Forum disuguaglianze diversità Le conseguenze del Piano favorirebbero una maggiore concentrazione del potere economico e politico, acuirebbero le tendenze già in atto verso la de-democratizzazione, aumenterebbero le disuguaglianze
Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges scrisse che «gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore; b) imbalsamati; c) addomesticati; d) maialini da latte; e) sirene; f) favolosi; g) cani in libertà; h) inclusi nella presente classificazione» e così via enumerando, fino all’ultima categoria: «n) che da lontano sembrano mosche».
Nel suo libro su Le parole e le cose, del 1966, il filosofo francese Michel Foucault dichiarava di essersi ispirato per il proprio lavoro a questo testo di Borges, al senso di comico disorientamento che esso aveva provocato in lui.
Simile è lo stupore che colpisce nel tentare di classificare le reazioni al rapporto The Future of European Competitiveness, noto come «Piano Draghi». Le reazioni si dividono in: a) entusiaste perché l’ha scritto Draghi; b) denigratorie perché l’ha scritto Draghi; c) che si fermano al titolo; d) che non leggono il titolo; e) incluse nella presente classificazione; f) che si leggono in montagna; g) che da lontano sembrano moltitudini.
Per fortuna, c’è ancora chi prende sul serio il ruolo della critica informata, bilanciando e soppesando con acribia interpretativa le proposte che – come quelle contenute nel rapporto in questione – vanno prese sul serio. Tifosi e critici per default, infatti, hanno in comune il terribile difetto di non prendere sul serio le proposte che adorano o che detestano. Tutto è scaraventato nel regno del pre-testo, senza accollarsi il rischio di entrare nel testo che si ha dinnanzi, quindi senza mettersi a repentaglio rischiando anzitutto la propria identità e le proprie convinzioni. Il ruolo dei partiti e dei mondi a essi collegati, quando c’erano, era anche questo.
Per fortuna, dicevamo, c’è chi questo ruolo le ricopre ancora. È il caso del Forum Diseguaglianze e Diversità che al Rapporto Draghi dedica un’analisi minuta e approfondita. Il messaggio del Forum è chiaro e diretto. Per valutare il rapporto occorre non fermarsi al «grande distrattore» ivi contenuto – gli 800 miliardi di euro annui di spesa – che ha catturato anche i critici: «Si torna a spendere», «si è rotto un tabù», «è finita la sacralità dell’austerity» è stato infatti sostenuto.
Anzitutto il Piano mostra un enorme problema di metodo, dal momento in larga parte è stato assunto come un dato dalla macchina istituzionale, politica e amministrativa della Commissione, senza di fatto un confronto in Parlamento Europeo o in altre istituzioni dell’Unione. Assenza di confronto istituzionale, questa, che si accompagna a una strategia precisa, visibile solo studiando il documento. Non, dunque, solo una somma tecnocratica di «azioni senza istituzioni», non una lista della spesa scritta da un tecnocrate, ma un menù politico con ricettario annesso per una cena a inviti molto selettivi.
Il piano guarda agli Usa come modello, qui risiede il primo e forse maggiore problema sostanziale rilevato dall’analisi del Forum. La scelta è di individuare negli Usa lo standard di riferimento, senza però coglierne la fragilità economica e sociale e – soprattutto – con una grande disattenzione ai valori fondamentali e ai punti di forza dell’Unione europea. Il paradosso del Piano Draghi è questo: un disegno per l’Europa dove… l’Europa è assente, tanto nelle sue dimensioni istituzionali che in quelle civili e culturali. In secondo luogo, il Piano è costruito su una insostenibile e davvero fuori dal tempo ipotesi di neutralità tecnologica che lascia al solo mercato la scelta delle tecnologie e del loro impiego. Posizione accompagnata dalla mancata analisi di cosa conviene di più all’Europa nell’attuale e instabile scenario geo-politico e da un ruolo ancillare – se non residuale – della dimensione sociale.
Questi limiti condizionano i rimedi messi in fila dal Piano, sostiene il Forum, che molto onestamente, riconosce anche la validità di specifiche idee in singoli settori. Il tutto, però, all’interno di una strategia che se attuata farebbe male all’Europa.
Le conseguenze del Piano favorirebbero una maggiore concentrazione del potere economico e politico, acuirebbero le tendenze già in atto verso la de-democratizzazione, aumenterebbero le disuguaglianze, aggraverebbero la distanza dell’Unione dalle aspirazioni e idee della società e delle persone, relegherebbero la Ue nei rapporti internazionali ad una posizione rigidamente predeterminata, nonostante un quadro globale che richiederebbe un rapporto con alcuni dei grandi assenti del Piano: il Sud Globale e l’Africa.
Una postura cieca alla frattura fra ambiente, economia e società che la policrisi in corso ci ha consegnato. Come se vivessimo ancora nel decennio ’80-‘90. Un Piano, quindi, che viene da un tempo sospeso, con lo sguardo rivolto al passato e che vede il futuro solo attraverso le lente deformante del modello degli Usa. Un Piano che dimentica la differenza specifica europea, forse perché – senza poterlo dire – nell’Europa non crede più.
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Paolo Bonora, docente dell'Alma Mater: «Bisogna cambiare visione e concetto di sviluppo»
Rendere «porosa» la città, ridare spazio alle acque in pianura, tornare alla manutenzione garantita un tempo in montagna dall’agricoltura e cambiare visione di sviluppo. Sono «questioni enormi» quelle da affrontare secondo Paola Bonora, già docente di Geografia all’Alma Mater. «È meglio spendere denaro in prevenzione piuttosto che in danni — sottolinea —. Noi italiani, invece, ci siamo specializzati nel piangere per i giorni in cui dura il fango, poi appena tolto, ce ne dimentichiamo. Siamo in ritardo, ma diamoci da fare».
Bologna si è risvegliata fragile?
«Questa città è stata costruita su una conoide di deiezione, un accumulo di detriti che dall’era geologica hanno depositato fiumi e torrenti. È una città che poggia su un suolo intriso d’acqua. Il fatto che sia poroso, però, ci offre anche assist positivi: possiamo riaprire degli spazi di assorbimento delle acque in eccesso, togliendo cemento. È ovvio che il cemento essendo impermeabile fa sì che le acque non riescano ad essere assorbite e quindi spandono, corrono. Non è sufficiente sbarrare, perché la forza delle acque da qualche parte esplode».
Come è accaduto con il Ravone?
«Non bastano condotti larghi per condizionare il suo andamento, perché quando arriva una quantità di pioggia così enorme, alla quale siamo destinati, abbiamo purtroppo visto cosa accade. In generale, in città dobbiamo trovare soluzioni differenti, che non siano di sbarramento, ma di apertura per ri-liberare le acque. Molte città americane e del nord Europa si stanno riorganizzando per aprire spazi in cui le acque possano infilarsi».
La riapertura del canale in via Riva Reno va in questa direzione?
«Si. Mi piace l’idea e in più sono persuasa che la riapertura del canale abbia provocato meno danni. Si potrebbero immaginare diversi interventi: Piazza Maggiore invece che tutta selciata, facciamola d’erba; i parcheggi non di cemento e asfalto ma con materiali che lascino assorbire l’acqua, le strade pedonali realizziamo in erba. Anche in pianura bisogna ridare spazio alle acque».
Come?
«La pianura emiliano-romagnola è di origine alluvionale, dai Romani in poi il territorio è stato bonificato, ma era un acquitrino. Con questo aumento spaventoso della piovosità e senza i metodi del passato, è chiaro che ritorni a essere acquitrino, è fatale. Determinanti sono i fossi. Un tempo l’agricoltura era caratterizzata da scolmatori di fossi per fare defluire le acque. Lo stesso in montagna quando era coltivata».
La pianura padana è molto industrializzata. Secondo il presidente di Confindustria Emilia, Valter Caiumi, «gli imprenditori qui sono già molto sensibili ai temi del clima».
«Forse oggi lo sono di più, ma fino a pochi giorni fa continuavano a chiedere allentamenti ai vincoli. E in Emilia ne abbiamo pochi, perché la legge del 2017 contro il consumo del suolo, in realtà, ha messo vincoli molto laschi».
Il modello di sviluppo ha delle responsabilità?
«Continuiamo a seguire un modello nato con l’industrializzazione e l’urbanizzazione, con modalità degli anni ’50-’60. Bisogna cambiare completamente visione. La territorialità va ripensata, bisogna andare nella direzione di riutilizzare i vecchi edifici; va bene anche demolire e ricostruire, se non è possibile riconfigurare l’esistente, ma occupando la stessa quantità di suolo. Abbiamo a disposizione una quantità enorme di tetti, se ci impegnassimo a ricoprire le città di pannelli fotovoltaici, faremmo l’interesse di noi tutti»
Intervista al climatologo Stefano Materia sulle cause e sugli effetti degli eventi estremi come le ultime alluvioni che hanno colpito il bolognese: "Si è costruito troppo dove si sarebbe potuto evitare. Noi scienziati sempre troppo inascoltati"
Come (e se) si sarebbero potuti evitare gli effetti così devastanti delle alluvioni che hanno colpito l'Emilia-Romagna negli ultimi anni? Cosa si sarebbe potuto fare per prevenirli? Non abbiamo la palla di vetro né una lista dei se e dei ma, ma la voce degli studiosi che si occupano ogni giorni proprio di questi temi è uno spunto importante di riflessione. Stefano Materia, climatologo al Barcelona Supercomputing Center ed esperto di previsioni climatiche di eventi estremi. Uno scienziato oggi expat che non ha mai smesso di interessarsi alle problematiche della sua città intervenendo spesso per dare delle chiavi di lettura ad alcuni fenomeni particolarmente intensi e dalle forti ripercussioni sulla società, raccogliendo e stimolando sempre delle riflessioni che esulano dalle scelte politiche.
In questi giorni ci stiamo interrogando (nuovamente) sugli eventi meteo estremi che sempre più spesso stanno martoriando il nostro territorio. Quali le cause?
"Qui ci sono due elementi che, fondamentalmente, non possono essere disaccoppiati. Uno è il cambiamento climatico, che è la materia sulla quale sono sicuramente più ferrato lavorandoci praticamente da vent'anni: e in questo ambito stiamo assistendo a eventi estremi (su scala locale e quindi anche su Bologna) che sono causati da un aumento di temperatura (che è su scala globale). Questo aumento di temperatura ha un effetto su tutti i parametri dell'atmosfera e una delle conseguenze più eclatanti è proprio quella di essere responsabile di piogge, molto più intense e che avvengono in tempi molto più corti. Questo avviene per diverse cause, ma una delle cause fondamentali è che i mari si stanno scaldando enormemente, di conseguenza la quantità di calore (energia) che viene messa a disposizione dell'atmosfera è nettamente superiore. E questa energia in qualche modo deve essere scaricata. E la maniera in cui viene scaricata è attraverso precipitazioni molto intense e che in questi casi, quando tutte le condizioni diventano favorevoli, avviene in brevissimi lassi di tempo e in zone molto circoscritte. E questo è il primo lato.
Il Ravone è stato tombato e sul quel canale si sono costruite strade e case. Quando all'interno di questo 'tubo' l'acqua non ci sta più a causa dei grossi volumi e dell'intensità della pioggia, da qualche parte dovrà pur uscire
Si rincorrono analisi e considerazioni, ma anche polemiche e interrogativi sulle scelte politiche fatte nel tempo, spesso lasciando inascoltati appelli che arrivano dal mondo della scienza e che dovrebbe essere oltre le parti. Quali sono le questioni primarie?
"C'è un aspetto che riguarda tutta la gestione del territorio passata, ma anche presente. Negli anni e si è costruito moltissimo in tutta Italia e si è costruito in un sacco di posti dove non si sarebbe dovuto costruire, lasciando inascoltati i pareri di molti esperti, visto che già negli anni Sessanta i geologi lanciavano l'allarme. Cosa è successo? Che abbiamo un territorio molto più impermeabilizzato di quello che era anche solo 60-70 anni fa. E territorio impermeabilizzato significa che l'acqua può scorrere molto più velocemente, invece di infiltrarsi ed essere drenata dal terreno, e di conseguenza si riversa tutta in una volta nei fiumi, a quel punto fuori controllo. Dunque abbiamo questi due effetti: un effetto doping dovuto all'aumento della temperatura e un effetto scivolo, che è quello che deriva dalla cementificazione. L'altro giorno è esondato il Ravone. E il Ravone è un fiume che è stato tombato e sul quale si sono costruite strade e case. Il suo corso è stato quasi totalmente coperto e a un certo punto, quando all'interno di questo 'tubo' l'acqua non ci sta più a causa dei grossi volumi e dell'intensità della pioggia, ecco che da qualche parte dovrà uscire".
(fonte Copernicus)
Tanta acqua in poco tempo. Questo semplificando è il punto. Quali le proporzioni del fenomeno che abbiamo subito in questi giorni?
"I dati del 19 del 20 ottobre 2024, leggendo i numeri (record) di Arpae, ci dicono che sono venuti giù 160 litri di pioggia a metro quadro su un'area di circa 100 km quadrati. Significa 16 miliardi di litri d'acqua in 12 ore e se consideriamo che questa quantità è quella che si conta normalmente nei due mesi interi di ottobre e novembre, ecco che capiamo perché l'evento sia diventato ingestibile e abbia causato quello che abbiamo sotto agli occhi".
(fonte Arpae)
Se i soldi si spendono per fare passanti di mezzo, autostrade e ponti sullo stretto, poi i soldi non ci sono per mitigare gli effetti degli eventi estremi sempre più frequenti".
Vive e lavora all'estero e dunque ha uno sguardo più internazionale sulle questioni ambientali e sui disastri causati dal maltempo (non dimentichiamoci che ci sono delle vittime): quale il passo del nostro Paese e quale l'approccio del resto d'Europa o del mondo?
"In questo momento vivo in Spagna, in una città dove oggettivamente negli ultimi 10 anni si è fatto moltissimo dal punto di vista della de-sigillazione del suolo e anche dal punto di vista della comunicazione visto che Barcellona è una città oggi molto sensibile a questi temi. Qui ci sono le colline e sono colline molto vicine al mare ed è una città estremamente cementificata. Nel recente passato si sono verificate tremende alluvioni e pesantissime ondate di calore, e si è cercato di adattarsi a queste situazioni sempre più frequenti, desigillando grandi porzioni di suolo e creando rifugi climatici. Io lo vedo come un elemento positivo, ma c'è stato anche chi abitando a Barcellona non ha apprezzato pedonalizzazioni e aree verdi che andavano a sostituire dei parcheggi auto e ci sono state anche delle proteste. Eppure è necessario creare aree per far drenare le precipitazioni o creare zone verdi che diano sollievo durante le terrificanti ondate di calore delle recenti estati. La città che avevo conosciuto vent'anni fa era molto diversa e devo dire che oggi la trovo molto avanti da questi punti di vista. Madrid, Siviglia, Valencia stanno facendo lo stesso e sono tante le trasformazioni in corso.
La cosa interessante è che alcune delle soluzioni per le ondate di calore e per le alluvioni sono le stesse: preservare e creare zone verdi desigillando il suolo permette il deflusso dell'acqua e mitiga l'effetto delle ondate di calore. La verità è che a Barcellona si è investito e si sta investendo moltissimo sull'adattamento ai cambiamenti climatici. In Italia il dibattito pubblico è fermo alle priorità del XX secolo. Se i soldi si spendono per fare passanti di mezzo, autostrade e ponti sullo stretto, poi i soldi non ci sono per mitigare gli effetti degli eventi estremi sempre più frequenti".
Scoprire il canale di Reno è stata una scelta giusta anche perché uno specchio d'acqua in una zona centrale è un ottimo rimedio contro le ondate di calore
Dalla Spagna torniamo a Bologna. Tante se ne sono dette su via Riva di Reno e sulla scoperchiatura del canale. Cosa è vero e cosa no? Cosa e meglio e cosa è peggio? Perché?
"Premesso che non c'è una verità, possiamo dire che in questo momento il canale è scoperto e che è successo quello che è successo. Se fosse stato coperto cosa sarebbe accaduto? Io ho dato una chiave di lettura di quello che a mio parere sarebbe potuto succedere: il ragionamento è che l'acqua è un liquido e che i liquidi non possono essere compressi. Nel momento in cui si fa pressione su un volume di acqua, quella trova un'altra via d'uscita. Se tutta quella pioggia si fosse accumulata dentro un canale chiuso probabilmente, la pressione l'avrebbe spinta a uscire spaccando l'asfalto. Qualcuno ha obiettato però che forse invece l'acqua avrebbe preso molta velocità e sarebbe uscita unicamente seguendo il canale. Sì, è vero anche questo: ma la realtà è che con un flusso così violento non c'è certezza di cosa sarebbe potuto succedere.
A mio parere scoprire il canale è stata una scelta giusta anche perché comunque uno specchio d'acqua in una zona centrale è un ottimo rimedio contro le ondate di calore: in estate questo specchio d'acqua permetterà un rinfrescamento dell'area circostante di diversi gradi. È ovvio però che servano opere d'ingegneria che tengano in considerazione la nuova configurazione, perché il centro di Bologna non può diventare la cassa di espansione del canale ogni volta che piove così tanto".
Commenta (0 Commenti)L'intervista L’attivista curdo-iraniana è uscita dal penitenziario di Crotone, resta in attesa dell’assoluzione. Udienza definitiva il 27 novembre
Maysoon Majidi in aula durante l’udienza presso il Tribunale di Crotone – Ansa
Una sentenza anticipata. L’hanno scritta i giudici di Crotone, martedì scorso. Nell’ordinanza di scarcerazione della filmmaker e attivista curda Maysoon Majidi sono contenuti i presupposti di quanto potrà accadere il prossimo 27 novembre, quando si svolgerà l’ultima udienza del processo in cui la ragazza è accusata di essere la “scafista” dell’imbarcazione con la quale lei e altre decine di migranti disperati sbarcarono il 31 dicembre 2023 sulle coste calabresi.
Per il momento, Maysoon è libera, ma non ancora giudicata innocente. «I testimoni sentiti all’odierna udienza – scrivono i giudici del tribunale di Crotone – hanno in gran parte ridimensionato il quadro accusatorio, lasciando emergere come la Majidi, piuttosto che aver svolto un ruolo chiave nell’agevolare la condotta del capitano in ordine al reato di immigrazione clandestina, era invece una mera migrante a bordo dell’imbarcazione». Concludono pertanto che risulta attendibile «l’ipotesi formulata dalla difesa».
Molto soddisfatto è l’avvocato Giancarlo Liberati, difensore di Maysoon: «I giudici hanno ravvisato la convergenza delle testimonianze con la nostra verità – spiega il legale reggino – e così sono giunti alla conclusione che non esistono gravi indizi. Ne consegue che la mia assistita non può essere punibile per il reato che le viene contestato. Siamo fiduciosi. Riteniamo che l’ultimo esame rafforzerà le conclusioni cui è giunta tale ordinanza. Poi – conclude Liberati – chiederemo un risarcimento per ingiusta detenzione. Questa ragazza ha sofferto troppo. Invocheremo l’intervento del presidente della Repubblica Mattarella e delle autorità europee. Maysoon ha diritto a essere cittadina di questo Stato e dell’intera Ue».
La più convinta e felice è proprio Maysoon. Dopo essere passata dal carcere di Reggio Calabria per prelevare i suoi effetti personali, è stata ospite a casa del suo legale. Appena uscita dal parrucchiere, risponde alle nostre domande.
Qual è stato il momento più difficile?
Dopo aver affrontato un viaggio terribile, pensavo che i pericoli fossero finiti. Invece mi sono ritrovata in una situazione ancora più difficile. Questo ha provocato in me un grave turbamento psicologico. Mi chiedevo perché, cosa avessi fatto di male. Non riuscivo a darmi risposte. Ho vissuto giornate tremende.
Ha intenzione di restare in Italia quando tutta questa storia sarà finita?
Ho fiducia nella giustizia. Di sicuro resterò fino a sentenza definitiva. Non sono venuta qui solo per trovare una vita migliore, ma prima di tutto volevo e voglio una condizione di sicurezza, perché sono fuggita dalle persecuzioni. Di me hanno detto di tutto, persino che prima di partire facevo la bella vita, ma questo è assurdo. Ho sempre lottato per i diritti degli altri e così, proprio per le mie idee, ho pagato un prezzo altissimo: sono stati annullati i miei diritti. È chiaro che mi preme tanto ricongiungermi a mio fratello Rayan che sta in Germania. Ha solo 24 anni. Sono una mamma per lui. Lo farò quando le autorità italiane me lo concederanno.
È una militante politica. Che effetto le ha fatto ricevere la solidarietà di tanti attivisti?
Mi ha aiutato a resistere sapere che fuori c’erano ragazze e ragazzi della mia età (28 anni), ma anche persone più anziane, disposte a battersi per me. E sono stata felice di ricevere il loro abbraccio quando mi hanno liberata. Come se fossero miei familiari. Credo molto nel valore dell’amicizia.
Quale ricordo le resterà del carcere?
All’interno ho trovato persone di ogni tipo. Sono stata un po’ meno male a Reggio Calabria, sia nel rapporto con gli operatori che con le altre detenute.
Chi si sente di ringraziare per la liberazione?
Impossibile menzionare tutti e tutte. Ne ricordo qualcuno, ma appena sarà possibile vorrò abbracciare anche gli altri e le altre. I primi nomi che mi vengono in mente sono quelli del dottore Ferdinando Laghi, Mimmo Lucano, Laura Boldrini, Marco Grimaldi, Anna Laura Orrico, Gulala Salih, il comitato Free Maysoon.
È curda, nata in Iran. Cosa pensa dei conflitti che stanno esplodendo in Medioriente?
Il nostro popolo, quello curdo, vive una condizione di oppressione permanente. Siamo divisi in terre disseminate ai quattro punti cardinali, ma quasi nessun mezzo di comunicazione parla di noi. Eppure abbiamo combattuto l’Isis sul campo di battaglia. In queste settimane Erdogan ha ordinato il taglio degli alberi di ulivo nelle terre abitate dai curdi e il loro trasferimento in Turchia. Vogliono ridurci alla fame, dopo averci massacrato. Le guerre che si combattono in Medioriente a volte finiscono per dirottare l’attenzione da altri conflitti.
Cosa pensa della caccia allo “scafista”?
Non capisco il significato di questa parola. C’è una differenza enorme tra chi porta una barca per disperazione e chi traffica esseri umani. È assurdo che si confondano questi due ruoli.
Conosce il caso di Marjan Jamali, anche lei arrestata con la stessa accusa. Quale messaggio si sente di lanciare?
Sì, ho saputo della sua storia e conosco altri casi simili. Le dico: coraggio! Alla fine la giustizia trionferà e sarai libera. Lunedi andrò al suo processo.
In quale modo pensa di proseguire l’attività politica e artistica in Europa?
Continuerò a scrivere e a disegnare. Mi piacerebbe raccontare le storie delle persone che ho incontrato in questi mesi, oltre alla mia. E poi voglio riprendere a lavorare nel cinema. Sento il dovere di documentare la condizione di migliaia di altri rifugiati.
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Opinioni Si tenta di smantellare in Europa una conquista di civiltà, vissuta come limite alla sovranità nazionale e data in pasto alle frustrazioni popolari. Ma le migrazioni non si arrestano
L’arrivo dei migranti a bordo della Libra nel porto di Shengjin – Ap
Le politiche migratorie, o più propriamente le politiche di difesa dall’immigrazione, applicate con maggiore o minore durezza da tutti i paesi europei non sono che una crudele messa in scena. Crudele perché provocano innumerevoli morti e sofferenze, messa in scena perché impraticabili, inadeguate, economicamente insostenibili, o del tutto inefficaci.
In questo gioco di finzioni e di velenosa propaganda un posto d’onore spetta senza dubbio all’invenzione del “paese sicuro”. La nuova fattispecie fu istituita, senza alcuna attenzione per le realtà politiche e sociali di fatto, al solo scopo di poter respingere, simulando di tener conto delle regole umanitarie, la massa dei migranti in fuga da condizioni economiche e ambientali o da condizioni di oppressione sempre meno sostenibili. Puntava a riconoscere un diritto di accoglienza e protezione solo a chi si trovasse in pericolo di vita o avesse subito violenza per ragioni politiche o culturali in un paese ufficialmente riconosciuto per la sistematica negazione dei diritti umani.
Si trattava, insomma, di una classificazione di comodo, del tutto arbitraria e di carattere astrattamente generale che avrebbe permesso di avvicinarsi per tappe, procedure accelerate e trattenimenti, a quei respingimenti di massa, o almeno a ciclo continuo, che il diritto dell’Unione esplicitamente vieta.
Ma l’inconsistenza e la strumentalità di questa patente di sicurezza si è rivelata ben presto fonte di innumerevoli controversie. Quasi sempre le minoranze di ogni genere e i dissidenti politici ne restano fuori, per non parlare dell’oppressione e delle gravissime discriminazioni subite dalle donne in diversi “paesi sicuri”.
Due esempi minori ma chiari che riguardano la Germania: quando Berlino decise di includere la Moldavia e la Georgia nella lista dei paesi sicuri, molte voci di protesta si levarono, anche all’interno della maggioranza di governo, perché nel primo paese i Rom erano oggetto di gravi discriminazioni e, nel secondo, gli orientamenti sessuali costituivano motivo di persecuzione. Più vergognosa ancora la protezione revocata agli esuli curdi in Svezia e Finlandia, fino a quel momento considerati perseguitati politici, in cambio della rimozione del veto turco all’ingresso dei due paesi nella Nato. Quando la politica decide, decide in modo infame.
Gli accordi stipulati dall’Unione europea con la Turchia (sovvenzionando i terrificanti Lager aperti in quel paese) cui si chiedeva dietro lauti compensi di fermare e in qualche modo integrare temporaneamente il flusso migratorio siriano hanno funzionato in realtà come una gigantesca macchina di reclusione, respingimento e “remigrazione” forzata, tanto per usare il termine caro ai neonazisti austriaci e tedeschi. Quanto all’Italia, può vantare il sostegno ai trafficanti tagliagole della cosiddetta guardia costiera libica e il corteggiamento del dittatore tunisino che manda i migranti a morire nel deserto.
La sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso 4 di ottobre, nello stabilire i requisiti richiesti a un paese per essere considerato “sicuro”, (per tutti e in ogni sua parte) smonta nei fatti questo sporco gioco di finzioni e di omissioni: forse solo qualche paese, da cui quasi nessuno penserebbe di fuggire, finirebbe col superare l’esame.
È insomma la fattispecie stessa di “paese sicuro” a finire travolta da un principio seriamente inteso di giustizia sovranazionale. La minaccia di persecuzione e dunque il diritto di fuga (che è ridicolo voler ricondurre a un percorso di espatrio legale) è una questione che attiene alle condizioni di pericolo che incombono su ogni singolo e su ogni particolare figura sociale e che non possono essere subordinati a nessuna categoria astrattamente generale e, men che meno, alla provenienza geografica. Le migrazioni sono un fenomeno di massa, un movimento collettivo, ma irriducibile a qualunque forma di omogeneità, una moltitudine di singole storie e di personali aspirazioni di libertà.
Un guardasigilli, campione di improntitudine e di arrampicata sugli specchi, pretende che per derogare dalla regola del paese sicuro, e dunque idoneo al rimpatrio, il magistrato debba argomentare nel dettaglio i rischi di violenza e persecuzione cui ogni singolo richiedente asilo sarebbe esposto nel paese di provenienza. Ma le procedure accelerate e trasportate in un altrove recluso, opaco e irraggiungibile come i Lager fuori dai confini sono appositamente studiate proprio per impedire questo esame e automatizzare quindi la macchina del respingimento.
È in atto, in tutta Europa, lo smantellamento progressivo di una delle più importanti conquiste di civiltà: il diritto di asilo. Vissuto come un limite alla sovranità nazionale e dato in pasto alle frustrazioni popolari da una demagogia senza scrupoli. Ma quello delle migrazioni è un fenomeno talmente imponente e articolato che nessuna messa in scena, per quanto crudele e rumorosa, sarà in grado di arginarlo. Figuriamoci gli isterici decreti legge del governo di Rom
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Europa/Italia Il diritto dell’Unione europea, infatti, prevale sul diritto interno. Lo dice chiaramente la dichiarazione n. 17 allegata al Trattato di Lisbona, ma lo ha più volte detto anche la Corte costituzionale e finanche il legislatore italiano
I ritratti della premier sulle pareti della Trattoria Meloni a Shengjin, in Albania – Giansandro Merli /il manifesto
Dal dialogo tra corti coltivato e raggiunto nel corso degli anni e applicato con i decreti del Tribunale di Roma del 18 ottobre, che hanno correttamente attuato la nozione di Paese sicuro chiarita dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, al possibile scontro tra diritto dell’Unione europea e norme interne.
L’approvazione, durante il Consiglio dei ministri del 21 ottobre, del decreto-legge sui Paesi sicuri, nell’intenzione del governo, dovrebbe assicurare la piena realizzazione del Protocollo Italia-Albania e permettere, in sostanza, che i migranti che rientrano nell’ambito di applicazione del Protocollo e che sono trasportati in Albania, se provenienti da un Paese sicuro elencato nel decreto legge, siano destinatari della procedura accelerata con un rimpatrio rapido nei propri Paesi classificati dall’Italia come sicuri.
In pratica, il governo ritiene che il semplice passaggio di quest’elenco di Paesi sicuri (da 22 a 19) dal decreto ministeriale (quello del 7 maggio 2024) a una fonte legislativa come un decreto-legge sia la bacchetta magica per permettere il funzionamento del Protocollo fortemente voluto dal governo in quanto strumento per «difendere i confini» dai migranti (che pure, nella prima applicazione del Protocollo, erano solo 12). In realtà, si tratta di un’illusione e di un errore giuridico perché l’elenco dei Paesi sicuri non è affatto blindato rispetto agli «attacchi» del diritto Ue per il solo fatto di essere contenuto in una fonte legislativa.
Il diritto dell’Unione europea, infatti, prevale sul diritto interno. Lo dice chiaramente la dichiarazione n. 17 allegata al Trattato di Lisbona, ma lo ha più volte detto anche la Corte costituzionale e finanche il legislatore italiano. In pratica, il primato del diritto dell’Unione impone al giudice nazionale, nel caso in cui ravvisi un contrasto tra una norma interna, ovunque contenuta, rispetto a una norma Ue di disapplicare il diritto interno e dare attuazione al diritto dell’Unione. A dirlo, come detto, non sono solo le fonti europee e la Corte di Lussemburgo che sin dagli anni Settanta ha stabilito che deve essere garantita la piena efficacia delle norme Ue, «disapplicando all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale».
Ma c’è anche un fondamento nella Costituzione italiana, ossia, come chiarito dalla Consulta, l’articolo 11 della Costituzione. Ad ulteriore chiarimento poi, l’articolo 117 della Costituzione stabilisce che la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Se, quindi, l’obiettivo del decreto-legge è quello di affermare una sorta di superiorità rispetto alle regole Ue e alle sentenze della Corte di giustizia è evidente che il risultato non sarà raggiunto.
Pertanto, il decreto-legge in corso di approvazione non servirà a disinnescare gli effetti della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea depositata il 4 ottobre (Causa C-406/22). In quella sentenza, resa a seguito del rinvio pregiudiziale dei giudici della Repubblica ceca, Lussemburgo ha chiarito la corretta interpretazione della direttiva 2013/32/UE sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, stabilendo che la designazione di un Paese come Paese di origine sicuro dipende «dalla possibilità di dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni…, né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante…», in tutto il territorio di un Paese terzo.
Il regime speciale e accelerato per i migranti provenienti da Paesi sicuri è, inoltre, un’eccezione alle regole generalmente applicabili e, quindi, va respinta un’interpretazione che estenda l’ambito di applicazione di questo regime speciale. Sulla base di questa sentenza, il Tribunale di Roma, con i decreti del 18 ottobre, ha applicato le regole e disposto la prevalenza del diritto dell’Unione. Che, certo, lo “stratagemma” seguito dal governo con la migrazione dell’elenco dei Paesi sicuri dal decreto ministeriale al decreto legge, non potrà intaccare
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