GUARDA IL VIDEO DELLA CONFERENZA STAMPA
La conferenza stampa si svolge nell'ambito di iniziative di presidi a Roma e in varie città italiane contro l'approvazione parlamentare del decreto quadro (DL 185/2022) per l'invio delle armi all'esercito ucaino.
Registrazione video della conferenza stampa dal titolo "Conferenza stampa dei disarmisti esigenti Alfonso Navarra, Mino Forleo, Marco Palombo, Ennio Cabiddu, Patrizia Sterpetti, in digiuno di coerenza pacifista" che si è tenuta a Roma lunedì 23 gennaio 2023 alle 12:00.
Con Alfonso Navarra (portavoce di Disarmisti Esigenti), Patrizia Sterpetti (presidente di WILPF Italia), Mino Forleo (membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione per la Scuola della Repubblica), Silvia Marmiroli (rete "Donne in nero"), Annita Benassi.
Tra gli argomenti discussi: Guerra, Ucraina.
Questa conferenza stampa ha una durata di 27 minuti.
Oltre al formato video è disponibile anche la versione nel solo formato audio.
In netto aumento le uscite volontarie dal lavoro. Scacchetti, Cgil: "Voglia di migliorare o crescita del malessere, è un fenomeno tutto da indagare"
Scelte di vita differenti, ricerca di un lavoro migliore, o forse (più drammaticamente) il segnale di un malessere professionale. Sono tutte da indagare le cause del boom di dimissioni che si sta registrando in Italia. Un fenomeno che proviene dagli Stati Uniti, dove l’uscita volontaria viene chiamata “great resignation” (le “grandi dimissioni”, appunto), oggetto dell’attenzione di sociologi ed economisti.
Sono un milione 660 mila le dimissioni che si sono registrate nei primi nove mesi del 2022: il 22 per cento in più dell’anno precedente (nel 2021 erano 1,36 milioni). A fornire il dato è il ministero del Lavoro, divulgando i consueti dati trimestrali sulle comunicazioni obbligatorie. Il dicastero, inoltre, precisa che le dimissioni sono attualmente la seconda causa di cessazione dei rapporti di lavoro, venendo dopo la scadenza dei contratti a termine.
Prendendo in esame soltanto il terzo trimestre 2023, quindi il periodo che va da luglio a settembre, le dimissioni sono state 562 mila, in aumento del 6,6 per cento (pari a oltre 35 mila uscite volontarie). Per una corretta lettura del dato è bene però precisare che il numero indica i rapporti di lavoro cessati per dimissioni e non il numero dei lavoratori coinvolti.
In aumento, però, è anche il numero dei licenziamenti, ripresi dopo il blocco dovuto alla pandemia. Nei primi nove mesi del 2022 sono stati 557 mila (nel medesimo periodo del 2021 erano 379 mila), con un balzo in avanti del 47 per cento. Nel terzo trimestre del 2022 sono stati 181 mila, in crescita del 10,6 per cento (pari a 17 mila uscite decise dal datore di lavoro) rispetto al terzo trimestre 2021.
“L’aumento delle dimissioni può avere spiegazioni molto differenti”, spiega la segretaria confederale Tania Scacchetti. “Da un lato può positivamente essere legato alla volontà, dopo la pandemia, di scommettere su un posto di lavoro più soddisfacente o più ’agile’. Dall’altro però, soprattutto per chi non ha già un altro lavoro verso il quale transitare, potrebbe essere legato a una crescita del malessere dovuta anche a uno scarso coinvolgimento e a una scarsa valorizzazione professionale da parte delle imprese”.
“Occorre rivedere i modelli organizzativi verso una maggiore qualità”, commenta il segretario confederale Cisl Giulio Romani: “Il 95 per cento delle aziende italiane sono microimprese, dove si fa più fatica a sviluppare forme di welfare integrativo, non si pratica la contrattazione aziendale e non si costruiscono sistemi premianti trasparenti. Dove si eroga poca formazione, si genera minore conciliazione tra vita e lavoro, e dunque s’intravedono minori prospettive di crescita economica e professionale”.
Per la segretaria confederale Uil Ivana Veronese, la crescita delle dimissioni volontarie è “forse un segno di come le priorità si siano modificate anche nella testa delle lavoratrici e lavoratori: se da qualche parte c’è uno smart working più flessibile, se la mia retribuzione è troppo bassa o gli orari sono troppo disagevoli, se ho voglia di provarci davvero, un lavoro, magari anche sicuro, lo si può anche lasciare”
Un uomo e una donna uccisi da monossido di carbonio. Mininni: "È ora di intervenire subito"
i continua a morire nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia), dove questa mattina sono stati trovati senza vita un uomo e una donna, uccisi dalle esalazioni di monossido di carbonio provenienti da un braciere lasciato acceso. Si continua a morire nella colpevole indifferenza di istituzioni, politica, ma anche di una intera società per cui è più comodo girarsi dall’altra parte”. Lo dichiara Giovanni Mininni, segretario generale Flai Cgil nazionale.
“A Borgo Mezzanone da sempre alloggiano lavoratori migranti, occupati prevalentemente in agricoltura; da sempre denunciamo le condizioni di questi insediamenti informali, luoghi, nella migliore delle ipotesi, in cui i caporali vanno in cerca di braccia da sfruttare. Ma le cosiddette politiche migratorie non trovano mai soluzioni adeguate e dignitose. Oggi, invece di pensare a politiche di accoglienza e integrazione, si ragiona su come far circumnavigare l’Italia alle navi delle Ong, colpevoli di salvare vite umane quando e dove possono. È ora di intervenire, di agire nel segno del rispetto di uomini e donne, che scappano dai loro Paesi in cerca di lavoro e di futuro”
Il Fatto Quotidiano ha lanciato una petizione per chiedere le dimissioni del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, perchè giovedi 19 gennaio, il Ministro ha parlato di intercettazioni in un discorso alla Camera che non ha messo in buona luce i PM antimafia in seguito all’arresto del boss Matteo Messina Denaro, ma anzi li ha quasi additati come delinquenti, incitando il Parlamento a non essere passivi davanti ai magistrati.
Il ministro della Giustizia Nordio attacca i pm antimafia. Firmiamo per cacciarlo
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato ripetutamente il falso davanti al Parlamento sulle intercettazioni nelle indagini di mafia e di corruzione. Ha calunniato i magistrati e le forze dell’ordine sostenendo che usano manipolarne e strumentalizzarne politicamente le trascrizioni. Non contento, ha apertamente polemizzato alla Camera con la Procura di Palermo, “rea” di aver catturato Matteo Messina Denaro e spiegato di averlo fatto proprio grazie alle intercettazioni. Infine ha addirittura invitato i parlamentari a non rendersi “supini dei pm”, che “vedono la mafia dappertutto”.
Le sue dichiarazioni, contraddizioni, giravolte e bugie, per non parlare delle controriforme giudiziarie e (in)costituzionali in parte minacciate e in parte già avviate, fanno di Nordio un personaggio imbarazzante per una parte della sua stessa maggioranza e soprattutto per ogni cittadino onesto: un soggetto che non può restare un minuto di più al vertice del Ministero della Giustizia.
Ci appelliamo ai presidenti della Repubblica e del Consiglio perché lo inducano immediatamente alle dimissioni e alle opposizioni perché presentino nei suoi confronti una mozione di sfiducia individuale.
Il Fatto Quotidiano e i suoi lettori si impegnano fin da ora a raccogliere le firme per un referendum abrogativo, nel caso in cui le controriforme minacciate e avviate da Nordio contro la Giustizia, contrarie alla Costituzione, alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza delle Corti europee, diventassero sciaguratamente leggi dello Stato Italiano.
Peter Gomez, Antonio Padellaro e Marco Travaglio
Firma anche tu
FIRMA QUI PER CACCIARE QUESTO MINISTRO IMBARAZZANTE
AGGIORNAMENTO SULLA PETIZIONE |
Meloni difende Nordio. Condividi la petizione su Whatsapp! |
La petizione online del Fatto Quotidiano ha registrato un boom di firme: oltre 130mila da venerdì a oggi. Intanto, un Sondaggio Izi rivela che la “Lotta alle mafie conta più della privacy” e che il 64% degli italiani vuole le intercettazioni. La premier Meloni intanto ha dato “Piena fiducia al ministro”, ma gli ha dato un “cronoprogramma”.
Continuiamo a chiedere le dimissioni di Nordio, CONDIVIDI LA PETIZIONE SU WHATSAPP!
La pressione sul ministro della Giustizia che Meloni aveva scelto personalmente era troppo forte. Non solo dell’opposizione ma anche della sua maggioranza, con il vicepremier Matteo Salvini che da sabato ha iniziato a cogliere qualsiasi occasione per prendere le distanze da Carlo Nordio. Meloni, con un comunicato ufficiale, spiega che non ci sono contrasti con i ministri (“lavorano tutti in piena sinergia con Palazzo Chigi”) e che nel governo “c’è un ottimo clima”. Poi “ribadisce” la “piena fiducia nel Guardasigilli che ha fortemente voluto a Via Arenula e con il quale mantiene contatti quotidiani”. Infine annuncia un incontro con lui questa settimana “per definire il cronoprogramma delle iniziative necessarie a migliorare lo stato della giustizia italiana”.
C'è bisogno di continuare a far sentire la nostra voce: INVITA I TUOI AMICI A FIRMARE SU WHATSAPP!
È questo il passaggio chiave del comunicato di Palazzo Chigi: con l’incontro che si terrà nei prossimi giorni, forse già mercoledì, Meloni cercherà di stabilire con Nordio un “cronoprogramma” delle riforme da fare. A partire da abuso d’ufficio e intercettazioni. Lavorando in silenzio e proponendo testi a Palazzo Chigi prima della discussione in Consiglio dei ministri. E soprattutto senza “sparate” all’esterno che possano far tornare un clima di guerra con la magistratura.
Il “cronoprogramma” servirà alla premier perché il tema della giustizia rischia di scoppiarle tra le mani a breve, come successo per la benzina. Anche perché l’opinione pubblica appoggia le riforme di Nordio meno di quanto si possa pensare. Secondo un sondaggio realizzato da Izi Spa e che Il Fatto pubblica in esclusiva, quasi due intervistati su tre (il 63,8%) sono contrari alla limitazione delle intercettazioni proposta dal ministro, contro un 36,2% di favorevoli
In arrivo nelle librerie "Le regioni dell'egoismo" (Futura editrice). La prefazione del segretario confederale Cgil
La nuova maggioranza di governo, affermatasi alle elezioni politiche del 25 settembre 2022, ha in più occasioni ribadito la ferma volontà di proseguire e, soprattutto, portare a termine il per-corso dell’autonomia differenziata, avviato nel 2017 da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e seguito da altre Regioni. Dichiara di volerlo fare senza dividere il Paese, nel quadro di una coesione nazionale e nel rispetto della perequazione delle risorse. Precisazioni, queste ultime, che sembrano contraddire i toni e le rivendicazioni di quei presidenti di Regione, espressione della stessa compagine politica, che, invece, avevano rivendicato la volontà di trattenere le risorse prodotte sul loro territorio (il fantomatico «residuo fiscale») e aver piena competenza in tutti gli ambiti di governo (le famose 23 materie) previsti dal Titolo V della Costituzione, senza curarsi troppo delle conseguenze oltre i propri confini regionali.
Un cambiamento di impostazione necessario nel momento in cui si ricopre un ruolo nazionale e non più locale, ma non sufficiente a fugare dubbi e preoccupazioni su un percorso che porterà inevitabilmente a un’ulteriore frammentazione delle politiche pubbliche. Esattamente il contrario di ciò che serve nel drammatico periodo di crisi che stiamo attraversando. Le difficoltà economiche e sociali dell’Italia, dopo i due anni di emergenza pandemica e con la crisi geopolitica in corso, sono innanzitutto causate dalle disuguaglianze – profonde e insostenibili – già esistenti nell’esigibilità dei diritti fondamentali. Per questo il legislatore dovrebbe guardarsi bene dall’acuirle.
La Cgil, fin dall’inizio, ha considerato improponibile riconoscere maggiore autonomia ad alcune Regioni, senza ridurre prioritariamente i divari esistenti e senza definire un quadro normativo unitario – fatto di Livelli essenziali delle prestazioni, leggi di principio e sistema perequativo – capace di rendere effettivi, in tutti i territori, i diritti civili e sociali fondamentali, di garantire ovunque l’accesso alle prestazioni, agli interventi e ai servizi pubblici necessari ad assicurare a chiunque una vita libera e dignitosa, di redistribuire le risorse non in base alla spesa storica o a percentuali prestabilite né tantomeno in base alla capacità fiscale di un territorio, ma solo e soltanto in ragione di quanto serve in quella determinata area del Paese per attuare tutte le politiche adeguate a garantire tutela della salute, diritto all’assistenza, all’istruzione, al lavoro, alla mobilità…
A distanza di cinque anni dall’inizio di questo dibattito – cui non ci siamo mai sottratti, avanzando le nostre proposte e le nostre critiche e cercando un’interlocuzione, non sempre ottenuta, con i differenti governi che si sono susseguiti e con le amministrazioni regionali – non solo siamo ben lontani dall’aver definito quel quadro normativo unitario che – a prescindere dall’attuazione o meno dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione – deve essere comunque realizzato, ma ci troviamo in una ulteriore fase di crisi economica e sociale di cui è difficile prevedere la fine e anche le ricadute sulla condizione materiale di vita e di lavoro delle persone nel breve, medio e lungo periodo. Un tornante storico in cui i divari tra i territori continuano a crescere in modo inarrestabile e che richiede, ancor più di prima, la definizione di politiche nazionali e di un sistema istituzionale che siano coerenti con gli obiettivi che, come Paese, vogliamo darci.
Ambiamo a essere un Paese fondato sulla solidarietà o sulla primazia di un tornaconto di parte? Sulla redistribuzione delle risorse affinché nessuno rimanga indietro o sulla presunzione di autosufficienza di chi si illude di potercela fare da solo? Sulla garanzia dell’uniformità dei diritti per tutte le persone o su diritti esigibili in ragione di dove si è nati? Sulla capacità della Repubblica di rimuovere ovunque gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana o sulla variabilità geografica dei diritti di cittadinanza? Vogliamo un Paese che finalmente torni a perseguire l’uguaglianza sostanziale dei suoi cittadini o che si rassegni alla continua crescita delle disuguaglianze?
L’autonomia differenziata, alle condizioni date, andrà a incidere sulla vita reale di lavoratori e lavoratrici, di pensionate e pensionati, di studenti e studentesse, di tutte le persone la cui accessibilità a un diritto civile e sociale potrebbe dipendere dalla regione di residenza e non dall’essere, a prescindere, una cittadina o un cittadino italiano. È in discussione lo Stato in cui vogliamo vivere e che Paese vogliamo essere, il rapporto che ci deve essere tra Stato centrale ed enti locali, tra Regioni e Comuni, tra istituzioni e persone, tra rap-presentanti e rappresentati. Rischiamo di andare ben oltre la valorizzazione della prossimità, della sussidiarietà e della capacità politica di dare risposte diverse in contesti diversi per raggiungere un comune obiettivo; rischiamo di approdare, invece, a un «si salvi chi può» e a un ripiegamento localistico entro i confini regionali, incuranti di ciò che accade appena più in là.
Dobbiamo, inoltre, essere consapevoli che il passo tra il privilegiare le regioni più ricche e il far prevalere le classi sociali più forti, abbandonando al loro destino i territori e le persone più deboli, è molto breve se si afferma la cultura dell’egoismo e della separazione. Si è arrivati a mettere in discussione persino l’unità del sistema di istruzione, ipotizzando la regionalizzazione della scuola. Contro questa deriva ci batteremo con tutte le nostre forze. La nostra posizione è chiara: non è questo il tempo di adottare provvedimenti che aumenterebbero le diseguaglianze territoriali, è semmai il tempo di adottare provvedimenti straordinari per rimuovere i divari esistenti, di definire una cornice unitaria di princìpi e prestazioni non derogabili, da garantire in modo uniforme ed effettivo su tutto il territorio nazionale, in modo da assicurare benessere ed equità sociale per tutti i cittadini.
Gli ultimi anni hanno mostrato in modo inequivocabile quanto la redistribuzione di competenze legislative tra Stato e Regioni, effettuato con la riforma del Titolo V nel 2001, in assenza di un’adeguata definizione della cornice normativa unitaria entro cui era possibile agire la maggiore autonomia concessa, sia legislativa che organizzativa, abbia contribuito alla nascita, in alcuni ambiti, di tanti sistemi differenti quante sono le regioni. E questo ha avuto effetti nefasti anche durante la pandemia, con le tensioni che han-no diviso il governo centrale da quelli regionali, rendendo meno efficace la lotta al virus e la battaglia per salvare la salute, in parti-colare dei più fragili.
A un ventennio dall’introduzione di quella riforma sarebbe più opportuno, e indubbiamente necessario, intervenire – in via ordinaria – per stabilire un nuovo equilibrio tra unità e decentramento e per individuare il luogo di una rinnovata cooperazione istituzionale tra Stato e Regioni al fine di superare contenziosi e perseguire l’interesse generale della collettività.
L'incontro promosso dalla Cgil. Serve una grande mobilitazione per evitare che i progetti di riforma stravolgano la Costituzione
Concordano i partecipanti all’incontro su presidenzialismo e autonomia promosso dalla Cgil nazionale: occorre avviare una grande mobilitazione unitaria per impedire che i progetti di riforma stravolgano la Costituzione, rompendo con l’assetto di democrazia partecipata e parlamentare del ’48.
Non solo. Il diverso assetto istituzione e di forma di governo proposto dalla maggioranza in Parlamento, ma non nel Paese, romperebbe l’unità nazionale, renderebbe i diritti fondamentali non più esigibili da tutti i cittadini e le cittadine, approfondirebbe i divari e le diseguaglianze non solo territoriali ma anche sociali; inoltre sancirebbe la fine del contratto collettivo nazionale di lavoro, con essa verrebbero meno i diritti del lavoro e nel lavoro. Frammentazione del Paese, verticalizzazione del potere e plebiscitarismo, al posto della democrazia rappresentativa e partecipata.
Certo, hanno convenuto sia i dirigenti sindacali che gli esperti riuniti nella Sala Di Vittorio di Corso d’Italia, il Parlamento, per Costituzione luogo della rappresentanza e della partecipazione popolare, è assai indebolito da anni di decretazione d’urgenza a colpi di fiducia e da riforme elettorali, che l’hanno allontanato dagli elettori, per non parlare della diminuzione dei parlamentari per “risparmiare”.
Ma se questa è la ragione della crisi democratica che attraversa l’Italia, per Cristian Ferrari, segretario nazionale della Cgil che ha introdotto i lavori della mattinata, “non si risolve con l’ingegneria istituzionale. Dovremmo piuttosto tornare allo spirito originario della Costituzione restituendo centralità al parlamento, ricostruendo in quella sede una vera dialettica politica e un rinnovato rapporto con il Paese e la società, a partire da partiti radicati sul territorio, democratici e realmente partecipati”.
Per la Cgil, la proposta di riconoscimento di autonomia differenziata predisposta dal governo “è un attacco all’unitarietà dei diritti che porterà a una inaccettabile cristallizzazione dei divari esistenti o addirittura al loro ulteriore allargamento”. “È necessario, invece, promuovere un'effettiva definizione e determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni, che non possono essere individuati partendo dal presupposto che vanno mantenute ferme le risorse stanziate fin qui, né con una procedura tecnica che non tenga in considerazione la loro ragion d’essere: uno strumento volto a ridurre le disuguaglianze. Affinché ciò accada, occorre un serio investimento aggiuntivo di fondi nel sistema pubblico, in modo da garantire a tutti i cittadini l’esigibilità dei diritti fondamentali, a partire da quelli alla salute, all’istruzione, all’assistenza, al lavoro e alla mobilità. Va quindi aumentata la spesa nei troppi territori in cui sono ancora inesigibili, nel rispetto dell’unico principio su cui deve fondarsi la distribuzione delle risorse tra Stato e Regioni, quello perequativo”.
Accoglie e rilancia, il presidente dell’Associazione Salviamo la Costituzione: aggiornarla e non demolirla, l’idea della Cgil di dare a un movimento amplio e inclusivo che contrasti la volontà di demolizione della Carta. Il costituzionalista dell’Università di Roma boccia sia il presidenzialismo, anche se non è ben chiaro quale sia quello previsto dal centrodestra, che l’autonomia del ministro Calderoli: “Una babele in cui verrebbero sacrificate proprio le ragioni delle differenziazioni. È vero – conclude il professore – la nostra Costituzione è da attuare, cominciamo dai diritti delle persone e non dai poteri delle regioni in lotta tra loro. Evitiamo di eleggere capi, pensiamo invece a dare forma al parlamento bistrattato”.
Grande incompiuta dei decenni passati, secondo la segretaria generale della Fp Cgil, è la riforma del decentramento amministrativo, cominciata negli anni '70 dello scorso secolo e che ha avuto il suo apice nei '90. Riforma incompiuta, perché mentre decentravano funzioni si indeboliva la pubblica amministrazione. Oggi, una delle ragioni dei divari territoriali sta proprio qui, in enti locali privi di personale; se tra le tante la pandemia lascia una eredità, è anche quella che bisognerebbe avere la garanzia delle funzioni a ogni livello. “Il funzionamento della macchina amministrativa è precondizione – ha detto –, altrimenti avremo una cittadinanza differenziata”. Ma c’è un'altra preoccupazione grande: “L’autonomia differenziata sancirebbe la fine del contratto collettivo nazionale di lavoro”.
L’economista della Scuola Normale superiore descrive un’Italia impoverita e in declino, che rischia di sprecare l’opportunità del Pnrr per l’incapacità di delineare una politica industriale, per non saper fare del welfare un’opportunità anche dal punto di vista economico e per non saper indirizzare le risorse pubbliche, senza che a deciderlo siano i grandi soggetti privati. E, afferma Mario Pianta, l’autonomia differenziata non farebbe altro che acuire declino e impoverimento, non farebbe altro che approfondire divari e diseguaglianze.
Il racconto della Puglia e del Mezzogiorno, benché rapido del segretario della Cgil di quella regione, è netto: il divario con le regioni del Nord si è aggravato, su povertà welfare e sanità il disagio è fortissimo. Lavoro nero, grigio e precarietà hanno fatto implodere il sistema produttivo. “L’autonomia – ha sottolineato Gesmundo – da un lato crea rassegnazione, dall’altro reazioni pericolose sul piano dell’ordine pubblico o forme di regionalismo neo-borbonico da contrapporre a quello del Nord”. E il Pnrr, che poteva e doveva essere l’occasione per colmare il gap, si sta rivelando una promessa mancata, visto che gli investimenti pubblici sono determinati da quelli privati e non viceversa. Manca una governance e una visione.
La segretaria generale della Cgil di questa regione, Tiziana Basso, è stata netta: “La gestione della pandemia da noi è la dimostrazione che la regionalizzazione della sanità non risponde ai bisogni di salute dei cittadini e delle cittadine”. Non solo, guardando al futuro la dirigente sindacale ha raccontato un territorio di cui forse si sa poco: un tessuto economico fragile per gran parte dipendente dal mercato interno. Tessuto che lavora come contoterzista della Germania, non sapendo cogliere la sfida dell’innovazione. Questo è talmente vero che, non offrendo prospettive, i giovani emigrano in regioni vicine o all’estero, in dieci anni sono andati via in 250mila.
Giovanni Maria Flik è stato presidente della Corte Costituzionale, ministro della Giustizia e molto altro ancora. Per raccontare la riforma autonomistica ha preso in prestito la parabola evangelica, solo che in questo caso a moltiplicarsi sarebbero le poltrone e non l’esigibilità dei diritti. E comunque, ha sottolineato Flik: “Quella di Calderoli sarebbe un’autonomia senza solidarietà, principio costituzionale indispensabile per dare attuazione all’articolo 3 della Carta, per rendere effettiva l’uguaglianza”. Non meno netto è stato nel parlare di presidenzialismo: “Innanzitutto non si capisce di quale presidenzialismo si parla. E poi non si capisce che non è una grande idea perdere un presidente garante della indivisibilità della Costituzione, senza peraltro preoccuparsi di meccanismi di riequilibrio tra poteri”.
Nel bilancio nazionale l’istruzione è il capitolo di spesa che pesa di più. Spostare queste risorse alle regioni significherebbe la fine del contratto nazionale, la differenziazione degli stipendi con la reintroduzione delle gabbie salariali, la frammentazione e regionalizzazione dei programmi con la trasformazione della scuola nella più grande agenzia di consenso nelle mani dei singoli governatori. Queste le preoccupazioni espresse da Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil: “Lo scambio tra presidenzialismo e autonomia è fallace e autoritario, e l’insegnamento della pandemia sul fallimento della sanità regionalizzata sembra non essere stato capito”. Per il dirigente sindacale occorre mettere in campo “un'iniziativa di controinformazione e prepararci a un'opposizione a questo disegno, con ogni forma di lotta democratica”.
“Secondo me è la Costituzione stessa a non prevedere la possibilità di cambiare forma di Stato e forma di governo. In ogni caso abbiamo già impedito due volte la trasformazione della Carta, possiamo farcela anche la terza”. Questa la convinzione di Rosy Bindi, che ha ricordato come la maggioranza di governo non è affatto maggioranza nel Paese, ma non è automatico che la maggioranza degli elettori e delle elettrici sia contro il presidenzialismo e l’autonomia. Per la presidente dell’Associazione Salute diritto fondamentale occorre “far risorgere il pensiero a favore della Costituzione. Bisogna mettere in campo la mobilitazione delle volte precedenti”.
Il segretario generale della Cgil, durante le conclusioni al confronto, sembra raccogliere il testimone dalle mani di Bindi e rilanciare: “Serve una grande mobilitazione, ripartendo dallo schieramento di persone e associazioni della grande manifestazione per la pace dello scorso 5 novembre. Occorre saper legare crisi sociale e crisi democratica”. Ha infatti aggiunto il leader di Corso di Italia: “La battaglia in difesa della Costituzione non è altra cosa rispetto alla battaglia sociale per tutelare i diritti del lavoro, il welfare universalistico, per cambiare il modello di sviluppo. Vanno tenute insieme, perché solo applicando fino in fondo la Carta costituzionale, solo rendendo protagonisti lavoratori e cittadini, attraverso partiti e forze sociali radicati e rappresentativi, possiamo costruire un modello produttivo ambientalmente e socialmente sostenibile"