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Dopo Sinwar Per il governo israeliano, come del resto per Hamas, il diritto internazionale e quello umanitario sono parole vuote: non dimentichiamo che Sinwar per la Corte penale internazionale dell’Aja era un criminale di guerra esattamente come è, e resta, il premier israeliano in carica

La guerra di massacro continua

 

Anche dopo l’uccisione di Sinwar, capo di Hamas, Netayahu non riesce a pensare alla vita degli ostaggi israeliani (meno di un centinaio, la metà probabilmente già morti) e trattare una tregua con Hamas. La guerra di Gaza come quella del Libano – in attesa della rappresaglia contro Teheran – continua.

Per il governo israeliano, come del resto per Hamas, il diritto internazionale e quello umanitario sono parole vuote: non dimentichiamo che Sinwar per la Corte penale internazionale dell’Aja era un criminale di guerra esattamente come è, e resta, il premier israeliano in carica. Come hanno dimostrato le azioni di Gaza e del Libano del Sud, organismi come le Nazioni Unite per Netanyahu sono solo un impedimento alla guerra di massacri, di annientamento e di eliminazione dei nemici, non importa se al prezzo di decine di migliaia di morti di civili. Se ne è quasi accorta, a parole – sempre ambigue – perfino la presidente del consiglio Meloni oggi in Libano ma che – a meno di sorprese – eviterà di andare alla sede di Unifil. Perché nonostante il governo italiano continui a chiamare Paese “amico” Israele, nessuno si fida di Benjamin Netanyahu. Come diceva Churchill gli stati non hanno amici ma solo interessi.

L’interesse del governo israeliano e del suo capo oggi, come dichiara, è proseguire la guerra. Per altre settimane, forse per mesi, probabilmente fino all’insediamento del prossimo presidente americano. Tanto le conseguenze per Israele sono minime: gli europei sono divisi persino sulle più blande sanzioni nei confronti dello Stato ebraico ma soprattutto gli Stati uniti non fermeranno gli aiuti militari a Tel Aviv. Al massimo le autorità degli Stati uniti fanno trapelare qualche debole protesta verso Israele ma nei fatti nulla di concreto.

Certo l’uccisione di Sinwar, per altro trovato senza gli ostaggi, è un successo ma a Netanyahu questo non basta: per lui più il conflitto si infiamma e più vede i suoi obiettivi a portata di mano. Vuole restare al potere e nonostante il disastro del massacro del 7 ottobre ha buone possibilità di riuscita, oltre tutto oggi può esibire lo scalpo di Sinwar, insieme a quello di Haniyeh e di Nasrallah, il leader di Hezbollah. In più il governo israeliano ritiene di non avere finito il lavoro a Gaza: fare strage della popolazione, ridurla in spazi sempre più stretti e invivibili, occupare tutta la zona Nord della Striscia per realizzare una fascia di sicurezza spopolata dai palestinesi e sotto il loro controllo.

Quale sarà il futuro di Gaza dopo la fine di Sinwar, un uomo crudele che ha portato il suo popolo alla rovina? Nessuno oggi è in grado di dire come saranno governati gli oltre due milioni abitanti della Striscia – e viene da pensare all’intera condizione dei palestinesi, perché anche in Cisgiordania il “lavoro” di Netanyahu non è finito. Anzi nessuno vuole pensarci ed è proprio per questo che un cessate il fuoco a tempo indeterminato a Gaza appare quasi impossibile. Del resto Netanyahu ha respinto in tutti modi le proposte di Biden e della sua diplomazia per arrivare a una tregua: se è stato in grado di umiliare il suo maggiore alleato figuriamoci gli altri, oppure se si fa problemi etici o umanitari.

Più il tempo passa e più morti e distruzioni ci saranno e più diventerà improbabile la ricostruzione di Gaza e la sua stessa esistenza. Questa è l’agghiacciante prospettiva del dopo Sinwar. Forse non ci sarà un dopo

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Immigrazione Ha fatto la sua ricomparsa la figura della persona illegale, per colpa soltanto delle sua identità ed esistenza. In Europa si assiste a una gara penosa nelle politiche di esclusione

Deportati in Albania, è un sequestro di persona

 

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che «saremo in grado di trarre lezioni da questa esperienza nella pratica». Il presidente di turno dell’Unione Victor Orbán ha di recente parlato di rimpatri fuori dei confini europei. Il premier inglese Keir Starmer si è detto interessato all’esperimento albanese. E il presidente polacco Donald Tusk, per battere la concorrenza della destra nella campagna elettorale contro i migrati, ha annunciato un piano che prevede la possibilità di sospendere il diritto d’asilo, in aperta violazione dell’articolo 18 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione europea.

Non sono affermazioni di cui vantarsi. C’è solo da vergognarsene. Non dimentichiamo che l’Europa ha un debito gigantesco nei confronti del resto dell’umanità. Per secoli, proprio in nome del diritto di emigrare da essa stessa teorizzato alle origini dell’età moderna, ha invaso, depredato e assoggettato gran parte del pianeta. Nel secolo scorso ha allevato fascismi e razzismi e ha scatenato due guerre mondiali.

L’Unione europea è nata contro tutto questo: contro i campi di concentramento, contro i fili spinati, contro le discriminazioni e contro il razzismo. «Unità nella diversità» è la massima da essa adottata nel 2000 per esprimere questa nuova identità, basata sul valore dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, quali che siano le loro differenze personali.

Oggi l’Europa sta rinnegando se stessa. Con le sue leggi contro i migranti – le odierne leggi razziste – ha moltiplicato le disuguaglianze di status, per nascita, tra cittadini, stranieri più o meno regolarizzati e immigrati clandestini ridotti allo stato di non-persone. Ha fatto così la sua ricomparsa la figura della persona illegale, per colpa soltanto della sua identità ed esistenza. Pagando, per imprigionarli nei lori lager, i regimi dai quali i migranti tentano di evadere, l’Europa si è nuovamente consegnata agli egoismi nazionali, ai populismi xenofobi, alle paure, alle intolleranze e ai suprematismi identitari, in una gara penosa di tutti i suoi Stati membri nelle politiche di esclusione e repressione dei diversi.

Accade così che a causa delle omissioni di soccorso, ogni anno muoiono migliaia di persone che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla fame, dalle malattie e dalla miseria e si affollano in massa ai nostri confini, dispersi e malmenati dalle nostre polizie.

Nel 2023 sono state ben 3.041 le persone affogate nel Mediterraneo. Di queste morti i nostri governi portano la responsabilità: per la negligenza delle navi della nostra guardia costiera, come è accaduto nella tragedia di Cutro dello scorso anno; per i tanti ostacoli opposti ai salvataggi delle navi soccorritrici, costrette ad approdare, anziché nel porto più vicino come impongono le norme del diritto internazionale, in porti lontani come quelli di Ancona o di Genova, a costo di inutili disagi e al solo fine di impedire ulteriori salvataggi; per le crudeli complicazioni burocratiche che hanno costretto più volte le navi umanitarie a restare a lungo nei porti in condizioni di fermo amministrativo, mentre centinaia di persone affogavano in mare o morivano per la fame e la sete.

Oggi l’Unione europea è a un bivio, tra involuzione ed evoluzione, tra regressione e progresso. Può cedere alle logiche identitarie e razziste del nemico o del diverso, oppure prendere sul serio i suoi valori fondanti, l’uguaglianza e la dignità delle persone, che sono valori intrinsecamente universali che valgono al di là di qualunque confine.

Può accettare e promuovere la divisione in due del genere umano – l’umanità che viaggia liberamente per il mondo, per turismo o per affari, e l’umanità dei sommersi e degli esclusi, costretti a terribili odissee e a rischiare la vita nei loro fragili barconi -, oppure comprendere che sulla questione migranti si gioca oggi la sua identità democratica e la dignità di tutti i suoi paesi membri

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Un brutto clima In questo momento il pianeta è pervaso da guerre e conflitti che stanno trascinando l’umanità verso una guerra mondiale. Così chi governa pensa solo ad armarsi sempre di più, non certamente al clima che cambia

Il territorio affonda e il negazionismo sta a galla

 

Ormai in Romagna si vive tra un allarme meteo e l’altro. Non ci vuole molto a capire che questa realtà non è, come si dice fra irriducibili negazionisti climatici, temporanea ed eccezionale, ma il clima ordinario e duraturo in cui vivremo. Questa condizione, data oggi per scontata, si poteva rendere meno estrema realizzando ciò che gli scienziati, da tempo, chiedevano di fare.

Invece per anni si sono negate le responsabilità umane come causa del cambiamento climatico e così si è fatto nulla, o solo un po’ di greenwashing, per ridurre le emissioni climalteranti. Ci si dovrà quindi rassegnare a convivere con un clima che già vede un alternarsi di ondate di calore e periodi siccitosi, seguiti da piogge che in pochi giorni scaricano sulla terra tanta acqua quanta precedentemente ne precipitava in sei mesi. L’uso del verbo rassegnarsi non è un caso, perché chi governa e chi ha governato il paese non lo ha ancora dotato di un piano di adattamento alla nuova situazione climatica e tantomeno ha agito per mitigarne la corsa al mutamento. La rassegnazione non è obbligatoria, soprattutto per chi prende decisioni, si può quindi ancora agire contro l’ingovernabilità del clima per rendere più sicura la vita della popolazione, seguendo quello che la scienza dice di fare: contenere la febbre del pianeta entro un aumento di un grado e mezzo entro il 2050.

Si dice, a ragione, che il governo Meloni ha dimenticato le popolazioni colpite da alluvioni o dalle ondate di calore estivo, ma la vera grande dimenticata nell’azione politica del governo è la lotta al cambiamento climatico. Né si è vista un’opposizione unirsi sulla difesa del clima per definire un’alternativa. Mentre Traversara, piccolo paese del faentino, si allagava per la seconda volta in un anno, Meloni ribadiva all’assemblea di Confindustria, fra gli applausi di imprenditori e imprenditrici, il suo impegno a combattere l’ambientalismo ideologico e fermare la transizione ecologica. In Europa si dovrà accettare di usare auto a benzina o diesel, di abitare in case colabrodo che consumano molta energia, di alimentarsi con cibi prodotti da una agricoltura drogata dalla chimica e carni provenienti da allevamenti intensivi, crudeli con gli animali e fornitori di carni di pessima qualità, e di bruciare metano per alimentare i propri bisogni energetici anziché usare risorse solari.

Questa linea non è solo di Meloni e dell’onda nera che monta in Europa, ma anche della nuova commissione europea di Von der Leyen. Tutta l’Europa è stata colpita, nell’ultimo mese, da gravi alluvioni e le scelte per mettere in sicurezza i territori colpiti sono state rinviate a tempi migliori. ll piano verde europeo, noto come NextGenerationEU, già modesto nei suoi obiettivi lo si vuole ulteriormente ridimensionare e le ragioni di questa svolta sono davanti agli occhi di tutti. In questo momento il pianeta è pervaso da guerre e conflitti che stanno trascinando l’umanità verso una guerra mondiale. Così chi governa pensa solo ad armarsi sempre di più, non certamente al clima che cambia.

Abbandonare la lotta al riscaldamento globale è una scelta sbagliata, perché l’ingovernabilità del clima ha conseguenze devastanti quanto una guerra. Guerra e caos climatico hanno come comune denominatore che se non si riesce ad impedirle portano all’estinzione non del pianeta, ma della specie umana. Un nuovo modello energetico rinnovabile, scelta cruciale per ridurre le emissioni, potrebbe dare un contributo alla pace. Il sistema fossile è stato ed è causa di guerre, mentre sole e vento e le altre energie rinnovabili sono diffuse in ogni parte del pianeta e non sono di proprietà di nessuno. Costruire l’alternativa ambientalista alle destre è possibile se si mette in discussione il piano Mattei del governo Meloni e le scelte di von der Leyen. Certo mettere al centro questo obiettivo è qualcosa tutta da costruire. L’intento è farlo crescere sui territori, a cominciare dalla Romagna, con vertenze, alleanze, esperienze, reti organizzative. Ma non si parte da zero, c’è già un ricco associazionismo ambientalista, a cominciare da Legambiente, passando per Fridays for Future o Extinction Rebellion, ma non solo, c’è l’Arci, ci sono intere categorie della Cgil, a cominciare dallo Spi, che ha già hanno prodotto reti come La Via Maestra, o la Fiom impegnata su una nuova mobilità. Si può partire da qui cominciando a unirsi , per sperimentare nei territori alluvionati piani di mitigazione e adattamento al clima. Mitigare ha come centro la costruzione di un nuovo modello energetico 100% rinnovabile. Adattarsi significa non avere più timore di praticare scelte di delocalizzazione, smettere di consumare suolo, praticare un’economia circolare.

Sono solo titoli perché questi obiettivi vanno costruiti insieme a chi i territori li abita e si potrebbe già parlarne nella campagna elettorale emiliana.

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Guerra d’Israele Ci attardiamo su un Biden "vacillante" per non vedere un’America che all’opposto persegue e consente una strategia della tensione per cambiare a suo vantaggio gli equilibri globali

Di crisi in crisi, gli Usa dietro la guerra di Bibi Carri armati israeliani all’interno di Gaza – foto Ap

Sarà difficile, per gli storici, parlare degli Stati uniti come della grande potenza che ha voluto, ma non ha potuto, frenare il furore bellico di Israele. Da una parte verranno rinvenute le molte parole spese ad invocare il cessate il fuoco e il richiamo del diritto umanitario bellico. Dall’altra, appena dissimulate dalle acrobazie dei portavoce della Casa Bianca, ci saranno i fatti, le linee rosse lasciate calpestare impunemente, e soprattutto ci saranno i soldi e le armi.

Nell’ultimo anno un quarto della macchina da distruzione israeliana è stata finanziata dagli aiuti militari di Washington. Quasi 18 miliardi di dollari, una cifra superiore all’intero budget militare iraniano, e più o meno equivalente a quanto gli Usa nel 2022 hanno speso per le Nazioni unite, ovvero per far funzionare la macchina del multilateralismo.

Eppure un anno fa, quando Netanyahu rispondeva ai massacri del 7 ottobre evocando lo sterminio biblico degli Amaleciti per scatenare l’annichilimento di Gaza, in Italia imperversavano commenti rassicuranti, che descrivevano la potenza americana protesa ad abbracciare benevolmente l’alleato-Israele, non solo per rassicurarlo con la propria presenza militare, ma soprattutto per moderarne gli impulsi vendicativi, temperandone le implicazioni più destabilizzanti per la regione. Un anno dopo Tel Aviv è impegnata con operazioni di guerra su 7 (sette) fronti di guerra: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Iran e Yemen. Mentre a Gaza nord da inizio mese non lascia entrare cibo, in Libano apre il fuoco sulle Nazioni unite (definite ‘palude antisemita’), mettendo nel mirino anche paesi amici come l’Italia.

Joe Biden ha consacrato la propria carriera politica alle relazioni internazionali, e si avvia a concluderla con un bilancio che non si può che definire disastroso. Il bilancio è così fallimentare che dalle colonne del Guardian lo storico Adam Todd si è chiesto se non stiamo sottovalutando la reale intenzione della Casa bianca, attardandoci a rappresentare Biden come lo stanco epigono di un ordine vacillante, che tenta di salvare fra grandi avversità. A un Biden impegnato nel mantenimento dello status quo, Todd contrappone un’America impegnata attivamente a perseguire e consentire, all’opposto, una strategia della tensione che determina occasioni per spostare gli equilibri globali a proprio vantaggio (dunque, a sovvertire lo stato delle cose).

Secondo questa interpretazione, se sono chiare a tutti le premesse e le implicazioni del Make America Great Again di Donald Trump, l’insistenza di Biden sulla difesa dell’ordine internazionale ‘basato sulle regole’, e l’evidenza marchiana dell’aggressione russa in Ucraina tendono a confondere le acque, eclissando il tentativo costante e coerente della Presidenza Biden di rovesciare la linea di tendenza al declino della potenza americana, a partire dalla regione Indo-Pacifica, non a caso definita ‘arena strategica’. Qui la politica estera statunitense si spinge ben oltre la mera difesa dell’ordine esistente, coniando inedite alleanze internazionali che agiscono in chiave anti-cinese accentuando i tratti già evidenti con la Presidenza Trump. Nel Medio oriente, la luce verde che gli Usa danno a Israele (si pensi l’editoriale del New York Times sul perché conviene che Israele vinca), non è un aspetto episodico che segnala difficoltà nel far valere l’interesse nazionale nella gestione delle crisi regionali, ma ci indica una direzione più ampia e profonda.

Non è mai stato così chiaro come oggi che il ripristino della deterrenza e il diritto di Israele a difendersi sono solo una parte della storia, una storia che passa sulla vita di milioni di persone. Meno chiaro è come agli Stati uniti, di crisi in crisi, non interessa il mero ripristino dello status quo ante, ormai svuotato di ogni principio di realtà (si pensi al processo di pace di Oslo) con mutevoli forme di beneplacito da parte di Washington.

Gli Usa sono indubbiamente riusciti a tenere allineati il Regno Unito e la Germania. Quest’ultima è finita in recessione e affronta una serie di testacoda che ne stanno minando il quadro politico. I giovani israeliani che lasciano Israele non potendone più sopportare il clima illiberale, finiscono arrestati in Germania come antisemiti quando scendono in piazza contro il governo di Israele. Giorni fa la ministra tedesca Cem Özdemir, verde, ha definito ‘orribile e terribile’ che Greta Thunberg abbia partecipato ad un corteo pro-Palestina, aggiungendo un mea culpa per averla lodata in passato. Il Cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratico, non ha lasciato spazio per ambiguità quando ha chiesto il microfono, il 7 ottobre, per affermare che la Germania ha fornito armi a Israele e si appresta a fornirne di più. Berlino, dunque, non solo si astiene dal cercare di influenzare, ma sostiene attivamente l’azione di Tel Aviv. Una posizione più vicina a quella di Budapest che a quella di Parigi. Davanti all’attacco israeliano alle postazioni di UNFIL la Germania ha ribadito il diritto israeliano a difendersi da Hezbollah. Ha poi aggiunto che sparare sulle Nazioni Unite è inaccettabile e che si aspetta che l’incidente sia pienamente investigato e chiarito. Quando però le parole richiedono di specificare da chi, ecco che le parole si fermano.

Governata da una Premier che deve buona parte della propria legittimità internazionale all’essersi compiutamente allineata all’asse transatlantico e baltico, questa settimana l’Italia ha avuto un sussulto, accorgendosi di essere fortemente esposta a questi sviluppi. Anche in questo caso, le parole sono andate da una parte (fiera condanna) mentre i fatti (lo stop dell’invio di armi a Israele) sono andati dall’altra, continuando la costruzione di un fragilissimo castello di contraddizioni

 

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Opinioni La presenza dell’Onu nel sud del Libano è un ostacolo e sarà rimosso. Si prepara un’altra umiliazione del diritto internazionale. Questa volta dipinta di blu

Benjamin Netanyahu alla Casa bianca foto Ap/Julia Nikhinson Benjamin Netanyahu alla Casa bianca – foto Ap/Julia Nikhinson

Lungo la Blue Line, la linea di demarcazione che separa il Libano da Israele, oltre 120 chilometri, stabilita dalle Nazioni Unite nel 2000, sono piantati e ben riconoscibili i caratteristici «blue pillars», i pioli di acciaio opportunamente verniciati di blu. Israele, colpendo ogni giorno i caschi blu, come è avvenuto anche ieri, è chiaramente intenzionata a sradicarli. Nella sua guerra di annientamento di Hezbollah e del Libano, Netanyahu non vuole, come a Gaza, testimoni internazionali.

E neppure l’ombra del diritto internazionale o di una mediazione diplomatica, come hanno compreso perfettamente le famiglie degli ostaggi. La sua logica è ferrea e cinica: se sacrifico anche la mia gente, figuriamoci se mi faccio problemi a sparare sui caschi blu.

Il governo israeliano, imponendo con la forza al contingente militare di quaranta nazioni, tra cui la nostra, di levare le tende, non solo non intende avere testimoni ma ci dice anche di voltare la testa dall’altra parte per non vedere quanto accade in Medio oriente. E tutto questo in attesa di valutare la rappresaglia israeliana sull’Iran. In realtà l’Italia e l’Europa – per non parlare degli Stati uniti – hanno già girato lo sguardo accettando che in questo anno ci fossero decine di migliaia di civili uccisi, che venissero costantemente violate tutte le leggi umanitarie e fossero commessi crimini di guerra inenarrabili. Tutto questo senza muovere un dito.

LA CONDANNA della comunità internazionale si limita a qualche voto all’Onu e alle indagini della corte penale internazionale: in pratica per il governo Netanyahu non c’è mai nessuna conseguenza degna di nota. Anzi. Israele continua a ricevere dagli Usa decine di miliardi di aiuti militari (oltre venti nell’ultima tranche di fine agosto) e la collaborazione militare e di intelligence degli europei con lo stato ebraico prosegue senza colpo ferire. Business as usual.

L’Italia è un formidabile esempio della doppiezza europea e occidentale. Il ministro della Difesa Crosetto ha tuonato contro Israele per l’attacco all’Unifil ma è anche lo stesso ministro che l’8 novembre è andato a Gerusalemme per dire che «Israele è uno Stato di diritto e in guerra si muove rispettando delle regole, questa è la differenza con i terroristi di Hamas». Non solo, aggiunse in quell’occasione che «Israele ogni volta che bombarda a Gaza avverte la popolazione di mettersi in salvo». Come no, anzi suona direttamente al citofono dei gazawi, ai quali per altro è rimasto in piedi meno del 30% degli edifici e il 70% è accampato ad aspettare un altro inverno di bombe.

Ma perché diciamo queste cose che sono palesemente delle bugie? Il motivo è semplice: siamo legati a Israele mani e piedi. L’8 marzo del 2023, durante la visita di Netanyahu a Roma, questo governo ha firmato un accordo per appaltare una parte consistente della nostra cybersecurity agli israeliani in cambio di commesse militari. Allora il capo dell’agenzia italiana si dimise due giorni prima di questa intesa perché evidentemente non era d’accordo.

In poche parole Israele, che detiene una quota formidabile del mercato mondiale della cybersecurity, ci osserva e ci scruta come e quando vuole, in questo agevolata anche dall’alleanza inossidabile con gli Stati uniti. I nostri sovranisti – sempre pronti a difendere la patria – farebbero bene a dare un’occhiata a questi accordi.

LA REALTÀ è che non facendo nulla per frenare Netanyahu siamo d’accordo con la guerra di Israele. In attesa, come scriveva ieri Tommaso Di Francesco, che il governo di Tel Aviv imponga a cannonate il “nuovo ordine” mediorientale, visto che i tentativi occidentali di imporne uno sono naufragati miseramente, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria. Per di più Israele punta al bersaglio grosso dell’Iran per tentarne la destabilizzazione usando non solo le bombe ma forse la sua carta migliore, quella dell’infiltrazione del Mossad nei ranghi della repubblica islamica, come sembra voler dimostrare la controversa vicenda di Esmail Qaani, capo delle brigate Al Qods dei Pasdaran messo agli arresti, un segnale comunque della lotta interna di potere in atto Teheran.

Gli occidentali non sono certo gli unici ad attendere che Israele imponga il suo “ordine”. Non c’è nessuno stato arabo che nei fatti sostenga la causa palestinese o degli Hezbollah libanesi. Le monarchie sunnite e assolutistiche del Golfo, l’Arabia saudita, il Marocco e l’Egitto si sono tutti avvicinati a Israele e se anche alcuni di loro non hanno ancora firmato il Patto di Abramo si comportano come se l’avessero già fatto. Lo stesso Erdogan che lancia roboanti proclami contro lo stato ebraico e a favore di Hamas non ha mai fermato le vendite di armi turche a Israele.

Cosa accadrà adesso nel Sud del Libano? Di fatto Israele punta a cancellare la Blu Line per allontanare l’artiglieria di Hezbollah e riportare migliaia di israeliani nei villaggi dell’Alta Galilea. La presenza di caschi blu ostacola la creazione di una nuova “fascia di sicurezza”, così come Israele punta a Gaza al logoramento dei palestinesi per spingerli in spazi sempre più ristretti e invivibili.

Tutto questo avverrà, nonostante i proclami, con l’eliminazione dei caschi blu e delle agenzie dell’Onu. Per noi qui sarà soltanto un’altra umiliazione del diritto internazionale. Questa volta dipinta di blu

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Commenti Il testo ora all’esame del senato scivola verso un diritto penale che individua l’autore, specie chi è in condizioni di minorità sociale, come il nemico

Manifestazione contro il ddl sicurezza - LaPresse Manifestazione contro il ddl sicurezza – LaPresse

Un provvedimento eterogeneo, qualcuno lo ha chiamato omnibus, ma con un preciso filo conduttore: la restrizione delle libertà e dei diritti soprattutto di chi è già in condizioni di minorità sociale.

Sul disegno di legge “Sicurezza” siamo stati ascoltati in molti, nelle commissioni del senato dove è iniziata la seconda lettura del testo di legge, perché tanti sono i punti di vista.

Da quello costituzionale degli stridori che sorgono rispetto alla proporzionalità delle pene previste a quello penalistico, con ben quattordici nuovi reati e altre nove nuove circostanze aggravanti, a quella procedurale, fino all’attenzione ai provvedimenti di polizia e anche all’estensione di tutto ciò ai Centri per migranti.

Panorama ampio, come ampio è lo sconcerto rispetto a un provvedimento che, oltre a restringere le possibilità di rivendicazione dei diritti, di opposizione e di espressione di dissenso, finisce col determinare maggiore emarginazione e carcerazione e aggiungere solo una tessera in più a quella cultura che ricorre al diritto penale in chiave simbolica di rafforzamento della sicurezza pubblica.

Ma l’audizione era sostanzialmente tra sordi. O meglio, alla buona interlocuzione con gli esponenti delle forze di opposizione, ha corrisposto un silenzio gentile e muto da parte dei (pochi) presenti della maggioranza: sostanzialmente non una discussione con le loro scelte, ma un mero stare a sentire.

Eppure, anche soltanto sotto l’aspetto penalistico – quello che mi sono limitato a considerare – il provvedimento non introduce semplici ritocchi repressivi bensì determina un mutamento di paradigmi che interessano la cultura del Paese. A partire dall’idea che a pene più dure corrisponda una minore tendenza a commettere il reato: ipotesi falsa che il passato dovrebbe aver insegnato a rifiutare (ho dovuto ricordare quanto detto, proprio in quella sede in una analoga circostanza, circa l’introduzione del reato penale per i cellulari in carcere che, come allora prevedevo, ha determinato più carcere e nessuna diminuzione della circolazione interna di cellulari).

All’interno di questa premessa, un mutamento è nell’affidarsi all’indeterminatezza perché questa autorizza ampia e discrezionale applicazione: per esempio, nel prevedere l’aggravante per un reato qualsiasi in base al luogo dove lo si compie (stazione, aeroporto ecc) e non per la sua specificità o nel connotare come rivolta anche la resistenza passiva in base al contesto con buona pace del requisito di tassatività che la Costituzione impone alla norma penale.

Fin troppo evidente poi come questa fluttuante previsione strida con altre, inclusa la resistenza a pubblico ufficiale che richiede violenza o minaccia e non mera passività, con il rischio che l’equiparazione tra due comportamenti ben dissimili finisca coll’aumentare il ricorso a quelli più gravi.

Ma due ulteriori mutamenti, anch’essi paradigmatici, colpiscono: il primo è lo scivolamento verso previsioni penali che colpiscono un pre-individuato target di destinatari, così centrando il diritto penale non più sul reato ma sull’autore, per poi forse scivolare verso un diritto penale che individua l’autore come nemico.

Come interpretare altrimenti la nuova possibilità di detenere in carcere donne incinte o con bimbi minori di un anno? Ripeto in carcere, perché quella specie di attenuazione che il testo impone di detenzione in un Icam (Istituto a custodia attenuata) dimentica che si tratta pur sempre di una struttura carceraria e inoltre l’obbligatorietà costringerà molte madri a separarsi dal proprio contesto perché gli Icam sono soltanto quattro in Italia.

Norma con destinatari, come del resto è stata commentata anche da esponenti istituzionali, rivendicando che si tratti di donne rom, sinti che non ruberanno più nella metro.

L’altro mutamento è nell’estensione alla non penalità, in particolare ai Centri per il rimpatrio, dove gli stranieri sono chiusi, in un tempo vuoto che scorre in quel non-luogo, senza un magistrato che possa vigilare sulle condizioni interne, quasi sempre nell’impossibilità di far comprendere necessità o di esprimere propri punti di vista se non rifiutandosi di obbedire a qualche ordine che ritengono offenda un loro diritto.

Ora anche il rifiuto silenzioso può essere crimine e rimarrà soltanto la protesta estrema del tagliarsi o del reagire con violenza: l’opposto dell’obiettivo che la norma dice di perseguire.

Aspetti parziali quelli qui considerati, di un provvedimento complessivo che incide anche su molti altri. Ma che danno il quadro di un mutato rapporto tra autorità e cittadino: l’ordine viene prima dei diritti, anche di quelli storicamente intoccabili

 

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