L’avversione al reddito di sopravvivenza si agita tra gli strati popolari. E il giustizialismo rancoroso è terreno ideale sul quale la destra plebea costruisce le sue fortune
Un ampio ventaglio di ragioni e di umori, posizioni teoriche e avversioni viscerali, militano contro il reddito di cittadinanza in Italia. E’ un calderone in cui si agitano i cascami della cultura neoliberista, secondo la quale non esiste la keynesiana “disoccupazione involontaria”, essendo la mancanza di lavoro responsibilità di chi non lo cerca. Come ci ricorda ora il saggio di Mauro Callegati, Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo (Luiss,2021). Ma si rinvengono anche opposizioni “di sinistra”, come quelle del sindacato, che teme il dilagare di un assistenzialismo deteriore, destinato ad accrescere la subalternità dei ceti proletari.
Il lavoro, si sostiene, è l’unica leva del riscatto, senza troppe remore a perpetuare così la cultura del dominio capitalistico sugli individui, e tenendo in poco conto che il lavoro non c’è e la sua scarsità è un’arma formidabile in mano ai gruppi padronali. I quali la usano per fare accettare condizioni anche estreme di precarietà, soprattutto ai giovani e agli immigrati, per fare pressione sui governi, per creare egemonia col porsi come dispensatori di impiego e di reddito, i benefattori dell’umanità.
Ho ascoltato sindacalisti criticare il reddito di cittadinanza in Calabria, dove tanti giovani laureati, che arrivano a 30 40 anni con lavoretti, e non hanno la possibilità di fuggire all’estero, oggi sarebbero alla disperazione senza il cosiddetto reddito di cittadinanza. Di cui conosciamo peraltro i limiti e a cui Roberto Ciccarelli ha dedicato su questo giornale analisi circostanziate, sino alla intervista a Chiara Saraceno (10/11), dove si denunciano gli intenti punitivi delle annunciate “correzioni” governative.
Ma esiste anche un’avversione più oscura a questa forma di sostegno alla sopravvivenza, che si agita tra gli strati popolari a cui do il nome di invidia sociale. I lavoratori non sopportano che ci siano nel loro ceto persone retribuite, sia pure in forma modesta, senza fatica e impegno. Trovano intollerabile questa “ingiustizia”. Anche chi è in condizioni di estremo bisogno deve meritarsi il pane, accettando qualsiasi forma di occupazione.
E’ su questo giustizialismo rancoroso che la nostra destra plebea fa le proprie fortune, come le ha fatte con la narrazione degli stranieri che rubano il lavoro agli italiani. Si tratta di un humus culturale pernicioso con cui i gruppi dominanti e il ceto politico che li serve, scatenano la guerra tra gli ultimi e i penultimi, perpetuando il proprio soggiogamento materiale e culturale su gran parte dei ceti popolari.
Un coacervo ideologico su cui l’assenza di uno sguardo radicale impedisce un’opera salutare di demistificazione. E’ esemplare a tal proposito l’imbarazzata timidezza del ministro Orlando di fronte alle recriminazioni per gli abusi emersi nella percezione del reddito. Egli non è riuscito a ricordare ai suoi interlocutori e all’opinione pubblica, che in Italia non si riesce a tassare le grandi ricchezze di pochi, i patrimoni immobiliari di molti, le fortune di una platea estesa di famiglie e si lascia nella povertà milioni di persone che pur lavorano, una fascia crescente di occupati precari, 2 milioni di famiglie in povertà assoluta (dati Istat 2020) mentre si costringono le migliori energie intellettuali del Paese a cercare occupazione all’estero.
Ho conosciuto gli effetti perversi dell’invidia sociale in un ambito “alto” della società italiana, l’università. Allorché incominciarono a circolare le prime notizie sui criteri di valutazione dei titoli scientifici dei docenti da parte di una autorità esterna, che sarebbe poi diventata l’Anvur. E’ apparso evidente che a far accettare l’imposizione di un Moloch burocratico calato dall’alto per il controllo di merito sulle attività dei professori è stato il desiderio di “giustizia valutativa” da parte soprattutto dei colleghi scientificamente più attrezzati e progressisti. Non sopportavano la presenza dei (pochissimi) docenti scarsamente attivi e produttivi o l’avanzamento di carriera di quelli, altrettanto pochi, considerati non meritevoli.
Così un sistema di valutazione affidato ai concorsi e tutto interno a una istituzione secolare, l’autonomia universitaria, gestito dai docenti, e certamente segnato da pecche e punti deboli, è stato abbandonato per sanare queste mancanze. Lo scandalo sollevato dai media sul familismo nell’università, sui concorsi truccati…, ha spinto a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Il più antico e uno dei migliori sistemi universitari del mondo è stato avviato alla sua trasformazione aziendalistica secondo i dettami europei elaborati dal cosiddetto Processo di Bologna(1999). Nessuno dei moralisti di allora è stato in grado di sollevare lo sguardo dal pelo nell’uovo per scorgere il superiore disegno di asservimento del sistema formativo europeo alle ragioni della strategia neoliberista della Ue. In assenza della critica sociale un tempo esercitata dal movimento operaio, la grande massa dei cittadini opera così per il proprio volenteroso asservimento alla grande macchina capitalistica.
Commenta (0 Commenti)La direttiva del Viminale. A Gorizia si può protestare ma lontano dai locali, a Genova nessuna zona rossa ma sono vietati i percorsi ripetuti
Torino, manifestazione No green pass © LaPresse
Sospendere il diritto di manifestare non si può ma la direttiva del Viminale, inviata mercoledì sera a prefetti e questori, dà loro l’ultima parola su come il dissenso si possa portare in piazza e dove. Il luogo delle decisioni è il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. Le manifestazioni avranno svolgimenti differenti da città a città. A Gorizia il corteo No pass di domani inizierà alla stazione ferroviaria e finirà dopo 200 metri, al Parco della Rimembranza, dove si potrà effettuare una «manifestazione statica», senza entrare nel centro storico, senza occupare spazi destinati a bar, ristoranti o esercizi pubblici. Dal Comitato per l’ordine e la sicurezza spiegano: «È così assicurato il diritto a manifestare ma prima ancora il diritto alla salute». E gli affari dei negozianti.
A MILANO le decisioni sulle proteste del sabato saranno prese oggi. Intanto si è sciolto il Comitato No green pass cittadino. In questura, ieri pomeriggio, era arrivato solo il preavviso per il presidio statico all’Arco della Pace, dove dovrebbe arrivare Robert F. Kennedy jr, attivista No vax. Nelle chat girano anche due appuntamenti diversi, in piazza Fontana e in piazza Duomo. A Genova nessuna zona rossa vietata ai cortei ma non si potrà fare sempre lo stesso percorso. A Torino si preannuncia un fine settimana teso. Marco Liccione (portavoce di Variante Torinese): «Respingiamo le illegittime restrizioni imposte dal Viminale ai cortei No green pass. Non ci piegheremo davanti a un governo che calpesta la Costituzione. La manifestazione si svolgerà regolarmente in piazza Castello con il corteo pacifico». A Pistoia consentiti solo sit in, ad Aosta il corteo si potrà fare. «La norma non va utilizzata per vietare in senso generale i cortei ma per garantire il diritto di manifestare quando necessario, con chi organizza che garantisca di essere in grado di applicare le norme» il commento del segretario della Cgil, Landini.
LA DIRETTIVA DEL VIMINALE motiva la stretta sulle proteste: «Si riscontra un significativo livello di inosservanza delle disposizioni di prevenzione del contagio concernenti il divieto di assembramenti, il rispetto del distanziamento e l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie con potenziale pericolo di incremento di contagi». Ma poi si aggiunge che le ripetute manifestazioni No pass «stanno determinando elevate criticità sul libero esercizio di altri diritti, quali quelli attinenti allo svolgimento delle attività lavorative e alla mobilità dei cittadini».
AI PREFETTI il compito di individuare «specifiche aree urbane sensibili, di particolare interesse per l’ordinato svolgimento della vita della comunità, che potranno essere oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni per la durata dello stato di emergenza, in ragione dell’attuale situazione pandemica». Ma si concede: «L’individuazione di tali aree dovrà avvenire nel rispetto del principio di proporzionalità, atteso che il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione fondamentale della vita democratica e va tutelato».
AI QUESTORI, invece, decidere le modalità delle proteste: «Determinate manifestazioni si potranno tenere esclusivamente nel rispetto di specifiche modalità di carattere restrittivo, ad esempio potrà essere disposto lo svolgimento in forma statica ovvero la regolamentazione di percorsi idonei a preservare aree urbane nevralgiche». Centri storici off limits, niente cortei, un dissenso educato che non arrechi fastidio al commercio né alla politica fino alla fine dello stato d’emergenza, per ora fissato al 31 dicembre. Se anche non ci fosse la proroga, la prossima finanziaria di potrà varare potendo fermare le manifestazioni sgradite.
IL PRECEDENTE citato nella direttiva Lamorgese è quello di Roberto Maroni del 2009, quando dal Viminale impose limiti ai cortei nei centri storici e davanti i luoghi di culto per salvaguardare il decoro urbano. Si arrivò alla direttiva dopo la preghiera islamica in piazza Duomo a Milano a conclusione di un’iniziativa di solidarietà con la striscia di Gaza. Maroni è stato chiamato proprio da Lamorgese a presiedere la Consulta per l’attuazione del Protocollo contro il caporalato.
Commenta (0 Commenti)Sui limiti ai cortei. In data 10 novembre 2021 il ministero dell’Interno ha adottato una “Direttiva recante indicazioni sullo svolgimento di manifestazioni di protesta contro le misure sanitarie in atto”. È bene sottolineare il titolo, che fornisce la prima chiave interpretativa del contenuto
La protesta No Green Pass a Trieste © Lapresse
In data 10 novembre 2021 il ministero dell’Interno ha adottato una “Direttiva recante indicazioni sullo svolgimento di manifestazioni di protesta contro le misure sanitarie in atto”. È bene sottolineare il titolo, che fornisce la prima chiave interpretativa del contenuto.
Gli eventi, a Trieste e in altre città, che hanno condotto all’adozione della direttiva sono noti. Nel bel tempo che fu, i partiti o sindacati che organizzavano manifestazioni avevano servizi d’ordine sovente molto arcigni. In qualche modo, condividevano con l’autorità la responsabilità per l’incolumità e la sicurezza pubblica. Ma un movimento come il No-Vax, liquido e autoconvocato via rete, un servizio d’ordine non l’ha né potrà mai averlo. Da qui una presenza inevitabilmente più significativa della pubblica autorità.
Tale ruolo non è di per sé costituzionalmente censurabile. L’art. 17 della Costituzione riconosce il diritto di riunirsi “liberamente e senza armi”. Quindi, chi si reca alla manifestazione portando una spranga di ferro, o raccoglie un sanpietrino o una bottiglia per scagliarli contro la forza pubblica, è per ciò solo fuori della garanzia costituzionale. Inoltre, la riunione in luogo pubblico può essere vietata per “comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. E se può essere vietata, può anche essere oggetto di interventi meno incisivi su limiti o modalità di svolgimento. Ma la singola riunione, come si evince dalla formula “comprovati motivi”.
È conforme a questo modello la direttiva ministeriale? In generale sì, per la parte che percorre vie già note. È ampiamente sperimentato il ruolo dei comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica. Parimenti, è pratica usuale che l’autorità di pubblica sicurezza disponga limiti per singole manifestazioni. Classico l’esempio di percorsi obbligati per evitare l’incrocio di cortei di segno opposto.
Ma un punto di novità e un dubbio potrebbero esserci. La direttiva chiama i prefetti ad individuare secondo criteri di proporzionalità “specifiche aree urbane sensibili, di particolare interesse per l’ordinato svolgimento della vita della comunità, che potranno essere oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni pubbliche per la durata dello stato di emergenza in ragione dell’attuale situazione pandemica”.
Sembra in tal modo essere assegnato ai prefetti il compito di individuare in via generale e astratta, non in connessione con una manifestazione data, aree della città in cui le riunioni sono vietate a prescindere. Una determinazione che divide la città in due aree: nella prima non si manifesta, nella seconda si manifesta, sia pure con eventuali limiti. Tali determinazioni sarebbero vincolanti per i questori. A leggere estensivamente la direttiva, la zona di divieto assoluto potrebbe essere dichiarata e permanere per tutto lo stato di emergenza. Un siffatto potere prefettizio non sembra potersi far derivare dall’art. 13, comma 2, della legge 121/1981, richiamato nella direttiva.
È positivo che vi sia un chiaro termine ad quem – la fine dello stato di emergenza – per la determinazione prefettizia del divieto. Ma sarebbe comunque dubbia la compatibilità costituzionale di un divieto adottato una tantum per tutta la vigenza di uno stato di emergenza formalmente dichiarato. Questo proprio perché la Costituzione prevede che l’autorità intervenga sulla singola riunione, per “comprovati motivi” di volta in volta individuati.
Una lettura secundum constitutionem della direttiva ministeriale va nel senso che la determinazione prefettizia delle aree sensibili non sia assunta a tempo indeterminato fino alla cessazione dello stato di emergenza, ma piuttosto per periodi più brevi, in occasione di una o più specifiche manifestazioni. Potendo poi essere reiterata per eventi ulteriori e diversi, sempre nell’ambito dello stato di emergenza deliberato nelle forme prescritte.
Infine, la direttiva si rivolge – come detto – alle manifestazioni Covid. Per la formulazione di chiusura le modalità richiamate potranno – ma non dovranno necessariamente – essere adottate per altre manifestazioni. Del resto, è ovvio che manifestazioni Covid potrebbero formalmente presentarsi con veste diversa. In ogni caso, per tutto quanto detto le determinazioni prefettizie non devono ritenersi ex se lesive della Costituzione. Ma il problema potrebbe manifestarsi, e una vigilanza democratica localmente e in Parlamento rimane assai opportuna.
Commenta (0 Commenti)Polizia di frontiera polacca controlla i migranti al di là del confine con la Bielorussia © Ramil Nasibulin/BelTA via AP
Scaricare a bella posta migliaia di esseri umani su una frontiera incerta e senza prospettive di salvezza, quello che sta facendo l’autocrate bielorusso Lukashenko, è meschino e vergognoso, peggio se motivato spregiudicatamente come ritorsione alle sanzioni Ue dopo il dirottamento dell’aereo Vilnius-Atene con a bordo un oppositore di Minsk.
È un gioco sporco sulla pelle di esseri umani ora alle prese con il muro militare polacco fatto di stato d’assedio nella regione, spari, tank, elicotteri, forze speciali e arresti di massa. Lì di freddo sono morti già sei migranti.
Ma questo non esclude interrogativi di fondo sulla crisi in corso al confine polacco diventato all’improvviso il fronte di una nuova «guerra ibrida» che vede schierato quasi tutto il mondo per una rinnovata guerra fredda in pieno Vecchio continente.
Soprattutto se si considera che,
Leggi tutto: Troppi giocano con la pelle dei profughi - di Tommaso Di Francesco
Commenta (0 Commenti)Lamorgese prepara la circolare per i prefetti su sollecitazione di sindaci e commercianti. L’Usb: «È la via per estendere il divieto a chi è sgradito a Draghi, ai suoi ministri e ai loro grandi elettori»
Milano, corteo No green pass © LaPresse
La circolare del Viminale ai prefetti con le indicazione per regolare le proteste ieri sera non era ancora pronta ma la linea del governo è quella indicata dal presidente Sergio Mattarella al congresso dell’Anci: «Manifestazioni non sempre autorizzate hanno tentato di far passare come libera espressione del pensiero l’attacco al libero svolgersi delle attività. Accanto alle criticità per l’ordine pubblico, sovente l’ostentata rinuncia alle norme anti Covid hanno provocato un pericoloso incremento del contagio. Le forme legittime di dissenso non possono sopraffare il dovere di proteggere i più deboli».
L’intenzione è consentire sit in lontani da obiettivi sensibili, come sedi di partito, sindacati e luoghi istituzionali. Non un divieto assoluto di sfilare per i centri storici ma percorsi concordati che non seguano sempre lo stesso itinerario per non penalizzare i commercianti di una zona specifica. Qualora le regole non fossero rispettate, le forze dell’ordine interromperanno la manifestazione. Lo scopo è duplice: evitare assembramenti di No vax ma anche salvaguardare gli interessi dei negozianti.
FANNO NOTARE DAL VIMINALE, prefetture e questure delle città al centro dalle proteste si sono già mosse per porre dei paletti: a Trieste niente manifestazioni in piazza Unità fino al 31 dicembre, a Milano divieto di attraversare corso Buenos Aires in certi orari. Si tratta di dare indicazioni omogenee per tutti, lasciando spazio alla trattativa tra organizzatori e istituzioni per due motivi: non si può comprimere in modo assoluto il diritto di manifestare, il Viminale vuole evitare di esasperare gli animi facendo salire la tensione. Il testo finale dirà come si bilanceranno il diritto alla protesta con gli interessi dei commercianti. A cominciare dal tema: quanto fuori dai centri storici? Relegare le manifestazioni in spazi lontani significa renderle ininfluenti rispetto al dibattito pubblico. Tollerate ma depotenziate.
IL SOTTOSEGRETARIO 5S Carlo Sibilia ieri mattina è partito con gli annunci: «Saranno vietati i cortei e questo vale per tutte le manifestazioni, non solo per quelle no vax». Per concludere con un tono leggermente meno repressivo: «Siamo a 15 settimane di fila di cortei. Mi auguro siano misure momentanee e circoscritte». Il clima è decisamente orientato verso la compressione del diritto di protestare. Il prefetto di Trieste: «La direttiva sarà applicata con fermezza». In città sono saliti i contagi: i non vaccinati sono 70mila su 230mila abitanti, i positivi oltre 200. Stefano Puzzer, leader del movimento La gente come noi: «Ci informeremo se queste norme sono lecite. Se saranno lecite le rispetteremo, altrimenti ci opporremo per vie legali. Intanto organizzeremo manifestazioni statiche».
A MILANO il comitato di protesta ha annunciato lo scioglimento: «Nessuna trattativa con la questura per le manifestazioni no green pass: impossibile sederci con chi ha rinchiuso manifestanti pacifici in una via obbligandoli a mostrare i documenti per tornare a casa. Il corteo milanese non ha più organizzatori ma migliaia di manifestanti». Confcommercio mette sul tavolo gli interessi dei suoi associati: «Le manifestazioni No green pass fanno perdere il 30% del fatturato». Compatti sul fronte delle limitazioni i governatori Fontana e Toti.
Il sindaco di Treviso, Conte: «Da settimane la piazza centrale non viene messa a disposizione per sit in e manifestazioni». E quello di Torino, Lo Russo: «Il Viminale accoglie le richieste degli amministratori, il diritto di manifestare non può danneggiare le attività economiche e vanificare i sacrifici di tutti». Marco Liccione, portavoce del movimento Variante Torinese: «Valutiamo per sabato di cambiare luogo di ritrovo». Si schierano con la ministra Lamorgese Pd, Iv, Forza Italia. Matteo Salvini tace sui social, combattuto tra negozianti e No green pass.
IL SINDACATO USB invece attacca: «Gravissima la decisione del governo di impedire i cortei nei centri città su ordine delle associazioni dei commercianti. Il diktat sembrerebbe riguardare i No pass ma si apre un’autostrada per estendere il divieto a chi risulti sgradito a Draghi, ai suoi ministri e ai loro grandi elettori. Il pianto dei commercianti, di cui sarebbe istruttivo vedere le dichiarazioni dei redditi, viene utilizzato per giustificare una palese violazione dell’articolo 19 Costituzione. Si tratta di un vero e proprio ghigliottinamento della protesta, che verrà confinata ben lontano dai luoghi della decisione politica ed economica proprio mentre si mette in campo una legge finanziaria molto pesante, mentre rientra dalla finestra il progetto di autonomia differenziata e contemporaneamente si vara un decreto concorrenza che privatizza tutto il privatizzabile».
Commenta (0 Commenti)Intervista. Parla la sociologa che presiede il Comitato scientifico. Ieri ha presentato le conclusioni dell'analisi del provvedimento più discusso degli ultimi anni con il ministro del lavoro Andrea Orlando. Chieste numerose modifiche per redistribuire le risorse alle famiglie numerose, correggere iniquità e moralismi contro i poveri, superare proposte irrealistiche e ingiuste come l'obbligo di lavorare a 250 km da casa e oltre. "Il vero problema è che in Italia manca la domanda di lavoro". "L’esclusione degli stranieri extracomunitari dal «reddito» è ingiusta e miope. 10 anni sono il requisito più alto al mondo. Va dimezzato"
La sociologa Chiara Saraceno con il ministro del lavoro Andrea Orlando © LaPresse
Professoressa Chiara Saraceno, come presidente del Comitato scientifico per la valutazione del «reddito di cittadinanza» ieri ha presentato, con il ministro del lavoro Andrea Orlando, i risultati delle vostre analisi. È d’accordo con chi sostiene che nella legge di bilancio questa misura è stata riformata?
L’ho sentito dire da Conte in televisione. Non scherziamo. Oltre al rifinanziamento del «reddito», cosa importante, ciò che è stato fatto è una stretta sui controlli ex ante sull’erogazione della misura e un irrigidimento delle penalità pensato, a mio sommesso parere, in maniera un po’ irrealistica.
A cosa si riferisce?
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