Quando i sindaci di grandi città, a partire da Roma, al ballottaggio, sono eletti da un quarto dei cittadini, è un evidente segnale di sofferenza democratica. Non si tratta di un incidente di percorso. Neppure il Pd, uscito vincitore da questo turno elettorale, ha nulla di cui rallegrarsi.
L’elevato astensionismo colpisce tutti. Rappresenta un vulnus su cui è utile riflettere. Se il popolo ritiene inutile recarsi alle urne significa che non crede più nel momento elettorale come occasione di cambiamento. Esprime delusione e rabbia rimanendo a casa.
C’è poi una minoranza che manifesta il proprio disagio aderendo alle proteste contro tutto ciò che sembra limitare le libertà individuali. Altri motivi, naturalmente, spingono all’astensione. Pensiamo al ruolo alienante dei social, forma illusoria di partecipazione al dibattito pubblico, veicolo di subcultura che si autoalimenta pericolosamente attraverso una disinformazione sistematica e campagne d’odio. Ragioni politiche e culturali, dunque, si intrecciano e allontanano i cittadini dalle urne.
Tra i fattori che hanno contribuito ad alimentare il fenomeno dell’astensionismo di massa, non sottovaluterei “l’effetto Draghi”, il carattere anomalo del suo governo. Un governo di “tutti”, nel quale comandano veramente in “pochi”, che sono poi i ministri “tecnici”. La fiducia della maggioranza dei cittadini nei confronti dell’ex banchiere, chiamato a guidare il paese in un momento critico e delicato, è grande e incondizionata.
Senonché questo orientamento largamente diffuso, verso una personalità certamente autorevole e rassicurante, implica all’atto pratico una sostanziale delega in bianco, l’apatia politica, la diserzione dalle urne. A che serve votare se ci governa un signore competente, stimato in Europa, e se i partiti contano poco o niente?
Il governo di tutti, in questo contesto, rischia di farci scivolare oggettivamente, aldilà della volontà dello stesso Draghi, verso un’oligarchia tecnocratica che decide, senza alcun controllo parlamentare, sulle scelte strategiche riguardanti l’economia e la gestione del Pnrr. I ministri “politici” non hanno voce in capitolo sulla gestione della transizione ecologica e della trasformazione digitale. E si dividono tra “governisti” e quelli “di lotta e di governo”, contribuendo ad offrire un’immagine deteriore della politica che accentua il distacco dei cittadini.
I partiti parlano d’altro, mettendo ancor più in evidenza la perdita di ruolo. Nel combinato disposto tra astensionismo di massa, movimento “libertario” fomentato dalla estrema destra e consenso verso un modello di governo tecnocratico, in cui i partiti sono di fatto marginalizzati, non è difficile intravedere i segni di una democrazia che non gode affatto di buona salute.
In un paese sfibrato dalla pandemia e alle prese con una crisi sociale di notevole complessità, è facile cedere alla tentazione di affidarsi ai “migliori”. Tanto più in una situazione in cui i partiti appaiono più gusci vuoti che strumenti di partecipazione. Fanno al massimo un po’ di propaganda sui mass media, in balìa degli umori cangianti dell’opinione pubblica.
Ogni vittoria elettorale, in queste condizioni, è del tutto effimera e provvisoria. Se queste considerazioni hanno un fondamento, la difesa e il rafforzamento delle basi della nostra democrazia e dei vali fondanti della Repubblica italiana dovrebbero essere in cima ai pensieri delle forze di sinistra.
Purtroppo, queste forze vivono una crisi profonda da cui stentano ad uscire. Sulle piccole formazioni comuniste, che alle ultime elezioni si sono presentate in ordine sparso e hanno raccolto lo “zero virgola”, Norma Rangeri ha scritto parole taglienti (e, credo, definitive). Per tanti che ancora pensano che
il comunismo sia un «movimento reale» è deprimente vederlo ridotto al pari di una reliquia da custodire gelosamente.
Proprio dalla debolezza e irrilevanza della sinistra in grande misura discende la rinascita, in forme nuove, del vecchio elitismo liberale, con tutto ciò che ne consegue in termini di potere e di scelte economiche e redistributive. Sta qui l’urgenza di ricostruire un campo di forze progressiste ed ecologiste che provi a sparigliare le carte, dando vita a un movimento unitario e di massa che parta dai problemi concreti. A meno che non si preferisca una sconfitta certa e duratura.
Il segretario del Pd ha annunciato l’avvio di agorà aperte, ritagliandosi il ruolo di “federatore” di un campo largo. L’obiettivo è un rassemblement elettorale in grado di contrapporsi al fronte del centro destra ed essere competitivo quando si voterà. Il progetto è legittimo e risponde ad un’esigenza reale. Ma tende ad eludere e a sottovalutare sia il tema della democrazia che il rischio di una svolta tecnocratica ed autoritaria.
Un cartello elettorale, che si proponga di aggregare posizioni che vanno dal liberalismo democratico al socialismo, può costituire un momento unitario di passaggio soltanto se cerca una forte motivazione politica nella ripresa della partecipazione democratica alle decisioni e nella riapertura di una stagione di lotte.
Commenta (0 Commenti)Hanno ragione da vendere Norma Rangeri e i compagni del manifesto nell’avere aperto questo confronto. E sono davvero contento che questo quotidiano che è il riferimento di tanti a sinistra, quasi una ‘casa’ senza esserlo o volerlo essere, si renda disponibile con generosità ad un confronto senza rete.
Ci sono due piani del discorso da seguire a mio modo di vedere.
Il primo è quello di carattere democratico di fronte alle insidie della destra e della sua capacità di trarre alimento dai macroscopici vuoti di rappresentanza lasciati dalla politica democratica e di sinistra: la vicenda dell’assalto alla Cgil dice tanto. E tanto dice anche della capacità di reazione democratica che si è avuta. E su questo non ci possono essere dubbi: la battaglia democratica richiede unità, profonda e larga. E il Pd non può non essere assunto come un riferimento.
Il secondo invece è quello della sinistra che
Leggi tutto: Un nuovo corso può nascere solo dalla società - di Gianfranco Nappi
Commenta (0 Commenti)Il caso. Confindustria definisce «ricatto» la mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil che porterebbe allo «sciopero» contro la legge di bilancio di Draghi. Landini: «Adesso assemblee ma se nel mese di novembre non ci sarà un confronto non escludiamo nulla»
Il segretario Cgil Landini a una manifestazione degli operai della Gkn che chiedono lo sciopero generale © Aleandro Biagianti
Lo scontro sulla legge di bilancio che non c’è ancora ieri ha conosciuto una nuova vetta retorica. Da Alba, al Forum della piccola industria. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha definito «un ricatto» la mobilitazione annunciata dai sindacati confederali Cgil Cisl e Uil, forse diretta a uno sciopero in mancanza di risposte entro novembre da parte dell’esecutivo, contro «Quota 102» delle pensioni e sugli otto miliardi della riforma fiscale da destinare alle buste paga dei lavoratori e non al taglio dell’Irap sulle imprese.
A QUESTO SPARTITO il segretario della Cgil Maurizio Landini ha aggiunto «una seria riforma del fisco», l’«istituzione di una pensione contributiva di garanzia per i giovani» e della legge Fornero sulle pensioni e parla di «combattere la precarietà e i contratti pirata». Non risulta, al momento, la formalizzazione della richiesta di cambiare il Jobs Act del Pd e di Renzi, e dell’intera legislazione che ha creato il regime della precarietà di massa. «Mi auguro che non sia necessario arrivare a uno sciopero generale, sono il primo a sapere che bisogna cercare soluzioni condivise. Ma quello è uno strumento previsto dalla costituzione» ha puntualizzato Landini.
Leggi tutto: Bonomi a Landini: «No alla lotta di classe dei servi contro i padroni»
Commenta (0 Commenti)Quirinale e dintorni. Il modello Giorgetti – Draghi capo dello Stato e simultaneamente capo del governo tramite un avatar – va respinto. È un impianto che nega la connotazione fondamentale del ruolo del capo dello Stato, esplicitamente definito rappresentante dell’unità nazionale dall’art. 87 della Costituzione. Come tale, non potrebbe essere titolare di poteri di governo in senso proprio, né direttamente né per interposta persona
Il semi-presidenzialismo di fatto tratteggiato dal ministro Giorgetti ha contribuito a mettere in luce il conflitto tra Lega di lotta e Lega di governo. Il consiglio federale del partito si è chiuso con un formale sostegno a Salvini, ma il dualismo di linea politica rimane, come traspare dalla stampa locale lombarda e del Nord-est. Forse siamo a un armistizio, e comunque di quel che accade in casa leghista possiamo felicemente disinteressarci. Invece, il tema della collocazione futura di Draghi, del rispetto delle architetture istituzionali e della Costituzione, ci riguarda tutti.
Il modello Giorgetti – Draghi capo dello Stato e simultaneamente capo del governo tramite un avatar – va respinto. È un impianto che nega la connotazione fondamentale del ruolo del capo dello Stato, esplicitamente definito rappresentante dell’unità nazionale dall’art. 87 della Costituzione. Come tale, non potrebbe essere titolare di poteri di governo in senso proprio, né direttamente né per interposta persona.
A chi sottolinea l’ampio sostegno popolare per i presidenti, si può obiettare che ciò appunto accade per la natura super partes che viene percepita come loro connotazione, perché non assimilati a un governo in carica. A chi ricorda i presidenti interventisti – come Napolitano – si risponde che da sempre i costituzionalisti sanno che i poteri presidenziali si espandono o si comprimono a fisarmonica, in funzione inversa rispetto alla forza e solidità dei soggetti politici. A King George, come oggi a Mattarella, un no avrebbe messo o metterebbe un freno. Uno studioso di vaglia come Calise (Il Mattino, 4 novembre) menziona la “extrema ratio della promulgazione dissenziente”. Appunto. È una promulgazione che i dubbi sostanziali non hanno fermato. Nella specie, ammettiamo pure che Draghi, andando al Quirinale, riesca a governare per interposta persona fino al voto politico. E dopo?
Meglio allora un semipresidenzialismo da regolare riforma? Da decenni si aggira nel paese il fantasma dell’uomo solo al comando. L’elezione diretta del capo del governo, possibilmente corredata di una solida maggioranza numerica nelle assemblee elettive anche grazie a leggi elettorali maggioritarie, ha sedotto molti. Il mantra a sostegno è che il premier elettivo è elemento unificante, in grado di superare la frammentazione dei sistemi politici semplificandoli, e di portare efficienza ed efficacia nell’azione di governo.
Ma è davvero così? Che un capo del governo direttamente eletto sia davvero unificante dipende dal contesto in cui si inserisce. In società stabili, imperniate su una ampia middle class, con sistemi tendenzialmente bipartitici portatori di programmi in larga misura simili, la best practice di un tempo suggeriva che si governasse dal centro. Un’elezione diretta del capo del governo poteva ben essere considerata una scelta ottimale. Ma in società che si frantumano per l’aumento esponenziale delle diseguaglianze, l’impoverimento della classe media, il destrutturarsi del sistema politico, l’elezione diretta del capo del governo può produrre divisione e contrapposizione. E si governerà dalle estreme.
Così è stato, ad esempio, negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, che ha diviso il paese come mai nella storia. Così è stato in Gran Bretagna, dove il modello Westminster reca una sostanziale elezione diretta del premier. Johnson ha conquistato il soglio, ma rischia l’unità del Regno. Mentre Macron in Francia ha una solida maggioranza numerica in parlamento, ma naviga in acque basse con i sondaggi e vede il malessere del paese manifestarsi nelle strade e nelle piazze. L’ingegneria politica e istituzionale non cancella i conflitti. La forma di governo parlamentare è la più adatta al tempo in cui viviamo, soprattutto se accompagnata da assemblee – in virtù di una buona legge elettorale – ampiamente rappresentative, in cui i conflitti possono essere mediati e portati a sintesi.
Soffriremo a lungo per il tormentone su Draghi al Colle, anche e soprattutto perché sappiamo che le motivazioni delle varie ipotesi in campo non si sottraggono per nessuno alla bassa cucina dell’interesse spicciolo di parte. Certo, Draghi potrebbe istantaneamente fermare il chiacchiericcio, dichiarando che il Colle non gli interessa. Ha sempre evaso le domande sul punto. Ma vogliamo proprio prendercela con lui perché non fa il Cincinnato? Anche se, a ricordare bene, Cincinnato poi torna … .
Commenta (0 Commenti)Sinistra. Ma le migliori esperienze politiche, civiche e sociali ci guadagnano poi qualcosa dall’essere “costrette” nella camicia di forza di una scheda o di un simbolo improvvisato?
Vorrei iniziare da un singolare paradosso, a proposito della discussione sul “piccolo mondo antico” della sinistra aperta dal manifesto: molte forze che attribuiscono la massima importanza alle pratiche del conflitto sociale, ai movimenti di lotta, alla creazione e allo sviluppo di forme di auto-organizzazione, solidaristiche e mutualistiche, ebbene, molto spesso queste stesse forze sembrano preda di una sorta di sindrome elettoralistica, prigioniere di un appiattimento politicistico. La domanda da porsi è: ma le migliori esperienze di vitalità politica, civica e sociale, che pure ci sono nel nostro paese, ci guadagnano poi qualcosa dall’essere “costrette” dentro la camicia di forza di una scheda elettorale o di un simbolo più o meno improvvisato? O addirittura, stando poi ai modesti risultati spesso ottenuti, non si rivela la corsa elettorale una scelta persino controproducente, che provoca contraccolpi di delusione e frustrazione?
Il presupposto di questa vorticosa ricerca di un “posto al sole” su una scheda elettorale è facile da individuare: in fondo, si pensa che per esistere politicamente bisogna essere “visibili” e che, soprattutto, la propria identità (o meglio, “micro-identità”) non abbia altro modo di farsi valere, se non appunto quello di apparire e misurarsi in una gara elettorale, “rispecchiandosi” in un simbolo presente sulla scheda, con una sorta di deriva narcisistica.
Tutto ciò si lega alla questione annosa del “voto utile”. Puntualmente, alla vigilia delle elezioni c’è sempre qualcuno che con tono indignato protesta contro “il ricatto del voto utile”. Ma scusate, non vi sembra un puro alibi? Conoscete voi un elettore a cui non importi l’effetto che può produrre il proprio voto? O che non consideri la possibile efficacia (o inefficacia) di questo suo voto? Va anche detto – senza troppi giri di parole – che gli elettori-abitatori del nostro “piccolo mondo antico”, quelli a cui interessa solo l’espressione della propria identità, questi elettori sono oramai una infima minoranza, e lo saranno sempre più.
Nel lontano 1977 Gianfranco Pasquino e Arturo Parisi inventarono una fortunata classificazione delle tipologie di voto (voto di appartenenza, di scambio, di opinione), ampiamente utilizzata per molti decenni. Allora aveva senso parlare del voto anche come espressione di un’appartenenza ideologica. Era un fatto reale, di massa: si “era” e ci si “sentiva” comunisti, socialisti, democristiani, ecc.. Con il passare dei decenni, le logiche di identificazione si sono fatte sempre più labili, fino a sparire del tutto, quanto meno come canale primario di orientamento della scelta di voto.
A questo punto, è evidente che anche l’elettore di sinistra più radicale nelle sue convinzioni tenderà sempre più a non affidare al momento del “voto” l’espressione esclusiva della propria identità. Si vota piuttosto per ragioni molto più pragmatiche: ad esempio, certo, anche per evitare il “peggio”: e vi pare poco? Tra l’altro è chiaro che la frammentazione dell’offerta a sinistra finisce solo per favorire il voto al Pd: almeno si sa cosa ci si può aspettare.
Come se ne esce, in vista delle elezioni politiche del 2023? Al di là dello sconfortante florilegio di falci e martelli, deve far riflettere anche l’esito mediocre di tante liste, pur nate dalle migliori intenzioni, che sperano di esprimere un fermento civico, che viene percepito ma che non riesce a darsi una vera traduzione politica. Ci sono, è vero, molte esperienze positive di liste di sinistra, o civiche-ecologiste, che hanno ottenuto dei buoni risultati: ma questo accade sopratutto alle elezioni comunali (e in qualche caso, regionali), quando la logica delle coalizioni permette a queste esperienze di stare dentro comunque una possibile azione di governo, dentro il famigerato “campo” del centrosinistra. Pura subalternità? O piuttosto la voglia di stare dentro una partita e, quando se ne hanno la capacità e le forze, di farle pesare (il che, ovviamente, non sempre accade)?
Se ne dovrà riparlare, qualora cambiasse la legge elettorale; ma, nel caso restasse quella attuale, è bene essere molto netti: al di fuori di un’ampia coalizione democratica, non c’è spazio o speranza di successo, neanche per l’ennesima lista-cartello della sinistra che, ancora una volta, si cercherà metter su alla viglia delle elezioni. E a coloro che proprio pensano di non potere avere proprio nulla a che fare con il Pd, si può solo rispondere in modo disincantato: evitiamo di attribuire a queste coalizioni un valore identitario, che non hanno e non possono avere.
Ma allora a che servono? Possono servire a molte cose, ma ad una in particolare: marcare una presenza istituzionale che può aiutare lo sviluppo dei movimenti e di nuove esperienze “dal basso”. A questo proposito, una piccola notazione finale. Nel suo intervento, Giuliano Granato, di Potere al Popolo, rivendica con orgoglio tutto il lavoro svolto da PaP, citando anche un’iniziativa legislativa condotta insieme al “nostro senatore Mantero”. Pap, alle politiche del 2018, con l’1,13% dei voti, non elesse alcun parlamentare: come si può parlare allora di un “nostro” senatore? Semplicemente, perché Matteo Mantero, eletto con il M5S, ha poi aderito a Pap. Nulla di inconsueto, ovviamente: però questa dinamica può suggerire qualcosa, ossia la distinzione tra una rappresentanza istituzionale che passi solo dal voto e la costruzione di relazioni di rappresentanza politica che possono anche prescindere dalla competizione elettorale.
Non sarebbe, ad esempio, possibile concepire in modo pragmatico quelli che potremmo chiamare “patti di rappresentanza”, cioè forme di accordo tra mondi sociali, associazioni, o anche piccole formazioni politiche, da un lato, e le formazioni politiche più consistenti, che sono in grado di eleggere alcuni loro esponenti (sicuramente il Pd, il M5S, ma anche una lista-cartello di sinistra in grado di prendere almeno il 3%), con l’obiettivo di costruire, nella reciproca autonomia, relazioni stabili di rappresentanza politica con i propri mondi sociali si riferimento? Non si eviterebbe da un lato la dispersione di voti e dall’altro l’afasia politica di esperienze che meritano una sponda e un riconoscimento istituzionale?
Commenta (0 Commenti)La Camera dei deputati © LaPresse
Il voto sul Ddl Zan – ha scritto su queste pagine Norma Rangeri – ha mostrato tutta l’arretratezza del nostro Parlamento rispetto alle spinte innovatrici provenienti dalla società. Penso sia vero, ma non ritengo ci si possa fermare a questo crudo giudizio. Almeno un altro paio di corollari disegnano il quadro.
In primo luogo, la società non può interpretarsi in termini unitari, assistiamo anzi alla sua progressiva divisione. Alle straordinarie manifestazioni in difesa dell’ambiente, dei diritti civili, del lavoro, si affiancano manifestazioni assai meno apprezzabili, in difesa degli interessi più retrivi. L’estendersi degli atti di violenza contro le persone fragili, la perdita del senso di solidarietà, il riapparire di ideologie votate all’odio non devono essere sottovalutate. La lotta per affermare entro la comunità, dentro le coscienze collettive e dei singoli, i valori di civiltà e di progresso è ancora lunga e ci impedisce di affidarci solo alla “nostra” parte di società.
In secondo luogo, l’osservazione della distanza ormai abissale tra il Parlamento e i bisogni che attraversano la società non può che essere intesa come un drammatico problema cui farsi carico. Purtroppo non possiamo fare a meno della rappresentanza politica ed istituzionale, poiché l’alternativa al parlamentarismo è l’autocrazia, che oggi è ben visibile.
Per questo la constatazione, vera ma drammatica, della pericolosa distanza tra il Palazzo e la Piazza ci impone di interrogarci su come salvare il Parlamento. Riavvicinare la società alle istituzioni democratiche sembra essere un compito che non può essere eluso, tanto meno dai più critici. Le lotte sociali se non trovano sbocco entro le istituzioni democratiche finiscono per esaurirsi, generare frustrazione, ribellione, sdegno, e – infine – regressione.
Dobbiamo allora essere strabici, attrezzarci per una doppia battaglia: dentro la società per dare coscienza alle persone, dentro le istituzioni per riuscire a tradurre i “fatti” (sociali) in “norme” (politiche). Una prospettiva che deve superare alcune pur legittime ritrosie, ma che deve essere perseguita nella consapevolezza che non esistono scorciatoie. Non è facile convincere la società civile – neppure la migliore e più impegnata – che non si può abbandonare il campo istituzionale, nonostante i suoi ripetuti tradimenti (il Ddl Zan è solo uno dei tanti casi di aspettative disattese). Non è facile neppure convincere chi opera nelle istituzioni – neppure i migliori e più impegnati – che non si ha legittimazione a governare se non si dà ascolto alla nazione che si rappresenta.
Questo reciproco disconoscimento non è il frutto di semplice incomprensione, trova la sua ragione nell’indebolirsi dell’idea fondante il nostro Stato democratico dell’esercizio della sovranità popolare nelle forme e nei limiti della Costituzione. Una Costituzione che afferma la centralità del parlamento e il diritto di tutti i cittadini di associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale.
Sono ben note le cause di tale progressivo scostamento: quelle sociali legate all’imporsi del neoliberismo come unica forma di sviluppo, che sottrae alle persone la possibilità di essere padrone del proprio futuro; quelle istituzionali legate all’imporsi della disintermediazione che non tanto ha fatto venir meno le forme politiche (i partiti anzi hanno aumentato il proprio potere entro le istituzioni), quanto ha inaridito i canali della rappresentanza (i partiti non riescono più a dirigere e organizzare gli interessi e i soggetti sociali). È così che la società è rimasta senza voce, privata della possibilità di farsi valere entro le istituzioni.
Al popolo, rappresentato nelle sue divisioni, si è sostituito il populismo, con la sua finta omogeneità. In fondo, la stessa svolta tecnocratica (il governo dei saggi) non rappresenta altro che una variante di questo processo di progressiva sterilizzazione della società.
Avremmo bisogno di ridare voce alla società, ai cittadini, alle persone concrete, ma dovremmo riuscire anche a far maturare entro il diviso corpo sociale una coscienza civile improntata ai valori della costituzione repubblicana. Ma per far questo avremmo bisogno di forze politiche ed intellettuali organizzate. Dove sono?
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