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Battaglia Sociale. Sindacati edili a Montecitorio nel giorno dell’ennesimo morto: un portuale a Salerno. Landini: il governo faccia marcia indietro. Per evitare la mobilitazione Cgil, Cisl e Uil chiedono il ritiro del massimo ribasso e subappalti liberi

 

Nel giorno dell’ennesimo morto sul lavoro, davanti a Montecitorio i sindacati degli edili si sdraiano per terra inscenando ciò che succede quotidianamente nei cantieri della penisola. E, assieme ai vertici confederali, avvertono il governo sul decreto Semplificazioni: se non ci saranno modifiche su subapplati, il ritorno del massimo ribasso e appalti integrati sarà sciopero generale.

NELLA NOTTE FRA MARTEDÌ E IERI al porto di Salerno è morto Matteo Leone. L’operaio trentenne lavoratore della Compagnia Portuale, molto conosciuto in città, nel primo pomeriggio di martedì era stato investito al Molo 10 da una macchina operatrice, probabilmente un carrello. Durante la notte è spirato all’ospedale di Salerno: troppo gravi le lesioni riportate. Matteo Leone due anni fa aveva sconfitto la leucemia ma contro l’insicurezza sul lavoro non ha potuto fare niente.

I sindacati dalle due della scorsa notte hanno indetto uno sciopero di 24 ore per i lavoratori del porto di Salerno. «È inaccettabile – commentano – che un giovane possa morire mentre compie il proprio dovere, perché lavoro non deve significare morte. La strage di lavoratori non si ferma e le parole di condanna non servono a nulla, occorre fare qualcosa», denunciano Filt Cgil, Fit Cils e Uilt. Per questo i portuali di tutta Italia si sono fermati un’ora ne alle 12 con le sirene che hanno suonato a lutto.

Nel pomeriggio alle 16 invece davanti Montecitorio – ma anche in tante altre piazze: Palermo, Napoli, Ancona, Bergamo e Alessandria – i sindacati edili hanno manifestato al grido: «Fermate le stragi nei cantieri». Nella settimana di mobilitazione nazionale che i sindacati dedicano al tema della sicurezza sul lavoro, ieri era il giorno degli edili, in cima a tutte le classifiche di rischio.

«Le norme inserite nel decreto del governo riguardanti la liberalizzazione dei subappalti e il massimo ribasso – hanno detto chiaro e tondo i leader delle categorie di settore, Alessandro Genovesi per la Fillea Cgil, Vito Panzarella per la Feneal Uil e Franco Turri per la Filca Cisl – non ci lasciano alternative, contro il ritorno alla legge della giungla nei cantieri sarà mobilitazione generale. Questa giornata è dedicata all’emergenza delle morti sul lavoro, cresciute nei nostri settori del 70% nel bimestre gennaio-febbraio 2021 rispetto al 2020. Anche in questa occasione ribadiamo a gran voce le richieste contenute nella nostra piattaforma presentata al governo per il rilancio delle costruzioni nel segno della qualità del lavoro e dell’impresa».

QUANTO AL DECRETO Semplificazioni la posizione dei sindacati degli edili è molto precisa: se il governo ritirerà dal testo gare al massimo ribasso, deregolamentazione del subappalto e limiterà l’appalto integrato (progettazione ed esecuzione ad un unico committente) alle sole opere complesse, Fillea Cgil, Feneal Uil e Filca Cisl sono disponibili ad aprire un tavolo con il governo sulla legge delega che entro l’anno dovrà rivedere il Codice degli appalti, come da impegno nel Pnrr che non prevedeva l’accelerazione dell’ultima settimana.
Al presidio anche il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. «Siamo qui in piazza per dire basta morti sul lavoro – ha esordito – . Dovrebbe entrare nella testa di tutti che la liberalizzazione degli appalti e la logica del massimo ribasso sono quelle determinano un lavoro insicuro, che è quello che in alcuni casi provoca le morti sul lavoro».

LANDINI È TORNATO anche sul decreto Sostegni bis – pubblicato in Gazzetta Ufficiale martedì sera e in vigore da ieri – e sulla cancellazione della proroga al 28 agosto del blocco dei licenziamenti prevista inizialmente dal ministro Orlando e cancellata da Draghi dopo le pressioni di Confindustria.

«Non condividiamo la mediazione del governo perché dal primo luglio si può riniziare a licenziare – attacca Landini – . Per una parte del mondo del lavoro la data è il 31 ottobre e continuiamo a pensare che quello sia limite per tutti e che bisogna usare questi mesi prima di agosto per fare una riforma degli ammortizzatori sociali. Il governo convochi le parti sociali. Su questo tema non siamo per impedire alle aziende di riorganizzarsi, quello che diciamo e che è possibile farlo senza ricorrere ai licenziamenti». «Sta partendo una lettera in cui chiediamo a tutte le forze politiche in parlamento», spiega Landini, di trovare soluzioni. E avverte se sul blocco dei licenziamenti «la posizione non si cambia, valuteremo quale iniziative mettere in campo, non ne escludo neanche una. Non si può cambiare il paese contro e senza il mondo del lavoro».

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Libertà d'Impresa. Cancellato il compromesso sull’allungamento al 28 agosto voluto dal ministro Orlando. A 4 giorni dal consiglio dei ministri, le pressioni della destra producono la retromarcia sul testo. Nota serale di palazzo Chigi annuncia la gratuità della cig fino a fine anno per le imprese che non licenziano. Il Pd abbozza: confermata la nostra impostazione

 

A quattro giorni di distanza dall’approvazione in consiglio dei ministri del decreto Sostegni bis Lega e Confindustria vanno a caccia del ministro del Lavoro Andrea Orlando e ottengono da palazzo Chigi la cancellazione del suo compromesso sui licenziamenti.

DOPO GIORNI DI SOMMOVIMENTI, sul Sole24Ore ad Orlando era stata formulata un’accusa che ha del surreale: lo stesso ministro del lavoro del Pd avrebbe inserito la norma che prevede il prolungamento del blocco al 28 agosto per le aziende che chiederanno la cassa Covid a giugno surrettiziamente all’ultimo momento. Una tesi bislacca che come corollario avrebbe il fatto che Mario Draghi si sarebbe fatto sorprendere o – addirittura – avrebbe assistito inerme e inconsapevole alla conferenza stampa successiva in cui lo stesso Orlando spiegava la norma a favore di giornalisti e telecamere.

Carlo Bonomi

Questo è stato sostenuto in un retroscena uscito sul quotidiano ieri, imbeccato adeguatamente da Confindustria e dalla Lega.

Le cose naturalmente non stanno così. La norma è stata discussa in consiglio dei ministri e approvata all’unanimità. È vero invece che molti componenti del governo non ne abbiano capito il contenuto e, ancor di più, nei giorni seguenti siano stati richiamati all’ordine da Carlo Bonomi e sodali che volevano tornare a licenziare da fine giugno, come previsto dal decreto Sostegni uno.

Aveva cominciato sabato la sottosegretaria leghista al lavoro Tiziana Nisini sostenendo che la norma «così come scritta dal ministro Orlando non è condivisibile». A lei dava manforte Il Sole 24 Ore confindustriale che ipotizza modifiche in fase di effettiva stesura del testo del decreto.

Ieri la questione è scoppiata politicamente. Da una parte un rincorrersi di imprecisate fonti di governo che parlavano di modifiche alla norma – il decreto non è ancora stato pubblicato in Gazzetta ufficiale – e dall’altra il Pd schierato a difesa di Orlando, a partire dal segretario Enrico Letta: «Sulla questione cruciale del blocco licenziamenti e della cig ho letto critiche superficiali e ingenerose nei confronti del Ministro Andrea Orlando, che lavora, su tema delicato per milioni di italiani, con tutto il nostro sostegno e apprezzamento».

MA A SERA È ARRIVATO LA NOTA di palazzo Chigi a confermare la cancellazione della norma: sparisce la data del 28 agosto e viene resa gratuita la cassa integrazione ordinaria fino alle fine dell’anno. «All’esito di un percorso di approfondimento tecnico svolto sulla base delle proposte del Ministro Orlando in Cdm che prevedono un insieme più complessivo di misure per sostenere le imprese e i lavoratori nella fase della ripartenza, è stata definita una proposta che mantiene la possibilità per le imprese di utilizzare la Cassa integrazione ordinaria, anche dal primo luglio, senza pagare addizionali fino alla fine dell’anno impegnandosi a non licenziare».

PER NON ALZARE completamente bandiera bianca e ammettere la sconfitta, la nota è stata subito seguita da un’altra fatta uscire da «fonti Pd di governo» che rivendicano come «il pacchetto lavoro approvato nel decreto Sostegni bis conferma l’impostazione data dal ministro Orlando con una serie di opzioni a disposizione delle aziende, alternative ai licenziamenti», a partire «dalla cig ordinaria gratuita fino a fine anno per le imprese che si impegnano a non licenziare» per passare «al contratto di rioccupazione a tempo indeterminato, dal rafforzamento del contratto di solidarietà al contratto di espansione per favorire la staffetta generazionale nelle aziende fino agli sgravi contributivi del 100% per i lavoratori assunti nei settori del commercio e del turismo».

LA CRUDA REALTÀ PERÒ È QUESTA: un’azienda che sta uscendo dalla crisi con la norma voluta da Orlando doveva attendere il 28 agosto. Ora potrà licenziare dal primo luglio. Vincono Bonomi e la Lega su tutta la linea.

In realtà la norma proposta da Orlando un problema lo aveva. Creava un disallineamento tra le imprese che chiedono la cassa Covid – gratuita – a giugno e non potevano licenziare fino a fine agosto da una parte e le aziende che chiederanno la cassa integrazione ordinaria – scontata proprio ai sensi della stessa norma – che non possono licenziare (giustamente) finché utilizzano l’ammortizzatore sociale.

DETTO QUESTO, SI TRATTAVA di un aspetto minimale rispetto all’importanza del blocco che viene difeso dai sindacati, nonostante per Cgil, Cisl e Uil rimanga la richiesta della proroga ad ottobre quando dovrebbe arrivare la riforma degli ammortizzatori sociali che permetterebbe di gestire meglio le certe ristrutturazioni aziendali.

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Trivelle. Intervista al vicepresidente di Legambiente sulla ripresa delle trivellazioni e il piano di ripresa e resilienza del governo: "La proposta italiana sul clima è inadeguata. Il «Pnrr» investe poco sulle città, l’edilizia pubblica e la mobilità sostenibile e cifre enormi sull’edilizia privata o l’alta velocità"

Edoardo Zanchini (legambiente)

Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, ieri in un’intervista televisiva il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani ha detto di avere «parlato con Legambiente, Greenpeace, c’è un accordo sul recovery piuttosto buono sui contenuti principali, ovviamente tutto è migliorabile». Di quale accordo sta parlando e quali sono i contenuti?
Credo si riferisca all’obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 70% entro il 2030 che anche noi condividiamo. Ma noi non abbiamo fatto alcun accordo con il ministero. Anche perché di fatto il «Recovery» è stato approvato senza un significativo confronto con la società e il parlamento. La proposta italiana sul clima è inadeguata. Sulle rinnovabili si dovrebbero installare sei gigawatt l’anno per realizzare gli obiettivi europei entro il 2030. Con il «Recovery» si installeranno circa 4 gigawatt. Non sono sufficienti. Non si fanno scelte per accelerare sul fotovoltaico in un paese che ha circa 170 mila ettari da bonificare. Non ci sono scelte che permetterebbero di sviluppare l’eolico offshore galleggiante che potrebbe allontanare gli impianti di molte miglia dalle coste. Il «piano di ripresa e resilienza» non dice nulla su questi impianti.

Quali sono a suo avviso gli altri punti critici del «piano nazionale di ripresa e resilienza»?
Le infrastrutture. Si investe molto poco sulle città e sulla mobilità sostenibile. A differenza di quanto accade con l’alta velocità dove si investono 25 miliardi di euro. E poi c’è il capitolo dell’efficienza energetica. Nel piano del governo ci sono obiettivi vaghi, anche se sono previste risorse enormi, in particolare sull’edilizia privata. Il problema è che non c’è quasi niente sull’edilizia pubblica. Mi sembra che ci siano poche idee sulla transizione che riduce consumi energetici degli edifici, facendo a meno del metano per riscaldarli.

Le trivellazioni sono ripartite. Ci spiega come siamo arrivati a questo punto?
Sono stati presentati diversi progetti per le nuove trivellazioni, il governo avrebbe dovuto individuare i criteri con cui limitare e bloccare le nuove esplorazioni. L’obiettivo è quello che è stato già fatto altrove: fissare la data entro la quale non si estrarrà più gas e petrolio, per noi dovrebbe essere il 2030. Questo è il modo per dare un segnale chiaro. Altrimenti è una ipocrisia. In Italia manca una legge analoga a quelle approvate in Francia e in Danimarca, uno dei maggiori produttori di petrolio in Europa, che stabilisca un chiaro termine ultimo di validità delle concessioni e preveda un fermo delle attività correlate e delle autorizzazioni per nuove attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi. In Italia nessun impianto offshore ha avuto il va libera dal ministero e dalle sovrintendenze, eppure si fanno trivellazioni. Una piattaforma nell’Adriatico è considerata parte del paesaggio, mentre l’eolico è brutto. Sono questi i criteri con cui si approvano i progetti?

 
 
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"Liberalizzazione del subappalto, gare al massimo ribasso, e poi ci mancava pure l'appalto integrato, quello che affida allo stesso soggetto la progettazione e l'esecuzione dell'opera. Trovo del tutto sbagliato e grave l'orientamento che il governo sembrerebbe prendere Così si torna indietro di 20 anni, ai tempi del governo Berlusconi e del suo ministro Lunardi", ha detto il segretario della Cgil.

23 maggio 2021

"È una vera scelta indecente quella che si appresta a fare il governo" ed è per questo che siamo pronti e valutiamo lo sciopero generale. Lo dice Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, in un'intervista a 'La Repubblica' parlando del decreto Semplificazioni e in particolare di: "liberalizzazione del subappalto, gare al massimo ribasso, e poi ci mancava pure l'appalto integrato, quello che affida allo stesso soggetto la progettazione e l'esecuzione dell'opera. Trovo del tutto sbagliato e grave l'orientamento che il governo sembrerebbe prendere. Così si torna indietro di 20 anni, ai tempi del governo Berlusconi e del suo ministro Lunardi".   

Quanto alla proposta di Letta sulla tassa di successione secondo Landini "la dote principale che si dovrebbe fornire ai giovani" è "quella di un lavoro stabile, sicuro e non precario.  Certo, il problema della riforma fiscale esiste come quello di una diversa redistribuzione della ricchezza per combattere le diseguaglianze crescenti. Penso sia di sinistra rimettere al centro il lavoro, non licenziare, investire sulla sanità pubblica e su un nuovo modello di stato sociale.

Insomma, in questa fase non puoi licenziare i padri e offrire un lavoro precario ai figli. Mi permetto di dire che serve un progetto di cambiamento di più ampio respiro".   

"Abbiamo già visto che cosa significa - prosegue il segretario della Cgil - riduzione dei diritti, scarsa qualità del lavoro" e "delle opere, maggiore insicurezza nei cantieri e il rischio di alimentare corruzione e illegalità".

Pronti allo sciopero generale? "Alcune nostre categorie unitariamente sono già pronte. Noi, conseguentemente, lo valuteremo insieme a Cisl e Uil. Al governo stiamo dicendo che non va, che sta sbagliando. Si era impegnato a discutere con noi prima di approvare le riforme e i decreti, invece non lo sta facendo.

Dunque è chiaro che se non cambia direzione ragioneremo su tutte le forme di mobilitazione necessarie, nessuna esclusa", ha detto ancora Landini.  "Noi ci stiamo giocando ora il futuro del Paese - afferma il segretario della Cgil - per ridurre i tempi bisogna fare le assunzioni, ridurre e riqualificare le stazioni appaltanti. La questione centrale deve essere quella della qualità dei progetti, non semplicemente quella dei costi. Non possiamo tornare a prima della pandemia, quel prezzo lo abbiamo già pagato. Gli investimenti e le riforme che possiamo fare, grazie alle risorse del Recovery Fund, devono  servire a cambiare il Paese e a valorizzare il lavoro. Dunque se la questione è la reingegnerizzazione dei processi delle procedure, noi siamo pronti a fare la nostra parte".

Sui licenziamenti: "È un primo passo, ma non risolutivo. Noi chiediamo la proroga del blocco generalizzato per tutti fino ad ottobre per poter definire nel frattempo la riforma degli ammortizzatori sociali" ha detto Landini, aggiungendo "Trovo inaccettabile la  logica che indica nei licenziamenti la strada per le riorganizzazioni aziendali". 

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Storie. Un murales che ricorda la resistenza a Reggio Emilia non piace ad Autostrade che chiede di toglierlo. Scatenando la rivolta di Anpi, Regione e della città: «La memoria non si tocca»

 

Nessuno tocchi il murales dei partigiani di Reggio Emilia. Nemmeno Autostrade, che ha tentato con un blitz di farlo rimuovere perché, così ha sostenuto la società per azioni che gestisce la A1, distrarrebbe gli automobilisti. Non succederà. Tutta la città è insorta contro l’ultimatum: dieci giorni per cancellare il murales di Casa Manfredi, a Villa Sesso, vicino al tragitto autostradale. A prendere le difese dell’opera che celebra i partigiani uccisi dai fascisti nel 1944 anche Comune e Regione e così, dopo le minacce legali, Autostrade è stata costretta a tornare sui suoi passi. «La Direzione di Tronco di Bologna di Autostrade per l’Italia evidenzia la più ampia disponibilità e volontà di collaborazione per assicurare il ricordo delle vittime partigiane, nel rispetto dei parametri di legge necessari per garantire la sicurezza degli utenti in transito», ha scritto in una nota la società che si sarebbe anche scusata per l’accaduto.

IL MURALES era stato inaugurato 8 mesi fa, nel settembre 2020, dopo un percorso partecipato sostenuto dal Comune di Reggio Emilia e dall’Anpi e gestito dall’Istoreco, l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea. Su un rudere che fu la casa della famiglia Manfredi nonché base di latitanza e di passaggio dei giovani che andavano verso la montagna, è stata creata una parete tutta rossa, con la scritta a caratteri cubitali «partigiano reggiano» e una citazione del cantante Zucchero: «Un canto libero, l’amore libero, un cuore unico, come un partigiano reggiano». Sotto le parole le facce di 8 partigiani uccisi dai fascisti nel 1944: i 5 membri della famiglia Manfredi (il padre Virginio e i figli Gino, Aldino, Alfeo e Guglielmo); e i 3 membri della famiglia Miselli (il padre Ferdinando e i figli Ulderico e Remo). La casa nel 1944 divenne una base dei Gap reggiani, i gruppi paramilitari creati dal Pci per operare clandestinamente nelle città. La notte del 16 dicembre 1944 200 fascisti, imbeccati da spie e informatori, rastrellarono le campagna attorno a Casa Manfredi, uccisero quattro giovani e altri ne arrestarono. I partigiani reagirono e tre giorni dopo uccisero sei fascisti ritenuti responsabili dell’eccidio. La rappresaglia della Brigata Nera fu terribile: 432 fermi, 57 arresti con torture e 14 fucilazioni. Il 21 aprile altre cinque fucilati. In tutto le camicie nere uccisero 23 persone, partigiani ma anche giovani “colpevoli” di ascoltare Radio Londra.

PROPRIO per ricordare questi eventi, e in generale la lotta partigiana contro i nazifascisti, è stato realizzato il murales, commissionato agli artisti Fabio Valentini, nome d’arte Neko, e Marco Temperilli, nome d’arte Maik. Murales che Autostrade avrebbe voluto cancellare perché «per sua natura, forma, dimensione, contenuto e posizione» sarebbe stato «fonte di grave pericolo per la sicurezza della circolazione». Opinione che in Emilia-Romagna non ha trovato spazio. «Il murales non deve essere cancellato – dichiara il Presidente della Regione Stefano Bonaccini – Questa terra pagò un prezzo altissimo alla follia nazifascista, in termini di eccidi, lutti, violenze. Guai dimenticare chi ha dato la propria vita per ridarci libertà, pace e democrazia». «Il murales è parte integrante del nostro Dna, ricorda un fatto gravissimo e Reggio Emilia, città Medaglia d’Oro della Resistenza, non è disponibile ad annullare la propria storia e la propria memoria», dice il sindaco di Reggio Luca Vecchi.
«DA UNA RAPIDA ricerca online – spiega Dario De Lucia, consigliere comunale Pd a Reggio e tesoriere dell’Istoreco – è possibile vedere come esistano diversi progetti di street art che coinvolgono strade e autostrade, in più il murales per i martiri di Villa Sesso si trova a centinaia di metri e su un dislivello rispetto all’autostrada A1. Da qui la domanda: il problema è la street art o il contenuto della nostra street art? A questo punto rilancio: facciamo presto un altro murales per ricordare la nostra storia partigiana». Più nette ancora le posizioni di chi non ricopre incarichi istituzionali. «Ridicolo», dice l’Anpi. «Sapete cosa mi distrae in autostrada? Le crepe dei viadotti, gli uomini al lavoro operare al buio di notte, i pedaggi in aumento per i cittadini e gli stipendi milionari dei dirigenti», commenta Cosimo Pederzoli della segretaria regionale di Sinistra Italiana. «Casa Manfredi esisteva da decenni quando è stata fatta l’autostrada – scrive il cantante Max Collini – e avendo il murale un valore storico, politico, sociale e culturale per quanto mi riguarda la società concessionaria del servizio autostradale può tranquillamente venire a sua volta espropriata delle concessioni dallo Stato quanto prima, che sarebbe sempre ora».

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Sovrintendenze. Pensare di affrontare le enormi sfide che abbiamo davanti senza modificare stili di vita, valutazione delle priorità, rapporto con il territorio, significa essere fuori dalla realtà e andare incontro ad un disastro annunciato

C’è modo di trovare una soluzione capace di far installare 70 GW di rinnovabili nei prossimi 10 anni, quanto ci chiede la Ue, rispettando il paesaggio? Sì, perché il rispetto del pianeta e la conservazione della nostra eredità culturale sono due facce della stessa medaglia.

Sì, se si affronta la questione modificando gli atteggiamenti del passato. In effetti qualche problema c’è se le Sovrintendenze continuano a non autorizzare impianti anche in zone non vincolate.

Pensare di affrontare le enormi sfide che abbiamo davanti senza modificare stili di vita, valutazione delle priorità, rapporto con il territorio, significa essere fuori dalla realtà e andare incontro ad un disastro annunciato. Solo questo sembrerebbe un’ottima ragione per eliminare ogni preconcetto autoritario, ed abbracciare una visione «laterale».

Grandissima parte delle installazioni a terra di fotovoltaico necessarie per raggiungere gli obiettivi europei (parliamo di 50.000 ettari) potrebbero riguardare terreni marginali non coltivati da decenni. Questi terreni, abbandonati dagli agricoltori perché improduttivi, rappresentano meno del 2% della perdita di Superficie Agricola Utile italiana avvenuta negli ultimi trent’anni, stimata in tre milioni di ettari. Oppure utilizzare aree industriali dismesse: quindi nessuno pensa di installare in Italia impianti fotovoltaici ed eolici in aree vincolate, nei Sic, nelle Zps, nelle Aree protette e nei siti Natura 2000. Inoltre, l’evoluzione delle tecnologie consentono una maggiore produzione a parità d’ingombro rispetto agli impianti esistenti.

Per l’eolico, poi, oltre alle tecnologie del repowering sugli impianti esistenti, che riducono ulteriormente la già esigua occupazione di suolo, il Pnrr prevede l’installazione di pale eoliche off-shore galleggianti anche a distanze considerevoli dalle coste. Però non è solo l’urgenza climatica che ci deve guidare in queste scelte, ma anche un atteggiamento culturale, che riguarda contestualmente le ragioni dell’una e l’altra parte.

Oggi le tecnologie rinnovabili e le azioni di efficienza energetica, vista la loro diffusione che includono una integrazione nel patrimonio edilizio e una distribuzione sul territorio, determinano un nuovo modello dell’energia stessa che, vista anche la partecipazione attiva dei cittadini, assume le caratteristiche di un bene collettivo, partecipato e condiviso. Così come partecipate e condivise sono le recenti
definizioni del patrimonio culturale (si veda la Convenzione di Faro), che sottolineano il valore dell’eredità culturale secondo i concetti della sostenibilità, includendo questi ultimi, quindi, nella individuazione del rispetto e della tutela dell’ambiente. Questo significa che oggi occorre inserire le azioni di contrasto al cambiamento climatico tra le forme, inedite, di tutela, e tra queste il corretto uso dell’energia pulita.

Considerare cioè il processo di decarbonizzazione dell’energia uno strumento per la conservazione, alla stessa stregua del recupero conservativo di un bene culturale. L’Italia, con il suo grande patrimonio culturale più di altri Paesi è chiamata ad esercitare la sua leadership per dimostrare come efficienza energetica e uso delle fonti rinnovabili concorrano a preservare il significato e l’identità di un bene tramandato nei secoli. È tempo di riorientare il rapporto tra conservazione e sviluppo, da non considerarsi più in antitesi (la lotta ai cambiamenti climatici lo impone), e lo sviluppo nel caso di un bene culturale non può essere solo recupero e ripristino, ma qualcos’altro.

In quest’ottica, che rispecchia l’Agenda Onu 2030, efficienza energetica e uso delle fonti rinnovabili (ed efficienza energetica) sono chiamate però insieme a fornire una prova di responsabilità per selezionare quegli interventi che garantiscano la conservazione dell’identità e della testimonianza del bene, e della sua valorizzazione.

L’ambiente, parte del patrimonio culturale, necessita di un sistema di tutele specifiche e forse la più importante tra queste, quella che riguarda l’intero pianeta, è proprio la decarbonizzazione dell’energia. Questo perché il patrimonio culturale, nelle sue varie dimensioni, materiali ed immateriali, è, al pari dell’energia, una risorsa condivisa e un bene comune e proteggerlo diventa quindi una responsabilità comune.

* Prorettore di Sapienza Università di Roma per le Politiche Energetiche e Presidente del Coordinamento Free

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