’antan: a rovinare un eccellente lavoro al ministero della Cultura sono stati l’odio e il gossip.
La feroce sinistra però non ha nemmeno avuto il tempo di accorgersi di avere tanto potere, manifesto o occulto che sia. La ripartenza del governo dopo le vacanze di Giorgia Meloni è stata così precipitosamente rovinosa a causa degli errori inanellati dalla stessa premier -preoccupata di dare il via a uno di quei rimpasti che sai come comincia ma non come finisce – che gli animatori del famoso «sistema politico mediatico» ostile non hanno dovuto fare molto altro che prendere i pop-corn, come Maria Rosaria Boccia suggeriva su Instragram, e assistere a uno spettacolo pieno di colpi di scena.
Cade lo scudo di Meloni. Il ministro esce di scena
La premier che va in tv dal sussiegoso conduttore Mediaset per annunciare le meraviglie della ripresa autunnale e butta lì giusto una frasetta per chiudere il caso Sangiuliano che sta
Leggi tutto: Prendete i popcorn, il governo si autoaffonda - di Micaela Bongi
Commenta (0 Commenti)Al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si attribuiscono, come è noto, eccelse doti di statista, di grande negoziatore e diplomatico, di fine oratore, politico navigato e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, fin dagli inizi della cosiddetta rivoluzione giudiziaria che il suo governo ha voluto attuare, l’immagine del premier ha subito danni e provocato critiche violente, dentro Israele e fuori.
Con il 7 ottobre, il risveglio alla realtà è stato incredibilmente traumatico e inaspettato per la maggior parte degli israeliani. E’ stato quasi logico accusare in primo luogo Netanyahu. Al tempo stesso, davanti alle immagini dei cittadini assassinati, delle case incendiate, distrutte, saccheggiate, di uomini armati che liberamente e senza freni percorrevano il sud del paese, ci si chiedeva: d’accordo, il premier è lui, ma dov’era il famoso, intelligente, morale, invincibile esercito? In effetti, lo scorso aprile il capo dei famosi e ultramoderni servizi di intelligence dell’esercito ha ammesso le proprie responsabilità rassegnando le dimissioni. Dopo meno di 24 ore dall’attacco, ecco la risposta di Israele. Altrettanto barbara: niente trattative (come consigliavano invece, e invano, alcuni sprovveduti), solo vendetta; orgogliosa vendetta. Una lezione esemplare, ripetevano tanti. Ed ecco qua: è già stato versato il sangue di 40 mila palestinesi, mentre si continua a percorrere il sentiero dell’orrore. Chi mai legge Frantz Fanon di questi tempi? Siamo convinti che la violenza sia molto educativa.
Il sentimento dominante è il dolore o l’odio?
Dopo gli accordi di Oslo del 1993, anche fra i militanti di Hamas ci fu chi evocò la possibilità di negoziare la prospettiva dei due Stati. Niente da fare: Netanyahu fu più pratico, arrivando ad accordi segreti che consentirono al Qatar e ad altri donatori di far entrare a Gaza grandi somme di denaro, non solo per tamponare la difficile situazione economica, ma anche per aiutare Hamas a consolidarsi anche militarmente. Inoltre, in tempi recenti è risultato chiaro che gran parte delle armi dell’arsenale di Gaza sono state fabbricate nella Striscia stessa utilizzando anche le munizioni inesplose e le armi rubate alle basi militari.
La maggior parte dei cittadini ha compreso che, dei 120 prigionieri tuttora nelle mani di Hamas, quasi la metà potrebbe essere ormai morta. Il premier non ha mai mostrato grande attenzione ed emozione per le vittime e le loro famiglie in lutto, attirandosi critiche crescenti. Le operazioni che in precedenza hanno condotto l’esercito israeliano a liberare alcuni dei prigionieri hanno consentito a Netanyahu di presentarsi come un salvatore. Emblematico il caso di una donna ostaggio riuscita a tornare presso la madre pochi giorni prima che quest’ultima morisse. Insieme a suo padre, che per l’emozione sembrava sciogliersi davanti al grande leader, è stata portata al Congresso statunitense, il grande palcoscenico che Netanyahu è riuscito ad assicurarsi. Presenti fra gli altri un soldato israeliano di colore autore di atti eroici nella guerra, e naturalmente la moglie del grande leader, sorridente insieme all’ex ostaggio e al padre di quest’ultima.
Quando, malgrado la sempre più intensa mobilitazione delle famiglie degli ostaggi, Netanyahu ha annunciato il carattere sacro del controllo israeliano del corridoio Filadelfia, la risposta di Hamas non è stata molto umanitaria: sei ostaggi uccisi, tre dei quali erano nella lista dei candidati al rilascio in caso di accordo. Allora la rabbia popolare è diventata indicibile. Inutilmente Netanyahu ha detto: «Non li ho uccisi io, li ha uccisi Yahya Sinwar, li ha uccisi Hamas».
La collera contro il governo è diventata così palpabile e diffusa che il premier è tornato alla sua collaudata tecnica, annunciando un discorso alla nazione. Grande attesa, anche se lo svolgimento era già noto, comprese la grande mappa della regione e la bacchetta da insegnante. Il punto principale è stato chiaro: il carattere sacro del controllo del corridoio Filadelfia e del valico di Rafah. Ma i non credenti e gli ignoranti – a causa della loro appartenenza di sinistra o di altre patologie – devono essersi sentiti un po’ confortati quando alcuni dei più seri commentatori di diverse reti televisive hanno sottolineato errori e menzogne nella presentazione a cura del premier. La rabbia popolare è esplosa perché il messaggio è stato molto semplice: nessuno spazio per le trattative.
Ah no? Tornato dai negoziati in Qatar, il direttore del Mossad ha riferito che il premier era pronto a lasciare il corridoio Filadelfia. Ma nella notte Netanyahu in persona ci ha detto che è impossibile abbandonare quel luogo sacro. Nel frattempo i brutali attivisti del partito Likud attaccano i parenti degli ostaggi e dichiarano con orgoglio nazionale che sarebbe meglio che venissero uccisi.
Forse possiamo aiutare un po’ Donald Trump impedendo uno scambio di prigionieri che aiuterebbe Joe Biden? Ma il pericolo di una guerra civile?