Il primo firmatario del documento, condivise da 21 realtà del territorio collinare e montano, è Gianni Fagnoli del "Podere I Fondi" di Rocca San Casciano
Non si spengano i riflettori sulle urgenze improrogabili che richiede l'Appennino romagnolo, devastato dalle frane. Questo in sintesi l'appello firmato da diverse realtà agricole, economiche e associative dell'entroterra, che ha come destinatari cittadini, istituzioni e realtà sociali ed economiche del territorio, con l'intenzione di "innescare un confronto e sviluppare iniziative che richiamino attenzione e impegno immediato per la nostra montagna ed il suo popolo". Il primo firmatario del documento, condivise da 21 realtà del territorio collinare e montano, è Gianni Fagnoli del "Podere I Fondi" di Rocca San Casciano.
"Ci sono ferite che lasciano cicatrici profonde, segno di sofferenza, ma anche di una guarigione che ha salvaguardato l’organismo colpito, rimarginando e permettendo il normale prosieguo della vita - esordisce il testo -. Altre lacerazioni rimangono invece aperte, specie se trascurate, rischiando di allargarsi, sviluppare infezioni irreversibili e diventare fatali. Quest’ultimo è il caso attuale del nostro Appennino Romagnolo, la cui stessa esistenza, quale realtà di insediamenti e attività umane, si vede oggi drasticamente messa in discussione, come mai accaduto nella sua storia millenaria".
"L’impatto degli eventi catastrofici di Maggio ha prodotto sulle nostre aree montane e collinari un dissesto inedito e sconcertante, lesioni tanto vaste quanto gravi, nonché appesantite dal protrarsi dell’anomalia meteorologica, con uno stillicidio di precipitazioni successive, straordinarie per frequenza ed intensità, spingendo tutte le situazioni oggi precarie verso esiti di collasso - viene rimarcato -. L’incredibile movimento franoso ancora in atto ha portato al disfacimento fisico intere sezioni orografiche: chilometri di versanti compromessi e lacerati dall’erosione, privati del manto vegetale e ancora carichi di masse terrose e detriti instabili, si associano a spinte e pressioni non assestate che incombono su strade, abitazioni, fabbricati e terreni agricoli, movimenti potenzialmente in grado di generarne altri nuovi di portata ancora più vasta e pericolosa, fino a minacciare direttamente i centri di fondovalle. Sì riproporrebbero così inevitabilmente le criticità finora tamponate con tanta fatica, dilatando l’effetto di quelle esistenti e aprendone di nuove, potenzialmente peggiori".
"Non è possibile dunque pensare di affrontare la prossima stagione autunno-invernale in queste condizioni, così come altri afflussi di prolungata instabilità meteorologica - prosegue il documento -. Se non si comincia ad intervenire al più presto con estrema urgenza, è inoltre chiaro come un ulteriore dilavamento delle fragilità attuali darebbe luogo a nuovi incontrollabili fenomeni di ruscellamento, anche con pochi millimetri di pioggia, volumi di melma che andrebbero poi velocemente a riversarsi, assieme a vecchie e nuove masse di detriti, negli alvei già martoriati della pianura, con le conseguenze che tutti abbiamo visto. È nell’interesse di tutte le fasce di territorio perciò che indichiamo l’Appennino come area prioritaria di intervento, da cui procedere immediatamente con un piano straordinario di bonifica e messa in sicurezza che cominci a lavorare da subito".
"È chiaro che se le zone montane dovessero subire da questo disastro un’ulteriore emorragia di attività e insediamenti, questo significherebbe un gravissimo problema nella vigilanza e nella gestione idrogeologica del territorio - è l'osservazione -: una montagna meno presidiata e meno coltivata, equivarrebbe a meno cure, meno manutenzioni, meno monitoraggi e meno interventi di risanamento. Esattamente il contrario di quello che serve oggi. Contro ogni pericolo di nuovi spopolamenti occorre allora cominciare a dare risposte tempestive, aiutando massicciamente i Comuni garantire il ripristino dell'agibilità della rete stradale locale e sostenendo con ogni strumento possibile le attività di chi vive in Appennino e di Appennino. Questo perché ogni altra eventuale ondata di abbandono delle terre montane potrebbe essere quella definitiva".
"Chi, nelle sedi preposte, non volesse farsi carico di questo impegno immediato e concreto, dovrà poi assumersi la responsabilità di dichiarare chiusa la storia dell’insediamento umano nell'Appennino romagnolo - viene aggiunto -. Non è accettabile asserire come i problemi siano tanti e molto gravosi quale alibi per non cominciare nemmeno a porvi mano. Non è tollerabile vedere Comuni montani e attività economiche affidarsi alla beneficenza per rispondere alle proprie necessità. Con questo documento vogliamo inoltre chiedere con forza un aiuto pubblico deciso, importante e soprattutto rapido per le attività agricole appenniniche, che costituiscono forma e sostanza di questo ambiente, specie per ripristinare nelle loro competenze gli accessi, i drenaggi, le reti di scolo, i contenimenti e tutto ciò che serve per mettere in sicurezza i versanti dei rilievi su cui operano, da movimenti franosi vecchi e nuovi".
"È evidente che se lasciati soli, specie con le attuali prospettive di forte riduzione del reddito agricolo, per gli effetti connessi, contestuali e collaterali all’anomalia stagionale, gli agricoltori non avrebbero alcuna possibilità di un recupero autonomo soddisfacente delle condizioni morfologiche precedenti, ancor più se, come in molti casi, caricati di costi ulteriori dovuti all’isolamento aziendale, alla distruzione di beni strumentali e alla perdita della precedente orografia poderale - continua il testo -. Non possiamo fare a meno infine di notare, con rammarico, come una distorta percezione di quanto è accaduto e ancora sta accadendo nella nostra area, non renda una lettura corretta e proporzionata alle reali dimensioni del disastro che ci sta travolgendo".
"Abituato a non essere considerato, l’Appennino non lo è purtroppo nemmeno in questo frangente drammatico - è l'amara considerazione -. Si arriva a definire quello della stabilità idrogeologica di un intero territorio, al massimo come un problema di interruzioni stradali, quasi fosse un fenomeno minore rispetto a quello, pur grave, dell'allagamento. Chiediamo tuttavia a qualsiasi cittadino, solo per fare un esempio, se ritenesse preferibile per la propria casa ritrovarsi in condizione di allagamento, oppure con una voragine a pochi passi dall’uscio, con un pezzo di montagna giunto a pochi metri dai muri o un movimento franoso che minaccia la stabilità dell’edificio ad ogni allerta meteo. Tremare ad ogni previsione di pioggia perché potrebbe essere quella decisiva per vedersi scomparire l’abitazione, non ci pare più desiderabile di altre condizioni".
Hanno firmato l'appello anche Nicolò Vanigli (Podere Campàz, Castiglione), Fabio Cappelletti (Az. Agr. In nome del pane, Dovadola), Martina Romualdi (Liberi&Selvaggi, Premilcuore), Massimiliano Zandomeneghi (Azalea& Colibrì, Rocca San Casciano), Benjamin Jordan (B&B naturaliterre microfattoria, Dovadola), Stefania Bergamaschi (apicoltrice, Predappio), Alain Pennacchi (Az. Agr. Pennacchi Roberto, San Piero in Bagno), Ottavio Frulli (Circolo Acli, San Leo), Antonella Ciccarella (Agriturismo Re Piano, Modigliana), Paolo Martini (Martini Società Agricola, Civitella di Romagna), Moreno Quadalti (Az. Agr. Quadalti e Carloni (Modigliana), Rita Neri (Az. Agr. Vossemole, Marradi), Petrini Marino (Az. Agr. Petrini Giacomo e Marino, Civitella di Romagna), Manuela Ghedina, (Società agricola Cà Gianna, Tredozio), Manuele Malavolti (Az. Agr. Malavolti Manuele, Modigliana), Azienda Agricola Biserni Lidiano (Premilcuore), Azienda Agricola Marco Leoni (Premilcuore), Chiara Capanni (D'l Azdora, Predappio Alta), AZ.agr. Tedaldi Romi &c. (Agriturismo Ca’ Martino, Premilcuore) e Room and Breakfast bar alimentari La Rosa del Rabbi (Premilcuore).
"Le realtà che hanno sottoscritto questo documento intendono porre tali questioni all’attenzione di cittadini, istituzioni e media locali, affinché si sviluppi una sensibilità ed una comprensione corretta della questione appenninica, stimolando in qualsiasi sede discussione, dibattito e mobilitazione attorno ai punti sopra esposti, a nostro parere centrali - conclude il testo -. Cercare di innescare un confronto, attirando attenzione su questi temi, ci sembra il minimo che si possa fare per le nostre montagne, che tanto ci hanno dato e che non abbandoneremo al silenzio e all’indifferenza"
Il primo Def del centrodestra indica una riduzione di spesa dal 6,9 al 6,2%. Ma il Ssn è già in ginocchio. Mai come ora il diritto alla cura è stato in pericolo
La pandemia ha impresso nella mente di tutti il valore del sistema sanitario pubblico e universale. Un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione. Ma Il Servizio sanitario nazionale rischia il collasso a causa di anni di tagli, sottofinanziamento e blocco delle assunzioni Una situazione di crisi, aggravata dalla pandemia e dall’invecchiamento della popolazione, che costringe i cittadini a fare i conti con tempi di attesa sempre più lunghi, diseguaglianze tra persone e territori, aumento della migrazione sanitaria, crescita della spesa privata dei cittadini, rinuncia alle cure, riduzione dell’aspettativa di vita.
Nelle scorse settimane il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di economia e finanza (Def) 2023. Quest’anno il rapporto tra la spesa sanitaria e il Pil si è contratto passando dal 6,9 per cento del 2022 al 6,7 per cento. In termini assoluti la spesa prevista per il settore è cresciuta di 4,3 miliardi di euro. Un incremento apparente (+3,8 per cento) fagocitato da un’inflazione ben oltre il 5 per cento.
La volontà di tagliare è evidente, con una riduzione nei prossimi anni di oltre 3,3 miliardi di euro: il governo ha indicato nel Def che a partire dal 2025 la spesa scenderà ancora fino al 6,2 per cento. Si aggraveranno ulteriormente i bilanci delle Regioni, già in rosso per la copertura incompleta delle spese affrontate per pandemia e campagna vaccinale, per l’incremento dei costi energetici, per i rincari di materie prime e materiali.
Questo incide anche nella dotazione di posti letto ospedalieri. Negli ultimi 20 anni ne sono stati tagliati 80 mila. Nel 2020 in Italia se ne contavano 189 mila, pari a 3,18 posti ogni mille abitanti. Secondo Eurostat uno dei valori tra i più bassi in Europa. Germania, Austria e Francia mantengono livelli molto elevati fino ad arrivare al doppio dei nostri
All’inizio del 2023 solo 13 comuni su 330 hanno adottato il PUG, 57 i comuni che non hanno ancora avviato l’elaborazione del piano; scadenza per l’approvazione dei piani fissata al 1° gennaio 2024
I casi esemplari: “Il consumo di suolo non attesta a fermarsi, servono strumenti efficaci per salvaguardare il suolo vergine dall’attrattiva del settore logistico”
A più di cinque anni dalla messa in vigore della più recente legge urbanistica regionale (LR 24/2017), che avrebbe dovuto fermare il consumo di suolo in Emilia-Romagna, Legambiente pubblica un nuovo dossier dedicato a questo tema. All’interno del dossier, gli effetti della legge urbanistica vengono messi al vaglio e si fa il punto sullo stato di attuazione delle previsioni della legge stessa da parte dei Comuni, ai quali è stata affidata la realizzazione dei Piani Urbanistici Generali, lo strumento unico di cui le amministrazioni comunali sono tenute a dotarsi per contenere l’avanzata del cemento.
Secondo dati e informazioni raccolti da Legambiente Emilia-Romagna, gli ambiziosi obiettivi della legge urbanistica regionale, i promotori della quale puntavano ad abbattere del 60% le previsioni di crescita del suolo urbanizzato rispetto alla tendenza calcolata al 2017, sono stati tutt’altro che raggiunti: ne sono prova i numerosi casi documentati di nuove urbanizzazioni di ampie porzioni di territorio che sono state previste, attuate o in alcuni casi “sventate”.
Tra le principali cause dell’insuccesso della legge nell’eliminare il consumo di suolo in Emilia-Romagna, hanno un ruolo di primo piano il lasso temporale concesso ai Comuni per realizzare i piani urbanistici previgenti, che ha consentito di elaborare negli ultimi anni l’attuazione di nuovi interventi di urbanizzazione, e le ripetute proroghe dei termini di decadenza di tali piani. L’arrivo della pandemia ha infatti offerto l’occasione per prolungare questo “periodo di transizione” nel quale le amministrazioni comunali potevano dare l’avvio sul proprio territorio alle previsioni edificatorie presenti negli strumenti di pianificazione approvati prima dell’entrata in vigore della legge. La data di scadenza dei vecchi piani urbanistici si è quindi sempre più allontanata, estendendosi, nell’ultima revisione della legge urbanistica, fino al 1° gennaio 2024.
Unitamente a questi termini è stata anche prorogata la data entro la quale i Comuni si sarebbero dovuti dotare del PUG (Piano Urbanistico Generale), il nuovo strumento di pianificazione previsto dalla legge.
Da quanto emerge dai dati raccolti da Legambiente Emilia-Romagna negli ultimi mesi il processo di adeguamento degli strumenti di pianificazione è tutt’altro che concluso: dei 330 comuni della Regione Emilia-Romagna, a marzo 2023 erano solo 13 i Comuni dotati di PUG approvato. La maggior parte delle amministrazioni comunali dell’Emilia-Romagna (177) era invece ferma alla “Fase di studio preliminare” testimoniata dall’acquisizione della cartografia necessaria all’elaborazione del Piano.
Ben 57 Comuni non avevano nemmeno presentato questa richiesta; i rimanenti si distribuivano nelle altre fasi del percorso di approvazione, comunque non ancora completato.
Oltre a queste dilazioni dei termini previsti dalla legge, il testo contiene numerose deroghe che inficiano l’obiettivo di riduzione del consumo di suolo, stabilito come soglia all’incremento del territorio urbanizzato fissata al 3% delle superfici urbanizzate alla data di entrata in vigore della legge: basti pensare, ad esempio, al fatto che le aree utilizzate per l’attuazione dei piani previgenti non vengono calcolate per il raggiungimento di tale soglia.
All’interno del dossier trova spazio un focus su una serie di casi esemplari, relativi a numerose province emiliano-romagnole, che attestano l’inefficacia della nuova legge urbanistica: il fenomeno del consumo di suolo per fini di urbanizzazione è tutt’altro che limitato e continuano a essere presentati progetti dal significativo impatto socio-ambientale che distraggono le amministrazioni locali dagli obiettivi proposti dalla legge e dalla necessità di promuovere interventi di rigenerazione urbanistica e di riutilizzo di spazi urbanizzati non utilizzati.
“Il perdurare dell’interesse delle amministrazioni locali relativo ai progetti di nuovi interventi di urbanizzazione, in particolare per quanto riguarda il settore della logistica e quello del commercio, dimostra la necessità di un intervento legislativo efficace sia attraverso l’approvazione di una legge nazionale contro il consumo di suolo, sia mediante il rafforzamento della legge urbanistica regionale, che oggi non riesce ad arginare questo fenomeno” commenta Legambiente Emilia-Romagna. “Occorre che le Amministrazioni locali abbiano il potere di intervenire identificando in modo autonomo e coerente con i criteri della pianificazione territoriale gli spazi destinati alle funzioni che più generano impatti negativi sul territorio, in primo luogo in termini di mobilità di persone e merci, evitando effetti boomerang sul territorio.”
“La situazione che abbiamo fotografato con il nostro dossier dimostra che gli obiettivi assunti dalla Regione Emilia-Romagna con l’approvazione della legge urbanistica nel 2017 non sono stati ancora raggiunti e, al contrario, che il fenomeno del consumo del suolo continua ad affliggere la nostra regione” – conclude l’associazione. – “A maggior ragione dopo i fenomeni meteorologici estremi e le alluvioni del mese scorso, che hanno dimostrato la necessità di ripensare la pianificazione del territorio allo scopo di ridurne l’artificializzazione e garantire più spazio per i fiumi, è fondamentale che si assuma una norma che preveda il saldo netto pari a zero per il consumo di suolo, per evitare la necessità di risarcire i danni che la cementificazione e la gestione passata del territorio hanno contribuito a determinare. Allo stesso tempo occorre favorire il recupero e il riutilizzo di edifici e aree impermeabilizzate abbandonate, operazione necessaria ed indispensabile per ridurre la pressione sui suoli agricoli e su quelli naturali, consentendo interventi di rinaturalizzazione dei corsi fluviali per garantire un livello adeguato di sicurezza idrogeologica dell’intero territorio regionale, che gli eventi estremi delle ultime settimane hanno dimostrato essere particolarmente fragile ed esposto agli effetti del cambiamento climatico.”
La situazione attuativa dei PUG in Emilia-Romagna (marzo 2023)
PROVINCIA |
COMUNI |
PUG |
Fase studio preliminare |
Consultazione |
Assunzione |
Adozione |
Approvazione |
Bologna |
55 |
6 |
27 |
19 |
2 |
/ |
1 |
Ferrara |
21 |
5 |
5 |
4 |
/ |
4 |
3 |
Forlì-Cesena |
30 |
2 |
16 |
9 |
/ |
2 |
1 |
Modena |
47 |
1 |
30 |
7 |
5 |
3 |
1 |
Parma |
44 |
20 |
14 |
5 |
1 |
1 |
3 |
Piacenza |
46 |
10 |
28 |
3 |
1 |
2 |
2 |
Ravenna |
18 |
/ |
6 |
9 |
2 |
/ |
1 |
Reggio Emilia |
42 |
9 |
30 |
/ |
/ |
2 |
1 |
Rimini |
27 |
4 |
21 |
1 |
/ |
1 |
/ |
Tot. |
330 |
57 |
177 |
57 |
11 |
15 |
13 |
Al cinema dal 15 giugno il film di Erik Gandini. Parla il regista: "Il mio documentario in giro per il mondo per capire cos'è l'occupazione oggi e come può essere domani"
"Ho avuto un incubo: arrivare alla fine della vita, guardarmi indietro e pentirmi di aver lavorato troppo". Lo dice Erik Gandini, regista di After Work, che arriva giovedì 15 giugno nelle sale italiane. È un film importante: un documentario-viaggio intorno al mondo sul tema del lavoro, che non si limita alla mera registrazione dei fatti ma propone una riflessione. Cos'è davvero il lavoro? Deve essere il centro della nostra vita? A chi giova? Quanto e come bisogna lavorare, dove stiamo andando, gli umani verranno sostituiti dai robot?
Tanti dubbi, inevitabili in una fase complessa come questa, di passaggio quindi di difficile lettura. Il regista nel 2009 fu autore di Videocracy, doc sulla "videocrazia" instaurata in Italia da Berlusconi, che sarebbe opportuno rivedere oggi, nei giorni del lutto nazionale, giusto per compiere un po' di esercizio critico.
Ora si applica al nodo più spinoso del presente, il lavoro, andando in giro per il globo: c'è la Corea del Sud segnata dalla cultura dell'ultra-lavoro, che porta disperazione e suicidi, col governo che dispone lo spegnimento dei computer negli uffici pubblici per dare uno spiraglio; ci sono gli Stati Uniti, la no vacation nation, in cui le ferie non vengono consumate per la retorica della produzione; ma c'è anche il Kuwait, dove i ministeri assumono per non fare niente e i lavori manuali sono affidati a schiavi.
Poi naturalmente l'Italia. Qui il film segue la vita di un'ereditiera, offrendo il ritratto illuminante di una super ricca ("Ho tanti hobby, non mi annoio mai, non approfondisco nulla") e prova a capire chi sono veramente i Neet. Guardatelo After Work, per farvi domande e non per cercare facili risposte.
Questo podcast è un dialogo con Erik Gandini. Lo pubblichiamo insieme a una clip del film, in esclusiva per Collettiva, che mostra una donna corriera di Amazon alle prese con una giornata di lavoro.
Montaggio di Maria Antonia Fama
Per una larghissima parte dei cittadini italiani - e non solo per questi - l'indizione da parte della Presidenza del Consiglio del lutto nazionale per la morte di Silvio Berlusconi risulta in stridente contrasto con le vicende che hanno segnato e caratterizzato la vita del personaggio, ben delineate dal prof. Montanari, Rettore dell'Università per stranieri di Siena, nella sua dichiarazione alla comunità (e in parte sul giornale La Repubblica) che qui riportiamo:
"Scrivo a tutta la comunità per assumermi la responsabilità di una scelta, evidentemente controcorrente, in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi.
Di fronte a questa notizia naturalmente non si può provare alcuna gioia, anzi la tristezza che si prova di fronte ad ogni morte. Ma il giudizio, quello sì, è necessario: perché è vero che Berlusconi ha segnato la storia, ma lo ha fatto lasciando il mondo e l’Italia assai peggiori di come li aveva trovati. Dalla P2 ai rapporti con la mafia via Dell’Utri, dal disprezzo della giustizia alla mercificazione di tutto (a partire dal corpo delle donne, nelle sue tv), dal fiero sdoganamento dei fascisti al governo alla menzogna come metodo sistematico, dall’interesse personale come unico metro alla speculazione edilizia come distruzione della natura. In questo, e in moltissimo altro, Berlusconi è stato il contrario esatto di uno statista, anzi il rovesciamento grottesco del progetto della Costituzione. Nessun odio, ma nessuna santificazione ipocrita. Ricordare chi è stato, è oggi un dovere civile.
Per queste ragioni, nonostante che la Presidenza del Consiglio abbia disposto (https://www.governo.it/it/articolo/bandiere-mezzasta-sugli-edifici-pubblici-e-lutto-nazionale-la-scomparsa-del-presidente le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici da oggi a mercoledì (giorno dei funerali di Stato e lutto nazionale), mi assumo personalmente la responsabilità di disporre che le bandiere di Unistrasi non scendano.
Ognuno obbedisce infine alla propria coscienza, e una università che si inchini a una storia come quella non è una università.
Col più cordiale saluto,
il Rettore
_____________
Tomaso Montanari
Professore ordinario di Storia dell'arte moderna
Rettore dell'Università per Stranieri di Siena"
Le conseguenze negative di tali vicende (oltretutto dotate di valenza 'esemplare' in quanto aventi a protagonista un'altissima carica dello Stato), sia in ambito genericamente civile sia più specificamente nell'ambito della cultura diffusa, sono da sempre sotto gli occhi dei cittadini sensibili e capaci di giudizio critico. A questi ci rivolgiamo per offrire una coerente ed ampia solidarietà al prof. Montanari esprimendo con la nostra firma il consenso sia verso la sua analisi sia verso la sua scelta autonoma e responsabile di non far scendere a mezz'asta le bandiere dell'istituzione universitaria che dirige.
Al via la raccolta fondi promossa da Legambiente per sostenere e aiutare
con azioni concrete le aziende agricole della Romagna e dell'Appennino colpite dall'alluvione
Il cuore verde dell'Emilia-Romagna deve tornare a battere forte. Per questo Legambiente lancia la raccolta fondi “Ricostruiamo il cuore verde dell'Emilia Romagna” per sostenere con azioni concrete diverse aziende agricole della Romagna e dell'Appennino, colpite nelle scorse settimane da una violenta alluvione che ha provocate frane, esondazioni, danni al territorio e perdite di vite umane. Si tratta di realtà che da anni vivono in queste zone e che incentrano la loro attività sulla valorizzazione della terra, dei prodotti locali, sul biologico, facendo anche rete con altre aziende.
Con una piccola donazione - andando sul sito di Legambiente e su sostieni.legambiente.it/cuoreverdemiliaromagna - si potranno sostenere diversi interventi concreti, utili e preziosi. In particolare, nell’Appennino bolognese si potrà contribuire a riaprire alcune strade per poter raggiungere i castagneti secolari della zona adesso isolati e a rischio crollo; nella zona dell’appennino forlivese a realizzare una strada provvisoria per permettere ad una comunità di raggiungere il borgo vicino; ad acquistare essenze rigenerative e siepi per dare una mano alle aziende bio della Romagna. Ed ancora si potranno aiutare gli apicoltori della Romagna acquistando nuove arnie da donare loro affinché possano riprendere le attività; infine, si potrà contribuire a velocizzare nell’Appennino bolognese alcuni interventi urgenti per poter di nuovo raggiungere i campi e stabilizzare i terreni.
“L’alluvione che ha colpito nelle scorse settimane l’Emilia-Romagna – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – mostra chiaramente come la crisi climatica abbia ormai accelerato la sua corsa con eventi climatici estremi sempre più frequenti e intensi che causano devastazione e purtroppo tragedie. Se da un lato è fondamentale che il governo intervenga con politiche e interventi non più rimandabili a partire dal Piano di adattamento al Clima, dall’altra parte è fondamentale non lasciare soli questi territori, comunità e realtà locali. Legambiente fin dai primi momenti è presente con i circoli e i gruppi di protezione civile regionali e i volontari, per aiutare le persone colpite. Ma ad oggi anche molte aziende agricole stanno lottando per ripristinare i terreni coperti dal fango che si sta indurendo, per superare l'isolamento generato dalle frane, per recuperare caseggiati e mezzi andati distrutti. Intere comunità rischiano di dover abbandonare i borghi dell'Appennino e della Romagna. Per questo nasce la raccolta fondi “Ripartiamo dal cuore verde dell’Emilia-Romagna”: per sostenere chi si è impegnato in questi anni per promuovere nei territori attività imprenditoriali importanti per l'ambiente e la comunità. Un’azione e un impegno che auspichiamo di portare avanti insieme a tutti coloro che ci vorranno dare una mano”.
“Questa alluvione – dichiara Paola Fagioli, direttrice Legambiente Emilia-Romagna - ha lasciato ferite profonde nel territorio. Interi centri abitati stanno ancora lottando con il fango, ma l'altra grande emergenza è la ripresa delle attività agricole in pianura e in montagna. Il fango depositato sui campi in pianura ha provocato la perdita di intere coltivazioni e la progressiva sterilità dei terreni mentre le numerose frane in montagna impediscono di raggiungere campi e boschi. Spesso queste aziende e piccole comunità sono dei veri presidi del territorio che rischiamo di perdere se non potranno avere più una fonte di guadagno certa. Ecco perché la nostra azione si è concentrata su queste realtà, spesso di piccole dimensioni, che lavorano seguendo il disciplinare del biologico e che stanno lottando per non dover rinunciare a vivere in quelle aree, nonostante tutte le difficoltà. Il nostro lavoro nei prossimi mesi sarà quello di portare un aiuto concreto a queste aziende e piccole comunità ma anche di accendere un faro perché queste realtà non siano dimenticate una volta finita l'emergenza, ma possano contare anche su una diversa e più attenta gestione del territorio”.
A chi donare:
Appennino bolognese. AZIENDA AGRICOLA IL REGNO DEL MARRONE
Qui i castagneti coprono una superficie di più di 40 ettari. Una frana ha fatto scivolare a valle moltissimi castagni secolari, e le strade interne all’azienda sono interrotte a causa degli alberi caduti e del fango. Occorre intervenire subito per riaprire le strade e consentire le lavorazioni per salvare i castagni ancora presenti.
APPENNINO FORLIVESE. COMUNITÀ CA BIONDA E BORGO BASINO
Una comunità di 6 famiglie è rimasta isolata a causa di una frana che ha interrotto l’unica strada di collegamento con il vicino comune. Gli interventi per il ripristino impiegheranno probabilmente più di un anno. La comunità si sta attivando per realizzare una strada provvisoria e ci occorre il tuo aiuto per coprire i costi delle prime lavorazioni.
RETE DI AZIENDE AGRICOLE BIOLOGICHE
Rete Humus, in collaborazione con l’Associazione Agricoltura di Confine di Cesena, il Biodistretto dell'Appennino Bolognese e Legambiente, ha individuato aziende agricole bio in cui ripristinare la fertilità dei terreni coperti dal fango seminando essenze rigenerative e la messa dimora di siepi per il contenimento del dissesto.
FAENZA. APICOLTORI DELLA ROMAGNA
Interi apiari sono stati sommersi dal fango e le colonie di api distrutte. In molti casi è stato impossibile raggiungere in tempo gli apiari a causa delle frane e delle inondazioni. Insieme possiamo acquistare nuove arnie da donare agli apicoltori affinché possano riprendere le loro attività.
APPENNINO BOLOGNESE. AZIENDA AGRICOLA BORDONA
In questa piccola azienda biologica nell'alta valle del Santerno ai confini con la Toscana l'alluvione ha causato frane e smottamenti e ancora in alcune parti dell’azienda sono presenti ruscellamenti sotterranei che possono portare a cedimenti del terreno. Sono necessari interventi urgenti per poter di nuovo raggiungere i campi e stabilizzare i terreni.
Foto e video: https://mega.nz/folder/9l5wzapI#lDDsoFPJkBPEgd3Ns53mgw
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