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Eventi estremi, territori fragili, dighe che non reggono l’urto dell’acqua. Il nuovo clima mediterraneo va in scena in Libia: il ciclone Daniel ha quasi cancellato la città di Derna. «5mila morti e 15mila dispersi, chiediamo aiuto alla comunità internazionale»

ECOTOMBE. L’area geografica di Derna, travolta da una micidiale e «impensabile» alluvione, è stata negli ultimi dieci anni straziata dalle guerre tra i jihadisti e il generale Haftar

Niente a volte è più ingannevole della geografia. Stretta tra Bengasi e Tobruk, negli anni Novanta Derna mi apparve scendendo dall’altopiano verso il mare alla fine di una gola fatta di pareti verticali percorsa dallo uadi che veniva dal Gebel al Akhdar irrigando palmeti, frutteti, agrumeti.

Credo che oggi, dopo il ciclone Daniel e il crollo delle dighe, nulla esista più di tutto questo. Ma anche allora il Gebel, chiamato anche la Montagna Verde, era un’insidia assai temuta dallo stesso colonnello Gheddafi. Qui si annidavano infatti islamisti e jihadisti che più volte avevano provato ad assassinarlo. Per tenere buona la popolazione locale e contenere la predicazione degli imam qui negli anni Duemila Gheddafi lanciò nel mezzo del ginnasio greco la “Dichiarazione della Montagna Verde”, un grande progetto per di ridare splendore alla regione della pentapoli, un piano ambizioso che come molti altri del regime rimase sulla carta.

Anche questo alla fine era un inganno. Con la fine di Gheddafi nell’ottobre del 2011, in un Paese travolto dall’anarchia, a Derna nel 2015 tornarono i jihadisti: erano i combattenti libici dell’Isis protagonisti delle battaglie a Dayr az Zor, in Siria, e poi a Mosul in Iraq.

LA DESTABILIZZAZIONE scatenata sull’onda dalle primavere arabe del Medio Oriente si allargava alla penisola arabica in Yemen e quindi anche in Africa. Finito il rais libico le frontiere della Jamahyria erano sprofondate nel Sahel con la diffusione del jihadismo, seguita successivamente dai colpi di stato militari: storia di questi ultimi tempi, dal Mali al Burkhina Faso al Niger.
A Derna allora fu issata la bandiera nera del Califfato ed ebbe inizio una lunga sequela di omicidi mirati contro tutti gli oppositori, dai miliziani delle altre fazioni compreso il battaglione Abu Salim, affiliato con al Qaeda – fino agli attivisti, ai giudici, agli avvocati.

La stessa tecnica utilizzata da Ansar al Sharia a Bengasi per togliere di mezzo gli avversari. A Derna l’Isis, allora ancora guidato da Abu Bakr, fece insediare un emirato e la città venne trasformata nella triste e cupa capitale del Califfato in Cirenaica.
DERNA E LA REGIONE erano destinate a diventare un campo di battaglia. Prima tra le milizie islamiste con gli affiliati di Al Qaeda che tentarono la rivincita per far fuori il Califfato. Poi del generale Khalifa Haftar contro tutti i jihadisti e quelli che volevano contrastarlo. La città fu il bersaglio dell’aviazione di Haftar sostenuto da Egitto, Emirati, Russia e anche dalla Francia. Senza contare un discreto appoggio americano visto che il generale aveva passato oltre vent’anni in esilio negli Stati Uniti. Derna fu ridotta in alcune zone della città a un colabrodo: distruzione su distruzione.

NEL MAROCCO COLPITO dal terremoto almeno c’è uno “stato”, una monarchia con il sovrano padre padrone del Paese che però tace. Non come in Libia che dopo la caduta di Gheddafi dopo la rivolta di Bengasi e l’intervento occidentale si è spaccata tra Cirenaica e Tripolitania senza più ritrovare l’unità. Ormai sono due anni che si devono tenere elezioni per riunificare i governi di Tripoli e Bengasi ma francamente il traguardo appare ancora distante.

Il ciclone Daniel con il crollo di due dighe nella regione di Derna ha spazzato via migliaia di vite che da anni vivono in un ambiente tossico: ma chi in questi decenni ha fatto più manutenzione in Libia, se non

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INTERVISTA. Il professore di Bologna: «Maggioritario il Pd non lo è mai stato, dunque l’accusa a Schlein di volerlo rimpicciolire è senza senso. Il partito nasce per ingentilire il dominio liberista, se vuole recuperare voti tra chi subisce ingiustizie deve sconfessare il suo passato»

Carlo Galli: «Non basta nominare i più deboli per ritrovare la credibilità perduta» Carlo Galli - Ansa

Carlo Galli, già docente di Storia delle dottrine politiche all’università di Bologna. Schlein sta portando il Pd troppo a sinistra rischiando così di avere un partito più radicale e con meno voti?

In realtà la cosiddetta vocazione maggioritaria altro non era che un modo di coprire una linea più moderata ma anch’essa minoritaria. Il Pd, che è sempre stato moderato, da anni non supera il 20% e, per andare al governo, dovrà fare delle alleanze, con il M5S e con formazioni centriste che, però, si muovono spesso anche verso la destra che governa. L’idea di fare del Pd una nuova Dc, interclassista e capace di parlare ad ampi settori della società, non ha funzionato. Dunque l’accusa che Schlein, spostando il baricentro a sinistra, possa far perdere al partito una presunta funzione maggioritaria, è priva di fondamento. Semmai bisogna intendersi su cosa significhi spostare il Pd a sinistra.

Ecco, appunto. Questo movimento è davvero in corso?

Sinistra non vuol dire alzare la voce e avere un atteggiamento poco garbato nei confronti del governo Meloni. Significa accorgersi che ci sono larghi strati della popolazione che vivono una sofferenza economica ma anche civile e democratica. Se Schlein fa questo, e fa mettere al Pd il naso fuori dalle ztl, è senza dubbio un passo avanti. Ma non basta andare incontro a questi “sventurati” con un atteggiamento caritatevole: serve un’analisi critica dei meccanismi che generano l’ingiustizia sociale. E cioè riflettere sul paradigma economica dominante, seppur in crisi, del neoliberismo. Se non si riporta la politica in una condizione di superiorità rispetto all’economia, è impossibile pensare di fermare la crescita delle diseguaglianze. Fare questo non è settarismo.

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Schlein parla spesso di correggere l’attuale modello di sviluppo.

Il Pd è nato come un partito che si propone di ingentilire il dominio neoliberista. Credevano, anche in buona fede, che quella fase di sviluppo potesse produrre un po’ di benessere per un grande numero di persone. Non è avvenuto: la qualità della vita e i legami sociali sono andati in crisi. E in una situazione come quella attuale non si può essere il partito dei padroni e dei lavoratori sempre più sfruttati, ed è giusto mettere in cima all’agenda la lotta alle diseguaglianze. Però gli slogan non bastano se si punta a costruire un discorso egemonico: servono proposte di modifica delle strutture delle società, dalla sanità alla scuola al ruolo dello stato in economia. Proposte radicali e al tempo stesso concrete, e facilmente comprensibili. L’insicurezza esistenziale va presa per le corna, non basta nominarla.

La svolta di Schlein non è sufficiente? Eppure subisce già grandi attacchi dai moderati…

L’uscita di un pezzo ceto politico moderato non sarebbe una tragedia, anzi. Al Pd serve un’immagine completamente nuova: da partito pro-establishment a forza critica verso il sistema dominante. E per farlo serve una chiara sconfessione delle scelte passate: un passaggio indispensabile per rivolgersi a chi subisce ingiustizie. Questo, e non genericamente «ceti deboli», è il modo migliore per definire chi vive una condizione di difficoltà. Questo non vuole affatto dire passare da partito grande a piccolo. E Schlein non si può accusare di essere troppo radicale, semmai troppo aerea, poco concreta.

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La segretaria è in grado di fare questo percorso?

Al netto degli slogan, mi pare che sotto il profilo pratico si sia molto legata al sindacato, che pure è parte del problema, perché ha perso il contatto con una larga fetta del mondo del lavoro, quella dei non garantiti. L’esempio del salario minimo è chiaro: prima la Cgil era contraria, poi ha fatto marcia indietro, consapevole che la contrattazione nazionale da sola non basta a garantire salari dignitosi. La linea di Schlein dunque mi pare corretta in astratto, ma non vedo l’apparato teorico e le forza politica necessari perché abbia successo.

Il banco di prova saranno le europee?

Per acquistare credibilità verso i settori sociali più in sofferenza serve tempo. Il Pd non è un partito vergine, non può vantare grandi conquiste o riforme, poi rase al suolo da una destra malvagia. Semmai è vero che un pezzo del popolo ha scelto la destra perché non sapeva più a che santo votarsi. Sulle macerie del neoliberismo la destra prospera. E non basta certo evocare il soccorso verso i poveri per invertire questo trend. Fino a pochi anni in quel partito le parole «liberismo» e «capitalismo» non si potevano neppure pronunciare…

Ci sarà una scissione dei riformisti?

Quel poco di sostanza che resta del Pd, e cioè il blocco emiliano vicino a Bonaccini, non spaccherà il partito. Ricordo però che il termine «riformista» nasce per indicare chi voleva superare il capitalismo con metodi non violenti, in contrapposizione, di metodo ma non di finalità, ai rivoluzionari. Non come oggi per indicare chi vuole smantellare lo stato sociale per lasciare campo libero al mercato.

Schlein riuscirà a recuperare voti nel bacino dell’astensione?

Gli italiani hanno bisogno di esser rassicurati: serve una proposta moderata nei toni e radicale nei contenuti. In fasi come queste eccitare la rabbia sociale non fa gioco alla sinistra ma ad una destra sempre più radicale

 

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SINISTRA. Contraddizioni di una forza politica che ha scelto di chiamarsi democratica mettendo molto tra parentesi quella parola sinistra che al suo interno viene declinata con tutte le sfumature possibili fino a non avere più colore e senso

Elly Schlein foto LaPresse Elly Schlein - foto LaPresse

Lavoro, scuola, sanità pubblica, diritti, ambiente, accoglienza, pace. Lotta al precariato, all’ingiustizia sociale, al patriarcato. Pensieri lunghi. Tornare vicino alle persone, in basso. Elly Schlein chiudendo la festa dell’Unità di Ravenna disegna il suo partito nuovo e declama la sua linea. Indica una direzione diversa, un altro indirizzo, salvo però aver risposto ai dem liguri usciti dal Pd perché non si sentono più a casa con una leadership che giudicano troppo radicale, di averlo sbagliato loro, l’indirizzo, quando entrarono in casa.

Contraddizioni di una forza politica che ha scelto di chiamarsi democratica mettendo molto tra parentesi quella parola sinistra che al suo interno, fin dalla nascita, viene declinata con tutte le sfumature possibili fino a non avere più colore e senso, quando non provoca un certo disagio.

Da qui deve ripartire la segretaria nella sua opera di ristrutturazione ed è un lavoro magari non impossibile, ma difficilissimo. Non basta recuperare le parole d’ordine della

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Arresto in flagranza per lo spaccio lieve, Daspo urbano esteso ai 14enni, ammonimento del questore anche per i bambini, carcere ai genitori per l’evasione scolastica: il decreto Caivano è uno spot repressivo
COMMENTI. Con il decreto Caivano il governo pensa di inasprire le pene, fino a recludere chi non manda i figli a scuola? A queste ragazze e ragazzi ci penseranno le mafie
Tutti in classe. Altro che manette, la dispersione si combatte così

Educare. Non punire. Se l’abbandono scolastico fosse solo una questione di legalità e ordine pubblico, come sembra voler suggerire il governo, sarebbe addirittura una buona notizia. E invece è una questione di povertà materiale e culturale, di salute mentale, di vite al margine e di disagio. È, spesso, una questione legata a vite dolorose e sofferenti.

Mandare in carcere i genitori i cui figli non vanno a scuola non affronta il problema. È uno slogan facile, tradizionalmente caro alle destre, per alzare la voce, creare nuove e ulteriori esclusioni e non risolvere niente. Una risposta ideologica ed inefficace.
Con il decreto Caivano il governo pensa di inasprire le pene, fino a recludere chi non manda i figli a scuola? A queste ragazze e ragazzi ci penseranno le mafie. Ed ecco come con questa scorciatoia ideologica non si risolve il problema ma lo si aggrava: aumenta lo spazio di agibilità della criminalità organizzata che speculerà ancor di più sulla povertà e rafforzerà il

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DECRETO CAIVANO. Tutta l’evoluzione del diritto minorile in Italia, dagli anni Sessanta in poi, è caratterizzato dal tentativo di dare ai minori che commettono reati la possibilità di uscire dal circuito repressivo. Quella che ora si manifesta appare invece una decisa inversione di rotta

La repressione che comincia a quattordici anni 

La repressione comincia a 14 anni? Oggi arriva in consiglio dei ministri un provvedimento sul “disagio giovanile”, che intende introdurre nuove disposizioni per contrastare il fenomeno delle baby gang e nuovi provvedimenti in materia di accesso ai siti pornografici. L’esecutivo vorrebbe unire in un unico testo, che si vorrebbe dedicato alle problematiche dei ragazzi, le misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, e un provvedimento ad hoc per mettere un freno all’abuso del porno online da parte dei minori.

Da quanto si apprende, le modifiche che si vogliono introdurre sarebbero tutte nel senso di aggravamenti – anche molto pesanti – di pena per alcuni reati e di misure restrittive, quali il Daspo urbano anche per i minorenni di 14 anni di età. Le proposte, gravide di minaccia, erano state sia pure confusamente anticipate in interviste ed interventi di vari esponenti del Governo e della maggioranza nei quali si è anche proposto di portare il limite della imputabilità penale sotto i 14 anni. Un limite questo previsto sin dal Codice penale Rocco del 1930 e che si rifà ad un principio minimo di

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STRAGE DI USTICA. Più volte Francia e Stati uniti tentarono di uccidere il colonnello e più volte Roma lo salvò. Fino al 2011

 Un'immagine di archivio dell'allora primo ministro Berlusconi con il colonnello Gheddafi

Meglio tardi che mai, ma già sapevamo come stavano le cose dalle indagini della magistratura. Dalla ricostruzione di Giuliano Amato sulla strage di Ustica, sulla quale attendiamo ulteriori prove che per ora mancano, emergono tre cose.

1) l’Italia, come noto, non è un Paese sovrano e pezzi delle istituzioni come i vertici militari sono stati più fedeli alla Nato che non alla repubblica e alla costituzione; 2) i nostri alleati, dagli Usa alla Francia, fanno sulle nostre teste quello che gli pare e non rendono conto a nessuno; 3) statunitensi, francesi e inglesi per oltre 30 anni hanno tentato più volte di uccidere Gheddafi, il maggiore alleato italiano in Nord Africa e ci sono riusciti nel 2011 senza per altro porre rimedio al caos che è seguito, lavandosi le mani delle conseguenze, comprese decine di migliaia di morti in mare.

LA STRAGE di Ustica del 27 giugno 1980, quando il volo Itavia sarebbe stato colpito da un missile dell’aviazione francese che mirava a un Mig libico (dove avrebbe dovuto esserci Gheddafi) facendo 81 morti civili, è stato un gesto orrendo che ha anticipato altre tragedie nel Mediterraneo e in Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq alla stessa Libia, guerre combattute dall’Occidente che si sono risolte in disastri epocali.

Per arrivare agli odierni colpi di stato in Africa, alla disgregazione di Françafrique e alla profonda sfiducia nei confronti di americani ed europei che con la guerra in Ucraina spingono verso l’escalation e aumenti della spesa militare senza trovare una soluzione diplomatica abbordabile al conflitto provocato dalla Russia di Putin.

Purtroppo, ma non aveva bisogno di dircelo Amato, tutto questo è avvenuto e avviene con la complicità della nostra classe politica e contro gli stessi interessi dello stato italiano. Esempio evidente la recente trattativa «segreta» condotta a Roma con la mediazione dell’Italia tra Libia e Israele che, appena diffusa dai media israeliani vicini ai militari, si è ritorta contro il governo di Tripoli e la stessa posizione italiana in quel Paese.

Un disastro diplomatico le cui conseguenze non sono passate in sordina, nonostante la propaganda di un governo che continua a concionare di un fantomatico Piano Mattei per l’Africa. La verità è che apparecchiamo la tavola altrui come camerieri servizievoli.

Tornando alle dichiarazioni di Amato a Repubblica, la realtà è che la presenza italiana in Libia e i rapporti tra Roma e Tripoli sono sempre stati mal tollerati dai nostri alleati. E l’Italia salvò più volte la vita al colonnello Gheddafi. A confermare missioni segrete e coperture dei governi italiani per proteggere la vita del dittatore libico sono già venute le testimonianze di chi quelle operazioni le condusse sul campo: agenti segreti ed esponenti politici.

BASTA GUARDARE le interviste del documentario del 2021 di Rai 3 «C’era una volta Gheddafi», diretto da Luca Lancise ed Emiliano Sacchetti. In una di queste Roberto Jucci, comandante generale dei carabinieri oggi in congedo, racconta la sua missione speciale in Libia e di quando, nel 1971, in veste di ufficiale dell’ex Sid (il servizio segreto della difesa), fu incaricato dall’allora ministro degli esteri Aldo Moro di incontrare il colonnello Gheddafi – padrone dopo il colpo di stato del 1969 dei pozzi petroliferi dell’Eni – per sancire una nuova amicizia con l’Italia. Un patto che per il Colonnello suonava come assicurazione sulla vita.

In un’altra intervista l’ambasciatore Antonio Badini, consigliere diplomatico del governo Craxi, espone i retroscena del salvataggio di Gheddafi dai bombardamenti americani del 1986, episodio confermato anche dall’ex ambasciatore ed ex ministro degli esteri libico Abdelraman Shalgam. Secondo Amato, Craxi avrebbe avvertito Gheddafi anche nel 1980 del tentativo di ucciderlo quando avvenne la strage di Ustica ma questo è punto ancora controverso.

Il tutto faceva parte della politica mediterranea dell’Italia negli anni di Andreotti e Craxi – con Amato sottosegretario alla presidenza del consiglio – già artefice del famoso braccio di ferro a Sigonella nell’ottobre 1985 quando il premier socialista impedì, coi militari italiani, alle forze speciali Usa di prelevare Abu Abbas in seguito al dirottamento della nave Achille Lauro.

SI TRATTA di una realpolitik perseguita in continuità dai governi di Roma, da Dini a Prodi, da D’Alema a Berlusconi, fino al Trattato di Amicizia firmato nel 2008, alla presenza di Gheddafi al G8 dell’Aquila e alla trionfale visita a Roma del colonnello nell’agosto 2010. Ma neppure sei mesi dopo con la rivolta di Bengasi del 2011 tutto cambia e prima l’intervento di Francia, Usa e Gran Bretagna e poi della Nato porta alla caduta e all’uccisione del dittatore.

L’Italia allora non si oppose, non tentò neppure di dichiarare, come fece la Germania, la sua neutralità. Vedremo cosa faremo oggi di fronte a queste nuove accuse di Amato alla Francia per la strage di Ustica: è evidente che i vertici dello stato e del governo non possono fare finta di nulla

 

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