Sit in alle ore 16 di oggi 9 gennaio in Piazza di Pasquino nelle prossimità dell'Ambasciata brasiliana in Italia.
CGIL CISL UIL di fronte alle immagini dell’attacco di ieri, 8 gennaio, alle sedi istituzionali brasiliane, esprimono tutta la loro piena solidarietà e vicinanza al Presidente Lula, alle organizzazioni sindacali ed ai movimenti popolari brasiliani che rappresentano il volto democratico e civile del Brasile.
Quanto accaduto a Brasilia è l’epilogo di una campagna di delegittimazione del voto popolare portata avanti dall’ex Presidente Jair Bolsonaro che ancora oggi non ha riconosciuto il risultato delle elezioni che hanno portato alla vittoria di Lula, fomentando in questo modo tensioni e lacerazioni nella popolazione brasiliana.
Un atto moralmente deprecabile in un paese che vuole essere democratico. Le elezioni libere e democratiche avrebbero dovuto segnare un momento di svolta in Brasile dopo anni di false accuse di corruzione contro il Presidente eletto e tentativi di destabilizzare la società brasiliana creando fratture e incitando alla violenza..
Una strategia fascista, che ha per primo nemico le Istituzioni democratiche, le libertà ed i diritti, studiata per imporre regimi repressivi, antisindacali, contro i diritti sociali e civili, per sfruttare uomini, donne e l’ambiente in funzione del solo profitto.
CGIL CISL UIL nel condannare con fermezza questa cultura della violenza e dell’odio politico per manifestare il proprio dissenso , confermano il loro impegno e l’azione coordinata con i sindacati democratici ed indipendenti a livello internazionale per contrastare questa nuova ondata di aggressione alla democrazia ed alle libertà faticosamente conquistate in tanti paesi che oggi, purtroppo, vivono tentativi di restaurazione di regimi totalitari.
CGIL CISL e UIL continueranno a manifestare a fianco di chi difende la democrazia, a fianco delle forze democratiche brasiliane, a fianco di chi si batte nel mondo contro la violenza, l’odio ed il razzismo.
Il fenomeno riguarda anche l'Italia, dove 2,2 milioni di famiglie sono in difficoltà. I risultati di un'indagine Spi Cgil e Fondazione Di Vittorio
uando si sente parlare di povertà energetica il pensiero va subito ai Paesi in via di sviluppo, si immaginano bambini intenti a raccogliere legna per scaldarsi, donne che cucinano con fuochi di fortuna, interi villaggi che al calar della sera rimangono al buio. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, nel mondo una persona su cinque non ha accesso a moderni mezzi elettrici, 3 miliardi dipendono da legno, carbone, carbonella o concime animale per cucinare e per scaldarsi.
Ma questo fenomeno interessa anche un Paese evoluto come l’Italia. Per indagarlo, capirne i contorni e trovare gli strumenti per contrastarlo, lo Spi Cgil, il sindacato dei pensionati, in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio, ha promosso e condotto un’indagine focalizzata sulle aree periferiche ed ultra-periferiche, selezionate con procedura casuale, anche per metterlo in relazione alle disparità.
“Abbiamo voluto contribuire a una definizione della povertà energetica, che manca in Italia come in Europa – spiega Serena Rugiero, responsabile dello studio –. E l’abbiamo connessa al tema dei servizi fondamentali della cittadinanza, salute, scuola, accesso all’energia, in ambiti mai presi in considerazione, le aree marginali e interne, che rappresentano porzioni ampie del nostro territorio, dove ci sono molti abitanti nonostante lo spopolamento generalizzato e dove c’è un importante patrimonio naturale e culturale”.
I poveri energetici sono coloro che si trovano in condizione di difficoltà ad acquistare un paniere minimo di servizi energetici o sono vincolati a un’eccessiva distrazione di risorse famigliari, con effetti sul mantenimento di un standard di vita dignitoso, sulla salute delle persone e il loro benessere. I vulnerabili energetici sono invece quei nuclei che, oltre alla condizione di disagio economico potenziale, sono anche esposti a una situazione di fragilità per via di un’abitazione non efficientata, diversi dai vulnerabili esclusivamente economici, cioè con un abitazione efficientata dal punto di vista energetico.
Quello che è emerso dagli 824 questionari somministrati a persone con più di 64 anni è una mappa dettagliata. Nel 2021 in Italia c’erano 2,2 milioni famiglie in povertà energetica, pari all’8,5 per cento del totale. “Le condizioni di disagio economico ed energetico evidenziano una geografia non del tutto associata alle disparità Nord-Sud, con situazioni di disagio anche nelle aree più ricche del Paese – aggiunge Rugiero -. Prova che la povertà energetica è un’emergenza nazionale”.
Dalla rilevazione risulta una differenza tra le persone coniugate o conviventi e quelle che vivono da sole: la maggior parte degli intervistati in stato economico non di disagio è sposata o convivente (il 73,1 per cento), i poveri energetici sono in maggioranza vedovi, il 61,4 per cento è donna. Anche il titolo di studio è un indicatore: tra i poveri e i vulnerabili è particolarmente diffuso la licenza elementare, il 10 per cento non ha conseguito alcun titolo, mentre gli intervistati non in condizione di disagio sono la classe in cui si concentrano il diploma di istruzione superiore o la laurea.
Alla condizione di povertà energetica si associano più frequentemente rispetto agli altri gruppi l’assenza della casa di proprietà, il vivere in abitazioni monofamiliari e bifamiliari cielo/terra, o in alloggi di dimensioni ridotte. L’80,7 per cento e il 77,7 rispettivamente dei poveri e dei vulnerabili energetici abita in una casa costruita prima del 1970, a differenza dei nuclei familiari in condizioni di non disagio (42), ma anche dei poveri (41,3) e dei vulnerabili esclusivamente economici (44,3). Inoltre, spese di efficientamento sono state affrontate da circa il 65 per cento degli intervistati, ma questa percentuale scende drasticamente tra i poveri (25) e tra i vulnerabili energetici (35).
L’indagine rivela poi che questi ultimi si riscaldano prevalentemente con il camino tradizionale a legna, che le tipologie di riscaldamento legate alle energie rinnovabili sono praticamente assenti e che più di 10 nuclei familiari su 100 (tra i poveri e i vulnerabili energetici) dichiara di non usufruire di un impianto di riscaldamento. L’incidenza percentuale di intervistati che dichiara buone condizioni di salute è particolarmente alta tra chi non ha disagi, all’opposto cattive condizioni sono preponderanti tra poveri e vulnerabili.
“La povertà energetica è fenomeno multidimensionale - riprende la ricercatrice della Fondazione Di Vittorio -. I poveri energetici sono un gruppo che rivela una maggiore fragilità socio-economica per quanto riguarda le condizioni materiali, per lo stato dell’abitazione e per le condizioni di vita più in generale: maggiore isolamento, scarsa interazione sociale, poca informazione verso le opportunità dei bonus, limitata conoscenza del dibattito sui temi energetici, atteggiamenti meno sostenibili dal punto di vista ambientale. Insieme ai vulnerabili energetici, rappresentano una porzione della popolazione non trascurabile, che richiede politiche mirate”.
Secondo lo studio, quindi, il sindacato può ricoprire un ruolo importante, mettere in campo azioni congiunte capaci di alleggerire i costi energetici, contribuire alla costruzione delle comunità energetiche, rafforzare la contrattazione sociale e territoriale nella lotta alla povertà e nella realizzazione di una transizione ecologica giusta.
“In questo senso particolare rilievo assumono gli accordi finalizzati a favorire la democratizzazione della produzione e della gestione dell’energia – conclude Rugiero -. Un interesse sempre maggiore hanno, anche da parte sindacale, le comunità energetiche rinnovabili che, oltre a contribuire all’azione per il clima e alla autonomia energetica, possono diventare un concreto strumento per il contrasto alla povertà energetica, mentre contribuiscono allo sviluppo del territorio e alla rigenerazione urbana”
Il presidio di accoglienza di Mediterranea...
Dal ritorno dei voucher all'azzeramento di Opzione donna e all'esordio della flat tax incrementale. I contenuti della Finanziaria da 35 miliardi del Governo Meloni
Foto: Klimkin (www.pixabay.com)
Con il voto del Senato (107 sì, 69 no e un astenuto) è arrivato il via libera definitivo alla manovra 2023. Una manovra da 35 miliardi, di cui oltre 21 destinati al contenimento dei costi dell’energia che valgono pere solo per i primi tre mesi del 2023. Queste le principali misure.
Aumenta la platea dei percettori del bonus sociale nel settore elettrico e in quello del gas. La soglia Isee per accedere al bonus da parte dei soggetti economicamente svantaggiati sale da 12.000 a 15.000 euro. Confermata l'eliminazione degli oneri impropri delle bollette, viene rifinanziato fino al 30 marzo 2023 il credito d'imposta per l'acquisto di energia elettrica e gas naturale per le imprese. Per i comparti sanità, agricoltura, enti locali, trasporto pubblico locale sono previsti interventi ad hoc per fronteggiare il caro energia e assicurare la prosecuzione dei servizi.
Tornano con forza i voucher, che possono essere utilizzati per il pagamento delle prestazioni di lavoro occasionale fino a 10.000 euro (anziché 5.000). Aumenta da 6.000 a 8.000 euro la decontribuzione per i datori di lavoro privati che nel 2023 assumono a tempo indeterminato i percettori di reddito di cittadinanza. Quanto ai premi di produttività, l'imposta sostitutiva si riduce dal 10 al 5% per importi fino a 3.000 euro. Lo smart working agevolato prosegue fino al 31 marzo, ma solo per i fragili.
Nel 2023 il Reddito sarà versato ai percettori abili al lavoro per sette mesi anziché per otto, come stabiliva il disegno di legge di bilancio approvato dal Consiglio dei ministri. L'ulteriore stretta comporta un aumento dei risparmi che salgono da 743 milioni di euro a 958 milioni di euro. Arriva anche la decadenza automatica dal beneficio nel caso in cui non si accetti la prima offerta di lavoro, ma rimane il fatto che debba essere congrua. Inoltre, i ragazzi tra 18 e 29 anni che non hanno completato la scuola dell'obbligo, per ricevere il reddito di cittadinanza sono tenuti a iscriversi a percorsi formativi o comunque funzionali all'adempimento dell'obbligo scolastico.
Al via “quota 103” che consente di andare in pensione con 41 anni di contributi e 62 anni di età anagrafica. Circa le pensioni minime, i trattamenti per gli over 75 salgono a 600 euro. Ma si tratta di un aumento transitorio che si applica per il solo 2023. Confermata la rivalutazione piena per le pensioni più basse, per le altre l'adeguamento percentuale si riduce con l'aumentare dell'importo.
Quelle tra 4 e 5 volte il minimo (circa 2.600 euro lordi al mese) avranno per il periodo 2023-2024 un adeguamento automatico pari all'85% anziché all'80%. Quelle tra 5 e 6 volte il minimo passano dal 55% al 53%, i trattamenti tra 6 e 8 volte il minimo dal 50% al 47%, mentre per i trattamenti più elevati, superiori a 10 volte il minimo, l'adeguamento si riduce dal 35% al 32%.
Praticamente azzerata Opzione donna. Nel 2023 le donne possono lasciare il lavoro a 60 anni, oppure a 59 anni con un figlio e a 58 anni con due o più figli. L'anticipo pensionistico è riservato alle donne caregiver, alle invalide al 74% e alle lavoratrici di aziende in crisi. In quest'ultimo caso l'uscita è possibile con 58 anni d'età indipendentemente dal numero dei figli.
L’ape sociale è stata prorogata fino al 31 dicembre 2023 per le medesime casistiche e i medesimi requisiti previsti precedentemente.
Si innalza da 65.000 a 85.000 euro la soglia di ricavi e compensi che consente ai lavoratori autonomi di accedere all'imposta forfettaria del 15%. Nasce la flat tax incrementale: per gli autonomi che non aderiscono al regime forfettario, si applica la tassa piatta del 15% sugli aumenti di reddito calcolati rispetto ai tre anni precedenti. Sale da 20.000 a 25.000 euro (1.933 euro al mese) la soglia di reddito che beneficerà del taglio del cuneo fiscale al 3%. Da 25.000 e fino a 35.000 euro (2.600 euro al mese) il taglio del cuneo fiscale è prorogato al 2%. Diverse le misure per la cosiddetta tregua fiscale: gli interventi prevedono la sanatoria delle irregolarità formali sulle dichiarazioni dei redditi, una forma speciale di ravvedimento, la definizione agevolata degli atti di accertamento, la conciliazione agevolata, la regolarizzazione dei versamenti, l'annullamento automatico delle cartelle sotto i 1.000 euro (ad esclusione delle multe per le quali decide il Comune), la rottamazione delle cartelle.
Viene ristretta la platea delle imprese del settore dell’energia soggette a una tassa sugli extraprofitti pari al 50% del maggior reddito conseguito nel 2022 rispetto alla media dei quattro anni precedenti. La tassa si applicherà solo alle società che generano almeno il 75% dei loro ricavi da attività nei settori della produzione e rivendita di energia, gas e prodotti petroliferi.
Per il 2023 l'assegno sarà maggiorato del 50%, e di un ulteriore 50% per le famiglie composte da 4 figli o più. Si introduce poi un mese in più di congedo parentale all'80% (anziché al 30% della retribuzione) da godere fino ai sei anni del bambino, riconosciuto sia alla mamma che al papà del bambino, comunque in via alternativa.
Il meccanismo prevede due criteri per l'erogazione del beneficio. Uno è di carattere reddituale: la card di 500 euro sarà erogata a tutti i diciottenni con Isee fino a 35.000 euro. Il secondo criterio è legato al merito: la card sempre di 500 euro sarà erogata ai ragazzi che escono dall'esame di maturità con il voto massimo di 100/100. Se un ragazzo rientra in entrambi i requisiti, le card si sommano e prenderà il bonus da 1.000 euro
L'80 per cento degli intervistati dall'Osservatorio Futura conosce i cambiamenti climatici, ma non ha fiducia nei negoziati perché non portano a soluzioni
Foto: L'esondazione del torrente Re (Brescia), di Matteo Biatta / Sintesi
Quanto ne sappiamo di crisi ambientale e cambiamenti climatici? E quanto li consideriamo importanti per il nostro futuro e per quello del pianeta? A giudicare dai risultati dell’indagine demoscopica realizzata dall’Osservatorio Futura della Cgil la risposta è tanto. Il tema è molto noto all’80 per cento degli intervistati (800 persone maggiorenni), mentre solo il 20 per cento non ne sa abbastanza, ed è rilevante per i tre quarti del campione: solo una piccola quota lo ritiene marginale. Quindi un problema che è ben presente agli italiani, li impensierisce e li preoccupa.
“Questo dato conferma che nella popolazione c’è una forte consapevolezza dei cambiamenti climatici, elemento che contrasta con la scarsa, anzi quasi nulla, attenzione della politica – dichiara Simona Fabiani, responsabile delle politiche per il clima, il territorio e l'ambiente, trasformazione green e giusta transizione della Cgil -. Da una parte c’è la società civile, i giovani dei Fridays for Future che percepiscono il climate change come una questione rilevante, dall’altra la politica che lo trascura e prende decisioni in direzione diametralmente opposta alla lotta e al contrasto”.
Entrando nel dettaglio del sondaggio, si scopre che le conseguenze maggiormente avvertite del riscaldamento globale sono i fenomeni metereologici estremi, come alluvioni e inondazioni, citati da circa l’80 per cento del campione. Molto conosciuti anche l’impatto sulle piogge e la siccità, seguiti dall’innalzamento dei mari con la conseguente erosione delle coste, a pari merito con le ondate di calore e l’aumento della mortalità.
“Dall’ultima tragedia che si è consumata a Ischia a tutti gli eventi estremi che colpiscono sistematicamente il nostro Paese, dalle frane, al dissesto del territorio, gli italiani dimostrano di avere una grande consapevolezza di questi problemi – aggiunge Fabiani -. Ma anche qui dobbiamo sottolineare come i governi non agiscano sul fronte della prevenzione e della mitigazione. Si parla sempre, troppo spesso, solo di ricostruzione ma non si fa nulla per ridurre l’impatto e le cause dei disastri. Continuando di questo passo, la conta delle calamità e dei morti sarà sempre maggiore”.
Il sondaggio ha indagato anche la conoscenza che gli italiani hanno della Cop 27, la Conferenza della parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si è tenuta a novembre a Sharm el-Sheikh. Ebbene, solo il 7 per cento del campione si dichiara molto informato, il 49 lo è parzialmente, il 29 intende informarsi meglio. Il restante 45 per cento ha un’idea molto vaga, non è per niente informato o non esprime un’opinione. Inoltre, chi ha seguito anche sommariamente gli sviluppi concorda nell’affermare che i risultati conseguiti sono minimi e che si è in generale lontani dal trovare una soluzione concreta e politica al problema.
“Pur avendo ben chiari cause ed effetti dei cambiamenti climatici, le persone sanno davvero poco di quello che si discute e si fa alle conferenze internazionali - dice ancora Fabiani -. Questo dimostra da un lato che probabilmente l’informazione non dà sufficiente spazio ai summit, dall’altro che c’è sfiducia nei confronti di questi negoziati. Una sfiducia più che giustificata: sono 27 anni che le Cop non portano a risultati concreti. Inoltre, non prevedono la partecipazione attiva della società civile, dei movimenti, dei sindacati, che dovrebbero e vorrebbero partecipare e dare il proprio contributo”.
Ma su che cosa dovrebbero concentrarsi i negoziati Onu sul clima? Secondo gli intervistati, è urgente eliminare le fonti fossili, rispettare i diritti umani, incentivare l’equità, aiutare i Paesi in via di sviluppo. Le azioni che la politica può intraprendere sono tante: sostenere la ricerca per lo sviluppo di tecnologie e competenze green, promuovere l’economia circolare, investire nelle rinnovabili e sostenere la transizione ecologica. Ma anche il singolo può fare molto: può puntare sulla raccolta differenziata, introdurre miglioramenti per l’efficientamento energetico nella propria abitazione, limitare l’uso dell’auto e impiegare i mezzi pubblici.
“Le risponde fornite dimostrano che equità e giustizia sociale sono vissute in modo strettamente connesso, che non c’è giusta transizione senza rispetto dei diritti umani – conclude Fabiani -. E poi c’è una lettura positiva della transizione, come di un’opportunità che però il nostro Paese rischia di non cogliere. Infine, è interessante quel 55 per cento del campione che ritiene rilevante e determinante il ruolo del sindacato nel contrasto ai cambiamenti climatici: noi ci stiamo lavorando da anni e ne siamo convinti al cento per cento”.
Tra le azioni che si richiedono ai sindacati per contrastare il cambiamento climatico, rafforzare il confronto con il governo e gli enti locali, fare contrattazioni con le aziende per ridurre l’impatto ambientale, avere un ruolo attivo nell’informare imprese, lavoratori e cittadini sulle opportunità riconducibili ai temi economico-ambientali.