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Agenda Draghi. La sinistra non può diventare conservatrice nell’Italia di oggi, adeguarsi alla cosiddetta Agenda Draghi, schierarsi dalla parte dei due terzi che hanno ancora qualcosa da difendere e rinunciare a rappresentare gli interessi e le aspirazioni di chi galleggia o affonda.

In fila per ricevere aiuti alimentari  © Ap

La realtà della politica e della società appaiono scisse e solo in parte sovrapposte. Da un lato abbiamo un Paese attraversato da disuguaglianze abissali, da un senso diffuso e radicato di ingiustizia subita, da nuovi e vecchi conflitti più o meno latenti. È l’Italia in cui è possibile essere licenziati via whatsapp, in cui milioni di persone lavorano private persino di un contratto, dove i salari sono bassi e al palo da decenni.

È l’Italia da cui si scappa per assenza di opportunità, in cui l’unico vero welfare di prossimità è la pensione dei nonni, che d’altra parte i nipoti non vedranno nemmeno da lontano. È l’Italia che dipinge di verde ogni discorso pubblico, ma intanto continua a programmare un futuro fatto di gas fossili e nucleare, e intanto pensa a privatizzare ciò che resta dei beni comuni.

È un Paese dove la cultura antiscientifica diventa fenomeno minoritario ma di massa, in cui la politica lascia agli idranti della Polizia il compito di spiegare le proprie ragioni, in cui davanti ad uno scetticismo diffuso sui vaccini si risponde con il ricatto verso chi lavora. Si parla sempre meno delle organizzazioni criminali, che tuttavia muovono pezzi sempre più rilevanti di economia “legale”. Su tutto aleggia un rancore sordo, una disillusione quasi unanime, un senso di regresso individuale, famigliare, clanico da qualsiasi forma di vita associata, che determina la crisi sempre più profonda di tutti i corpi intermedi e collettivi.

D’altro lato la retorica unanime dell’eccellenza garantisce la piena cittadinanza e quindi risorse e privilegi a circuiti sempre più ristretti di persone, in competizione reciproca ma sempre solidale. In questo quadro, che produce non a caso un astensionismo record, la destra arretra e una tiepida sommatoria chiamata centrosinistra trionfa nelle urne.

In altre parole, i progressisti sembrano trovare la ragione del proprio successo nell’abbandono del campo politico da parte della componente più in crisi della società. L’euforia per lo scampato pericolo, e persino l’ottimismo per i risultati futuri, passano per la rimozione del rifiuto di milioni di persone di considerare il processo democratico utile alla soluzione dei propri problemi.

È il portato del Governo Draghi, in cui la celebrazione a media unificati dei successi del’Italia relega in secondo piano la lunga processione di esclusi, sconfitti e marginalizzati nemmeno sfiorati dalla crescita del Pil. Si possono persino tagliare le tasse al 10% di redditi più elevati, come se la condizione materiale di quote crescenti di lavoratori non sia di precariato, ipersfruttamento e fatica crescenti.

Il messaggio che passa è che il futuro appartenga ai vincenti, così come la facoltà di scelta, mentre agli altri tocca una silenziosa ritirata, per non disturbare il manovratore. Il paradosso è che questa situazione favorisca il centrosinistra, grazie alla scelta suicida dei sovranisti di collocarsi in blocco sul fronte no-vax, nonchè al vuoto pneumatico di classe dirigente a destra.

La domanda che dovremmo porci è se dobbiamo accettare come positivo e incoraggiante un risultato elettorale dovuto ad un restringimento di fatto della cittadinanza, o piuttosto incassare il successo, ma come stimolo a cambiare in profondità lo schema.

La sinistra non può diventare conservatrice nell’Italia di oggi, adeguarsi alla cosiddetta Agenda Draghi, schierarsi dalla parte dei due terzi che hanno ancora qualcosa da difendere e rinunciare a rappresentare gli interessi e le aspirazioni di chi galleggia o affonda. Se lo facesse, tradirebbe se stessa in nome di un successo effimero.

La scelta è semplice: pensare che la sfida si giochi solo nel campo di chi ancora trova una ragione per votare, o aspirare a recuperare al gioco democratico chi oggi se ne sente completamente escluso.

In quest’ultimo caso, sono indispensabili proposte radicali sul piano dell’organizzazione del lavoro, della redistribuzione della ricchezza, dell’accesso ai beni e ai servizi fondamentali, dello stesso modello di sviluppo. Chi si chiede se esista ancora spazio alla sinistra del Pd, provi a partire da qui.

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Previdenza di Governo. Confermati i soli 611 milioni con beffa per donne - «Opzione» da 60 anni - precoci e categorie di gravosi. Il premier apre alla «flessibilità in uscita» falsificando però sul «ritorno al contributivo» . Domani la decisione di Cgil, Cisl e Uil sulla mobilitazione

Pierpaolo Bombardieri, Luigi Sbarra e Maurizio Landini  © Foto LaPresse

È il capitolo più delicato della manovra ma le pensioni incidono solo per il 2,6% sull’intero importo della manovra: 611 milioni su 23,2 miliardi per il bilancio sul 2022. E proprio qui sta il motivo di contrarietà dei sindacati che sabato decideranno quale mobilitazione mettere in campo.

LA PROMESSA DI ESSERE «disponibile al confronto nelle prossime settimane» citato da Draghi è molto meno della certezza di una trattativa da gennaio per riformare le pensioni che molti avevano sventolato dal Pd in mattinata, come un grande successo.

Anche perché Draghi mistifica le richieste dei sindacati con la sua premessa al passaggio sulle pensioni: «L’impegno è tornare in pieno al sistema contributivo», come se Quota 100 fosse qualcos’altro e alimentando nuovamente la falsificazione portata avanti da gran parte dei media che sostiene come Cgil, Cisl e Uil vogliano un ritorno al sistema retributivo o mettendo assieme le loro proposte con quelle della Lega che voleva mantenere quella Quota 100 che è stato un flop e ha mandato in pensione in gran parte lavoratori tutelati lasciando negli effetti regressivi e iniqui della Fornero, a partire da donne e precari.

DRAGHI CITA TRE PUNTI per «il confronto con le parti sociali e il parlamento», dunque non solo

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Segreti e bugie. La maggioranza dei senatori della Repubblica ha bocciato il proseguimento dell'iter parlamentare rinviando, per chissà quanti anni, l'approvazione di una legge giusta e soprattutto importante per l'incolumità, ancora prima che per il benessere, di tutte le persone che ogni giorno anziché goderne devono soffrire per la loro identità sessuale

 

 

Ormai la storia patria ci ha insegnato che per affermare i diritti della persona non è dal Parlamento che dobbiamo aspettarci le risposte già mature nella società. Così è stato per la storica battaglia sul divorzio e per quella altrettanto importante sull’aborto, così potrebbe essere domani sull’eutanasia e sulla cannabis.
Ogni volta che si ponevano in discussione domande di senso sulla vita, il paese reale testimoniava di essere più moderno e civile della politica che presumeva di rappresentarlo. Facendo emergere nelle battaglie di libertà e di autodeterminazione, l’arretratezza, l’ipocrisia, la lontananza del Parlamento dal Paese.

Se anziché i deputati e i senatori, fossimo stati chiamati noi cittadini a votare sulla legge del senatore Alessandro Zan, contro la barbarie di aizzare l’odio verso le persone omosessuali o transessuali, è sicuro che avremmo avuto una risposta di condanna senza se e senza ma.
Invece, dopo anni di dibattiti, dopo l’approvazione in un ramo del parlamento,

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Piazze no-green pass. I valori dell’antifascismo non sono retorica ma radice della democrazia. Il discrimine dell’assalto alla sede nazionale della Cgil «dimenticato» dai no-green pass

Manifestazione no green pass a Milano

Manifestazione no green pass a Milano © Luca Bruno /AP

Per il quattordicesimo sabato consecutivo, manifestazioni cosiddette «no green pass», più o meno partecipate a seconda delle città, hanno rappresentato uno «scenario di contesto» del nostro presente.

Caratterizzato da due elementi: la frammentazione dell’agire pubblico e una china post-ideale, più ancora che post-ideologica.

Il primo si pone come preannuncio della inservibilità politica sul piano materiale di un tale aggregato; Il secondo come ripiegamento sul terreno valoriale che trova nella presenza fascista in seno ai cortei (ultimo il gruppo Do.Ra. a Milano) il più evidente degli esempi.

IL 9 OTTOBRE IN QUESTO senso segna un vero e proprio spartiacque attorno alla questione centrale del nostro paradigma costituzionale dei diritti: l’antifascismo.

Il raid squadrista contro la sede nazionale della Cgil, infatti, ha fatto esplodere tutte le contraddizioni interne sia all’aggregato che contesta la «carta verde» sia in seno ai partiti in Parlamento.

La debolezza culturale e politica del dibattito pubblico in Italia sull’antifascismo sconcerta.

Da un lato si risolve, nel migliore dei casi, nella discussione

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Indietro Tutta. Draghi lascia la riunione. Cgil, Cisl e Uil: sabato decideremo quale mobilitazione attuare. Briciole rivendicate dal Pd: proroga solo di un anno per Opzione donna e Ape social leggermente allargata

Mario Draghi con Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri a palazzo Chigi

 

Tutto come previsto. Sulle pensioni vince Salvini e perde il sindacato che rompe per la prima volta con il governo Draghi e deciderà sabato – dopo l’approvazione formale della legge di Bilancio – quale forma di mobilitazione attuare, senza attendere una nuova convocazione per oggi come erroneamente dichiarato dall’ufficio stampa di palazzo Chigi.

SI TORNA ALLA FORNERO con uno «scalino» per i 10 mila (pochissimi) che potevano usare Quota 100 nel 2022. Allargata leggermente l’Ape social e prolungata Opzione donna, entrambe solo per l’anno prossimo.

L’incontro fra governo e confederali non ha avuto sorprese e ha certificato le distanze tra le parti. Mario Draghi, quasi silente durante la discussione, ha lasciato il tavolo dopo due ore – con la motivazione diplomatica di «un impegno» – commentando che «si aspettava un’altra accoglienza» alle piccole concessioni fatte dal governo. Evidentemente credeva che Cgil, Cisl e Uil si rimangiassero la loro piattaforma nel clima da «governo di emergenza in pandemia».

La richiesta di una modifica strutturale della riforma Fornero fatta da Landini non ha sortito alcun effetto. Draghi praticamente non

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Nicola Fratoianni

 Nicola Fratoianni © LaPresse

Gli editoriali di Norma Rangeri sulle amministrative hanno aperto un dibattito sul ruolo e sul “futuro della sinistra” (qui e quindr). Confesso che mi ero ripromesso di astenermi da qualsiasi discussione avesse come titolo il futuro, l’unità, il cantiere della sinistra. E non per sufficienza o arrogante presunzione.

La sinistra ha impiegato tempo e energie spropositati alla discussione su se stessa. Non c’è dubbio che questo sia dovuto alla sua debolezza o forse dovremmo dire alla sua lunga crisi.

Ma il risultato non cambia. Una discussione in cui inevitabilmente il ripiegamento identitario prende il posto del confronto con la realtà. E dove, immancabilmente, la tendenza alla frantumazione si moltiplica.

Per questo come Sinistra Italiana abbiamo fatto, nel nostro ultimo congresso, una scelta diversa, basata su obiettivi politici e su un’analisi di scenario che non può prescindere dal contesto in cui siamo.

Dopo anni di accese e laceranti discussioni solo sulle alleanze, concentrate sulla distanza dal Pd, occorre misurarsi con l’asfissia di questo discorso che mette in sordina l’analisi dei problemi sociali irrisolti che hanno innestato una crisi di rappresentanza politica (la dimensione impressionante dell’astensionismo).

La situazione sociale del Paese si è aggravata e la Pandemia ha accentuato le difficoltà offrendo spazio a una destra pericolosa, che si insinua nelle periferie, per proporre la guerra fra gli ultimi e i penultimi. La destra nella sua forma attuale costituisce un pericolo concreto, sul terreno sociale come su quello di diritti. La sua cocente sconfitta nelle urne amministrative non va considerata come la soluzione del problema.

L’obiettivo di battere le destre per costruire uno spazio più avanzato di battaglia politica ci riguarda e dentro questa dimensione va costruita una proposta politica con idee e progetti in grado di invertire la tendenza.

Redistribuzione della ricchezza, salario minimo e lotta contro il lavoro povero, investimenti su scuola ricerca e sanità pubbliche, transizione ecologica, riduzione dell’orario di lavoro sono i titoli minimi di una piattaforma possibile.

Noi abbiamo cominciato con la proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Lo abbiamo fatto dopo il nostro voto di sfiducia al governo Draghi sulla cui natura il nostro giudizio non è cambiato. Un governo conservatore che in questi mesi ha confermato con la maggioranza delle sue scelte che la nostra decisione era giusta.

Anche le indiscrezioni sulla manovra vanno nella direzione sbagliata. Nulla sui salari, una riduzione delle tasse su una minoranza degli italiani non certo povera e una riforma del reddito di cittadinanza che appare restrittiva e peggiorativa. Per non parlare dell’ennesimo rinvio sulla cosiddetta plastic tax.

Ma qui, appunto, si pone la questione che riguarda i prossimi appuntamenti, a cominciare dalle elezioni politiche.

Rassegnarsi all’idea che questo quadro si stabilizzi oppure battersi perché quella che è stata definita da chi aveva scelto di sostenere il governo una “parentesi necessaria”, si chiuda.

Per farlo occorre lavorare ad un campo di alleanze. Con radicalità nell’analisi e nella proposta e con grande sforzo unitario sul terreno delle relazioni politiche.

A meno che non si consideri il Pd come un avversario da mettere sullo stesso piano delle destre: non sono d’accordo e penso che sia una posizione incomprensibile.

Certo che il centrosinistra che abbiamo visto all’opera in diverse configurazioni ha sulle spalle più di una responsabilità. Ma questo non può impedirci di fare della costruzione dell’alleanza il terreno di un confronto dinamico e anche conflittuale.

Sinistra Italiana dunque non si scioglie né intende avviare l’ennesimo cantiere. In questi anni abbiamo contribuito a tenere aperto uno spazio che va allargato e rafforzato.

Consideriamo importante discuterne con quelle esperienze che anche in queste elezioni hanno dimostrato di saper produrre una “eccedenza” a partire dal proprio radicamento e dalla capacità di tenere assieme radicalità e innovazione, anche nei volti di chi ha interpretato questa sfida (è successo a Bologna con lo splendido risultato di Coalizione Civica).

Con queste esperienze e con le forze ecologiste occorre discutere per verificare la possibilità di dare massa critica ad un’opzione capace di contribuire alla costruzione di una coalizione per vincere le elezioni. Per battere le destre. Ma soprattutto per offrire al Paese un’alternativa.

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