Tariffe di guerra Molti si illudevano che il commercio sarebbe stato libero per sempre, «fino ai più remoti recessi dell’inferno», come avrebbe detto Schumpeter. Adesso che nell’inferno siamo davvero piombati, si sorprendono che […]
Donald Trump su uno schermo della sala del World Economic Forum di Davos foto Markus Schreiber/Ap
Molti si illudevano che il commercio sarebbe stato libero per sempre, «fino ai più remoti recessi dell’inferno», come avrebbe detto Schumpeter. Adesso che nell’inferno siamo davvero piombati, si sorprendono che la libertà degli scambi sia destinata alle fiamme.
Eppure il problema era lì, evidente anche agli sprovveduti. Il globalismo senza regole creava uno squilibrio crescente nei rapporti commerciali, con paesi che importavano troppo e paesi che esportavano troppo. E un conseguente accumulo di sbilanciamenti finanziari, con gli esportatori a veder montare i crediti e gli importatori a farsi sommergere da una montagna di debiti. I più sommersi di tutti: gli Stati uniti, con un passivo netto verso il resto del mondo che ormai supera i 23 mila miliardi di dollari.
È dalla crisi del 2008 che le amministrazioni Usa hanno intuito che l’amore americano per le importazioni ha messo il debito su una traiettoria pericolosa.
Da allora, i civil servants di Washington hanno inesorabilmente aumentato le barriere commerciali e finanziarie, tariffarie e non tariffarie. E il mondo, come spesso accade, li ha seguiti a ruota.
L’implicazione è che se nel 2010 si registravano a livello mondiale 56 provvedimenti discriminatori dei commerci, nel 2023 siamo arrivati a contarne 376, un incremento di oltre sei volte.
L’era protezionista, insomma, è arrivata da un pezzo. Trump non sta facendo altro che portare la restrizione degli scambi alla sua estrema conseguenza: la guerra, commerciale e non solo.
È un conflitto che per il momento la nuova America trumpiana prova a scatenare contro l’intero globo. Fino a ieri gli Stati uniti applicavano la dottrina del friend shoring: fare affari con gli «amici» canadesi ed europei e tenere alla larga i «nemici» russi, cinesi e arabi non allineati. Adesso, però, la minaccia protezionista americana si rivolge contro tutti, in modo apparentemente indiscriminato. Sembra così avverarsi il monito di Xi Jinping: «Perseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia: il vento e la pioggia possono esser tenuti fuori, ma lo sono anche l’aria e la luce». Il risultato è che si spara alla cieca, senza più distinguere nemmeno i vecchi alleati.
Grande è dunque la confusione sotto il cielo, al punto che tutti i piani messi in campo dai vertici europei potrebbero diventare carta straccia. Non ultimo il rapporto Draghi, che dell’alleanza politico-economica con gli Stati uniti aveva fatto la sua stella polare. L’America ci ha prima costretti a comprare la sua energia a caro prezzo, adesso pretende di metter pure una sovrattassa sulle nostre merci. Potrebbe esser troppo anche per il più subalterno dei vassalli.
Ma non è solo la bussola atlantista che rischia di incepparsi. A ben vedere, è tutto il cardiogramma dell’Unione europea che torna in questi giorni a fibrillare. Tra i pochi collanti rimasti della politica comunitaria c’è infatti il regime dei commerci coi paesi extra-Ue, ancora sostanzialmente unico per tutti i membri dell’Unione. Se però adesso il presidente americano gioca a blandire singolarmente ciascun paese Ue, è possibile che qualche genio abbocchi all’amo e faccia saltare in aria il mercato unico. Primi sospettati, guarda caso: Meloni e il suo governo.
L’Unione europea era l’unica potenza nelle condizioni di mettere attorno a un tavolo il grande debitore americano e il grande creditore cinese per avviare una trattativa economica internazionale, la madre di tutti i concreti processi di pace. Non è stata in grado quando appariva unita, poco probabile che ci provi oggi.
Ormai c’è chi spera solo che l’Europa si riscatti con un po’ di legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente, tariffa per tariffa. Nella bolgia della crisi del vecchio ordine liberista è la mossa più scontata. Ed è anche la via per gettare il capitalismo mondiale in un girone d’inferno ancor più rovente.
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Dopo 15 mesi di duro confronto militare e politico tra Israele e i governi di quasi il mondo intero da una parte, e Hamas dall’altra, si arriva a “la”tregua, perché il percorso in termini di trattativa, confronto, scontro militare, distruzione e devastazione di ogni segno di vita a Gaza è unico nel suo genere nella storia moderna.
Questa non è una tregua come tante nella storia dei conflitti tra Stati, questa è “la” Tregua con la “T” maiuscola, in quanto Israele, appoggiato dal mondo intero militarmente, politicamente e finanziariamente, ha scommesso di poter cancellare una volta per sempre politicamente e militarmente il movimento di resistenza islamica - Hamas, che non è un Stato. Invece, nonostante i 15 mesi di durissimo scontro militare, la devastazione di Gaza, l’elevatissimo numero di vittime e l’embargo totale che dura da circa vent’anni, Israele - e il mondo intero - è costretto a firmare la Tregua con Hamas - movimento di resistenza islamica.
In tanti hanno scommesso sin dall’inizio, ma soprattutto dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh e Yahya Al Sinwar, che la popolazione di Gaza e Hamas stessa avrebbero alzato bandiera bianca e si sarebbero arresi, riconoscendo la sconfitta. Nessuna bandiera bianca.
Il bilancio di questi 15 mesi è drammatico: oltre 75mila morti, 120mila feriti, 15mila dispersi, oltre alla devastazione quasi totale delle infrastrutture.
Dopo tante pressioni politiche e diplomatiche, il blocco degli aiuti umanitari - viveri, medicinali, acqua - i bombardamenti a tappeto, nessuna resa né da parte della popolazione, che è stremata, né della direzione della resistenza. Tutto il contrario: dai missili non esplosi si fabbricavano munizioni con cui affrontare l’esercito israeliano, e la resistenza esce da sotto le macerie.
Questa resistenza sarà senz’altro studiata nei libri e nelle accademie militari, perché i suoi autori, e con essi l’intero popolo palestinese, si sono dimostrati invincibili, perché credono profondamente nella loro giusta causa.
Ciascun testimone, diretto o indiretto, può raccontare questa tregua secondo la sua visione. Da parte mia questa tregua, nonostante l’immane tragedia, rappresenta senza dubbio una vittoria della resistenza palestinese che ha impedito al governo fascista israeliano, e a tutti i suoi sostenitori, di realizzare alcuna vittoria né militare né politica.
L’unica vittoria, se può essere considerata tale, realizzata dal primo ministro israeliano è quella della distruzione, dell’uccisione di bambini e di civili. Per me questa non è una vittoria, ma una sconfitta morale ed etica!
Appena si è data notizia della tregua, da sotto le macerie sono usciti a piedi nudi nel freddo migliaia di giovani, bambini, anziani con in mano la bandiera palestinese che sventolava in alto per festeggiare la vittoria.
La Tregua è un articolato molto complesso, elaborato, discusso ed analizzato parola per parola, frase dopo frase, per evitare ogni equivoco e mal interpretazione. La sua applicabilità dipende dai firmatari, Israele e Hamas, e dai garanti, Egitto e Qatar.
Indubbiamente la tregua non è completa, si applica solo sulla Striscia di Gaza e non sulla Cisgiordania, dove Israele ora ha concentrato la sua attività militare. Fonti palestinesi parlano di oltre 980 posti di blocco organizzati in questi giorni; sono state installate, inoltre, sbarre di metallo all’ingresso ed all’uscita di tutti i villaggi, città e campi profughi palestinesi.
I termini dell’accordo sono più o meno gli stessi proposti da Joe Biden nel maggio 2024, allora respinti da Netanyahu, che ha voluto occupare il corridoio di confine tra Gaza e Egitto, facendo così fallire la trattativa.
Sette mesi di ritardo, di morti, di devastazione che hanno causato altri lutti. Ma questi comportamenti hanno favorito Netanyahu a rimanere in sella, e Donald Trump a vincere le elezioni statunitensi.
Le Nazioni Unite valutano in circa 80 anni il periodo necessario per la ricostruzione della Striscia di Gaza.
Oltre il 70% delle costruzioni sono state distrutte e in alcune zone nel nord il 100%.
Le immagini trasmesse dalle varie televisioni hanno fatto capire tre cose importanti: i palestinesi non lasciano la loro terra, il cammino di ritorno di decine e decine di migliaia di persone fa capire a Trump e a tutti che non è possibile deportarle né in Egitto, né in Giordania, nemmeno in Albania.
In secondo luogo, Hamas non solo non è stata eliminata, ma controlla ancora la Striscia. Infine, lo stato di salute dei detenuti palestinesi: abbiamo visto in che stato si trovava dopo sei mesi di completo isolamento Khalida Jarrar, parlamentare e accademica dell’università di Bir Zeit.
Si è capito che nessuna potenza militare può soffocare la speranza del popolo palestinese di avere la sua dignità, il suo passaporto e il suo stato secondo il diritto internazionale. Ora tutti devono cooperare per garantire il rispetto e l’applicazione di questo accordo, fare entrare gli aiuti umanitari e quanto necessario per la popolazione, per poi operare concretamente per il riconoscimento dello Stato di Palestina in base al diritto internazionale.
Altrimenti passeremo da una guerra ad un’altra e da una tregua all’altra. Mi auguro che non sia quello che tutti e tutte vogliamo.
Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale a cura di Nuova Finanza Pubblica
Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha consegnato al Governo un Disegno di Legge per il ritorno della produzione di energia nucleare in Italia. Prefigura un radioso futuro per il Paese, ma volendo evitare che da radioso si trasformi in radioattivo, chiederei al Ministro se può rispondere ad alcune semplici domande.
a) Lei parla di nucleare sostenibile. Potrebbe specificare sostenibile per chi? Perché se pensiamo ai rischi per i lavoratori impiegati, per i cittadini residenti nell’area circostante, per l’ambiente più in generale e per le generazioni future che dovranno gestire le scorie per migliaia di anni è difficile parlare di sostenibilità. Se invece intende sostenibile per le grandi imprese energivore e le mega-aziende hi-tech dell’Intelligenza Artificiale, è bene chiarirlo.
b) Lei parla di centrali di nuova generazione, reattori piccoli, avanzati e modulari. Perché non dice anche che attualmente non esiste alcun prototipo in Occidente e che la quarantina in progetto in giro per il mondo sono stati giudicati dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA)«“troppo costosi, troppo lenti nella costruzione e troppo rischiosi per svolgere un ruolo significativo nella transizione dai combustibili fossili»? E perché non ci racconta dei recenti fallimenti di Ultra Safe Nuclear Corporation (produttrice di reattori MMR) e di NuScale e Nuward (produttrici di reattori SMR)?
c) Lei parla di nucleare ad emissioni zero di Co2. Ha per caso calcolato anche le attività di estrazione e trasporto dell’uranio, di costruzione e smantellamento delle centrali, di costruzione dei depositi per il trattamento delle scorie radioattive? Perché essendo lei a capo di un ministero che si basa sulla complessità, non farebbe una gran figura se ragionasse in termini cosi semplicistici.
d) Lei parla di produzione di energia nucleare come complementare alla transizione ecologica basata sulle fonti rinnovabili, le quali, a suo dire, tenderebbero ad essere aleatorie (non sempre c’è il sole, non sempre c’è il vento). Può spiegare in che senso? Perché altrimenti casca proprio sull’economia, in quanto tutti sanno che il costo del kWh elettrico si basa sull’ammortamento del capitale investito e quindi una centrale nucleare deve produrre il massimo possibile per tutto il tempo necessario; di conseguenza, più che complementare, sarà alternativa ed antagonista della produzione di energia da fonti rinnovabili.
e) Lei parla di indipendenza e sicurezza energetica, disegnando un quadro di difficoltà legato alla guerra in corso in Ucraina e alla conseguente precarietà degli approvvigionamenti energetici. Ha forse scoperto giacimenti di uranio nel nostro Paese? Può chiarire in che senso l’approvvigionamento di uranio dal Kazakistan, dalla Russia, dalla Namibia o dal Niger garantirebbe maggior indipendenza e sicurezza energetica?
f) Lei parla di futuro del nucleare, ma può dirci come pensa di risolvere il problema delle scorie prodotte dal nostro passato nucleare che dopo 50 anni non hanno ancora trovato una soluzione accettabile?
g) Lei parla di investimenti privati e di nessun onere per lo Stato, ma poi scrive nel DdL che se successivi decreti di attuazione prevederanno oneri li si approverà con la necessaria copertura finanziaria. Ci sta prendendo in giro o è anche a lei altrettanto chiaro il fatto che, tra le 411 centrali nucleari presenti attualmente sul pianeta, nessuna è stata costruita senza fondi pubblici?
Qualcuno ha giustamente paragonato il disegno di legge del ministro Pichetto Fratin a una seduta spiritica, perché entrambe si prefiggono di riportare in vita i morti. Che il ministro prosegua pure nella sua attività di “medium”, cercheremo tutte e tutti di capire se sarà necessario un terzo referendum.
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Intervista L’appello di Zakariya Zubeidi scarcerato da Israele. Dopo Fatah, si è dedicato al Freedom Theatre di Jenin con i ragazzi del campo
Folla in festa per Zakaria Zubeidi, dopo la liberazione da una prigione israeliana – Ap/Mahmoud Illean
È andato avanti per non più di un’ora il saluto pubblico di Zakariya Zubeidi, e del suo compagno di detenzione Ammar Mardi, ieri al Centro degli Espatriati di Al Bireh (Ramallah). Mentre ancora decine di persone affluivano verso il tendone con i due prigionieri palestinesi liberati giovedì in cambio di tre ostaggi israeliani, si è sparsa la voce dell’arrivo imminente di camionette israeliane. In cinque minuti sono andati tutti via. Zubeidi è salito su un’auto che in pochi attimi è sparita verso il centro di Ramallah. Certo aveva voglia di parlare più a lungo l’ex prigioniero palestinese, il più noto assieme alla parlamentare Khalida Jarrar fra i 400 detenuti scarcerati finora da Israele in cambio di 10 ostaggi a Gaza.
COMUNQUE, tra un abbraccio ad amici e sostenitori e foto con bambini che gli hanno portato mazzi di fiori, Zubeidi qualcosa è riuscito a dichiarare ai giornalisti locali e internazionali. «La libertà per il popolo palestinese è strettamente collegata alla sua indipendenza, alla realizzazione del loro Stato indipendente», ha detto davanti a telecamere e microfoni. Intorno tante persone comuni e militanti della base del partito Fatah – che nelle settimane passate hanno contestato «l’operazione di sicurezza» (15 morti) compiuta dall’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen a Jenin, poi teatro di una invasione (18 morti), ancora in corso, dell’esercito israeliano – premevano per riprendere il rito dei saluti e degli abbracci al celebre prigioniero tornato libero.
«Israele attacca i palestinesi ovunque, a Gaza come in Cisgiordania, è una aggressione senza sosta al nostro popolo che va avanti da decenni», ha aggiunto. Quindi ha lanciato un appello all’unità nazionale palestinese: «Se non saremo uniti, non riusciremo a realizzare i nostri diritti e il nostro Stato, dobbiamo lottare insieme», ha affermato in evidente riferimento alla frattura, mai ricucita in 18 anni, tra Fatah e il movimento islamico Hamas. Su questo punto abbiamo rivolto una domanda all’ex ministra della salute ed ex ambasciatrice palestinese a Roma, Mai Keile, in piedi accanto a Zubeidi: «La nostra ambizione come palestinesi è raggiungere l’unità nazionale – ci dice – sono in corso negoziati in Egitto (tra Fatah e Hamas). Dopo questa guerra e la distruzione di Gaza da parte di Israele la riconciliazione deve essere raggiunta, non ci sono alternative».
ZAKARIYA ZUBEIDI ieri appariva molto provato. A Ramallah sono andati avanti fino a notte i festeggiamenti in strada in suo onore e degli altri detenuti liberati da Israele. Zubeidi non ha parlato o, forse, semplicemente non ne ha avuto il tempo, delle condizioni in carcere peggiorate dopo la sua clamorosa evasione dalla prigione israeliana di massima sicurezza di Gilboa, assieme ad altri cinque palestinesi. «Scavò con un cucchiaio per mesi» ci ha ricordato un palestinese.
«Terrorista molto pericoloso» per Israele, che lo ha arrestato più volte e condannato a pene elevate – avrebbe organizzato sparatorie contro militari e civili israeliani, come quella a Beit Shean – Zubeidi, 49 anni, di Jenin, è una delle figure più emblematiche della generazione palestinese tra la prima e la seconda Intifada. Da bambino aveva fatto parte del Teatro di Arna Mer, la donna ebrea (sposata a un palestinese) che scelse di dedicare parte della sua vita ai piccoli del campo profughi di Jenin, distante pochi chilometri ed eppure così lontano dalla sua città Haifa. Appare anche nel film I bambini di Arna del regista Juliano Mer-Khamis, figlio di Arna, assassinato nel 2011.
Dopo la «passeggiata» di Ariel Sharon sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme che nel 2000 accese le polveri della seconda Intifada, Zubeidi entrò nelle Brigate dei Martiri di Al Aqsa di cui a Jenin diventerà il comandante. In quel periodo ebbe una relazione finita sui giornali israeliani con una pacifista ebrea, Tali Fahima. La frequentazione con uno dei capi della resistenza palestinese, costò a Fahima il carcere per «collaborazione con il nemico».
IL TEATRO SAREBBE rimasto sempre una passione per Zubeidi che dopo l’amnestia del 2007 – fu rimosso dalla lista dei ricercati di Israele – si dedicò alla «resistenza culturale» attraverso il Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin. Ma le porte del carcere restarono sempre aperte per lui. Prima lo arrestò per sei mesi senza accuse l’Autorità nazionale palestinese. Poi, revocata nel 2011 l’amnistia, fu arrestato da Israele. Liberato nel 2018 fu di nuovo detenuto per due «attacchi armati» dissero i giudici.
Infine, nel 2021 la fuga da Gilboa lo fece diventare un mito per la sua gente. Ora di nuovo la libertà che, avrebbe detto a suoi amici, è convinto non durerà a lungo.
Commenta (0 Commenti)Riforme L’approvazione della nuova legge elettorale, è poi il ragionamento di palazzo Chigi, permetterebbe alla premier Meloni di poter minacciare le elezioni anticipate: esattamente come la riforma costituzionale del premierato stabilisce formalmente
La vicenda Elmasry, il video tribunizio di Giorgia Meloni e la successiva indisponibilità dei ministri a riferire in parlamento, offrono l’interpretazione autentica al dibattito in corso sulla legge elettorale e all’abbandono da parte del governo del progetto sul premierato.
Ed è bene partire proprio da questo passo volendo seguire un filo logico e cronologico. Come ha raccontato il manifesto domenica scorsa, nei giorni precedenti la maggioranza ha iniziato a ragionare su una legge elettorale costruita su un sistema proporzionale, con premio di maggioranza alla coalizione vincente che supera il 40% (oltre al capolista bloccato e le preferenze per gli altri), una riedizione del Porcellum. Perché è emersa ora questa proposta?
La risposta sta nel fatto che la maggior parte dei giuristi ascoltati informalmente dal governo – sia al ministero delle riforme che a palazzo Chigi – hanno fatto osservare che per una carica elettiva monocratica, come appunto quella del presidente del Consiglio, è difficile pensare ad un meccanismo elettorale che non preveda il raggiungimento della maggioranza assoluta, del 50%, con eventuale ballottaggio annesso. Ipotesi questa inizialmente invisa alla Lega, e quindi scartata da tutte le destre, anche per non inserire ulteriori elementi di frizione nella maggioranza. Ed ecco il ragionamento che ha condotto all’idea di abbandonare una complessa riforma costituzionale, per virare su una semplice legge per eleggere il parlamento, per la quale basterebbe la soglia del 40%: a che serve la riforma costituzionale se il premierato lo abbiamo già oggi?
È stata questa la spiegazione che i vertici di Fdi, Fi e Lega, hanno dato martedì – prima della diffusione del video di Meloni – ai propri parlamentari tornati nei palazzi romani dopo che nel fine settimana è partito mediaticamente il dibattito sulla legge elettorale. Il premierato de facto lo abbiamo già: 3,5 decreti al mese (media dell’anno scorso), ricorso costante alla fiducia, la fase degli emendamenti durante l’esame in parlamento usata come prolungamento del Consiglio dei ministri (i singoli ministri fanno presentare ai gruppi di riferimento le proprie norme che non sono riusciti a far approvare al tavolo del governo); addirittura divieto ai deputati di presentare emendamenti alle riforme costituzionali (così la camera non ha potuto presentare proposte di modifica a premierato e autonomia in seconda lettura e addirittura anche alla separazione delle carriere in prima lettura).
L’approvazione della nuova legge elettorale, è poi il ragionamento di palazzo Chigi, permetterebbe alla premier Meloni di poter minacciare le elezioni anticipate: esattamente come la riforma costituzionale del premierato stabilisce formalmente.
Poi martedì a metà pomeriggio ecco il video di Meloni, che ci illustra come lei intende il premierato. Esautoramento delle camere e appello diretto al popolo che ne legittima la carica. Sulla vicenda Elmasry il governo non è tenuto a riferire in parlamento i fatti (tanto è vero che ieri Nordio e Piantedosi per ritorsione non si sono presentati all’informativa a Montecitorio); è sufficiente narrare al popolo la propria versione: esautorando quindi gli altri due poteri di controllo, cioè magistratura e stampa.
Narrare, e non riferire, perché la narrazione può prescindere dai fatti. Lo sfondo azzurro di questo curatissimo video privato ricorda l’azzurro della sala stampa di palazzo Chigi, l’azzurro istituzionale, così da traslare una comunicazione di propaganda politica privata in una comunicazione istituzionale. Eccolo il premierato. Anzi no, il tribunato.
Commenta (0 Commenti)“L’idea che un Paese si fa del rapporto di lavoro è fondamentale per la qualità della democrazia”: così dieci anni fa Rossana Rossanda in un commento sul Jobs Act.
Lo pubblichiamo in occasione del convegno “Liberare il lavoro. Rossanda e le questioni del lavoro, ieri e oggi”, il 29 gennaio a Roma
Nella prossima primavera voteremo in quattro referendum promossi dalla Cgil contro la precarietà e il degrado del lavoro. Il voto punta a cancellare le misure più gravi introdotte dieci anni fa dal Jobs Act, voluto dal governo di Matteo Renzi. Contro le politiche del governo, Sbilanciamoci! ha pubblicato nel 2015 l’ebook Workers Act. Le politiche per chi lavora e per chi vorrebbe lavorare (scaricabile qui) e Rossana Rossanda ne firma la prefazione. La ripubblichiamo in occasione del convegno “Liberare il lavoro. Rossana Rossanda e le questioni del lavoro, ieri e oggi” che si tiene mercoledì 29 gennaio, ore 9.30-16 all'Università Roma Tre, Scuola di Lettere, aula 15, via Ostiense 236 Roma, organizzato da Fondazione Di Vittorio, Cgil Roma Lazio, Iress Lazio, Sbilanciamoci! e Comitato per il centenario della nascita di Rossana Rossanda. Il video della registrazione dell’incontro sarà disponibile sul sito della Fondazione Di Vittorio e su rossanarossanda.it. Gli articoli di Rossana Rossanda scritti per Sbilanciamoci tra il 2011 e il 2019 sono raccolti nell’ebook “Promemoria” (scaricabile qui). Tra le iniziative per il centenario di Rossana Rossanda c’è la mostra fotografica aperta fino al 16 febbraio presso la Casa delle donne a Roma.
Le pagine del “Workers Act” curato da Sbilanciamoci! spiegano, nella prima parte, il Jobs Act del governo di Matteo Renzi e nella seconda presentano un’alternativa a esso: non per caso si chiamano “Workers Act” perché esprimono il punto di vista dei lavoratori. È necessario spiegarlo perché l’insieme di testi presentato dal governo, non per essere discusso ma affidato con una serie di deleghe all’esecutivo, va chiarito a coloro che vi saranno obbligati senza aver potuto contribuire alla sua elaborazione. Dietro le formule nebulose si rivela, non detta, la volontà di rendere la prestazione della manodopera più flessibile in entrata e in uscita, cioè meno garantita per i dipendenti sia nell’assunzione, sia nel licenziamento, che torna a essere possibile a piacimento del padronato con un semplice rimborso, abolendo quel che restava dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, dopo il già grave ridimensionamento operato dalla riforma Fornero del 2012.
Il lavoro diventa soggetto a tutte le versioni e forme diverse di precariato; il contratto a tempo indeterminato, definito in modo ingannevole “a tutele crescenti”, allarga tempi e spazi di precariato a cominciare senza remora alcuna dai primi tre anni, quando è perfino esente da imposizione fiscale per l’impresa. La troppo vasta tipologia dei contratti, con regolamenti relativi, non è stata corretta salvo in parte nel contratto a progetto, dov’era diventata scandalosa. In genere la molteplicità delle misure recepisce quella che – quando l’attuale Pd era ancora Pci e il sindacalismo cattolico aveva i suoi anni di gloria – era comunemente definita “giungla contrattuale”. I ripetuti annunci di semplificazione sono brutalmente smentiti da una legislazione il cui arruffamento non è indice di confusione, quanto moltiplicazione delle vie offerte al datore di lavoro di trattare i suoi dipendenti con il metodo “usa e getta”.
Si tratta di un arretramento poderoso dei lavoratori nei rapporti di forza con il capitale, perseguito dal governo nella convinzione – almeno presentata come tale – di agevolare l’imprenditore in un rilancio della crescita dell’economia, come se la sua attuale fluttuazione dallo zero allo zerovirgola si dovesse alle pretese eccessive imposte dai dipendenti, dai “lacci e lacciuoli” da loro messi allo sviluppo. L’assenza di qualsiasi piano di reindustrializzazione e di riduzione della disoccupazione crescente in Italia dimostra la miopia dell’attuale esecutivo nell’operare questa stretta. Essa non è dovuta alla crisi, ma ne profitta per ridurre le tutele dei lavoratori e l’importo dei salari, insomma per allargare i profitti dell’impresa e indurre una ripresa degli investimenti a spese dei salariati, senza modificare il prodotto o le tecniche di produzione. È una svolta di 180 gradi rispetto alla linea keynesiana che aveva sorretto la crescita del dopoguerra; una svolta che non solo penalizza i dipendenti ma non riesce a vivificare il mercato, che già fa sapere di non contare su più di un punto di crescita come conseguenza dell’applicazione del Jobs Act.
Il cardine della politica di austerità si rivela non solo socialmente ingiusto, ma inefficace, producendo tensioni sociali e soffocamenti; l’esempio più negativo è quello che Bruxelles insiste ad imporre alla Grecia con la filosofia del rimborso totale e in tempi stretti del debito, ma è una politica che pesa su tutti i paesi del sud Europa, mettendone in pericolo l’integrazione. È evidente l’intenzione di dare all’Europa una configurazione squilibrata fra nord e sud, confermando il potere dei primi, mentre si accantona ogni tentativo di definire condizioni uguali per tutti nella fiscalità e nelle strutture produttive. Il Jobs Act ha imposto di forza una diminuzione dei diritti del lavoro che interpella il parlamento e i partiti decisivi in esso, in primis il Pd, sulla svolta culturale avvenuta in questi anni; l’idea che un paese si fa del rapporto di lavoro è infatti fondamentale per la qualità della democrazia e della socialità che si persegue. L’idea del lavoro ha conosciuto una crescita difficoltosa ma costante dalla seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del fascismo fino agli anni novanta del secolo scorso, e un’involuzione decisiva nella legificazione dell’attuale governo; è significativo che essa avvenga sotto l’egida di un premier espresso dal più grande partito di sinistra, fino a venti anni fa simbolo del movimento operaio.
Non siamo un’eccezione, sono chiamati governi di sinistra o di coalizione con la sinistra quelli che trascinano l’Europa sulla via dell’austerità, con la restrizione dei diritti sociali, del welfare e della spesa pubblica. Questa svolta culturale ha radici lontane. C’è da riflettere sul fatto che il movimento sociale più partecipato e liberatorio, quello del 1968, che esplode alla fine di un decennio di lotte, apre in Italia la strada a due nuove e decisive forme del politico: il movimento delle donne (femminista) e quello ecologico, fra loro disuniti, ma prorompenti su strati e soggetti sociali nuovi rispetto al movimento operaio, e spinti più che a integrarlo a metterlo sotto accusa per la balbuzie con i quali i suoi esponenti politici e sindacali, piuttosto che sposarne gli intenti, vi restano in concreto estranei.
Femministe e verdi accusano la già eccessivamente conclamata “fabbrica” di sordità sulla questione delle donne (sordità dovuta al maschilismo dominante sia a destra che a sinistra) e, peggio, di aver appoggiato o addirittura spinto a uno “sviluppismo” industriale sconsiderato, cieco ai limiti del pianeta e quindi opposto alla sostenibilità della produzione e dei territori. Sta di fatto che questi grandi filoni di critica del presente investono masse crescenti ma divise e incapaci di parlarsi, ciascuna in contrapposizione alle altre e aspirante all’egemonia. La cosiddetta crisi della politica è stata una porta spalancata al liberismo che pareva espulso dall’orizzonte e vi è trionfalmente rientrato, e con tanto più impatto in quanto che essa si verifica contemporaneamente al precipitare delle società dette comuniste. L’Unione sovietica, la Repubblica popolare cinese e Cuba, rivoluzioni nate in condizioni storiche diverse ma che hanno avuto in comune l’obiettivo della liberazione del lavoro dal capitale sono tutte e tre passate – dopo il 1989 – a forme esplicite di capitalismo di stato, aperto all’iniziativa privata.
È stato il caso più evidente di eterogenesi dei fini di un movimento internazionale giovanile che, mirando a un approfondimento inedito del pensiero politico moderno e delle sue principali istituzioni attraverso uno scavo delle radici dell’autoritarismo ai fini di una più compiuta liberazione della persona, perde di vista la mondializzazione del capitale, e ritenendo impossibile metterla in causa, ha finito con l’offuscare dalle coscienze l’importanza del rapporto di lavoro, un tempo considerato “centrale”. Certo non da solo; le modifiche dell’organizzazione proprietaria e della produzione, il venir meno della grande fabbrica, già contenitore della parte essenziale della forza lavoro e quindi luogo deputato delle sue elaborazioni politiche e sindacali, ha favorito la presa profonda nella società di alcune realtà e di alcune favole: la fine della figura operaia, proprio mentre essa assumeva proporzioni inedite sul globo, la fine di una identificabile proprietà del mezzo di produzione, il moltiplicarsi delle esternalizzazioni e delle tipologie contrattuali, il dilagare del prodotto immateriale rispetto alla fisicità del prodotto industriale, l’immaterialità delle tecniche del processo produttivo, la crescita, rispetto alle capacità elementari del lavoro parcellizzato, del ricorso a un “intelletto generale” che implicava facoltà e molteplici saperi della vita urbana.
Tutto questo ha prodotto e accompagnato la frammentazione della coscienza dei lavoratori e il minore impatto delle loro organizzazioni tradizionali. Sta di fatto che dagli anni ottanta in poi l’aderenza di una “coscienza operaia” alle trasformazioni proprietarie e del processo produttivo è andata sfocandosi e indebolendosi, mentre nel formarsi in misura crescente di movimenti puntuali ma separati, appare perduta un’interpretazione comune dell’avversario capitalistico e del “che fare” degli sfruttati. I gruppi di ricerca infittiscono ma non comunicano, neanche nelle forme razionali: c’è la separatezza dei sindacati anche in Europa, il frantumarsi di un’opinione politica comune, fatta eccezione per Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.
Neanche quando il governo lancia un’operazione capitalistica su grande scala, come il Jobs Act, essa produce una scossa immediata di percezione da parte del blocco popolare, probabilmente perché di “blocco” non si può più, o non ancora, parlare – e qui si viene alla proposta di coalizione sociale di Maurizio Landini. In Italia occorre molto tempo perché si realizzi una manifestazione nazionale di protesta, mentre l’infiacchirsi dei meccanismi maggioranza/opposizione in democrazia induce reazioni scomposte del governo. Non va dimenticato infatti che il frutto più velenoso della “crisi della politica”, visibile specialmente negli eventi elettorali, è l’impoverimento della rappresentanza e delle sue regole primarie che dà luogo al confuso emergere di un “partito della nazione” immaginato da Renzi, in cerca di un’investitura popolare, che rinnovi i fasti del 40% ottenuto alle elezioni europee, sul quale si basa l’autorità di cui fa sfoggio per indebolire il patto costituzionale.
La ricezione inizialmente senza intoppi – tranne quelli venuti dalla Cgil o, come questo lavoro, da Sbilanciamoci!, nel silenzio del Partito democratico – è significativa di un’ennesima caduta culturale e morale del paese. Di qui l’importanza negativa del Jobs Act e di questo tentativo di opporgli una critica e un’alternativa, offerte come materiale di lavoro alla classe operaia e ai suoi gruppi di studio, cui spetta discuterle ed eventualmente modificarle.
Pubblicato su Sbilanciamoci.info il 26 maggio 2015
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