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DIRITTI INTERNAZIONALE. Israele ha degli obblighi precisi che continua a violare, e da questo punto di vista la qualifica di Hamas e delle sue azioni come terroristiche e persino la questione della sovranità palestinese non cambiano il quadro

Palestinesi rifugiati in un ospedale di Khan Younis durante un bombardamento foto Ap foto Ap

Dall’attacco dell’7 ottobre si ripete che Israele ha diritto a difendersi; gran parte dei leader Usa e Ue, con qualche eccezione, aggiungono «rispettando il diritto internazionale». Ma questo cosa significa?

A Gaza, Israele è potenza occupante in quanto esercita un’autorità di fatto sui confini terrestri, marini e aerei, controllandone l’accesso a persone, merci (compresi medicinali), acqua, fonti di energia. L’articolo 42 del Regolamento dell’Aja del 1907, recita: «Un territorio è considerato come occupato quando si trovi posto di fatto sotto l’autorità dell’esercito nemico». Non si menziona la presenza di truppe sul territorio, e dunque il ritiro da Gaza del 2005 non modifica lo status dell’occupante. E infatti come è tale è considerato dalle Nazioni unite, dalla Corte penale internazionale, dalla Croce Rossa.

La popolazione occupata non ha alcun dovere di obbedienza nei confronti della potenza occupante (articoli 45 e 68 della quarta Convenzione di Ginevra del 1949); può agire per veder riconosciuto il suo diritto all’autodeterminazione, anche con la lotta armata (risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni unite n.2649(XXV), del 30 novembre 1970, e n.35/35, del 14 novembre 1980).

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Inferno di bombe su Gaza isolata dal mondo

Il conflitto fra Israele e Palestina è qualificato come conflitto internazionale sia dalla dottrina giuridica maggioritaria, sia dalla prassi giurisprudenziale israeliana. In questo contesto le azioni compiute da Hamas violano senz’altro molteplici divieti del diritto internazionale umanitario, specificamente codificati nel primo Protocollo Addizionale del 1977: diritto alla protezione delle popolazioni, divieto di atti o minacce per diffondere il terrore, divieto di attacchi indiscriminati. Ne derivano crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come sancito agli articoli 7 e 8 dello statuto della Corte Penale Internazionale, ratificato dallo Stato della Palestina nel 2015.

Ma che dire della risposta di Israele? Nel discorso pubblico occidentale

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PALESTINA/ISRAELE. Intervista a Munir Nuseibah, professore alla Al Quds University: «Finora Israele ha commesso crimini di guerra ma stavolta è diverso: privazione di acqua e cibo, dichiarazioni di vendetta, raid sui civili, stop agli aiuti...queste pratiche combinate mostrano intenzioni genocide»

 Distruzione a Gaza - Ap

Munir Nuseibah è professore di diritto internazionale alla Al Quds University, di cui gestisce anche il Community Action Center. Lo incontriamo a Gerusalemme nei giorni successivi all’attacco israeliano alle Nazioni unite.

Assistiamo in diretta a un’operazione contro la popolazione civile di Gaza che più parti descrivono come crimine di guerra. Come va inquadrato l’attacco israeliano nell’ambito del diritto internazionale?

Quello in corso a Gaza è un genocidio. Come professore ed esperto di diritto internazionale non ho mai usato la parola genocidio per descrivere la situazione in Palestina e ho sempre avvertito chi lo faceva a non commettere questo errore. Finora contro i palestinesi Israele ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità. Stavolta è diverso: assistiamo a una politica deliberata di privazione di acqua, cibo, elettricità e carburante, a rivendicazioni di vendetta da parte del governo israeliano, al bombardamento a tappeto di civili, al dilagare di malattie a causa dell’impossibilità di seppellire i morti e del collasso della sanità, allo stop all’ingresso di aiuti umanitari. Tutte queste pratiche combinate insieme mostrano un’intenzione genocida. Se l’esercito israeliano non verrà fermato, assisteremo a numeri ancora peggiori.

Alle uccisioni di migliaia di civili si aggiungono gli sfollati: oltre un milione su 2,2 milioni di popolazione totale.

Sono molto preoccupato. Dal 1948 i palestinesi hanno subito diverse esperienze di trasferimento forzato, più grandi e più piccole. Da quelle esperienze abbiamo imparato che quando un palestinese viene cacciato dalla propria casa non riuscirà mai a tornarci. Quello che sta avvenendo è nel migliore dei casi uno sfollamento di massa, nel peggiore un genocidio.

Vi aspettate interventi della Corte penale internazionale?

La Palestina cerca

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Lo dicono gli esperti israeliani interpellati in questi giorni da Haaretz

Il Movimento islamico palestinese non è l’Isis La tendopoli dell’Onu a Khan Yunis dopo l’arrivo di migliaia di civili dal nord della Striscia - foto Ap/Mohammed Talatene

Il presidente francese Macron ha proposto ieri in Israele che l’attuale coalizione internazionale che combatte lo Stato Islamico in Iraq e Siria possa essere estesa per includere anche la lotta contro Hamas a Gaza. Per altro, forse è il caso di dirlo, Israele non ha mai fatto parte di questa coalizione anti-Califfato. L’attacco di Hamas in territorio israeliano del 7 Ottobre si è caratterizzato per la brutalità e la ferocia contro la popolazione civile. Hamas ha quindi scelto il passaggio al terrorismo più violento come forma di lotta principale. Ma Hamas non è l’Isis.

Lo dicono i fatti e gli stessi israeliani. Come notano gli studiosi recentemente interpellati da Haaretz (19 ottobre), non è mai stata una «organizzazione terrorista» in senso stretto. La sua radicalità politica era nota ma Hamas era al governo, alla luce del sole, di un territorio dove aveva vinto (più o meno correttamente) le elezioni palestinesi nel 2006 e nel 2007. Non diversamente da Hezbollah in Libano, rappresentato nel governo centrale e a capo di centinaia di municipalità del sud, dopo varie tornate elettorali. Lo stesso premier israeliano Netanyahu ha a lungo sostenuto che Hamas andava rafforzato a scapito dell’Autorità Nazionale palestinese (Anp). In un discorso pubblico del 2019 sosteneva: «È parte della nostra strategia separare i palestinesi di Gaza da quelli di Giudea e Samaria (Cisgiordania, n.d.r.)». Lo stesso Netanyahu nel 2021 ha negoziato più o meno direttamente con Hamas sui 19mila permessi di lavoro da concedere ai palestinesi, sulle forniture di gas e l’afflusso di fondi dal Qatar, Paese che ospita la dirigenza del movimento ma di cui nessuno qui rifiuta il gas o gli investimenti nell’immobiliare o nel calcio.

Quella di Hamas, che pure non riconosce il diritto all’esistenza di uno stato ebraico, è una lettura integralista dell’Islam sunnita ma lontana dal fondamentalismo religioso, fanatico e settario di Al Qaeda o dell’Isis (e anche del wahabismo radicale dell’Arabia Saudita). Una lettura ispirata all’”Islam politico” dei Fratelli Musulmani di cui Hamas è una costola.

E non dimentichiamo che i Fratelli Musulmani nel 2011 erano alleati dell’Occidente e degli Usa durante la primavere arabe, al punto che nel luglio di quell’anno l’ambasciatore Usa e quello francese in Siria andarono a passeggiare in mezzo i ribelli anti-Assad della località di Hama. Quello di Hamas era lo stesso Islam politico che vinse le elezioni al Cairo dopo la cacciata di Mubarak nel 2011 e venne poi spazzato via dal colpo di stato di Al Sisi. Quello al governo, per anni, con Ennhada nella Tunisia di Ghannouchi, «unica nazione in transizione democratica» – così si ripeteva da noi in Occidente – dopo le primavere arabe. È quell’Islam politico che ispira anche il «neo ottomano» Erdogan, membro della Nato. Alleato con quello al governo nella Libia di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e sostenuto dall’Italia.

Hamas non è un movimento messianico come l’Isis ma è pragmatico come dimostra la sua alleanza con Hezbollah, la creatura di Teheran, che è sciita. L’Isis, al contrario, aveva invece scelto gli sciiti come bersaglio principale dei suoi massacri. Non è quindi la religione la chiave interpretativa per capire le ragioni dei comportamenti criminali di Hamas. Infine, la definizione di organizzazione terrorista da parte di Israele, degli Usa e di molti altri governi (non certo unanime nello scenario internazionale), non ha mai impedito, sempre fin qui, comportamenti sostanziali che hanno fatto di Hamas un interlocutore politico, controverso, difficile, a volte scarsamente affidabile, ma non per questo escluso (se non ufficialmente…) dalla linea del confronto anche con settori della sicurezza di Israele.

Non esiste una definizione unica, a livello internazionale formalmente condivisa, di terrorismo. Possiamo però individuare un minimo comune denominatore in questa frase: «un’ azione violenta contro la popolazione civile finalizzata a terrorizzarla, al fine di spingerla a condizionare le scelte della sua leadership». Nella storia di molti Stati, tra cui alcuni campioni di democrazia, questo «terrorismo» non è mancato. Per rimanere nella contemporaneità: dai bombardamenti mirati contro i civili nella seconda guerra mondiale, fino alle lotte di liberazione anti-coloniale (l’Algeria su tutte) o per la nascita di molte nazioni (tra cui lo stesso Israele).

Hamas aveva certo organizzato, in passato, azioni terroriste con i commando suicidi ma la sua «politica» non si era mai limitata a esse e soprattutto, non è mai stata un’organizzazione clandestina. L’uso odierno del termine «organizzazione terrorista», del resto, punta a togliere legittimità di esistenza ai «nemici». Per capire l’uso strumentale del termine «terrorismo», è utile ricordare che le organizzazioni combattenti curde del Nord della Siria che hanno contribuito in modo decisivo a sconfiggere sul campo l’Isis, insieme a Hezbollah, Iran e Russia – per altro con il supporto dei raid Usa – sono oggi considerate dalla Turchia, dalla Nato, dallo stesso dipartimento di Stato americano, «terroristi» come lo è l’Isis.

Certo la scelta di Hamas di ricorrere alla violenza estrema, oggi non sembra prevedere alcun «ritorno»

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NESSUNA TREGUA. I soldati «stanno facendo una serie di esercizi in modo da essere pronti per l’operazione» ha tenuto a far sapere ieri un portavoce militare di Israele. La poco rilevante informazione […]

La strage che si prepara, quella che il mondo non vede Un ragazzo palestinese piange la morte dei suoi familiari a Rafah - foto Ap

I soldati «stanno facendo una serie di esercizi in modo da essere pronti per l’operazione» ha tenuto a far sapere ieri un portavoce militare di Israele. La poco rilevante informazione serviva a bilanciare una assai più importante notizia di segno opposto: l’invasione di terra nella striscia di Gaza è rimandata.

Il portavoce militare si riferiva alla fanteria: l’aviazione i suoi «esercizi» non li ha mai interrotti, come sanno bene i palestinesi sotto le bombe. In attesa della carneficina terrestre che arriverà, scivola come un dettaglio la carneficina aerea che c’è già. Ma sono più di cinquemila i morti palestinesi dall’inizio dell’assedio, in maggioranza donne e bambini, mentre lo stesso governo israeliano parla di centinaia di capi di Hamas colpiti, così confermando anche nei numeri che la guerra è fatta ai civili. Solo tra domenica e lunedì sono morti in quasi cinquecento dicono le fonti dalla Striscia. Malgrado l’invasione si faccia attendere. Sono morti nell’attesa.

Ieri l’ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni unite ha comunicato che più della metà della popolazione di Gaza è ormai sfollata. Ha lasciato case che assai difficilmente rivedrà, abbia successo o meno l’espulsione collettiva perché nel frattempo quelle case saranno state tutte distrutte. Il trasferimento forzato di massa, ha ricordato anche l’Onu, è un crimine.

Crimine particolarmente efferato in questo caso, visto che le persone che sono state fatte sfollare verso sud con la promessa di corridoi sicuri sono state in più occasioni ugualmente bombardate. Tanto da fuggire di nuovo verso nord, cercando una salvezza sempre più difficile dentro una gabbia sempre più piccola e più esposta al fuoco.

Ma il concetto di crimine, così come persino quello di diritto internazionale, secondo il realismo dei fomentatori della rabbia di Israele sono ormai

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ISRAELE/PALESTINA. Se il viaggio di Biden è stato un fallimento completo lo sapremo tra pochi giorni rispetto a due obiettivi: «contenere» l’esercito israeliano ed evitare un incendio regionale

 Joe Biden a bordo del Air Force One con i giornalisti - foto Ap

In che cosa si è risolta la mediazione di Biden in Medio Oriente? In un nuovo banchetto di aiuti militari che nelle intenzioni legano strategicamente il Medio Oriente all’Ucraina e all’Estremo Oriente. Come anticipavano le reti tv Usa, dallo studio Ovale nella notte Biden ha annunciato un richiesta della Casa Bianca al Congresso di oltre 100 miliardi di dollari da destinare alla fornitura di aiuti e risorse militari a Ucraina (60), Israele (40) e Taiwan, e al rafforzamento del confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Che nel frattempo mettevano il veto al Consiglio di sicurezza Onu sulla proposta di tregua umanitaria. Il presidente sostiene che i conflitti in Ucraina e Israele costituiscano questioni di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti. Peccato che mentre si incontravano Putin e Xi Jinping, nessuno a Washington sia in grado di spiegare come mai Israele non mette sanzioni a Mosca e Netanyahu tenga vivo da anni il patto con la Russia che gli consente di bombardare Hezbollah e Pasdaran iraniani in Siria.

SE IL VIAGGIO DI BIDEN sia stato un fallimento completo lo sapremo tra pochi giorni rispetto a due obiettivi. Il primo è quello di contenere l’esercito israeliano. Biden non contesta certo a Israele il diritto di difendersi ma gli chiede di rispettare il diritto di guerra. Il secondo obiettivo è quello di evitare un incendio regionale. Il coinvolgimento militare Usa nella regione – due portaerei nel Mediterraneo orientale, bombardieri in Giordania e soldati pronti a intervenire – è un messaggio all’Iran: l’apertura di un fronte a nord con Hezbollah avrebbe conseguenze gravi. La realtà del Medio Oriente gli è esplosa davanti. I razzi sull’ospedale di Gaza provocando una strage hanno fatto saltare il summit di Amman con il re hashemita Abdallah, il capo dell’Anp Abu Mazen e il generale-presidente egiziano Al Sisi – vertice già complicato per la reazione ai raid indiscriminati sui civili palestinesi. Biden è decisamente un mediatore mancato. E gli Stati uniti da anni, del resto, non sono un mediatore credibile in Medio Oriente. Mentre le piazze arabe si infiammavano contro Israele e i suoi alleati, i leader arabi hanno voltato le spalle a Washington e alla sua fallimentare politica di questi anni che a cominciare con Trump aveva riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, favorito il cosiddetto “Patto di Abramo” tra le potenze arabe e Tel Aviv, fino a cancellare del tutto la questione palestinese, come se non fosse mai esistita dal 1948 a oggi.

SE CANCELLARE IL PASSATO è difficile, lo è ancora di più eliminare le memorie più recenti dei fallimenti americani e occidentali in Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia, con una profondità strategica che va dal Golfo Persico al Sahel, passando per il Corno d’Africa, il Sudan e la Somalia. Chi ha visto sul fronte di guerra questi passaggi drammatici lì ha ben presenti. Soltanto l’arroganza, o l’ignoranza, può suggerire che gli arabi non se ne siano accorti.

E così il mondo arabo reagisce. Forse il più duro, nei fatti, è stato proprio il generale Al Sisi (che ieri ha ricevuto il premier britannico Sunak) nemico giurato dei Fratelli Musulmani (ma anche dell’opposizione democratica) che a dicembre ha convocato elezioni presidenziali anticipate. L’Egitto, dato non secondario, è dopo Israele il secondo destinatario degli aiuti militari americani in Medio Oriente e uno egli Stati della regione che intrattiene cordiali rapporti con la Russia di Putin. L’Egitto non ha alcuna intenzione di accogliere gli sfollati in fuga dalla Striscia di Gaza e ha deciso di convocare sabato un summit internazionale per discutere del futuro della questione palestinese.

AL SISI È STATO CHIARO: non vogliamo vedere quanto accadde nel 2008, quando nel corso di un ennesimo blocco della Striscia gli uomini di Hamas abbatterono 200 metri del muro di confine che compone il valico di Refah. Un fiume di circa 350mila palestinesi riuscì a sconfinare in Egitto per sfuggire al blocco applicato da Israele 6 mesi prima, quando gli stessi miliziani di Hamas, con un’azione di forza, avevano assunto il controllo dell’intera Striscia. Non c’è diplomazia che tenga quando è in gioco la sopravvivenza delle leadership arabe. «Se c’è un’idea per sfollare la popolazione di Gaza, c’è il deserto del Negev in Israele», ha affermato con durezza al Sisi nella conferenza stampa con il cancelliere Scholz. L’eventuale sfollamento in Egitto dei circa 1,1 palestinesi in fuga dalla parte settentrionale della Striscia «sarà seguito dallo sfollamento dei palestinesi dalla Cisgiordania alla Giordania», ha aggiunto il leader egiziano che in piena campagna elettorale non può cedere di un millimetro.

L’UNICO OBIETTIVO strategico di Tel Aviv, condiviso a questo punto anche dagli americani, oltre a far fuori Hamas, è quello di gettare i palestinesi nel deserto egiziano del Sinai. E se Israele non occupa la Striscia, svuotata di metà della sua popolazione, a chi andrà questo lembo di Palestina? A un screditata Autorità nazionale palestinese? A un protettorato dell’Onu stile Kosovo? Nessuno lo sa dire perché tra Washington e Tel Aviv nessuno ha mezza idea strategica di cosa fare, se non cacciare i palestinesi insieme ad Hamas.

Persino gli americani si sono accorti di questo abominio. Scrive Richard Haas presidente del conservatore Council of Foreign Relations: «Gli Usa devono guardare oltre la crisi facendo pressioni sugli israeliani affinché offrano ai palestinesi un percorso pacifico e fattibile verso la creazione di un nuovo Stato». Niente di più, niente di meno

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Per una parte consistente delle famiglie, quello che resta dopo aver soddisfatto i bisogni primari è irrisorio o negativo. I cittadini devono scegliere se nutrirsi, riscaldarsi o curarsi. È su un’economia fondamentale accessibile e di qualità che si fonda il benessere condiviso e, in ultima analisi, il grado di civiltà di un Paese

Se non funziona niente, il reddito non basta Un’opera di Mambor

Nei sondaggi e nelle agende politiche degli ultimi mesi emerge un dato che sarebbe un errore trascurare: accanto al tema del reddito (insufficiente e incerto), in cima alle preoccupazioni di cittadine e cittadini si collocano la questione del caro-vita e quella dell’accesso alla sanità.

La sensazione che si consolida è che le rivendicazioni sul reddito e sulla stabilità dell’occupazione, quand’anche avessero risultati meno modesti di quelli consueti, non sarebbero comunque sufficienti a far fronte alla «crisi di vivibilità» che viene sperimentata da individui e famiglie. Che si tratti di una vera e propria crisi della vivibilità quotidiana lo mostrano i dati elaborati dal Collettivo per l’Economia Fondamentale sul «reddito residuo», inteso come quel che resta del reddito netto delle famiglie una volta che si siano sottratti i costi dei beni e dei servizi fondamentali. In Italia, prima della crisi acuta del costo della vita registrata nel 2022, il quintile più povero della popolazione – il 20% della popolazione che spende complessivamente meno – destinava a soli quattro beni fondamentali (cibo, abitazione, utenze e trasporti) ben il 72% della spesa mensile complessiva. La percentuale è arrivata all’82% dopo la fiammata inflazionistica del 2022.

Negli altri paesi dell’Europa occidentale – sebbene l’aumento sia stato paragonabile – l’incidenza della spesa per i quattro beni fondamentali sul totale della spesa è tendenzialmente più basso: 78% in Germania, 63% nel Regno Unito, 55% in Francia e in Austria. Benché il costo della vita sia aumentato per tutti, sono le famiglie più povere quelle sulle quali l’incidenza è maggiore: minore è il reddito, maggiore è la porzione dello stesso che deve viene «consumata» per rispondere a bisogni essenziali. Ad esempio, in Italia il 20% di famiglie che ha una più bassa spesa mensile (primo quintile) spende per generi alimentari, in termini assoluti, circa la metà del quintile più abbiente, ma per le prime la spesa alimentare equivale a circa il 25% della spesa totale, per le famiglie più benestanti equivale a circa il 13%. Se ai quattro beni e servizi considerati in quest’analisi se ne aggiungono altri egualmente essenziali, come la sanità o l’assistenza, si comprende facilmente che per una parte consistente delle famiglie – in Italia in particolare – il reddito che resta dopo aver soddisfatto i bisogni primari è irrisorio, e talora negativo, ovvero tale da costringere i cittadini a scegliere se nutrirsi, o riscaldarsi, o curarsi.

È importante notare che l’aumento dei costi dei beni e dei servizi essenziali è una tendenza di lungo corso, conseguente ai processi di privatizzazione e deregolamentazione delle attività economiche fondamentali e alla nascita della «cittadinanza di mercato». Di fatto, queste attività sono da tempo gestite come qualsiasi altra attività economica volta alla massimizzazione del profitto, spesso riducendo i costi del lavoro e incrementando il rendimento del capitale investito. Per esempio, il settore immobiliare ha conosciuto, soprattutto nelle grandi città, una trasformazione radicale che ha portato a una crescita esponenziale della rendita urbana, a danno dell’accessibilità alle abitazioni.

Alla luce di queste tendenze, dobbiamo prendere atto che la questione del lavoro e del reddito non è l’unica questione aperta per la sinistra, perché la sottoccupazione, la disuguaglianza e la povertà producono effetti devastanti soprattutto laddove mancano infrastrutture collettive in grado di sostenere un adeguato livello di benessere per tutti. Se i settori economici fondamentali non producono beni e servizi universalmente accessibili dal punto di vista economico e ben distribuiti nei luoghi di vita, nessun reddito, tantomeno i più bassi, può garantire un solido benessere.

Dobbiamo constatare che affidare la soddisfazione dei bisogni essenziali al mercato è un modello di cittadinanza che ha radicalmente fallito. Si apre qui uno spazio di azione decisivo per un riformismo radicale, sul quale si può costruire un’agenda condivisa da un ampio spettro di forze politiche, di movimenti, di soggetti associativi e alleanze civiche, di attori del terzo settore e, non da ultimo, di sindacati.

L’intero spazio dell’economia fondamentale – dalla sanità, all’alimentazione, alla casa, all’assistenza, all’energia, ai trasporti – è da ripensare e rifondare: è su un’economia fondamentale accessibile e di qualità che si fonda il benessere condiviso e, in ultima analisi, il grado di civiltà di un Paese. Come costruirla è una questione che riguarda scale territoriali, modelli regolativi e dimensioni organizzative diverse: da quella dell’auto-organizzazione locale, a quella prettamente politica della regolamentazione e della qualità dell’intervento pubblico su scala nazionale, a quella della costruzione di beni pubblici transnazionali su scala europea.

Una sfida del tutto aperta, che dovrebbe essere messa esplicitamente al centro di un’agenda politica di sinistra

 

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