Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Pesti Intervista a Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e deputato Avs

Nicola Fratoianni foto LaPresse Nicola Fratoianni – foto LaPresse

«Quando si viene battuti è sempre un’occasione perduta. Però…». Parlando del voto ligure, Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e deputato di Avs, procede all’analisi della sconfitta con una constatazione seguita da un distinguo.

Però?
Come ha detto Andrea Orlando è stata l’occasione di rimettere radici laddove erano state spiantate. Il risultato genovese sta lì a dimostrarlo: si riparte da lì, non da una debacle. Adesso occorre lavorare perché la coalizione si dia un assetto stabile.

Alleanza Verdi Sinistra si conferma in crescita.
Ecco, quando indico la necessità di consolidare l’alleanza lo faccio proprio sulla base del nostro consolidamento che ci dice che viene premiato il nostro profilo culturale e politico di chiarezza, radicalità e coraggio sui temi ma anche grande attenzione all’unità.

Riccardo Magi per +Europa chiede un tavolo stabile della coalizione e dice che spetta al Pd convocarlo.
Che serva una dimensione stabile lo diciamo da tempo. Per quel che ci riguarda lo diciamo da prima delle elezioni politiche, quando si è compiuto il suicidio che ha portato Meloni al governo. Se tocca al Pd convocarlo non lo so, l’importante è che si faccia. Abbiamo bisogno di costruire alternativa nella relazione tra di noi e nel rapporto col paese, perché venga percepita come credibile, auspicabile, desiderabile.

Emerge il dato dell’astensione. Non è bastato lo spettro della corruzione a mobilitare l’elettorato?
A destra la legalità non è mai stata un valore. Berlusconi e la sua traiettoria politica hanno separato etica e politica. È sempre accaduto almeno da lui in poi che a destra questo tema incida poco sui risultati elettorali, a differenza del nostro campo. L’astensione continua a crescere perché la gente continua a non incontrare nella politica risposte alla propria condizione. Quando non riesci a modificare la condizione materiale delle persone, molti finiscono per pensare che non votare non serva più a niente. Questo problema ci riguarda. Ha a che fare con la qualità della proposta da portare avanti. Per questo siamo stati premiati e per questo dobbiamo alzare il tiro dell’ambizione, perché serve restituire la speranza: a questo serve la politica.

Sono mancati i voti del centro? Serviva Matteo Renzi?
Sono mancati circa ottomila voti. È curioso che tutti scatenino la caccia a Conte ma che nessuno osservi che la lista di Azione prenda l’1,7%. La crisi del centro come spazio politico è un dato su cui ragionare.

Il cammino verso la costruzione della coalizione è più facile o più difficile dopo ieri sera?
Si sa, le vittorie aiutano e le sconfitte rendono tutto più complicato. Ma non bisogna fare di questo passaggio elemento di divisione. In questi mesi abbiamo lavorato assieme su salario minimo legale, autonomia, premierato, riduzione dell’orario, abbiamo posizioni convergenti sulla legge di bilancio e siamo impegnati in modo unitario su molte questioni. Ma attenzione: questo passaggio ligure non deve diventare un ostacolo alla costruzione dell’alternativa. Dobbiamo accelerare, non frenare.

Cambiano i rapporti di forza dentro il fronte progressista?
Se la nostra attenzione si rivolgesse agli equilibri coalizione o a quelli interni ai rispettivi partiti commetteremmo un grave errore. Dobbiamo parlare al paese del fatto che la legge di bilancio non dà nessuna risposta alla povertà dopo aver tagliato il reddito di cittadinanza. Così come non danno nessuna risposta ai metalmeccanici che chiedono interventi di fronte all’ignavia di Stellantis e all’immobilismo del governo sulla transizione ecologica. Dobbiamo parlare di scuola e sanità pubblica. Esistono spazi di convergenza. A questo proposito lancerei una proposta alle opposizioni: non basta il lavoro parlamentare, lavoriamo per fare una mobilitazione comune attorno alla legge di bilancio. Gli equilibri interni e il ruolo di ogni forza politica si definiranno in seguito, quando il momento lo richiederà.

Resta il tema dirimente della guerra.
Dobbiamo guardare alle vicende di casa nostra, ma non dimentichiamo di alzare lo sguardo. Il parlamento israeliano approva norme che mettono fuori legge un’agenzia delle Nazioni unite. Siamo allo spregio del diritto internazionale. Anche su questo tema della pace e del no al riarmo segnaliamo l’urgenza di una mobilitazione.

Commenta (0 Commenti)

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona

Ieri doveva essere una giornata importante per i lavori di ricostruzione post alluvioni. Era data per certa l'approvazione definitiva dei Piani speciali con il consenso di tutti i Ministeri coinvolti. Invece, fra lo sconcerto generale, il Commissario Figliuolo ha comunicato che occorre un rinvio perché mancano le coperture finanziarie da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze. (P.S ma non era sempre stato detto che "i soldi ci sono"?)

Insieme alla Regione da tempo abbiamo avanzato una proposta operativa di buon senso: che, contestualmente all'approvazione dei Piani, si desse comunque avvio ad un primo stralcio di interventi per le opere più urgenti nei diversi bacini a protezione dei territori, compreso il nostro. Occorrerebbero circa 870 milioni di euro in tre anni, una cifra importante ma ragionevole. Anche su questo però, nessuna risposta.

Ho trasmesso questa mia delusione ai comitati degli alluvionati. In un incontro svoltosi ieri sera, non ho potuto fare a meno di esprimere profonda amarezza per l'ennesima promessa mancata che provocherà un ulteriore slittamento dei tempi per i lavori più urgenti. Con i Comitati abbiamo condiviso di non poter assistere impotenti al balletto di chi non si rende conto della posta in gioco: la sicurezza e il futuro della città e dei faentini.

Abbiamo perciò deciso di attendere fino alla settimana prossima, non di più. Nel caso la situazione non si sbloccasse, faremo sentire forte la nostra voce di protesta.

Massimo Isola

https://www.facebook.com/share/5WuzshbS6iApacmU/

 

Commenta (0 Commenti)

Secondo Enrico Giovannini, Asvis, la legge Calderoli allontanerebbe ulteriormente il Paese dal raggiungimento degli obiettivi di Agenda 2030

Il 9 Rapporto di Asvis, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile è chiaro e impietoso: stiamo percorrendo la via dello sviluppo insostenibile. Su ben 5 degli obiettivi dell’Agenda Onu 2023 arretriamo e difficilmente riusciremo ad arrivare a meta, su altri lo faremo con grande difficoltà. Qualora dovesse partire davvero l’autonomia differenziata da poco divenuta legge, le cose non solo sul fronte della povertà, della salute, dell’istruzione ma anche su quello dell’energia, delle infrastrutture, della mobilità non potrebbero che peggiorare. Spiega le ragioni di questa valutazione Enrico Giovannini, direttore scientifico di Asvis: afferma che se davvero si arrivasse allo spezzettamento di ferrovie, autostrade e strade, porti e reti di energia “veramente non ci sarebbe più speranza”.

direttore scintifico Asvis

Lo scorso 17 ottobre avete presentato il rapporto annuale di AVIS, il sottotitolo recita: “l'Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile”. Ci spiega questo insostenibile?

Innanzitutto ricordiamo che la sostenibilità riguarda l’economia, la società, l’ambiente, le istituzioni così come è stato definito dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall'Onu nel 2015. Se si osserva come progredisce l'Italia rispetto ai 17 obiettivi dell'Agenda, misuriamo che su cinque: la povertà e disuguaglianze, agricoltura, donne e lavoro, energia sia per quanto riguarda la produzione che il consumo, la condizione di ecosistemi torniamo addirittura indietro. La condizione attuale è peggiore rispetto al 2010, solo per l’obiettivo dell'economia circolare registriamo miglioramenti molto consistenti e per altri settori una stabilità o dei miglioramenti molto contenuti. La strada che stiamo percorrendo è quella dello sviluppo insostenibile.

Tra le criticità che potrebbero ulteriormente influire in maniera negativa sul raggiungimento degli obiettivi indicate l'autonomia differenziata. Sono appena stati pubblicati i dati sulla povertà in Italia, assai preoccupanti. Che impatto avrebbe la legge Calderoli su diseguaglianza e povertà?

La povertà non è soltanto l'assenza di un lavoro o l'assenza di reddito: c'è la povertà energetica, la povertà alimentare, la povertà educativa. Il governo con la legge sull’autonomia differenziata prevede di poter decentrare alle regioni ben 23 materie, tra cui l’ambiente, le infrastrutture, la mobilità, l’energia; se così accadesse, come si farebbe a tenere la coerenza delle politiche che il governo stesso, nella Strategia nazionale di sviluppo sostenibile approvata l'anno scorso e poi totalmente dimenticata, dice essere una condizione necessaria per la sostenibilità? Moltiplicare 23 materie per 21 territori, le 19 regioni più le due province autonome, determinerebbe una frammentazione di interventi per cui la probabilità di arrivare a una vera sostenibilità a 360 gradi andrebbe praticamente a zero. 

Tra gli obbiettivi di Agenda 2030 c’è la riduzione della produzione e del consumo di energia, secondo il Rapporto siamo assai indietro: se venisse attuata l'autonomia differenziata cosa potrebbe succedere?

Ancora peggio di quello che sta succedendo. Sappiamo che l'energia è già una competenza trasmessa alle regioni e vediamo quanto l'Italia non riesca ad avanzare: capita spesso che ciascuna regione abbia buonissime ragioni per non fare quello che si dovrebbe fare. Ultimamente la Sardegna, ad esempio, ha definito una moratoria di sei mesi, magari corretta e legittima, per capire meglio come non trasformare il territorio solo in un mega campo eolico. Dall'altra parte se non facciamo il salto verso le rinnovabili, il prezzo dell'energia resterà sempre alto. Il governo, con il decreto sulle aree idonee, ha già delegato alle regioni il compito di scegliere dove mettere impianti fotovoltaici o parchi eolici e così non riesce a tenere il bandolo della matassa, benché questo sia anche un problema di sicurezza nazionale, come abbiamo visto con la crisi energetica a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina, quando i prezzi dell'energia sono schizzati e abbiamo dovuto fare i salti mortali per evitare di bloccare le industrie a causa della mancanza di energie.

Le reti di trasporto e di mobilità sono sempre più reti europee: anche questa competenza passerebbe alle regioni.

Sì. Lo dico da ex ministro della mobilità e delle infrastrutture: quello sulle reti è un ragionamento che non sta in piedi. Si pensi soltanto al fatto che le regioni dovrebbero decidere cosa i singoli porti devono fare in termini di specializzazione, di investimenti, o anche su ferrovie, autostrade, tutto spezzettato. Se così fosse veramente non ci sarebbe speranza, anche perché giustamente il governo, ma non solo quello italiano, chiede giustamente all'Unione europea una maggiore coerenza, per esempio tra politica industriale e politiche ambientali. Immaginiamo quale coerenza si riuscirà ad assicurare con una frammentazione di questo tipo. Per non parlare sul piano sociale, la probabilità di avere, ancor più rispetto a oggi, trattamenti diversi nella sanità, nell'educazione, nell’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti. 21 staterelli dimentichi degli interessi dell'Italia nel suo complesso, che farebbero soltanto gli interessi dei territori particolari.

Leggendo le tabelle allegate al Piano strutturale di bilancio inviate a Bruxelles, si è “scoperto” che proprio su un fronte delicatissimo come quello degli dei posti negli asili nido si è già affermata una differenza: è stato scritto nero su bianco che l'obiettivo del raggiungimento del 33% dei posti in asili nido a livello nazionale viene raggiunto, diversificando le regioni, quelle del Mezzogiorno vengono fermate al 15% di posti. Cosa significa questo dal punto di vista delle diseguaglianze?

È un approccio un po' schizofrenico, sappiamo che il periodo 0-6 anni è decisivo per lo sviluppo delle capacità cognitive relazionali dei bambini e delle bambine. Secondo i Ocse i bimbi che non frequentano neanche un anno d'asilo, a 16 anni hanno un differenziale di preparazione e di competenze significative rispetto a quelli che l'hanno frequentato: vuol dire condannare il Mezzogiorno a trasmettere da una generazione all'altra la povertà che oggi caratterizza quelle regioni. Esattamente il contrario di quello che va fatto. Nel nostro Rapporto facciamo molte proposte su come ridurre le diseguaglianze, a cominciare proprio dagli asili nido, per tutti gli obiettivi economici, sociali, ambientali e istituzionali dello sviluppo sostenibile. In più, lo sottolineiamo con forza, con la modifica della Costituzione intervenuta nel 2022 introducendo la tutela dell'ambiente, abbiamo messo nella Carta il concetto di giustizia tra le generazioni. Se non comincia dall'asilo da dove dovrebbe cominciare? 

Non solo, va ricordato che perlomeno sui gli asili nido i Lep sono stati definiti e sono norma dello Stato. Una norma che è violata in assenza dell'autonomia differenziata, figuriamoci quando quella legge sarà attuata... Professore, dedicate un intero capitolo del Rapporto a quelle che voi definite le prospettive per il futuro: come si costruisce il futuro del Paese?

Si costruisce avendo chiaro dove si vuole approdare. In questo senso l'Agenda 2030 non è, come ci ricorda sempre il presidente della Repubblica, un esercizio burocratico per sognatori. Ma, come Mattarella ha ripetuto anche recentemente in occasione dell’apertura del Festival delle Regioni, è un impegno. Perché l'alternativa a uno sviluppo sostenibile è uno sviluppo insostenibile come quello in cui siamo. Dunque è necessario prendere quegli obiettivi seriamente, prendere sul serio la recente Dichiarazione sul futuro che l'Italia ha sottoscritto all'Onu il 22 settembre e lavorare per attuarla. Con la Dichiarazione sul futuro l’Italia si impegna a valutare le nuove leggi guardando al medio termine, non soltanto al giorno dopo. Si impegna a usare la scienza, si impegna a sviluppare politiche per prepararci a un futuro purtroppo incerto e pieno di choc. Basta pensare al dibattito pubblico italiano, spesso centrato sui pandori o sugli occhiali con la telecamera, per capire la distanza siderale da quello che invece non solo dovremmo fare, ma da quello che ci siamo impegnati a fare. 

 

Commenta (0 Commenti)

Opposizioni Guardando ai numeri è una sconfitta di misura. Ma guardando al valore politico del voto in Liguria, per le opposizioni è stata una disfatta. Si votava infatti sulle macerie del centrodestra

Genova, comizio di chiusura della campagna elettorale di Andrea Orlando Genova, comizio di chiusura della campagna elettorale di Andrea Orlando

Guardando ai numeri è una sconfitta di misura. Ma guardando al valore politico del voto in Liguria, per le opposizioni è stata una disfatta. Si votava infatti sulle macerie del centrodestra. La giunta Toti è stata abbattuta da un’inchiesta giudiziaria che, con tutti i limiti che il manifesto non ha messo tra parentesi, ha fatto luce su una gestione del potere disinvolta e una corruzione strutturale. Soprattutto la crisi aperta dai giudici ha scatenato le tensioni nel centrodestra, con l’imbarazzo di gestire un presidente uscente reo confesso e i lunghi coltelli tra leghisti, forzisti e meloniani. Tensioni restituite anche dallo scrutinio, se si guarda all’astensione abissale registrata nella provincia di Imperia, feudo della destra (e di Scajola) senza la quale Bucci avrebbe vinto assai più facilmente. Ma ha vinto lo stesso, in una gara alla quale hanno deciso di partecipare in pochi: assai meno di un elettore su due è andato a votare ed è ormai una triste abitudine.

Bucci invece ha perso proprio a Genova, la città di cui è – era – sindaco e che adesso dovrà tornare al voto. Un giudizio pesante per la sua esperienza di primo cittadino ma non esattamente una sorpresa, visto che il centrosinistra in città era risultato in testa anche alle recenti europee. Elezioni, queste ultime, che in tutta la regione avevano restituito un centrosinistra più in salute del centrodestra. Il che non fa che rendere più pesante la sconfitta di ieri.

Parliamo di una sola regione e di un’elezione alla quale hanno partecipato meno di mezzo milione di elettori, dunque ogni discorso è relativo. Ma il modo in cui questa sconfitta è arrivata accende un segnale di allarme per tutta l’opposizione che vale anche a livello nazionale. Innanzitutto è evidente l’incapacità del centrosinistra di mostrarsi, se non essere, unito. La destra, che pure è percorsa da ogni genere di tensione, ci riesce. Mentre persino la composizione del centrosinistra è stata il risultato di minacce e ultimatum. Renzi è rimasto fuori perché il Pd ha accettato l’aut aut di Conte, ma anche se la vittoria è stata decisa per poche migliaia di voti non per questo si può dire che Italia viva sarebbe stata più utile che un peso. Lo prova il fatto che i centristi rimasti nello schieramento di Andrea Orlando, sostanzialmente indistinguibili da Renzi quanto a proposta politica, sono andati molto male.

Non contento della cattiva partenza, il centrosinistra ha mandato cattivi segnali anche durante la campagna elettorale. Colpa in questo caso soprattutto del Movimento 5 Stelle e del suo presidente che ha pensato bene di forzare la rottura con Grillo nei giorni decisivi per la regione (regione, peraltro, dove Grillo risiede e ha il massimo della notorietà). Ci sono molte ragioni per pensare tutto il peggio del modo in cui il fondatore del Movimento intende mantenere la presa su quella che fu la sua creatura, sia con motivazioni politiche che con motivazioni economiche. Ma certo non si può scoprire adesso che i 5 Stelle sono nati come partito proprietario e che Grillo ha l’indole del padre padrone: l’aveva anche quando decise di impiantare a palazzo Chigi lo sconosciuto Giuseppe Conte. Come già le precedenti regionali (Sardegna, Abruzzo, Basilicata e Piemonte) anche la Liguria ha dimostrato che a Conte la sfida per il governo nei territori interessa assai meno di quanto stia a cuore al Pd. Ed è dispostissimo a sacrificare le chance di vittoria alle regionali per tenere il punto in vista della competizione nazionale. Nella quale, con tutta evidenza e malgrado la serie di rovesci del Movimento, immagina ancora di potersi giocare le sue carte di aspirante leader.

Intanto le elezioni in Liguria le ha perse un candidato del Pd (film già visto, nell’ultimo anno la sola vittoria del centrosinistra nelle regioni ha arriso a una candidata 5 Stelle). Ma il partito di Schlein non è andato male: ha mantenuto sostanzialmente, malgrado la crescita dell’astensione, i voti delle europee. Percentualmente ha fatto anche meglio del giugno di quest’anno e delle politiche del 2022. In Liguria il Pd è il primo partito e ha il doppio dei voti del partito della presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia. La differenza è che intorno a Fratelli d’Italia c’è una coalizione e intorno al Pd dei compagni di strada. Basta un dato: in Liguria il partito più grande del centrodestra (appunto Fdi) è accompagnato da quattro liste oltre il 2% e ha in media il doppio dei loro voti. Mentre il partito più grande del centrosinistra (ovviamente il Pd) ha con se solo tre liste che sono riuscite a superare il 2% e in media ha raccolto 5,5 volte i loro voti.

Lo squilibrio è evidente. A una coalizione di liste più o meno comparabili a destra, corrisponde dall’altra parte una forza grande circondata da alcune forze piccole. Un albero con attorno un po’ di cespugli: l’espressione è proprio quella che non piace a Conte ma sono i numeri a suggerirla. Naturalmente non per tutti l’esito è uguale: il 6,2% con cui Alleanza verdi sinistra conferma il buon risultato delle europee è tutta altra cosa del 4,6% che segna il tracollo de i 5 Stelle.

La campana della sconfitta, quindi, di nuovo, suona soprattutto per il Pd di Schlein. Che non ha alternative al farsi carico della sua coalizione. Cominciare a costruirla sul serio, governare le più che normali differenze di linea, trovare un punto di incontro. Fare insomma politica. Senza trascinare all’infinito i problemi, fingere di non vedere gli scogli e poi decidere alla fine sulla spinta dell’ultima emozione o dell’ultimo strillo più forte. O meglio, un’alternativa in realtà c’è. Quella di continuare a perdere anche di fronte a una destra che dà pessima prova di sé. In Liguria come a Roma

 

Commenta (0 Commenti)

File:Flag of Palestine.svg

Il governo israeliano ha completamente distrutto Gaza. Israele trasmette un messaggio molto chiaro: non c’è sicurezza per nessuno in nessun luogo, né nelle
moschee, né nelle chiese, né nelle strutture dell’Onu, né negli ospedali.
Save The Children ha raccolto dati sulla salute dei bambini a Gaza dal 2022. In vari rapporti esprime preoccupazione per la condizione dei minori, esposti ad episodi
estremamente traumatici, privati di qualsiasi mezzo per affrontare la situazione. Jason Lee, direttore di Save the Children per i Territori palestinesi occupati, in
un’intervista sul sito dell’organizzazione denuncia che i bambini a Gaza “non hanno un luogo sicuro dove rifugiarsi, sono privati di qualsiasi senso di sicurezza o di
routine, in migliaia sfollati dalle loro case…

Nelle condizioni attuali, a Gaza, i bambini manifestano tutta una serie di segni e sintomi di trauma, tra cui ansia, paura, preoccupazione per la propria sicurezza e per quella dei
propri cari, incubi e ricordi inquietanti, insonnia, difficoltà a esprimere le proprie emozioni e allontanamento dai propri cari. Il trauma che dà origine a questi sintomi
è continuo, inesorabile e si aggrava giorno dopo giorno”.
L’intervista sottolinea l’urgenza del cessate il fuoco: “Più volte abbiamo avvertito che il conflitto e il blocco avrebbero richiesto un tributo troppo alto alla salute
mentale dei bambini. Deve esserci un cessate il fuoco.

Senza di esso, i bambini che non vengono uccisi vedranno completamente distrutte le loro ultime riserve di speranza e la fiducia di essere protetti”.
Mentre la Corte di Giustizia dell’Aja prosegue con il processo per genocidio a carico del governo israeliano e le organizzazioni umanitarie lanciano appelli al cessate
il fuoco, nessun governo ferma Israele. Non cessano gli approvvigionamenti di armi, non vengono richiamati ambasciatori, non viene riconosciuto lo Stato di Palestina,
come hanno fatto, uniche in Europa, Spagna, Irlanda e Norvegia. Le diplomazie attendono che la popolazione di Gaza muoia sotto i bombardamenti e anche di fame,
sete e mancanza di cure, per l’interruzione di fornitura di acqua, cibo ed energia elettrica.
Il governo israeliano non vuole nessun tipo di dialogo, passando alla pulizia etnica di un popolo intero.

Dopo il genocidio arriva la deportazione forzata per chi è sopravvissuto.
Davanti a tanto scempio, sono necessari gesti concreti, anche attraverso lo strumento del boicottaggio. Molte aziende produttrici di merci apprezzate in Europa sostengono
l’esercito israeliano: con scelte mirate da parte dei consumatori è possibile segnalare la contrarietà a quanto sta avvenendo, generando un danno economico che costringa
queste aziende a cambiare rotta. Come Puma, che ha scelto di non rinnovare il contratto di sponsorizzazione della nazionale di calcio israeliana.
Secondo la rete Bds, i marchi coinvolti direttamente o indirettamente nell’appoggio all’occupazione israeliana compongono una lunga lista, piena di prodotti che ogni
giorno finiscono nelle nostre case. Qualche esempio.

Carrefour ha aperto un franchising con aziende israelianecoinvolte nelle colonie, mentre McDonald’s, Domino’s Pizza, Pizza Hut e Papa John hanno fatto generose
donazioni all’esercito israeliano. La filiale di McDonalds ha offerto 100mila pasti all’esercito e offre uno sconto del 50% ai soldati.
Ancora, la multinazionale Usa dell’informatica Hp aiuta Israele a limitare gli spostamenti dei palestinesi con un sistema di identificazione biometrico. I cosmetici
Ahava hanno il sito di produzione in un insediamento illegale. Danone detiene il 20% dell’azienda alimentare israeliana Strauss Group, investendo nei territori occupati.
Axa investe in banche israeliane che finanziano il furto di terre e risorse naturali palestinesi. Siemens è attiva nella proliferazione di colonie israeliane in territorio
palestinese attraverso la costruzione dell’Interconnettore EuroAsia.

Non è finita: Starbucks sponsorizza raccolte di fondi per Israele, e Coca Cola sostiene Israele dal 1966.
La svizzera Nestlè possiede il 50,1% dei capitali della catena alimentare israeliana Osem. Levi Strauss jeans e Celio finanziano le nuove colonie in Palestina ma anche
le scuole degli estremisti. Nokia ha un centro di ricerca in Israele. Caterpillar con i suoi bulldozer giganti contribuisce alla demolizione delle case in Palestina. Teva,
multinazionale del farmaco, è coinvolta nell’occupazione militare. L’elenco completo è reperibile sul sito della campagna.
Ecco un modo per non sentirci impotenti di fronte al genocidio di un popolo che si sta consumando in un silenzio assordante. Un modello di lotta pacifica ed efficace.

*Giornalista italo-palestinese
**Specializzanda in Studi di Genere e Diritti Umani
all’Università di Galway

Commenta (0 Commenti)

Pino Arlacchi - Wikipedia

(Di Pino Arlacchi * – ilfattoquotidiano.it) – La misura è colma. Lo Stato di Israele
non può più stare nelle Nazioni Unite. È diventato uno Stato fuorilegge che infrange
uno dopo l’altro i capisaldi del diritto internazionale e che fa sfoggio della propria
impunità potendo contare sulla protezione politica e sul sostegno militare senza
limiti degli Stati Uniti.

Se così non fosse, Netanyahu non avrebbe mai osato insultare l’Onu, in piena
Assemblea Generale, definendola “una palude di bile antisemita”, e non avrebbe
fatto uccidere, durante il solo 2023, 230 dipendenti dell’Unrwa nel corso di
bombardamenti, incendi e assalti a scuole, depositi di viveri, convogli di aiuti
umanitari marcati Onu. L’Unrwa è l’agenzia creata nel 1949 dall’Assemblea
Generale per assistere i rifugiati palestinesi creati dalla “Nabka”, la catastrofe del
1948 che vide 700 mila palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case e dalla
loro terra dalla milizia sionista che divenne l’esercito di Israele. Tutto ciò facendosi
beffa dei piani di insediamento stabiliti dall’Onu, e inaugurando una lunga serie di
crimini e di illegalità che arriva fino ai nostri giorni. E che sta alla radice della
fondazione dello Stato di Israele nonché di Al Fatah, Hamas, Hezbollah e simili.

Accanto all’Unrwa, la seconda maggiore vittima dell’ostilità israeliana verso le
Nazioni Unite è l’Unifil, una missione composta da 50 paesi, creata nel 1978 dal
Consiglio di Sicurezza per promuovere la pace in Libano. L’Unifil ha pagato finora
con 337 vite umane l’attuazione del suo mandato. Non tutte le sue perdite sono
dovute ad attacchi israeliani, ma è proprio in queste settimane che è esplosa tutta
l’insofferenza di Tel Aviv contro possibili testimoni di atrocità pianificate e sul punto
di essere attuate.

Dal 1948 fino a oggi, sono oltre 24 le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che
criticano o condannano l’occupazione illegale di territori e le crudeltà di Israele
contro i palestinesi. Alcune di queste risoluzioni sono diventate famose per essere
richiamate di frequente durante le crisi scatenate da Israele.

La risoluzione 242 del 1967 stabilisce il ritiro di Israele dai territori occupati dopo la
Guerra dei Sei giorni allo scopo di favorire una pace duratura nel Medio Oriente. Le
risoluzioni 446 del 1979, 904 del 1994, 1073 del 1996 e 1394 del 2002 si uniscono
alle 155 risoluzioni approvate dall’Assemblea generale dal 2015 a oggi e che
riguardano i tre interventi militari in Libano precedenti quello in corso, gli
insediamenti illeciti in Cisgiordania, il ritiro da territori occupati, le stragi e le
deportazioni di civili palestinesi.

Queste deliberazioni della maggioranza globale sono altrettante tappe del solco
che si è scavato tra i governi di Israele da un lato, e le Nazioni Unite e il resto del
mondo dall’altro. I 41 mila morti di Gaza, i 100 mila feriti, i milioni di sfollati del
Libano e di Gaza, i ripetuti attacchi all’Iran, allo Yemen e alla Siria, gli assassini
mirati di singole personalità straniere avvenuti nel corso dell’ultimo anno non sono
giustificabili in alcun modo. Non sono eccessi di legittima difesa causati dal
massacro di 1200 civili israeliani.

Ci troviamo di fronte a uno Stato membro dell’Onu colpito da un processo
degenerativo. Diventato un aggressore seriale che non riesce ad astenersi dal
commettere crimini contro l’umanità, crimini di guerra, tentati genocidi e stragi a
ripetizione per poi fare la parte della vittima e rifugiarsi dietro lo scudo degli Stati
Uniti.
Nessuno Stato membro è mai stato espulso dalle Nazioni Unite. Tuttavia,
l’organizzazione ci è andata molto vicino, nel 1974, nel caso del Sudafrica, un caso
che presenta evidenti analogie con quello odierno di Israele. Il dibattito all’Onu
sull’espulsione del Sudafrica non fu scatenato solo dalla crescente avversione
internazionale nei confronti dell’apartheid, ma anche dalla continua occupazione
Sudafricana della Namibia, definita illegale dalla Corte internazionale di giustizia,
come nel caso dell’attuale occupazione israeliana del Libano e della Cisgiordania.
Tutto iniziò nel 1969, con la risoluzione 269, in cui si affermava che, qualora il
Sudafrica non si fosse ritirato dalla Namibia, il Consiglio di Sicurezza si sarebbe
“riunito immediatamente per stabilire le misure efficaci” da adottare.

Fu sollevato il tema dell’applicazione dell’articolo 6 della Carta delle Nazioni Unite,
che riguarda la procedura di espulsione di uno stato membro, da votare in
Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza.

Il Sudafrica non fu espulso dall’Onu solo perché tre su cinque membri del Consiglio
di Sicurezza – Usa, Francia e Regno Unito – posero il veto sulla proposta. Si
trattava pur sempre di un bastione anticomunista da proteggere. Ma l’Assemblea
Generale aggirò l’ostacolo nel 1974 rifiutandosi di accettare, a stragrande
maggioranza, le credenziali della delegazione sudafricana. Il Sudafrica restò così
escluso dalla partecipazione all’Assemblea Generale per ben venti anni, fino al
1994, rientrandovi solo dopo la fine dell’apartheid.
La situazione attuale di Israele è molto più grave di quella Sudafricana degli anni
70. In entrambi i casi siamo di fronte a regimi rogue, “delinquenti”, ai margini della
comunità internazionale. Ma lo Stato razzista bianco – posto di fronte agli attentati
commessi dall’ala terroristica del movimento di liberazione guidata dal giovane
Mandela e alle enormi manifestazioni di piazza – non tentò il genocidio o la
deportazione della popolazione nera. Gli anni della transizione alla democrazia,
perciò, costarono ai neri sudafricani “solo” 14 mila morti. Negli ultimi decenni della
sua vita, il regime di Joannesburg non mosse guerra né all’Onu né alle missioni
Onu. Il suo tramonto è avvenuto con un accordo tra le parti e con la promessa di
una futura riconciliazione.
Mandare via Israele dall’Onu è una misura drastica, ma necessaria. Occorre
rompere la bolla di isteria e onnipotenza dentro cui vive un regime di psicopatici
che non si rendono conto di essere in guerra non contro i palestinesi e il Medio
Oriente, ma contro il mondo intero. Lo choc può essere salutare anche per il suo
protettore, una superpotenza in declino tentata di andare nella stessa pericolosa
direzione.
* Già vicesegretario generale dell’Onu

Commenta (0 Commenti)