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Questione israelo-palestinese. Vogliono zittire le voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, fra queste quelle di democratici Usa come la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders

Una donna palestinese che vive in Libano durante una manifestazione

 

La prima istanza che mi pare importante sollecitare parlando della questione israelo-palestinese è quella di chiedere ad alta voce all’informazione mainstream di accogliere tutte le opinioni sul tema anche quelle considerate «estremiste» e opposte al pensiero dominante e, nel caso che qualcuno ravvisi reati di opinione lo si inviti a rivolgersi ai tribunali invece di imporre censure preventive, opzioni discriminatorie o auto censure.

Personalmente solo per avere esercitato il diritto costituzionale ad esprimere le mie opinioni a titolo personale sono diventato obiettivo di calunnie feroci e di minacce.

Ogni volta che mi sono rivolto ai principali ambiti dell’informazione televisiva per parlare della questione ho trovato un muro di gomma. Detto questo non mi lamento per la mia persona, ma per il vergognoso silenzio sulla immane tragedia del popolo palestinese. Molte sono le domande inevase nel mondo occidentale o che trovano solo risposte retoriche, ipocrite o elusive. Il sociologo Adel Jabar, già professore di sociologia dell’emigrazione alla Ca’ Foscari, ne ha poste alcune che ritengo non opponibili.

1) Fino quando deve durare la colonizzazione e l’occupazione della terra di Palestina?

2) Perché Israele non vuole la soluzione dei due stati?

3) Perché Israele non vuole la soluzione di uno stato unico binazionale?

4) Qual è l’alternativa che si dà ai palestinesi?

5) Perché per il dissidente russo Navalny si fanno boicottaggi, sanzioni economiche e campagne mediatiche ma per le sistematiche violazioni israeliane della legalità internazionale non si fa nulla?

6) L’orientamento di Hamas può anche essere condannato ma ciò è sufficiente per negare ai palestinesi il diritto alla propria terra?

A queste domande del professor Jabar vorrei aggiungerne una mia: come mai all’annuncio dato dalla Santa Sede di voler riconoscere lo Stato di Palestina il governo israeliano ha protestato? Sulla base di quale legittimità se non quella della prepotenza dell’occupante?

I fatti sono chiari. Il governo israeliano di Netanyahu non vuole nessuno Stato palestinese, in nessuna forma se non forse quella di un simulacro di autorità priva di qualsiasi sovranità su piccoli bantustan, aggregati magari alla Giordania. Le intenzioni del premier israeliano si sono bene espresse nell’avere promosso il varo della legge dello Stato-Nazione, una legge segregazionista che esclude i palestinesi israeliani dalla piena cittadinanza la quale è riservata solo agli ebrei.

Dunque i non ebrei diventano cittadini di serie b, per non parlare poi dei palestinesi dei Territori occupati che diventano paria su cui esercitare ogni tipo di arbitrio. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo si informi sulla gestione da parte dell’autorità israeliana della pandemia da COVID 19 nei confronti dei palestinesi dei territori di cui l’occupante è responsabile per definizione secondo le più elementari convenzioni del diritto internazionale: più del 60% degli israeliani risulta vaccinato, solo il 3% i palestinesi dei Territori – senza dimenticare che in questi giorni arrivano pure a distruggere con i bombardamenti le strutture sanitarie palestinesi vitali in pandemia.

Oggi nell’infuriare dei venti di guerra prevalgono le interpretazioni più schematiche ed emotive. Questa non è una guerra anche se ne ha certe apparenze. Ma la sproporzione fra le forze è talmente soverchia che alla fine Gaza ne uscirà ulteriormente devastata ammesso che si possa parlare di più devastazione in una terra già così martoriata, gli israeliani se la caveranno con danni limitati, le vittime palestinesi si conteranno a centinaia, quelle israeliane a unità. Sia chiaro: l’uccisione di ogni essere umano è una grande tragedia ma oramai da decenni il numero delle vittime palestinesi è smisurato. I sostenitori acritici delle ragioni di Israele sempre e comunque non vedono neppure le sofferenze dei palestinesi e se qualcuno gliele indica ne attribuiscono le responsabilità a loro stessi. In questa circostanza sostengono che l’attacco dei missili di Hamas era preparato da tempo e reiterano come un mantra l’articolo dello statuto di Hamas che parla della distruzione di Israele.

Con questo vogliono chiudere la bocca alle voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, voci fra le quali si annoverano in questi giorni quelle di esponenti del Partito democratico degli Stati Uniti per fare qualche nome, la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders, il quale per la cronaca è ebreo. Queste personalità oneste e coraggiose dovrebbero essere in particolare uno stimolo per i politici dell’Unione europea per rompere la cortina di ipocrisia e di pavida retorica che li porta ad appiattirsi sulla propaganda menzognera dell’establishment israeliano che pretende uno statuto di impunità nei confronti di una politica fondata sull’illegalità brutale di un’oppressione che non può avere alcuna giustificazione.

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Bologna verso le primarie. Sfida di sinistra del Pd anti-renziano: «Ecologista, femminista e solidale». Ok M5s

Piazza Maggiore e Palazzo D'Accursio, sede del Comune

 

Sorpresa. Mentre a Roma l’effetto del governo Draghi sembra archiviare l’asse Leu-Pd-5 Stelle, a Bologna le primarie del centro sinistra riportano indietro le lancette e rilanciano un’alleanza tutta spostata a sinistra, sancita con tanto di firme su un programma comune.

Il candidato alle primarie del Pd bolognese, Matteo Lepore, ha siglato un accordo con Emily Clancy di Coalizione civica, la rete della sinistra che mette assieme Sinistra italiana, centri sociali e attivismo ambientale. La lista delle cose da fare in città per i prossimi anni assomiglia tanto a una sorta di impegnativo libro dei sogni rosso-verde: 5mila nuove case popolari senza consumare suolo ma usando il patrimonio inutilizzato; servizi educativi dai 0 ai 6 anni gratuiti e a gestione pubblica grazie al Recovery fund e allo stop (graduale) ai soldi pubblici comunali per le scuole private paritarie; trasporti gratis per chi studia; aumento dei consultori; creazione di un centro antiviolenza lgbt per dare concretezza alla futura legge Zan; un’ipotesi di ritorno del pubblico nella gestione idrica (a Bologna c’è la multiutility Hera); reinternalizzazione di parte dei servizi socio-educativi-sanitari.

Provvedimenti che magari non arriveranno subito, ma questo è l’orizzonte politico. «Bologna sarà femminista, ecologista, solidale: la città meno diseguale d’Europa», dice Emily Clancy: «Bologna può diventare la capitale nazionale dell’innovazione sociale. E indicare così la strada al resto delle coalizioni progressiste nelle altre città», ragiona Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana. Le proposte di Coalizione civica, che il dem Lepore ha assicurato di voler sostenere, saranno fatte proprie anche dal resto della coalizione: Articolo 1 e Emilia-Romagna Coraggiosa di Elly Schein, che potrebbero creare un’unica lista di sinistra proprio con Coalizione. Ci sarà anche il Movimento 5 Stelle, che ha già dato il suo appoggio a Lepore ma non dovrebbe partecipare alle primarie. «Non lasceremo la città a Renzi», dice la consigliera regionale 5 Stelle Silvia Piccini. Il primo banco di prova per l’alleanza bolognese sarà alle primarie del centrosinistra del 20 giugno, quando a sfidare Lepore ci sarà la «civica» Isabella Conti, appoggiata da una parte «ribelle» del Pd locale, dai centristi, e lanciata nell’agone del voto direttamente da Matteo Renzi.

Tra i punti fondativi dell’alleanza tra Lepore e Coalizione civica c’è anche lo stop al «Passante di Bologna», una grande opera da quasi due miliardi di euro. Se le primarie le vincerà Lepore con i voti decisivi di Coalizione civica, potrebbe essere una svolta per la storia della città dell’ultimo decennio. Fino a pochi mesi chi criticava il passante era bollato come un nimby, e l’amministrazione chiedeva procedure semplificate per fare partire i cantieri. Il sindaco Merola, impegnato nel supportare il suo delfino Lepore, ha congelato una delibera che avrebbe dovuto dare il via libera definitivo al progetto.

Un crinale sottile quello su cui si stanno incamminando Coalizione Civica e Lepore. Intanto dovranno intendersi bene tra di loro. Per Lepore l’opzione zero (non si fa nulla) sul Passante non è contemplata, per Coalizione civica ancora sì. Al momento si parla di un passante riprogettato, capace in futuro di alimentare con energia solare le auto elettriche tramite apposite corsie ad induzione, come sarà sperimentato sull’A35 in Lombardia. In attesa di capire che fare concretamente, partiranno una serie di tavoli e commissioni tecniche. Ci sono anche le pressione esterne.

C’è chi il passante lo vuole comunque: sindacati, imprese, il Presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e lo stesso Pd bolognese. E c’è chi il passante non lo vuole, come i comitati che si battono contro il «mostro di cemento». Una sfida difficile per Coalizione civica, che però ci crede e prepara assieme a Lepore iniziative elettorali in tutta la città per spiegare punto per punto il programma.

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La presa di posizione. Con un post Facebook e delle foto con i cartelli, ragazzi e ragazze italiani di religione ebraica prendono la parola contro l'occupazione Israeliana e gli sfratti di Sheikh Jarrah

La mobilitazione su Facebook

 

Siamo un gruppo di giovani ebree ed ebrei italiani. In questo momento drammatico e di escalation della violenza sentiamo il bisogno di prendere la parola e dire #NotInOurNames, unendoci ai nostri compagni e compagne attivisti in Israele e Palestina e al resto delle comunità ebraiche della diaspora che stanno facendo lo stesso.

Abbiamo già preso posizione come gruppo quest’estate condannando il piano di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo israeliano e il nostro percorso prosegue nella sua formazione e autodefinizione.

Diciamo #NotInOurNames: gli sfratti a Sheikh Jarrah e la conseguente repressione della polizia gli ultimi episodi repressivi sulla Spianata delle Moschee il governo israeliano che pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei, in Israele e nella diaspora i giochi di potere (di Netanyahu, Hamas, Abu Mazen) che non tengono conto delle vite umane i linciaggi e gli atti violenti che si stanno verificando in molte città israeliane il bombardamento su Gaza il lancio di razzi indiscriminato da parte di Hamas la riduzione del dibattito a tifo da stadio l’utilizzo strumentale della Shoah sia per criticare che per sostenere Israele le posizioni unilaterali e acritiche degli organi comunitari ebraici italiani gli eventi di piazza organizzati dalle comunità ebraiche con il sostegno della classe politica italiana, compresi personaggi di estrema destra e razzisti la narrazione mediatica degli eventi in Medio Oriente che non tiene conto di una dinamica tra oppressi e oppressori qualunque iniziativa e discorso che veicoli rappresentazioni islamofobe e antisemite

La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi.

All’interno delle nostre società riteniamo necessaria ogni forma di solidarietà e mobilitazione, ma ci troviamo spesso in difficoltà. Pur coscienti che antisionismo non sia sinonimo di antisemitismo, osserviamo come un antisemitismo non elaborato, che si riversa più o meno consciamente in alcune delle giuste e legittime critiche alle politiche di Israele, rende alcuni spazi di solidarietà difficili da attraversare. Si tratta di una impasse dalla quale vogliamo uscire, per combattere efficacemente ogni tipo di oppressione.

*** Firmatari:
Aliza Fiorentino
Sara De Benedictis
Daniel Damascelli
Bruno Montesano
Teodoro Cohen
Micol Meghnagi
Michael Blanga-Gubbay
Susanna Montesano
Michael Hazan
Beatrice Hirsch
Giorgia Alazraki
Bianca Ambrosio
Alessandro Fishman
Tali Dello Strologo
Giulia Frova
Sara Missio
Alessandro Dayan
Ruben Attias
Keren Strulovitz
Enrico Campelli
Jonathan Misrachi
Yael Pepe
Claudia Pepe
Daniel Disegni
Sara Buda
Dana Portaleone
Ludovico Tesoro
Viola Gabbai
Edoardo Gabbai
Benjamin Fishman
Lorenzo Foà
Alessandro Foà
Giulio Ambrosio
Gaia Fiorentino
Joy Arbib
Nathan De Paz Habib
Joel Hazan
Tami Fiano
Emanuel Salmoni

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[dall'intervista su La Stampa del 17/5] "Confronto preventivo e negoziare i contenuti"

“Il governo deve risposte, non è tempo della pace sociale” (Landini)

 

Roma, 17 mag. (askanews) – Sulle riforme e i processi attuativi legati al Recovery Fund “le risposte” dal governo “non sono ancora arrivate. Il governo con noi il 5 di maggio si è impegnato ad un confronto preventivo prima che venissero presentati i decreti e che venissero prese le decisioni. Noi, con grande responsabilità, abbiano avanzato proposte su tutti i singoli temi: ci auguriamo di avere rapidamente delle risposte. Altrimenti dovremo valutare quali sono le iniziative più utili da mettere in campo per ottenere i risultati che ci aspettiamo. Noi vogliamo cambiare il Paese anche più del governo”. Così dalle pagine della Stampa il leader della Cgil, Maurizio Landini.

“Sul sistema di relazioni rispetto agli investimenti previsti dal Pnrr e le riforme che sono previste”, spiega “la nostra richiesta è che si determini un sistema che consenta un confronto preventivo rispetto alle scelte che vengono compiute e che ci sia una possibile negoziazione sulle riforme più importanti”. Tra queste, il sindacalista ricorda “la riforma fiscale, quella della pubblica amministrazione, le semplificazioni, salute e sicurezza sul lavoro”, “la patente a punti” alle imprese per concorrere negli appalti, “un protocollo sui temi dell’istruzione e della formazione”, ed “un investimento sulla scuola e sulla riapertura in sicurezza”. In ogni caso, sottolinea, sul Recovery “serve un confronto preventivo e la possibilità di negoziare i contenuti delle varie riforme, comprese le semplificazioni” e ” ci deve essere anche la possibilità di monitorare l’attuazione dei progetti: il piano ne prevede 190 e per questo abbiamo bisogno di conoscerli tutti in dettaglio.

“Un nuovo patto sociale, stile 1993? Rispetto al 1993 il problema non è la pace sociale. Serve una mediazione sociale sulle riforme da realizzare e occorre che i nuovi investimenti creino nuova occupazione. Per questo servono accordi sulle singole riforme, e accordi di merito che valorizzino il lavoro”, conclude Landini.

Sav/Int5

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La guerra promessa. Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani

La rivolta arabo-palestinese è quella di tutti noi, per la giustizia e la vera pace, contro ogni doppio standard che da decenni avvelena Gerusalemme, la Palestina e tutto il Medio Oriente. Israele vive, da noi pienamente tollerato, nella condizione di uno Stato fuorilegge, i palestinesi, a causa anche della sua dirigenza e di Hamas, sono perpetuamente nella lista nera dei popoli criminali, non degli stati criminali semplicemente perché i palestinesi hanno diritto a uno Stato solo nella retorica occidentale che si lava le mani della questione.

La posizione mediana assunta dai politici e dalla maggior parte dei media occidentali in realtà è la più ipocrita di tutte le sanzioni architettate in Medio Oriente. Quella che pagheremo forse in un prossimo futuro: le guerre altrui entreranno in casa nostra, come è già accaduto un decennio fa quando le primavere arabe si trasformarono, come in Siria, in guerre per procura e nel jihadismo. Finora Israele, nelle mente degli europei, ha fatto da antemurale alle rivolte e alla diffusione del estremismo islamico: in realtà ha alimentato l’incendio – Hamas sin dalla sua fondazione negli anni Ottanta serviva a mettere sotto scacco Al Fatah e i laici – e incoraggiato ogni degenerazione perché lo stato di guerra perpetuo giustifica la sua impunità e il non rispetto assoluto dei diritti degli arabi, delle leggi internazionali e delle Risoluzioni delle Nazioni unite.

Ma la maschera israeliana, come pure la nostra, sta per cadere. È scattata la sirena d’allarme, non soltanto quella per i razzi di Hamas, ma dei linciaggi e delle rivolte nelle città israeliane abitate «anche» dagli arabi. Il venti per cento della popolazione di un Paese che si dichiara lo Stato degli ebrei ignorando tutti gli altri.
Come scriveva questa settimana su il manifesto Tommaso Di Francesco non basta dire che entrambi i popoli hanno diritto a vivere in pace, di questa frasette inutili ne abbiamo piene le tasche e molto più di noi i palestinesi. E persino una parte consistente dell’opinione pubblica arabo-musulmana, anche di quei Paesi entrati nel Patto di Abramo, nella sostanza un’intesa che non è un accordo di pace, come è stato venduto dalla propaganda, ma di fatto un via libera a Israele per fare quello che vuole.

Come fai a vivere in pace quando confiscano le tue terre, la tua casa viene demolita, i coloni moltiplicano gli insediamenti e ogni giorno viene eretto, oltre al Muro, un reticolato di divieti di cemento difesi con il mitra spianato? La terra viene divorata, i monumenti della tua cultura sono vietati e si cambia la faccia del mondo che conoscevi: tutto questo avviene sotto occupazione militare, cioè contro il diritto internazionale. E noi qui vorremmo che gli arabi rispettassero leggi di cui noi stessi ci facciamo beffe?

Gerusalemme è diventato il simbolo di tutte queste ingiustizie, di tutte le violazioni del diritto internazionale. Questa storica e magica città non è per niente la capitale delle tre religioni monoteiste come viene ripetuto fino alla noia: è la capitale soltanto dello Stato di Israele, come ha sancito Trump nel 2018 trasferendo l’ambasciata americana da Tel Aviv. In questa città Israele decide quello che vuole non solo per gli ebrei ma anche per musulmani e cristiani. Anche questa è una violazione del diritto internazionale, delle Risoluzioni Onu e degli Accordi di Oslo: non solo non abbiamo fatto niente per evitarlo ma lo abbiamo accettato senza reagire. Tollerando che avvenga pure senza testimoni con il bombardamento del centro stampa internazionale di Gaza e l’uccisione di una collega palestinese Reema Saad, incinta al quarto mese, polverizzata da una bomba insieme alla sua famiglia.

Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani. Ma i loro beni, una volta cacciati via e i proprietari classificati come «assenti» sono stati espropriati e venduti allo Stato o al Fondo nazionale ebraico. Così si costruisce con l’ordine «liberale» del «diritto di proprietà» ogni ingiustizia. Non solo: gli ebrei possono reclamare le case che possedevano a Gerusalemme prima del 1948 ma questo diritto non è previsto per i palestinesi. Una beffa. Queste le chiamate leggi, questa la possiamo chiamare giustizia? Si tratta soltanto di un sopruso accompagnato quotidianamente dall’uso della forza militare.

«Le vite palestinesi contano», ammonisce il leader democratico Bernie Sanders. Ma il presidente americano Biden che ieri ha mandato un inviato per verificare le possibilità di una tregua deve uscire dall’ambiguità: se concede a Israele di violare tutte le leggi e i principi più elementari di giustizia diventa complice di Trump e delle sue scellerate decisioni. In ballo non c’è soltanto un cessate il fuoco ma un’esecuzione mortale: quella che viene perpetrata ogni giorno al popolo palestinese messo al muro dalla nostra insipienza. E con le spalle al muro ci siamo pure noi che difendiamo con la stessa maschera dei governi israeliani la nostra insostenibile ipocrisia e disonestà intellettuale.

 

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Palestina. Ora occorrerebbe una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale

 

Siamo sull’orlo di un baratro. Scene da buio della specie, con linciaggi da una parte e dall’altra, assalto a sinagoghe e moschee, vanno condannate e fermate.

Non è questo odio tra i popoli che serve anche e soprattutto alla parte infinitamente più debole, quella palestinese, come dimostra la sproporzione delle vittime. Questo odio ci ripugna e probabilmente chiama in causa le tre religioni monoteiste che sul Medio Oriente qualche responsabilità nel conflitto ce l’hanno.

Ora occorrerebbe invece una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale. Che triste impressione invece la presenza di Letta insieme a Salvini dal palco del Portico d’Ottavia della Comunità ebraica, tutti uniti a nascondere le responsabilità d’Israele e i diritti cancellati dei palestinesi insieme all’estrema destra italiana sodale di Orbán e Netanyahu – provi il neosegretario del Pd, se non ha vergogna, a proporre nel questionario che ha avviato nel suo partito la domanda su cosa pensa la base della crisi israelo-palestinese.

E insieme servirebbe una vera iniziativa diplomatica internazionale per fermare la crisi arrivata sull’orlo del baratro. Purtroppo in verità, guardando quel che accade e ai veti nel Consiglio di sicurezza Onu, non c’è né l’una né l’altra. Come dimostra in queste ore il ruolo di Biden.

«Israele ha diritto a difendersi, ma attenzione alle vite dei civili, torni la calma», queste in sintesi le dichiarazioni della Casa bianca e di Biden stesso che, «preoccupato» invia, per mercoledì – a cose fatte, visto che Tel Aviv prepara l’intervento di terra – un sottosegretario esperto di Medio Oriente, e ci sarebbe pure una telefonata ad Abu Mazen perché «si fermino i lanci di razzi da Gaza».

C’è da rimanere esterefatti da tanta ignoranza e protervia. Ma come fa Biden a trovarsi impreparato, come se non ne sapesse nulla quando in campagna elettorale e poi nei primi 100 giorni di potere, ha confermato la scelta incendiaria di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, considerandola così anche lui – contro il diritto internazionale che dice che quella è una città condivisa da due popoli, anche da quello palestinese, e da tre religioni – di fatto capitale esclusiva di uno Stato come Israele che con le sue leggi sulla nazionalità si definisce ebraico, come Stato dei soli ebrei.

È questa decisione scellerata che premia l’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi e che ha alimentato le marce dell’estrema destra israeliana di Levaha parafascista al grido di «morte agli arabi» nei giorni che hanno preceduto la rivolta della Spianata, che ha preparato la «marcia delle bandiere» la celebrazione della riconquistata capitale, e che ora esplode come un bubbone nelle città miste d’Israele stessa.

È sempre questa decisione che legittima istituzionalmente le espulsioni dei palestinesi dalle loro case dei quartieri di Gerusalemme Est per darle ai coloni. Si chiama pulizia etnica.

Del resto di che sorprendersi, così si porta a termine l’espulsione definitiva anche nel luogo più simbolico, dove i militari israeliani sparano, in pieno Ramadan, come in un tiro segno. Infatti nella Cisgiordania occupata centinaia di insediamenti dei coloni integralisti hanno espulso così tanti palestinesi dalla loro terra che non esiste più la continuità territoriale perché nasca uno Stato palestinese – senza dimenticare il Muro, lo sradicamento violento delle colture, l’abbattimento delle case, i posti di blocco che spezzano la vita, la repressione quotidiana con uccisioni che non fanno notizia nei media occidentali, le migliaia di detenzioni arbitrarie.

È un regime di apartheid – legga Biden il saggio Apartheid scritto dal suo predecessore Jimmy Carter sulla condizione dei palestinesi se non vuole ascoltare Human Right Watch, Amnesty International e i Rapporteur dell’Onu come Richard Falk che dicono che il governo d’Israele deve essere processato per questo regime imposto alla popolazione palestinese. «Israele ha diritto di difendersi», ma quante volte in questi ultimi tre anni l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi «militari» e colpendo impunemente civili in Siria – dove la guerra all’Isis non è ancora finita -, e quante volte con una «guerra coperta» ha attaccato obiettivi civili e istituzionali in Iran? «Attenti alle vittime civili», ma nei due tre mesi precedenti alla rivolta della Spianata, quanti giovani e padri di famiglia palestinesi sono stati uccisi magari solo per un falso movimento ad un check point militare?

Diciamolo chiaramente: se Biden mantiene la decisione di Trump sappia almeno che è incendiaria, e cominci a stupirsi di meno.

Perché se «Israele ha diritto di difendersi», chi difende i palestinesi che sono occupati militarmente? Non lo fanno più i Paesi arabi dei quali i palestinesi non si fidano più, e che sono in rotta di collisione con i loro popoli figuriamoci con chi vive sotto occupazione in Cisgiordania. Eppure, anche per effetto di questa crisi e non certo per la sofferta riattivazione degli accordi sul nucleare civile iraniano, sta vacillando quel Patto di Abramo voluto da Trump che mirava a cancellare i palestinesi.

Non lo fa l’Unione europea e nemmeno quell’Europarlamento sempre pronto sui diritti umani a senso unico. Non lo fa nessuno.

Lo fa con azioni militari a dir poco controproducenti, Hamas. Che non ci piace, non ci piace il suo fondamentalismo religioso, i suoi rapporti con Turchia e Qatar che opprimono altri popoli. Ma lo fa, e agli occhi dei palestinesi conta.

Se è vero poi che Biden ha telefonato ad Abu Mazen «perché fermi i lanci di razzi da Gaza» è a dir poco allucinante. Abu Mazen non ha certo questo potere. Hamas è cresciuta sulle disfatte dell’Anp e della laica Al Fatah di fronte alle false promesse occidentali e alla negazione degli accordi Oslo 1993, rimessi subito in discussione nel ’95 con l’uccisione, da parte di un integralista ebreo, del premier Rabin che li aveva firmati con Arafat e Clinton; Hamas vinse le elezioni in tutta la Palestina non solo a Gaza nel 2006 e probabilmente le avrebbe ri-vinte in questo mese se le elezioni fossero stata confermate. Comunque ora invece di un Stato palestinese – l’altro, lo Stato d’Israele, c’è più forte che mai e con uno degli eserciti più e agguerriti della Terra – abbiamo frantumi di terra occupata da nuovi insediamenti subito diventati avamposti militari israeliani, lanciati ad ogni piè sospinto da ogni governo israeliano con il campione Netanyahu in testa.

Il mondo laico palestinese è in declino e se la scomparsa della sinistra da noi è un bel problema, in Israele e in Palestina è una tragedia. È questo disastro e fallimento che alimenta il protagonismo di Hamas. E poi guardiamo in faccia la realtà: non è un caso che in piazza ci siano i giovani palestinesi che appartengono alla generazione post-accordi di Oslo. Ora per di più il giornalismo tace. È morto dentro il suo silenzio.

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