La sentenza. È molto probabile che le accuse a Vendola possano rientrare. Ma non c’è dubbio che la sentenza per disastro ambientale ha un enorme valore. Semmai è giunta con molto ritardo
La storia dell’Ilva è emblematica della Storia d’Italia. E, in questo contesto, Vendola può considerarsi protagonista e vittima di una fase di questa storia che è anche storia della sinistra.
L’Italsider è nata negli anni Sessanta, inizio dei «trenta gloriosi», per favorire lo sviluppo del sud agricolo. Col mito dell’industria pesante sola portatrice di lavoro e sviluppo e generatrice di insediamenti abitativi affiancati ai siti produttivi per ospitare le famiglie di dipendenti. Una fase con un intreccio perverso ed inestricabile di vita-lavoro-produzione in cui qualità dello sviluppo e della vita non rientravano nei parametri di valutazione economica e sociale. Nel sud soprattutto, perché lì più grande era la sete di sviluppo.
Fu solo dopo una ventina di anni che si cominciò a prendere coscienza dei problemi dell’ambiente e della salute, la «nuova contraddizione», si disse, dopo quella di classe. E, per la sinistra «industrialista» e per il sindacato, non fu facile accettare un ridimensionamento della centralità del lavoro in nome della salute e dell’ambiente.
Fu allora, in una manifestazione «contro» la centrale nucleare che si voleva costruire a Montalto di Castro – alla quale partecipammo come segreteria della Cgil Lazio dopo un difficile e vivace dibattito interno tra le diverse anime del sindacato – che conobbi il giovane Vendola. Intervenne con le capacità oratorie che lo hanno sempre distinto, sostenendo le ragioni dell’ambiente e della salute. Mi colpirono allora la passione e l’intelligenza politica di questo ragazzo che sapeva convincere e trascinare e parlare il loro linguaggio ai tanti giovani presenti. E per il sindacato furono una scossa ed uno stimolo salutare.
Quel ricordo si affaccia oggi che Vendola viene condannato perché avrebbe voluto «ammorbidire la posizione dell’agenzia sulle emissioni e sui danni prodotti dall’Ilva». Lui che aveva fatto della Puglia una regione all’avanguardia nello sforzo di dare alla istituzione locale un ruolo di controllo nel territorio e nella difficile gestione del rapporto lavoro, salute, ambiente.
E lo aveva fatto nel silenzio e nella latitanza di uno Stato che su una materia tanto delicata scaricava il peso delle decisioni sugli enti locali. E in un fase di travaglio che attraversava la sinistra, il sindacato, i cittadini e che turbava la coscienza delle singole persone e dei militanti della sinistra in particolare. Non fu una passeggiata allora cercare di conciliare le ragioni del lavoro con quelle della salute e dell’ambiente, non mancarono contrasti a sinistra e quella esperienza politica originale si dispiegò in quel mare mosso di timori e possibili errori. Poi il tempo aveva fatto maturare le coscienze e, non ultima, la pandemia aveva accresciuto la consapevolezza della «salute innanzitutto».
Anche per questo c’è sgomento oggi a sinistra. Un protagonista di quel travaglio e di quel cambiamento diventa vittima e complice, insieme ai padroni, del disastro ambientale che ha cercato di contrastare. Nel turbamento ci sono le ragioni dell’affetto e della stima per la persona. Ma c’è anche il rischio di altra disaffezione e delusione.
Spero e ritengo molto probabile che in sede di appello le accuse a Vendola possano rientrare. Ma non ci possono e debbono essere dubbi: la sentenza che condanna per disastro ambientale ha un valore che non è esagerato definire storico. Semmai è arrivata con molto ritardo. Ma è un punto di svolta che obbliga a fare le scelte sempre rinviate. Quindi impone che quello sgomento diventi forza. Per affermare: mai più tolleranza contro tutto ciò che produce danni all’ambiente naturale ed umano. Quindi piena responsabilizzazione del nuovo governo perché la sostenibilità, chiave di volta, del Pnrr, divenga scelta operativa immediata. La migliore solidarietà a Vendola consiste nel proseguire la battaglia perché una volta per tutte si avvii la riconversione di quel sito industriale.
Commenta (0 Commenti)Autonomie. Un consiglio a Letta, pur non richiesto. Non sprechi energie su temi di poco o nessun rendimento reale, come i regolamenti parlamentari anti-voltagabbana, o la sfiducia costruttiva. Si concentri sull’essenziale: un buon sistema elettorale proporzionale, una solida legge sui partiti politici, e magari una clausola di supremazia statale, che copra anche il regionalismo differenziato, nel Titolo V della Costituzione
La ministra Gelmini in audizione il 26 maggio presso la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale ci informa che riparte il circo dell’autonomia differenziata, e che ha istituito a tal fine commissioni e gruppi di studio. Sarà riproposta con aggiustamenti la legge-quadro già messa in campo dal suo predecessore Boccia, si definiranno i livelli essenziali delle prestazioni e i fabbisogni standard in vista dell’attuazione del federalismo fiscale. Il tutto con le opportune concertazioni per evitare dissensi e contrasti. L’accoglienza in Veneto è stata trionfale (Corriere del Veneto, 30 maggio, e Nuova Venezia, 31 maggio). Celebra la ripartenza anche Zaia sul Corriere della Sera di ieri, con accenti che potremmo persino definire in qualche punto minacciosi.
Abbiamo già ampiamente censurato la proposta Boccia di legge-quadro, oltre che più in generale il metodo seguito sul regionalismo differenziato. Non ci ripeteremo. Cogliamo invece una novità. Nell’audizione la sen. Ricciardi (M5S) chiede lumi sulla perequazione a livello comunale di cui all’art. 119 Cost. per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Nell’art. 119 uno dei cardini è che l’ente locale disponga di risorse sufficienti al finanziamento integrale delle funzioni. Ma nel 2015 la perequazione a livello comunale viene arbitrariamente limitata al 45.8%, come riferisce Marco Esposito nei suoi libri Zero al Sud e Fake Sud. La senatrice – alcuni parlamentari meritoriamente studiano – chiede come e quando si arriverà al 100%. La stupefacente risposta è: probabilmente mai, a causa del necessario rispetto degli equilibri di bilancio.
E il finanziamento integrale di cui all’art. 119? Ci chiediamo se la ministra Gelmini abbia letto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che dovrebbe essere voce primaria dell’indirizzo di governo. Sul punto parla di un processo in corso, senza porre tetti arbitrari all’attuazione. Conta, altresì, quel che dice per il federalismo fiscale a livello regionale. È “in corso di approfondimenti da parte del Tavolo tecnico istituito presso il Mef. Il processo sarà definito entro il primo quadrimestre dell’anno 2026”.
Ma allora di cosa parla la Gelmini? Come si può far ripartire il regionalismo differenziato, che impatta sulla distribuzione territoriale delle risorse, se il contesto di riferimento non sarà definito prima del 2026? E come – per ampliare il tema – inciderà la riforma fiscale, altro punto cruciale nel rapporto con la Ue? È ovvio che con essa potrà essere modificata la riferibilità ai territori dei proventi tributari, con ricadute a cascata sull’assegnazione delle risorse. Un momento meno opportuno per rilanciare il regionalismo differenziato non potrebbe davvero esserci.
La domanda è: qual è l’indirizzo di governo sul regionalismo differenziato e il suo rapporto con il Pnrr? Lo vogliamo segnalare a Letta, che nel suo libro Anima e cacciavite sottolinea il fallimento della tesi della locomotiva del Nord, cara agli economisti contigui ai circoli economici e finanziari: “non sto dicendo che la locomotiva deve essere depotenziata, rallentata, per ragioni di uguaglianza. Sto dicendo che la priorità è rendere forti prima di tutto i vagoni, altrimenti è tutto il treno che deraglia”. Sembra di leggere un testo Svimez – per l’occasione declassata dalla stampa veneta prima citata a “ufficio studi” – sul Sud come secondo motore del paese in una prospettiva euromediterranea, per il rilancio dell’Italia tutta. Ma il segretario ha un problema in casa, di nome Bonaccini.
Un consiglio a Letta, pur non richiesto. Non sprechi energie su temi di poco o nessun rendimento reale, come i regolamenti parlamentari anti-voltagabbana, o la sfiducia costruttiva. Si concentri sull’essenziale: un buon sistema elettorale proporzionale, una solida legge sui partiti politici, e magari una clausola di supremazia statale, che copra anche il regionalismo differenziato, nel Titolo V della Costituzione.
Invece, investa sul Mezzogiorno. Là si vincerà o si perderà il confronto con la destra, presto o tardi che venga. Lanciare oggi un progetto forte e chiaro, impostato sul rilancio produttivo, sulla seconda locomotiva per il paese e sull’eguaglianza dei diritti potrà far uscire il Pd e il centrosinistra dalla stagnazione dei consensi in cui vivacchiano. Diversamente, la traversata nel deserto sarà lunga, e nessuno starà sereno.
Commenta (0 Commenti)La nascita nel 1946 della Repubblica, l’elezione dell’Assemblea Costituente con il suffragio universale effettivo (con il diritto delle donne di candidarsi e votare) e la scrittura della Costituzione italiana non furono un «pranzo di gala».
Ma fu il precipitato storico di una fase drammatica e decisiva della storia d’Italia iniziata con il crollo del fascismo (dopo venti anni di dittatura politica, razziale e di classe) seguita dal collasso dello Stato monarchico (dopo tre anni di guerra mondiale a fianco dei nazisti) continuata con la Resistenza e conclusa con la Liberazione.
Il portato valoriale delle tre guerre combattute dalla Resistenza (Liberazione Nazionale; guerra civile e guerra di classe) trovò forma e sostanza nella Costituzione, configurando la Repubblica come libera e indipendente; antifascista e democratica; informata alla giustizia sociale. La «quarta guerra», quella delle donne, determinò l’assetto compiuto del nostro patto di cittadinanza con il riconoscimento della parità e dell’identità di genere.
NEMMENO la Repubblica e la Costituzione furono un approdo definitivo, esse si misurarono con un quadro della politica interna e internazionale gravido di conflitti, tensioni e spinte contrapposte sui fronti continuità/discontinuità dello Stato e rinnovamento/conservazione degli assetti di potere storicamente dati.
Così la lotta per la difesa della Repubblica e per l’applicazione della Carta divennero il fondamento dell’istanza di progresso contro i tentativi eversivi emersi all’inizio degli anni Sessanta con il governo Tambroni ed il Piano Solo e poi deflagrati con la stagione del terrorismo stragista da Piazza Fontana agli attentati alla stazione di Bologna e del treno Rapido 904. In mezzo, proprio grazie al dettato costituzionale, grandi mobilitazioni di massa determinarono altrettanto grandi conquiste sociali e civili dallo Statuto dei lavoratori al divorzio, dalla riforma del diritto di famiglia al servizio sanitario nazionale. Una connessione diretta tra eredità dell’antifascismo e modificazione dei rapporti sociali nell’Italia del trentennio post-bellico.
75 anni dopo l’Italia repubblicana contemporanea, fuori dalle retoriche celebrative dell’occasione, sembra «abitata» e stretta in una morsa dagli istinti regressivi di un ceto medio colpito dalla crisi e dagli «spiriti animali» di un capitalismo tanto predatorio quanto «straccione» di quelle classi dirigenti-proprietarie che hanno vissuto da estranee l’approdo alla democrazia costituzionale e conflittuale espressa dalla forma assunta dallo Stato tra il 1946 ed il 1948.
SONO IL NESSO inscindibile antifascismo-Repubblica-Costituzione e l’orizzonte di senso che esso ha disegnato nella storia d’Italia a rappresentare oggi, il vero convitato di pietra del discorso pubblico declinato sugli obiettivi della prossima «ripresa», o per meglio dire «ristrutturazione», che deriverà dal Piano dei fondi europei del Next Generation Eu paragonabile, se non superiore per estensione e quantità, al Piano Marshall del dopoguerra.
Tanto più sembra delinearsi l’indirizzo neoliberale di quel piano, gestito dalle stesse classi dirigenti europee promotrici dell’austerity come soluzione delle profonde crisi economico-finanziarie globali pre-pandemiche, tanto meno compatibili ed eterodossi con la «democrazia di mercato» sembrano i principi ideali e materiali (segnati da un moto della storia e un «fatto d’armi» come fu la Resistenza) che condussero madri e padri fondatori della Repubblica a volgere lo sguardo al futuro del Paese.
«NON TACIAMOLO – disse il 22 dicembre 1947 nel suo discorso di chiusura il Presidente Umberto Terracini – molta parte del popolo italiano avrebbe voluto dall’Assemblea costituente qualcos’altro ancora. I più miseri, coloro che conoscono la vana attesa estenuante di un lavoro; coloro che, avendo lavorato per un’intera vita, ancora inutilmente aspettano una modesta garanzia contro il bisogno; coloro che frustano i loro giorni in una fatica senza prospettiva. Essi si attendevano tutti che l’Assemblea esaudisse le loro ardenti aspirazioni, memori come erano di parole proclamate e riecheggiate. Ma noi sappiamo di avere posto, nella Costituzione, altre parole che impegnano inderogabilmente la Repubblica a non ignorare più quelle attese».
È SU QUESTO bivio tra continuità liberista e discontinuità progressista che si decidono gli anni futuri della nostra giovane Repubblica.
Con il pensiero rivolto «alla memoria di quelli che, cadendo nella lotta contro il fascismo e contro i tedeschi, pagarono per tutto il popolo italiano il tragico e generoso prezzo di sangue per la nostra libertà e per la nostra indipendenza» e nella consapevolezza comune che «mancare all’impegno – ammoniva Terracini – sarebbe nello stesso tempo violare la Costituzione e compromettere, forse definitivamente, l’avvenire della Nazione».
Davide Conti
(da "il Manifesto" del 3 giugno 2021)
Tamburi d'aria. Processo «Ambiente Svenduto», 20 e 22 anni in primo grado per gli ex proprietari e amministratori dell’acciaieria
La ex Ilva di Taranto © foto LaPresse
È una sentenza che resterà nella storia della città di Taranto. E che diventerà un punto di riferimento per le future controversie legali in materia di inquinamento ambientale in Italia. Ieri mattina, la Corte d’Assise di Taranto, dopo undici giorni di camera di consiglio, ha letto il dispositivo della sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto sulla gestione dell’ex Ilva negli anni 1995-2013. La sentenza è arrivata dopo 5 anni di dibattimento, quasi 400 udienze fiume che hanno visto sfilare decine di imputati e centinaia di testi: accusa e difesa si sono date battaglia su ogni singolo aspetto di una vicenda infinita e lungi dall’essersi risolta definitivamente.
LA CORTE ha di fatto ritenuto in gran parte corretto l’impianto accusatorio (l’accusa era rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Buccoliero, Epifani, Graziano e Cannalire), condannando a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’ex Ilva, per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. L’accusa aveva chiesto 28 e 25 anni. I Riva in fabbrica potevano contare sul cosiddetto «governo ombra», di cui facevano parte i «fiduciari»: 18 gli anni di condanna per cinque imputati (Lafranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino e Enrico Bessone) che secondo l’accusa formavano un gruppo di persone non alle dipendenze dirette dell’Ilva che prendeva ordini dalla famiglia Riva.
CONDANNATO A 21 ANNI e 6 mesi l’ex responsabile delle relazione istituzionali Girolamo Archinà (erano stati chiesti 28 anni), che fungeva da ponte tra la proprietà e la politica oltre a mantenere legami con gran parte della stampa locale, la Curia e che avrebbe corrotto il consulente della procura Liberti condannato a 17 anni.
Condannata anche la catena di comando interna del siderurgico. Ventun’anni per l’ex direttore di stabilimento Luigi Capogrosso, 17 ciascuno agli ex capi area Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò. Per altri due ex capi area, Marco Andelmi e Angelo Cavallo, la pena è stata di 11 anni e 6 mesi. Condanna di 4 anni invece per l’attuale dirigente Adolfo Buffo (i pm ne avevano chiesti 20). L’ex consulente dei Riva, l’avvocato Francesco Perli è stato condannato a 5 anni e 6 mesi. Piena assoluzione invece per l’ex prefetto Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva dall’estate 2012 a quella del 2013 quando l’azienda venne commissariata: per lui erano stati chiesti 17 anni.
MA L’INCHIESTA sull’ex Ilva ha coinvolto anche personaggi politici che ricoprivano ruoli primari durante la gestione Riva. La Corte d’Assise ha infatti condannato a 3 anni l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, che risponde di una tentata concussione e di una concussione consumata, reati che avrebbe commesso in concorso con l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva condannato a 3 anni.
Tre anni e mezzo sono stati inflitti all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola (i pm ne chiedevano 5): l’ex governatore è accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’Ilva. Quest’ultimo, accusato di favoreggiamento nei confronti dell’ex presidente, è stato condannato a 2 anni. Assennato, che ha sempre negato di aver ricevuto pressioni da Vendola, aveva rinunciato alla prescrizione. Prescritto invece il reato di abuso d’ufficio per l’ex sindaco Ippazio Stefàno.
ULTIMA, MA NON per importanza, è la confisca disposta per gli impianti dell’area a caldo sottoposti a sequestro dal luglio 2012 e delle tre società Ilva spa, Riva Fire (oggi Partecipazioni Industriali in liquidazione) e Riva Forni Elettrici. La confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società per gli illeciti amministrativi è pari a una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro. All’ex Ilva è stata anche comminata una sanzione di 4 milioni. Disposti anche 5mila euro di risarcimento danni a testa per le oltre 900 parti civili.
LA CONFISCA PONE degli interrogativi sul futuro dell’azienda, che non si fermerà in quanto la facoltà d’uso degli impianti non è stata intaccata. Così come è chiaro che il provvedimento diventerà effettivo solo quando giungerà la sentenza definitiva. Il punto interrogativo più importante riguarda però gli accordi sin qui sottoscritti tra ArcelorMittal, gestore affittuario, e Invitalia: la proprietà alla base di accordi e transazioni ora viene meno, pertanto non è chiaro se gli accordi resteranno validi. Chi sarà a gestire gli impianti confiscati? Il soggetto pubblico che sarà incaricato di disporne cosa ne dovrà fare?
Il tutto in attesa della prossima sentenza del Consiglio di Stato, che qualora confermasse la sentenza del Tar di Lecce in merito all’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci, porterebbe alla probabile e definitiva chiusura dell’area a caldo del siderurgico tarantino.
La Fiom (parte civile): ora produzione verde
"Sarebbe davvero una beffa insopportabile se, dopo il danno, non diventasse possibile l'approdo ad una produzione ambientalmente sostenibile dell'acciaio a Taranto: condizione indispensabile per la sopravvivenza degli altri siti del gruppo e per le prospettive dell'intera industria manifatturiera italiana".
Lo affermano la segretaria generale Fiom Francesca Re David e il responsabile siderurgia Gianni Venturi, ricordando come la Fiom e Cgil fossero parti civili nel processo. "E' indispensabile che governo e presidente del consiglio rompano il silenzio e si assumano le responsabilità di dare una prospettiva certa alle produzioni e ai lavoratori dell'intero settore siderurgico".
"La sentenza - dicono - riconosce che i diritti costituzionalmente tutelati come la salute e il lavoro, non possono essere piegati a logiche di puro profitto. Adesso occorre evitare che la confisca degli impianti, arrivare ad una rapida transizione degli assetti societari previsti dagli accordi tra Invitalia e ArcelorMittal".
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Il caso. La protesta di Cgil, Cisl e Uil in piazza Montecitorio a Roma, scontro con Confindustria. Appalti: «Stop massimo ribasso, ora la norma sulla responsabilità in solido»
La protesta dei sindacati ieri a piazza Montecitorio a Roma © LaPresse
Licenziare dal primo luglio senza chiedere la cassa integrazione oppure chiederla e licenziare alla scadenza del 31 dicembre di quest’anno. Quello che è stato presentato dal governo come un «compromesso» sul blocco dei licenziamenti per motivi economici è stato contestato ieri dai sindacati Cgil, Cisl e Uil in un presidio a piazza Montecitorio.
L’oggetto dello scontro con i confederali sarebbe il prolungamento del blocco solo per un paio di mesi, fino alla fine di agosto 2021, come del resto aveva annunciato il Ministro del Lavoro Andrea Orlando aveva infatti annunciato la proroga del divieto. «Non sono venute meno le ragioni che un anno fa avevano dato luogo al blocco dei licenziamenti – ha detto dal palco il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra – Gli ammortizzatori sociali non sono stati rinnovati, le politiche attive non sono state avviate. In particolare, non sono stati finanziati adeguatamente i contratti di solidarietà e non è stata prolungata la durata della Naspi – L’atteggiamento del governo di queste ore non convince. Hanno confermato al 1 luglio nel Dl Sostegni bis lo sblocco dei licenziamenti per tutto il sistema industriale e dell’edilizia. Quella norma va cambiata. Abbiamo già chiesto incontri ai gruppi parlamentari per chiedere loro nel prossimo passaggio parlamentare di prorogare almeno fino al mese di ottobre il blocco».
L’offensiva di Confindustria e dei suoi portavoce sui media, avvenuta nell’ultima settimana, è stata rintuzzata dal segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri: «Se qualcuno vuol far saltare coesione sociale, siamo pronti a reagire. Questa attuale non è una mediazione. È la posizione di Confindustria, inaccettabile anche perché si vuole dare libertà di licenziare quando il 70 per cento delle risorse per affrontare la pandemia sono state date alle aziende in modo non selettivo».
«Anche a Confindustria diciamo che per noi il primo luglio non può essere il giorno in cui partono i licenziamenti. Se dovessero non cambiare la norma, diciamo che non siamo disposti ad accettare passivamente, a subire i licenziamenti – ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini che, insieme a Sbarra e Bombardieri, ha incontrato ieri il presidente della Camera Roberto Fico – Non è accettabile che dal primo luglio le imprese possano scegliere tra cassa integrazione e licenziamenti». La stessa scelta potrebbe tuttavia darsi anche dopo il 28 agosto, oppure dal primo gennaio dell’anno prossimo. Su questa partita pesa l’ imminente dichiarazione di fine emergenza pandemica dopo la quale sarà dichiarato il ritorno all’ordine del mercato. E, dunque, alla convinzione fanatica per cui i licenziamenti sarebbero la premessa per nuove assunzioni dettate dalla ritrovata «crescita», e non il primo passo verso la razionalizzazione del sistema produttivo e nuove povertà. È quello che sta avvenendo nel mondo del lavoro precario dove è stata persa la maggioranza del milione di posti di lavoro durante la pandemia. Nel paese del Jobs Act nessuno ha pensato a riformare questa legislazione, né a garantire l’estensione del «reddito di cittadinanza» almeno al milione di lavoratori diventati poveri nell’ultimo anno.
Nel corso della settimana i sindacati sono riusciti ad ottenere la cancellazione del massimo ribasso. Ma non la ritengono sufficiente. «Abbiamo anche chiesto introduzione di una precisa norma per cui l’appaltatore deve essere responsabile in solido non solo per quello che accade ai suoi dipendenti ma per tutti i lavoratori che lavorano sul medesimo progetto» ha detto Landini – Il costo del lavoro non può essere elemento di valutazione nell’assegnazione degli appalti, bisogna applicare ccln e combattere i contratti pirata»,
Le tutele sociali restano una promessa. Ieri in piazza Landini ha citato il problema. Nella riforma «universalistica» degli ammortizzatori sociali, annunciata entro la fine di luglio dal ministro del lavoro Orlando, il criterio base dovrebbe essere: «I diritti non sono legati alla forma del lavoro. Stesse tutele, stessi diritti». Dalle linee generalissime di un provvedimento rinviato già dal governo «Conte 2», tale riforma sarebbe incardinata in una torsione workfarista dello Stato sociale sbrindellato che esiste in Italia. Si punta tutto sulle «politiche attive del lavoro» che dovrebbero, in un universo parallelo, reinserire i licenziati o i cassaintegrati in un nuovo ciclo produttivo o della formazione. Tuttavia questo sistema non esiste. Il fallimento del progetto grillo-leghista del governo «Conte 1», basato sul cosiddetto «reddito di cittadinanza», ha rinviato di anni la sua realizzazione. L’Anpal è stata commissariata, i centri per l’impiego sono al palo. E si continua a sperare nella miracolosa congiunzione astrale per cui la fine del blocco dei licenziamenti dovrebbe coincidere con l’avvio delle politiche attive del lavoro che avrebbero bisogno di un rodaggio di almeno cinque anni. Quelli che si è dato il piano di «ripresa e resilienza» che, entro il 2026, si propone di fare partire ciò che non è iniziato nel 2019. Progetti vasti e confusi. Le loro vittime sono già designate.
Commenta (0 Commenti)Prima mondiale. La multinazionale anglo-olandese deve tagliare le sue emissioni di gas serra. Subito. È il terzo schiaffo giudiziario in pochi mesi. Il gigante petrolifero è il nono inquinatore globale. I primi dieci sono tutti nel business dei combustibili fossili. Intanto, sempre riguardo agli investimenti "oil only", azionista "attivista" riesce a cacciare due direttori del Cda della Exxon
La gioia di Donald Pols, direttore dell’associazione ambientalista olandese Milieudefensie (Difesa ambientale), dopo la sentenza © Ap
Petrolieri di tutto il mondo, preoccupatevi. Un’associazione ambientalista e 17mila cittadini olandesi hanno vinto contro un peso massimo del petrolio, la Royal Dutch Shell. A cui una giudice dell’Aja ha ordinato di tagliare le emissioni di gas serra e di farlo ora, non fra trent’anni.
È UNA PRIMA MONDIALE, gioiscono i capi di Milieudefensie (Difesa ambientale, in olandese). Perché Shell è il nono inquinatore mondiale. E perché non sono solo i governi a dover rispettare gli Accordi di Parigi sul clima. Ora anche le aziende, almeno quelle che hanno fatturati come il pil di un piccolo-medio stato.
Milieudefensie è nata come associazione di scienziati nel 1971, oggi è la branca olandese di Amici della Terra e dichiara 90mila iscritti. Con 300mila dollari di budget per avvocati, ricerche ed esperti, ha sfidato una delle quattro più grandi compagnie del pianeta, che fattura 260 miliardi di dollari l’anno in 140 paesi. L’ha sfidata in casa sua – il quartier generale e a Houston, in Texas, ma la sede fiscale è L’Aja. E l’ha sfidata sulla base del «danno imminente» e della preminenza del danno collettivo sull’interesse aziendale, e anche questa è una prima.
Perché Shell non ha fatto niente di illegale, ha stabilito la giudice Larisa Alwin. Ma siccome il 95% dei suoi investimenti sono e continuano ad essere spesi per trivellare petrolio o per cercarne altro, e da decenni si è a conoscenza dei danni dei gas serra, i generici impegni non bastano più: troppo evidente il danno in arrivo per i cittadini olandesi (e magari per tutti quelli che respirano un’aria simile), troppo lieve l’impegno per contrastarlo – la definizione del giudice è «intangibile, indefinito e non vincolante». Quindi la sentenza: taglio del 45% dei gas serra entro il 2030, sia i vostri che quelli provocati dai vostri prodotti. Fate come volete, scrive il giudice, ma tagliate.
LA MULTINAZIONALE anglo-olandese – nata nel 1907 per contrastare lo strapotere della Standard Oil di Rockefeller e adeguatasi molto in fretta alla sua prassi industriale – ha espresso «disappunto» e annunciato ricorso, sulla base tra l’altro del fatto che a dover dar retta agli Accordi di Parigi sono i paesi che li hanno firmati e non le aziende. I più grandi e inquinanti firmatari di quegli accordi, peraltro, erano gli Stati uniti, e appena Trump divenne presidente li stracciarono di gran carriera. Perché dovrebbe conformarvisi un’impresa, che ha negli azionisti i soli elettori che contano?
Ma «ci sarà un giudice a Berlino»: come il mugnaio settecentesco bistrattato dal suo conte si rivolse a Federico II, così la piccola Milieudefensie ha congregato un altro po’ di associazioni – tra cui Greenpeace – e si è rivolta al giudice dell’Aja. E ora gli imperi dei combustibili fossili devono guardarsi da una pioggia di cause simili nelle rispettive sedi fiscali. L’avvocato di Milieudefensie, Roger Cox, già lo teorizza: «Raccogliete il guanto di sfida», ha detto, chiedendo di aprire cause così ovunque sia possibile.
CHE SHELL È IL NONO INQUINATORE mondiale lo dice il Carbon Majors Database. I primi dieci sono tutti nei combustibili fossili e da soli fanno oltre un terzo della percentuale dei gas serra mondiali: China Coal (14,3%), Saudi Aramco (4,5%), Gazprom (3,9), National Iranian Oil (2,3%), ExxonMobil (2%), Coal India (1,9%), Pemex Mexico (1,9%), Russia Coal (1,9%), Royal Dutch Shell (1,7%), China national petroleum (1,6%).
La causa è iniziata lo scorso 1 dicembre e Shell, sicura di vincere, aveva presentato il suo calendario contro i gas serra che prevedeva di tagliare le emissioni carboniche del 20% entro il 2030, per arrivare a emissioni zero entro il 2050. Ma per taglio, il gigante petrolifero intendeva più che altro l’impiego di una tecnologia detta Ccs (Carbon capture & storage), che prevede di “catturare” l’anidride carbonica nell’aria e ficcarla in profondi pozzi sotterranei per i secoli dei secoli amen. Una tecnologia non ancora completamente disponibile. Per la quale comunque la Norvegia, grande e socialdemocratico produttore di petrolio, sta trivellando i suoi stessi mari nella fabbricazione di queste cisterne per rifiuti sempiterni – e sui cui anche l’Italia sembra contare per spendere un po’ dei soldi europei per l’ambiente.
È COMUNQUE IL TERZO SCHIAFFO giudiziario a Shell in pochi mesi. Lo scorso gennaio un tribunale olandese aveva condannato la multinazionale a compensare le vittime del disastro provocato dalla perdita di un oleodotto in Nigeria una decina di anni fa, e in febbraio la corte suprema della Gran Bretagna aveva reso possibile a migliaia di nigeriani di fare causa a Shell per danni ambientali nei tribunali inglesi.
E non è la sola batosta ecologica per i top petrolieri mondiali. Per la prima volta al mondo, due direttori nel consiglio d’amministrazione di Exxon – la più grande compagnia petrolifera americana, uno dei quattro big del mondo – sono stati cacciati da un azionista “attivista” che protestava per i pervicaci investimenti oil only dei gigante del greggio, quello che più di tutti si ostina a investire solo in petrolio e niente – ma proprio niente – in energie alternative (perdendoci anche, che è il vero motivo della cacciata). L’hedge fund “Engine N. 1” ha guadagnato i voti di un gruppo di potentissimi fondi-pensione americani e ha vinto due posti nel cda, estromettendo due dirigenti “nemici”. È la prima volta che un azionista vince una battaglia ”ambientale”, ma è solo l’inizio.
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