Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Antropocene L’alluvione ha colpito la Romagna e parte dell’Emilia in maniera inaspettata, ma non è che la conferma di alcuni dati di fatto che da tempo conosciamo. Il primo è che […]

Cambiare priorità per abitare la crisi climatica

 

L’alluvione ha colpito la Romagna e parte dell’Emilia in maniera inaspettata, ma non è che la conferma di alcuni dati di fatto che da tempo conosciamo. Il primo è che gli eventi naturali estremi sono destinati a ripetersi e non sono più eccezionali. La crisi ecologica non è qualcosa che si verifica per poi passare, come altri eventi storici.

È piuttosto la condizione della nostra vita. Se è certamente vero che una riduzione delle emissioni, la trasformazione delle modalità di produzione e riproduzione delle ricchezze e in generale la trasformazione dei nostri sistemi sociali può prevenire l’aggravarsi ulteriore degli effetti della crisi ecologica, è anche vero che tutta una serie di fenomeni continueranno a verificarsi per molti decenni.

La seconda realtà di cui prendere coscienza è che il capitalismo non è cieco davanti alla crisi ecologica, per quanto sia in atto uno scontro violento tra le classi dirigenti globali relativamente alle modalità di gestione di tale crisi. Semplicemente, a questo stadio del suo sviluppo, è costretto sempre più frequentemente a scegliere tra l’accumulazione infinita di ricchezza privata e la salvaguardia dei territori. Il capitale, come è noto, sceglie istintivamente la prima. Oggi, in Occidente, è quasi interamente assente ogni meccanismo di correzione di tale istinto.

Nel caso del susseguirsi di alluvioni in Romagna è evidente come l’unico modo per rendere questo territorio di nuovo abitabile sia il ripensamento e la ricostruzione complessiva delle infrastrutture natural-artificiali che lo attraversano. Questo richiederebbe tuttavia una quantità immensa di risorse, che dovrebbero essere sottratte a chi la ricchezza la possiede davvero. Non è un caso che mentre la Romagna iniziava a tremare aspettando i colpi dell’alluvione, il presidente di Confidustria definiva il Green New Deal, di fronte a una raggiante Giorgia Meloni, un «regalo ai nostri competitor».

D’altra parte, i fatti delle ultime ore rendono evidente che è la stessa forma stato che non riesce o non ha i mezzi per intervenire. Non si tratta solo delle risorse finanziare, ma propriamente delle strutture. La pulizia dei fiumi, ad esempio, è in gran parte appaltata a privati su cui il controllo è spesso labile. Lo scontro, grottesco, tra il ministro Musumeci e la regione Emilia-Romagna rende evidente questa inadeguatezza perché si fonda esclusivamente sulla quantità di soldi versati, lasciando completamente da parte la capacità delle strutture di realizzare con quei soldi degli interventi che trasformino concretamente i territori.

Dunque, anche porre la questione della crisi ecologica solo sulla base della dicotomia Stato/mercato ignora questo fatto fondamentale.
Il terzo dato di fatto con cui fare i conti e che deriva direttamente dai primi due è che solo una trasformazione delle strutture, dei codici e delle priorità attorno a cui organizziamo le nostre società può renderle capaci di abitare la crisi climatica. Se in altre parole non vi è alcuna possibilità di abbandonare quello che alcuni chiamano Antropocene, e se ancora il massimo che può fare il modo di produzione capitalistico per introiettare la crisi ecologica sono i carbon market (il mezzo finanziario di acquistare possibilità di inquinare oltre i limiti), allora non resta che accettare, da un punto di vista generale, che solo la fine di questo modo di produzione della ricchezza può rendere i nostri sistemi sociali adeguati al loro ambiente.

La distanza tra questi sistemi e questo ambiente è oggi larghissima ed evidentemente ingestibile. Si tratta di comprendere al più presto che non è un danno per il pianeta, o per la Natura, che vi sia questa distanza, ma solo per i sistemi sociali – e per noi che ne siamo membri. La ripetitività di tali eventi è evidentemente un’occasione, estrema, per imporre questa trasformazione

Commenta (0 Commenti)

La presidente dell’Emilia-Romagna: “I fondi stanziati dal commissario sono stati tutti impegnati, gli interventi urgenti sui fiumi tutti realizzati o in corso. Servono opere strutturali, eccezionali”

https://www.ilrestodelcarlino.it/emilia-romagna/politica/priolo-alluvione-casse-espansione-e6kkop47

 

Bologna, 19 settembre 2024 –  "Stiamo assistendo a uno sciacallaggio. Tutto quello che potevamo fare in quest'anno e mezzo l'abbiamo fatto. Qualcuno piuttosto dovrebbero chiedersi se fosse necessario fare qualcosa di più. Ma dico basta alle polemiche, è un anno e mezzo che si va avanti così, servirebbe collaborazione".

È una Irene Priolo battagliera quella che stamattina ha risposto alle polemiche politiche delle ultime ore, dopo il diluvio lungo 48 ore che sta mettendo in ginocchio alcune zone della Romagna.

Irene Priolo, la presidente facente funzione della Regione Emilia-Romagna
Irene Priolo, la presidente facente funzione della Regione Emilia-Romagna

I fondi e gli interventi sui fiumi

Nel merito: "i fondi stanziati dal commissario sono stati tutti impegnati e quelli ancora da liquidare sono relativi a cantieri in corso o completati, per i quali si stanno realizzando i collaudi. Complessivamente, subito dopo l’emergenza i lavori di ripristino del territorio hanno visto 402 interventi immediati: 130 già completati, 158 quelli in corso e 114 in progettazione.

Il tutto per un investimento totale di circa 343 milioni di euro, tra somme urgenze, urgenze e programmazione di fondi regionali.

Gli interventi urgenti sui fiumi, in particolare, sono tutti realizzati o in corso: sono 152 per oltre 137 milioni. Inoltre, si contano altri 298 interventi (di cui 148 già conclusi) di difesa idraulica per 267,5 milioni e per quanto riguarda i collegamenti viari, gli interventi sono in tutto 3.369, per oltre 790 milioni”.

“Piani speciali per nuove casse d’espansione”

Il parallelismo è con la tremenda alluvione del maggio 2023 è sempre presente, e Priolo alle domande dei giornalisti ha puntualizzato. "I Comuni sono stati lasciati soli, non hanno più personale per far fronte alle emergenze - ha sottolineato la presidente facente funzione della Regione -. Anche su questo bisognerebbe interrogarsi. Noi come cantieri e manutenzione stiamo facendo tutto il possibile, lo sciacallaggio non può essere ammesso. Noi abbiamo bisogno in questo momento di mettere in campo la strategia dei piani speciali per fare nuove casse di espansione, come ho detto al commissario Figliuolo che se ne occupa. La struttura commissariale ha attivato delle società in house che però non sono ancora al lavoro, devono ancora aprire i cantieri. I territori stanno dando il sangue, se si fa delle polemica la si fa direttamente con la struttura commissariale. Non bastano le risorse per far fronte alle emergenze, i cittadini alluvionati non possono ancora usufruire del credito d'imposta".

"Occorrono interventi strutturali”

Ricordo "che tutti gli interventi programmati sin qui dal Commissario e realizzati da Regione, Enti locali e consorzi avevano l'obiettivo di ripristinare le infrastrutture esistenti: argini, canali, strade, ecc. Ma per reggere eventi di questa portata, come ci hanno indicato tutti gli esperti incaricati, occorrono interventi strutturali di più ampio respiro. Sono quelli individuati dal piano della ricostruzione che abbiamo concordato col Commissario e che attendiamo con impazienza che sia approvato. Per realizzarlo serviranno molti miliardi di euro e ci aspettiamo che stavolta il Governo non rispedisca al mittente queste richieste sacrosante, avendole peraltro quantificate anche alla Commissione europea. In questi giorni si sta approntando la legge di bilancio e ci aspetto che il Governo sia conseguente e gli stessi che oggi attaccano siano poi coerenti nel loro voto in Parlamento".

Filo diretto con Musumeci

Priolo ha anche sentito il ministro Musumeci. "L'ho sentito per parlare dell'emergenza, proverò anche al ministro a dire che qui servono opere strutturali, eccezionali. Ma, in primis, deve dirlo Figliuolo alla presidenza del Consiglio dei ministri".

I comportamenti sbagliati dei cittadini

La presidente ha anche avvertito gli emiliano-romagnoli sui comportamenti sbagliati ("Non andate a fare i video sugli argini, è pericoloso, state a casa") e ha dato aggiornamenti sulla situazione dei territori, in continua evoluzione, un altro briefing istituzionale ci sarà nella tarda mattinata e altri seguiranno nel pomeriggio, quando Priolo risentirà Musumeci.

Le situazioni critiche e i fiumi esondati

"Le situazioni più critiche le abbiamo avute per i fiumi Lamone e Senio, ma siamo lontani dall'impatto degli eventi del maggio 2023 - ha detto la presidente -. Il Lamone sta avendo una tracimazione e a causa del Senio si stanno allagando le campagne, ma stiamo intervenendo da ieri. Le criticità non interessano i centri abitati al momento, e questa è una delle differenze principali rispetto all'anno scorso. Quanto a Bologna, stanotte abbiamo seguito l'evolversi a Botteghino di Zocca con i problemi legati al torrente Zena, ma tutto è sotto controllo ora, per l'Idice invece siamo intervenuti sul torrente Quaderna su cui sta lavorando la ditta incaricata. Leggera tracimazione sotto controllo del Sillaro, nessuna criticità dai canali e dal Ravone. Sull'Appennino bolognesi qualche ruscellamento, come a Monzuno e a Monterenzio. E, soprattutto, non abbiamo avuto chiamate da parte del 118, una cosa molto importante".

Frane e allerta rossa

La chiusura. "La mia preoccupazione principale sono le frane, stiamo monitorando costantemente. Abbiamo diverse persone evacuate, dove abbiamo avuto allagamenti faremo in modo di tornare alla normalità il prima possibile. Le piogge sono in diminuzione, l'allerta rossa sarà confermata oggi e domani per i bacini sopra la soglia 3. Quanto allo stato d'emergenza, è già stata dichiarata in Romagna e siamo in contatto con Musumeci per reiterarla dal punto di vista amministrativo, attendiamo il da farsi e il Capo dipartimento della protezione civile dovrebbe arrivare sul territorio"

Commenta (0 Commenti)

L'ammazzapersone Un atto di terrorismo

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, foto di Amir Cohen /Ap

Questa è una danza macabra. Per Netanyahu è tutto chiaro, un po’ meno forse per i suoi alleati e i suoi nemici: finché c’è guerra e scorre il sangue lui resta al potere, anche con il sostegno americano e occidentale.

Non deve sbagliare i passi e i tempi. Capiremo nelle prossime ore – a partire del discorso di oggi del capo di Hezbollah Nasrallah – se la strage con i cercapersone, e ieri anche con i walkie talkie, in Libano e Siria è stata condotta con il lucido e criminale raziocinio che di solito guida le sue mosse. Il premier israeliano non vuole nessuna tregua a Gaza e nella regione, dove i palestinesi ricordano l’anniversario del massacro di civili di Sabra e Shatila a Beirut del 18 settembre 1982. In questa estate di sangue Netanyahu ha sempre respinto il piano di Biden presentato il 31 maggio scorso. E anche se lo accettasse, con Hamas disposto a concordare la presenza militare israeliana per un certo periodo di tempo, troverebbe sicuramente il modo di farlo saltare con una provocazione, in ogni momento.

Ma Gaza non basta e ha bisogno di una guerra più ampia ai confini con il Libano e forse anche con l’Iran per restare in sella almeno fino all’insediamento, l’anno prossimo, del nuovo presidente americano e oltre. In realtà ha pronta la giustificazione: il rientro di oltre 60mila sfollati israeliani dall’Alta Galilea – quando mai torneranno dopo quest’ultimo spettacolo di sangue in Libano? Così come la presenza degli ostaggi a Gaza per lui non sono una ragione per salvarli con un negoziato ma la motivazione per continuare la guerra. Al premier israeliano non interessa salvare la vita di nessuno ma soltanto muovere anche gli israeliani come pedine del suo potere.

Una guerra ampia in Libano e contro l’asse sciita formato con Teheran, la Siria, le milizie irachene e gli Houthi yemeniti costringerebbe gli Usa e l’Occidente a schierarsi con lui. Certo Netanyahu ha fatto di tutto per avere un conflitto allargato. L’assassinio da parte di Israele di un importante capo militare di Hezbollah, Fuad Shukr, a Beirut, quello a Teheran di Ismail Haniyeh, il capo negoziatore di Hamas, hanno segnato la violazione di tutte le “linee rosse”.

Ma che hanno fatto gli Stati uniti per evitare di essere trascinati in un conflitto in pieno anno elettorale? Sul tavolo è rimasto un piano Biden in cui credono ormai in pochi. Ma soprattutto gli Usa hanno continuato a consegnare al governo israeliano miliardi di dollari di armi e di aiuti. Invece di frenare Netanyahu lo hanno incoraggiato.

La danza macabra di Netanyahu non è soltanto un tragico passo a due, tra il premier e il cosiddetto “asse della resistenza”. Coinvolge con vari interessi tutti gli stati della regione. Un Paese della Nato come la Turchia che ospita gli uffici di Hamas. E altri alleati dell’Occidente, comprese quelle monarchie arabe che Washington vuole arruolare tutte nel Patto di Abramo (voluto da Trump e proseguito da Biden), in primo luogo l’Arabia saudita, custode dei luoghi sacri dell’Islam: una sconfitta della coalizione sciita sarebbe il via libera anche per l’adesione di Riad.

Ma l’”asse della resistenza” vuole davvero un conflitto regionale? Finora i segnali che sono venuti da Beirut e Teheran hanno indicato il contrario. Gli Hezbollah, in un Libano diviso e avviluppato nella crisi economica, propendono per continuare una guerra di logoramento ai confini con Israele, i vertici iraniani sanno che un conflitto allargato potrebbe costituire una minaccia alla stessa sopravvivenza del sistema degli ayatollah e della repubblica islamica. Ma c’è un problema, come ha osservato il giornalista israeliano Nahum Barnea su Yedioth Ahronot: «L’obiettivo principale di Netanyahu è trascinare il governo americano in una guerra contro l’Iran come sta cercando di fare dal 2010. È la missione della sua vita quella che può garantirgli un posto nella storia e la vittoria totale».

Per il momento possiamo osservare che dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, il premier israeliano un posto nella storia se lo è guadagnato come il responsabile di una delle guerre più sanguinose di questo inizio secolo. Secondo Haaretz il bilancio delle vittime a Gaza, oltre 45 mila per ora, ha condotto all’eliminazione di oltre il 2% della popolazione in meno di un anno. Per fare un confronto, la guerra di Siria (2011-2024) ha causato 400mila morti, pari al 2% dei suoi abitanti. Quanto agli americani che attaccarono l’Iraq il 20 marzo del 2003, quella guerra, secondo uno studio della Brown University che calcola la durata fino al 2020, ha causato tra 550mila e 584mila morti, circa il 5% della popolazione irachena. Come iniziò quel conflitto dovrebbero ricordarlo tutti. Con un gesto teatrale all’Onu, quando il segretario di stato Usa mostrò una fiala in cui era contenuta una polvere bianca: era la prova che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa che non furono mai trovate.

Tutto cominciò, dunque, con una menzogna. Ora dobbiamo soltanto aspettare con quale menzogna Netanyahu, gli americani e pure noi europei, accetteremo e giustificheremo di dare il via all’ultima danza macabra del Medio Oriente

Commenta (0 Commenti)

Grafico

Su Facebook il meteorologo romagnolo, professionista AMPRO, Pier Luigi Randi, ha dato una spiegazione scientifica del fenomeno che sta investendo in modo drammatico la Romagna.

“… siamo in presenza di un sistema mare-atmosfera “dopato”. Il doping è in quel grafico che evidenzia, nel cerchio rosso, le mostruose anomalie di temperatura superficiale dell’acqua dell’alto Adriatico nel periodo luglio-settembre (fino alla prima decade) 2024. Se ricordate in più di una circostanza si è arrivati a 30°C. Quel calore accumulato in eccesso viene rilasciato, “consumato” e dissipato molto lentamente (l’acqua è pigra) e viene messo “a disposizione” per la parte più bassa dell’atmosfera. Cosa comporta? Stringendo proprio all’osso per non comporre un poema e per facilitare la comprensione:

1) Fornisce una maggiore quantità di vapore acqueo all’atmosfera;

2) Aumenta l’instabilità e il sollevamento atmosferico (più l’aria è calda e umida e più rapidamente si solleva, oltre a contenere più vapore; insomma è più instabile);

3) Rilascia più energia sotto forma di calore latente, rafforzando i sistemi perturbati e/o precipitanti;

4) Favorisce la formazione di rovesci e temporali più intensi sotto il profilo dei ratei di precipitazione.

Ecco che quando arriva un sistema perturbato, nemmeno così intenso come in questi giorni, il “doping” agisce. Peraltro, lo stesso effetto è in buona parte all’origine della catastrofe sui paesi danubiani (nel centro est Europa nei giorni scorsi, ndr): prima una profonda depressione si forma sul Mare Mediterraneo come risposta a un’intensa irruzione fredda dal Mare del Nord e si carica di energia sopra un mare bollente; poi essa si muove verso nord-est in zone dove fino a 24 ore prima c’erano 7/8°C in più della norma con temperature da piena estate, e in più, con la sua circolazione, va a richiamare altra aria calda e umida proveniente da un Mar Nero anch’esso rovente. Ed ecco servito il disastro, amplificato da questo squilibrio. Quindi il “che bello, oggi al mare l’acqua era caldissima e si stava da re” prima o poi presenta il conto.”

 

Commenta (0 Commenti)

Ue Intervista a Terry Reintke, co-capogruppo al parlamento europeo. «Ecr non fa parte della maggioranza, in Consiglio Roma si è astenuta. Non si capisce perché l’Italia ha ottenuto un ruolo così prestigioso. L’audizione di Fitto non sarà semplice»

Terry Reintke - Ansa Terry Reintke – Ansa

La tedesca Terry Reintke, è leader dei Verdi europei, qual è il suo giudizio complessivo?
In positivo, accogliamo con favore l’impegno da parte della presidente per il Green deal nella nuova commissione. È quello di cui abbiamo bisogno se vogliamo contrastare gli effetti mortali del cambiamento climatico. L’integrazione del Green Deal attraverso tutto il collegio dei commissari conferisce alla lotta contro il cambiamento climatico l’importanza che richiede. Però ora bisognerà vedere quando verrà messo in pratica.

Quindi lei pensa che con questa Commissione ci sia ancora un futuro per la transizione ecologica?
Bisogna studiare del dettaglio le lettere d’incarico inviate dalla presidente von der Leyen ai singoli commissari. Va detto però che le linee guida del nuovo esecutivo, sulla base delle quali abbiamo lottato come parte della maggioranza, sono chiare: c’è la volontà che il Green deal vada avanti. La proposta di oggi è in continuità con quelle linee guida.

Non trova che si stia mettendo in evidenza l’efficienza, a svantaggio della sostenibilità ambientale?
In effetti c’è un grande pericolo in agguato, ed è quello di opporre la competizione – di cui oggi parlano tutti – alla lotta al cambiamento climatico. Se si facesse così, sarebbe un arretramento per il Green deal, mentre competitività e lotta al cambiamento climatico sono semplicemente due facce della stessa medaglia.

Passando ai punti critici, cosa preoccupa i Verdi?
È bene che ci sia un commissario dedicato per lo stato di diritto, la giustizia e la democrazia, ed è urgente data la situazione in Ungheria e in altri paesi. Tuttavia, nei prossimi cinque anni dobbiamo vedere un’azione coraggiosa e coordinata da parte della Commissione sullo Stato di diritto. Non possiamo continuare a lasciare che l’Ue venga maltrattata da coloro che cercano di minare i valori su cui è costruita la nostra Unione.

Siete stati i primi a opporvi al ruolo di vicepresidenza esecutiva per Raffaele Fitto. Ma sembra proprio von der Leyen non vi abbia ascoltato.
Il fatto che un candidato proveniente da un governo di estrema destra venga nominato in una posizione di guida non smette di costituire una grande preoccupazione per il nostro gruppo. I conservatori europei di Ecr non hanno votato in Parlamento a favore della presidente della Commissione e il governo italiano si è astenuto in Consiglio. Quindi non si capisce perché ora l’Italia viene ricompensata con una posizione così di rilievo.

Qual è il rischio politico di questa scelta?
La nomina di Raffaele Fitto potrebbe creare un pericoloso spostamento verso l’estrema destra in Commissione Ue e mettere in pericolo la maggioranza filodemocratica del Parlamento europeo che ha votato per Ursula von der Leyen a luglio.

Sta dicendo che quando ci saranno le audizioni non farete sconti?
Tutti i commissari designati andranno incontro all’esame delle commissioni parlamentari. Come Greens prenderemo il nostro compito di eurodeputati decisamente sul serio. Sul nome e sul ruolo di Raffaele Fitto posso dirle una cosa: per lui non sarà certo una passeggiata

 

Commenta (0 Commenti)

Guerra Tarquinio verso il no alla risoluzione di Strasburgo. Picierno: basta cianfrusaglie pacifiste. La linea rossa della segretaria: no alle armi in terra russa. Ma la gran parte dei socialisti dice sì. Anche Forza Italia isolata nel Ppe che vuole autorizzare Kiev a colpire obiettivi anche non militari

Ucraina, Pd diviso in Europa. Il difficile equilibrio di Schlein L'eurodeputato Pd Marco Tarquinio – Ansa

Non ci sono solo le divisioni nel campo largo sull’Ucraina. Ogni volta che si vota sulle armi a Kiev, a Roma o a Strasburgo, nel Pd nasce uno psicodramma. Figlio anche di una ambiguità di fondo di Schlein tra il sì al sostegno militare a Zelensky e la continua evocazione di uno sforzo diplomatico dell’Europa.

CHE NON SI VEDE. Anzi. In vista del voto sulla nuovo risoluzione previsto per giovedì, all’eurocamera ormai c’è una larga maggioranza (compresa la gran parte dei socialisti) a favore dell’utilizzo delle armi occidentali in territorio russo. Nella mozione votata a luglio ci si fermò a «obiettivi militari» in Russia, stavolta la definizione si potrebbe addirittura allargare. Togliendo ancora un altro paletto all’esercito di Kiev.

L’unica magra consolazione per i dem è che il clima bellico che si respira a Strasburgo complica la vita anche a due dei partiti di maggioranza, Fdi e Fi. Gli azzurri, in particolare, sono alle prese con la forte distanza tra la linea ufficiale del Ppe (che spinge per allargare l’uso delle armi occidentali in Russia anche a obiettivi non militari) e la posizione di Tajani, che ripete ogni giorno che l’Italia non intende entrare in guerra con Mosca. Due mesi fa Fdi si astenne sulle armi in Russia, stavolta potrebbe fare il bis: anche per Meloni questo è un nodo decisamente problematico, vista l’opinione dei suoi elettori.

NON C’È DUBBIO PERÒ che il Pd sia, tra i partiti italiani, quello più diviso: da una parte i pacifisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada, che a luglio si astennero sulla risoluzione finale, e votarono no all’utilizzo delle armi in territorio russo insieme al grosso del gruppo dem; dall’altra Pina Picierno, che a luglio si astenne (con Elisabetta Gualmini) per non dire no alla possibilità di colpire la Russia e ora potrebbe votare addirittura a favore.

L’ha anticipato con una lettera a Repubblica in cui ha definito «un errore» la posizione del governo italiano e del Pd, e ha detto che certi «distinguo» sono l’antipasto di una «resa soft» a Putin, citando infine Altiero Spinelli che negli anni Ottanta aveva coniato l’espressione «cianfrusaglie pacifiste» in una polemica contro la Fgci. «La negazione del permesso di usare le armi italiane su territorio russo rappresenta un messaggio di distensione al criminale di guerra Putin», il pensiero della vicepresidente dell’europarlamento. Che precisa: «La mia è la posizione del gruppo socialista».

VERO, E INFATTI ORA IL CERINO è nella mani di Schlein. Che non può permettersi un cambio di linea sull’Ucraina, ma non intende certo scavalcare il governo a destra sul fronte bellicista. E dunque ha suggerito ai suoi parlamentari di attestarsi sulla linea di luglio: «Sostegno a Kiev ma no all’utilizzo di armi italiane in Russia». «Non siamo in guerra con Mosca», ribadisce il fedelissimo Sandro Ruotolo, eurodeputato. «Questa per noi è una linea rossa da non oltrepassare», gli fa eco Alessandra Moretti.

Mentre Tarquinio spera che la risoluzione finale (frutto di un negoziato tra i gruppi principali) contenga almeno qualche riferimento a un negoziato di pace, ed è pronto anche a bocciare il testo (come lui anche Cecilia Strada) se dovesse passare la richiesta di un utilizzo indiscriminato delle armi contro la Russia. Il resto del gruppo dem, volente o nolente, voterà il documento finale perché non farlo significherebbe un cambio di linea sulla guerra che Schlein non può e non vuole imporre, nonostante l’opinione della maggioranza degli elettori (solo il 44% è a favore delle armi a Kiev secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti, ma solo il 23% dei votanti dem è favorevole all’aumento delle spese militari, il dato più basso tra tutti i partiti). Quanto a Picierno, la sua mossa ultrabellicista viene interpretata dentro la maggioranza che sostiene Schlein come un atto ostile: «Da Guerini a Gentiloni c’è un tam tam sulle armi che punta a indebolire la segretaria».

SUL FRONTE COMMISSIONE UE, i dem tirano un sospiro di sollievo per il downgrade a cui von der Leyen dovrebbe sottoporre il commissario italiano Raffaele Fitto: non avrà più la delega all’Economia, quella più pesante (che era stata ipotizzata), ma quella alla Coesione. Il Pd annuncia un interrogatorio molto duro sulla fedeltà europeista di Fitto quando, dopo metà ottobre, i commissari saranno esaminati a Bruxelles. Il capodelegazione Pd Nicola Zingaretti ricorda che, nel 2019, «dopo la nomina di Gentiloni a commissario (voluta dal governo Conte 2, ndr) Meloni organizzò una manifestazione di protesta davanti alla Camera». E si domanda: «Chi sono gli anti-italiani?»

 

Commenta (0 Commenti)