Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Roma, Italia. 4 dicembre 2021. Alberto Negri, giornalista ...

GUARDA IL VIDEO

 

Alberto Negri ospite a In Onda: “Sono sconcertato […] Sento fare comizi e sento poche cose concrete”.

Commenta (0 Commenti)

Il 7 ottobre è un punto di non ritorno. Non ci può essere giustificazione di alcun tipo, a partire dalle violenze sistematiche compiute dagli israeliani contro i palestinesi

Due popoli, due stati. Dirlo adesso appare follia, ma non ci sono alternative Bethlehem, un murales di Banksy - foto Gettyimage

Non c’è dubbio che, per Israele, il 7 ottobre 2023 è come l’11 settembre 2001 per gli USA. Se allora un’azione di guerra totalmente inaspettata, promossa dal terrorismo fanatico dell’estremismo di origine wahhabita, aveva per la prima volta nella storia colpito in modo drammatico all’interno del territorio statunitense, aprendo una nuova fase nel mondo, ora il 7 ottobre colpisce per la prima volta su larga scala, con una ferocia mai vista, una larga porzione del territorio di Israele.

L’incapacità di proteggere il Paese – come già fu allora per gli americani- è stata clamorosa e sorprendente, e i giornali israeliani imputano al governo e al premier Netanyahu, impegnato da mesi in un tentativo di imbavagliare la giustizia e di modificare gli equilibri costituzionali, la responsabilità di questo fallimento. Ma ciò che davvero cambia tutto, in ogni coscienza democratica, è la furia nazista e stragista – paragonabile a quella del 2001 di Al Qaeda, al Bataclan nel 2015, al sedicente stato islamico di Daesh negli stessi anni – con cui i terroristi di Hamas hanno condotto un’operazione non militare, contro obiettivi militari, ma di sterminio e di ferocia contro i civili, giovani che stavano ballando, bambini e neonati, violentando e sequestrando centinaia di donne e con loro portando via in ostaggio persone indifese di tutte le età.

Per chi come me, da segretario della Fgci ha promosso una campagna di raccolta fondi chiamata «Con la Palestina nel cuore» all’epoca della prima Intifada (1987), per chi ha partecipato, insieme ai giovani democristiani, socialisti, ebrei alla grande manifestazione per la pace a Tel Aviv in quello stesso anno e poi (1990) alla catena umana di pacifisti israeliani, palestinesi e mondiali attorno alle mura di Gerusalemme, le immagini del 7 ottobre sono un punto di non ritorno. Non ci può essere ambiguità né giustificazione di alcun tipo, a partire dalle violenze sistematiche compiute dai governi israeliani contro i palestinesi.

La vera domanda è come mai, di fronte alla

Commenta (0 Commenti)

ISRAELE/PALESTINA. La trappola di Hamas a Gaza è scattata una prima volta e può entrare in azione anche un seconda perché un’azione militare massiccia nella Striscia presenta rischi altissimi che vanno dalla popolazione civile, ai militari, agli ostaggi

foto Bombardamento israeliano su Gaza Bombardamento israeliano su Gaza - foto Fatima Shbair /Ap

La trappola di Hamas a Gaza è scattata una prima volta e può entrare in azione anche un seconda perché un’azione militare massiccia nella Striscia presenta rischi altissimi che vanno dalla popolazione civile, ai militari, agli ostaggi. Gli esperti israeliani e internazionali ne sono convinti. Come sottolinea Sami Cohen professore a Science Po di Parigi e autore di molti libri sul Medio Oriente e Israele c’è stato un fallimento a due livelli, uno di intelligence, l’altro politico imputabile in gran parte a Netanyahu. Cohen è molto chiaro: i servizi di sicurezza interni, lo Shabak, fino qualche tempo erano ben informati su quanto accadeva a Gaza ma negli anni recenti hanno trascurato le fonti interne ad Hamas per affidarsi alla sorveglianza elettronica e ai “muri”. Un grave errore. Secondo fonti dell’intelligence italiana Hamas in questi anni non ha contato soltanto sul fattore armi ma sul training dei giovani militanti addestrati a fare contro-informazione. Dimenticate gli shabab che tirano le pietre esercitandosi sulle montagne di spazzatura a Jabalya. In poche parole i militanti dovevano far credere agli israeliani che non erano loro il vero obiettivo di Hamas ma l’Anp di Abu Mazen in Cisgiordania dove per altro il movimento nel 2006 aveva vinto le elezioni, oltre che nella Striscia di Gaza.

Ma il fallimento dell’intelligence non è stato casuale. Questi fallimenti derivano spesso da una narrativa politica e militare che distorce la realtà. Basti pensare alla Yom Kippur di 50 anni fa quando gli israeliani disponevano di tutte le informazioni possibili _ e persino della collaborazione di Ashraf Marwan, genero di Nasser come spia a fianco di Sadat – ma secondo la narrativa strategica dei vertici militari ritenevano l’Egitto troppo debole per attaccare.

Il trauma del 1973 è ancora molto vivo e il paragone con il Kippur è immediato perché questo attacco è arrivato proprio il giorno dopo l’anniversario. Stavolta però Israele non si trova a dover affrontare un esercito regolare com’era all’epoca quello egiziano. Deve fronteggiare gruppi di uomini disposti a tutto, armati soltanto di kalashnikov e lanciarazzi, che combattono una guerra di tipo diverso. Il Paese è sotto choc perché il fallimento militare e di intelligence è stato enorme. Soprattutto se si pensa che l’organismo di intelligence militare noto come “Unità 8200” sorveglia la vita dei palestinesi e che Israele controlla tutte le reti telefoniche fisse e mobili, è davvero incredibile che non si siano resi conto che stavano organizzando un assalto di questa portata. In questi anni Netanyahu ha sostenuto con insistenza che Hamas non costituisse un pericolo maggiore per Israele e che non era necessario mantenere una massiccia presenza di intelligence a Gaza. L’obiettivo di Netanyahu era dimostrare anche alla comunità internazionale che i palestinesi non costituivano più un problema per i suoi «piani di pace» perché erano troppo deboli e divisi tra Hamas e Al Fatah.

L’arroganza di Netanyahu sfiora la deriva criminale, secondo il noto giornalista israeliano Merovon Rapoport (Local Call e la rivista online +972 Magazine) che in un’intervista al sito Gariwo afferma: «L’esercito israeliano era ormai concentrato quasi tutto in Cisgiordania. Per proteggere i coloni e gli insediamenti erano stati dispiegati ben trentatré battaglioni mentre lungo la frontiera con Gaza ce n’erano soltanto tre». Vuol dire che lo stesso livello di addestramento dell’esercito non è più paragonabile a quello di una volta, perché negli ultimi vent’anni i soldati sono stati chiamati a svolgere quasi esclusivamente compiti di polizia, ad arrestare bambini o lanciatori di pietre nei villaggi. Si è quindi trovato impreparato a fronteggiare miliziani armati in un conflitto irregolare.

Ma è il dato politico, oltre quello di intelligence e securitario, quello più stringente. Il governo di Netanyahu è dominato – ora nel gabinetto di coalizione per la guerra entrano i militari – da estremisti religiosi ossessionati dagli insediamenti ebraici in Cisgiordania. E tutta questa attenzione è stata la sua rovina: per restare in sella, affrontare i guai giudiziari e dettare la divisiva campagna sulla giustizia aveva bisogno del sostegno di Smotrich e di Ben Gvir, i due “falchi” dell’estrema destra, e questo lo ha condotto insieme al Paese verso il baratro di Gaza. Come uscirne? Una conquista militare di Gaza via terra avrebbe un esito tutt’altro che certo, significherebbe la morte di decine di migliaia di abitanti, quella degli ostaggi e una grave crisi di rifugiati. Hamas non è un esercito, sono formazioni delocalizzate, da guerriglia e terrorismo. Inoltre ora palpabile è il rischio di una guerra regionale su larga scala, con il possibile coinvolgimento di Hezbollah in Libano e perfino della Siria.

Finora tutto ha tenuto grazie al patto tra Russia e Israele che consente allo Stato ebraico di bombardare in Siria i pasdaran iraniani alleati di Mosca e di Assad, come sanno bene tutti, da Teheran ad Ankara. L’unica alternativa al caos è la diplomazia, la ripresa dei negoziati per uno Stato palestinese senza passare attraverso le false e ormai improbabili scorciatoie delle monarchie del Golfo. Altrimenti scatterà la parte due della trappola

Commenta (0 Commenti)

ISRAELE/PALESTINA. Come rispondiamo alla domanda sulla sorpresa? Su come sia stato possibile tutto questo per un rodato e costosissimo apparato di sicurezza riconosciuto come inviolabile nel mondo?

 Missili di Hamas su Ashkelon - foto Ap

Non esitiamo a definire l’attacco di Hamas come terrorista e barbaro. Uccidere a sangue freddo civili o sequestrarli, offendere i vinti, devastare i corpi delle donne.

E di chi non è della tua religione, non corrisponde ad alcun principio di liberazione e nemmeno di guerra asimmetrica; al contrario, per la sua efferatezza, rischia di legittimare l’oppressione che si vorrebbe combattere e di alimentare nuovo odio. E non c’è bisogno di ricordare il dolore di nostri interlocutori e collaboratori che in questo momento piangono cari e amici uccisi, per provare orrore. L’unica vera ideologia che sembra sorreggere questo crimine è la «vendetta», così la chiamano, per «l’usurpazione dei luoghi sacri di Al Aqsa», a cui i palestinesi associano i torti, le umiliazioni, le uccisioni subite da chi da decenni sta chiuso nella Striscia di Gaza, definita non a torto «prigione a cielo aperto» per più di due milioni di persone, un orrore esistenziale quotidiano – il manifesto titolò il 7 aprile 2018 Poligono di tiro quando l’esercito israeliano mirava ai corpi di giovani palestinesi indifesi.

Ora si avvia l’operazione militare di Israele che, dalle parole di Netanyahu, anch’essa è motivata dalla «vendetta». Mentre si sprecano gli esempi con l’11 settembre, varrebbe invece la pena ricordare le guerre scellerate che produsse, in Afghanistan – anche quella per «vendetta dell’11 settembre, non per la democrazia afghana» dichiarò Biden nell’estate 2021 del drammatico ritiro Usa-Nato -, e poi in Iraq per le armi di distruzione di massa che non c’erano. Ma l’odio e le distruzioni provocate hanno intanto motivato altro odio, altra vendetta e altro integralismo religioso.

Ma come rispondiamo alla domanda sulla sorpresa? Su come sia stato possibile tutto questo per un rodato e costosissimo apparato di sicurezza riconosciuto come inviolabile nel mondo? Israele si scopre vulnerabile, dov’era l’apparato d’intelligence – e quello Usa anch’esso violato?

Semplicemente non c’era, perché le forze di sicurezza israeliana da mesi sono impegnate nella

Commenta (0 Commenti)

ISRAELE/PALESTINA. Molti si chiedono sui social e nelle rassegne stampa: “Perché Gaza? Perché proprio ora? Com’è possibile?”. Joe Biden ha appena espresso il concetto che Israele ha il diritto di difendersi costi quel che costi, sottolineando: punto e basta

8 ottobre 2023, Gaza: l'area degli edifici distrutti dall'attacco aereo israeliano - Mohammed Talatene - AP 8 ottobre 2023, Gaza: l'area degli edifici distrutti dall'attacco aereo israeliano - Mohammed Talatene - AP

Dal minimo al massimo. Lancinante la richiesta del perché. Tombale quel “punto e basta”. Punto e basta quanto alla legalità, alla giustizia? Perché l’orrore si è scatenato, nel modo più disperato, tragico e autodistruttivo oltre che distruttivo? L’ONU ha emesso innumerevoli pronunciamenti sull’illegalità di un’occupazione militare crudele e, negli ultimi due anni, sanguinosa come un conflitto vero e proprio, dove la potenza occupante sarebbe invece responsabile della protezione dei cittadini dei territori occupati. Dal giorno dopo gli accordi di Oslo del ’93-’95 gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania si sono moltiplicati fino a divorare la quasi totalità del territorio che era stato assegnato dall’ONU ai palestinesi per il loro futuribile stato. Dai 260.000 circa che erano allora, i coloni sono passati a ottocentomila, con centinaia di migliaia ancora previsti.

In compenso Amnesty International prevede altre 150.000 espropriazioni forzate di abitazioni e terre palestinesi, mentre gli insediamenti dei coloni hanno ormai non soltanto mangiato una gran parte della Cisgiordania, ma distrutto ogni continuità territoriale, isolando i centri abitati dai terreni coltivabili, erigendo quel famoso sistema di muri che lungi dal garantire sicurezza agli israeliani serve a proteggere le colonie illegali, dunque non alla sicurezza di Israele (che semmai ne viene assai diminuita) ma alla “sicurezza” dell’occupazione.

E vogliamo parlare dell’escalation che ha visto quest’anno già oltre 250 vittime fra i civili palestinesi, a fronte della trentina di vittime di azioni terroristiche palestinesi, prima di questa orrenda esplosione della disperazione omicida e suicida? Gli attacchi quotidiani dei coloni armati senza nessuna sanzione o intervento da parte delle forze militari israeliane, le continue violenze spessissimo mortali da parte dell’esercito contro i civili in Cisgiordania, le carcerazioni amministrative senza capi di accusa né protezione giuridica, i bombardamenti a tappeto, ricorrenti, interminabili, lungo gli anni e i decenni, della “prigione più grande del mondo”, come l’ha descritta Noam Chomsky, Gaza: questo no, naturalmente non si può chiamare

Commenta (0 Commenti)

POLITICA E SINDACATO. La lista delle buone ragioni per scendere in piazza il 7 ottobre a Roma, rispondendo all’appello «La via maestra» della Cgil e di un centinaio di associazioni, è molto lunga. […]

Una manifestazione organizzata dalla Cgil a Roma nel 2021 foto Ansa Una manifestazione organizzata dalla Cgil a Roma nel 2021 - Ansa

La lista delle buone ragioni per scendere in piazza il 7 ottobre a Roma, rispondendo all’appello «La via maestra» della Cgil e di un centinaio di associazioni, è molto lunga. Forse persino troppo lunga. Perché quando dopo tanto tempo si chiamano le masse alla mobilitazione, ragione vorrebbe che lo si facesse per ottenere un risultato e non solo per una, per quanto sicuramente bella, manifestazione.

La vastità del programma – la «piattaforma» – dei due cortei di oggi, che per stare solo ai titoli va dal lavoro alla pace, dal welfare all’istruzione, dall’ambiente alle riforme costituzionali e altro ancora, esclude in partenza un obiettivo tangibile.

Eppure, a guardar bene, oggi questa condizione non è un limite, può anzi diventare un punto di forza. Sicuramente è un punto di partenza.

Ogni singolo titolo nella piattaforma che chiama alla piazza richiederebbe una lotta politica approfondita e radicale. Ne citiamo alcuni.

Il lavoro e il welfare: l’Italia è il paese con la peggior dinamica dei salari tra quelli Ocse e tra i grandi paesi dell’Unione europea quello con la percentuale più bassa di Pil investita in sanità. Le condizioni reali di vita, e di morte, tanto nei posti di lavoro, precari, quanto negli ospedali, precari anch’essi, sono sotto gli occhi di tutti. Le risposte del governo? Una truffa, il carrello «tricolore» contro il carovita, e un inganno: «L’attenzione alla sanità non si misura dagli investimenti».

Di scuola questo governo non vuole sentir parlare, se non in occasione dei fervorini nostalgici del duo Valditara-Sangiuliano, e se provano a parlarne gli studenti sono botte. Quanto all’ambiente, in fatto di negazionismo climatico a palazzo Chigi e e dintorni non sono secondi a nessuno. Mentre per riforme costituzionali intendono la frammentazione egoistica dell’autonomia differenziata in coppia con la centralizzazione verticistica del premierato «all’italiana».

Riuscirà la manifestazione di oggi a far segnare almeno un’inversione di rotta? Non è semplice, sarà bene non dimenticare che dare una prospettiva di successo alle lotte resta la condizione essenziale per tenerle vive. Soprattutto nel nostro paese, dove in passato manifestazioni immense non hanno ottenuto il risultato per il quale erano state convocate e questo ha segnato il tramonto delle grandi battaglie sindacali.

Quella di oggi può essere, al contrario, un’alba. Intanto perché

Commenta (0 Commenti)