UBER FILES. Uber sta decimando il servizio taxi in molti paesi con un algoritmo: l’autista ci mette auto, benzina, assicurazione. La piattaforma trattiene per sé il 25% degli incassi
La partita tra radio taxi 3570 e Uber, il gigante tecnologico, finisce per ora zero a zero. Il governo con lo stralcio dell’art.10, contestato dai tassisti, ha tolto di mezzo il principale ostacolo ad una rapida approvazione della legge sulla concorrenza. Con la loro mobilitazione i tassisti hanno sollevato questioni attinenti al funzionamento del «libero mercato» e della stessa democrazia. Questioni importanti che sarebbe sbagliato ignorare.
I conducenti di taxi si portano dietro un’immagine negativa che non ha nulla in comune con la battaglia di queste settimane. Ci riferiamo a un recente passato in cui al tavolo delle trattative con le amministrazioni comunali si discuteva di tariffe, di orari di lavoro e, soprattutto, di limiti rigidi all’accesso di altri conducenti al servizio taxi.
Gli accordi firmati dai rappresentanti di categoria avevano come unica bussola la difesa a oltranza di una rendita di posizione: la titolarità «esclusiva» del trasporto pubblico non di linea, certificata da una «licenza» acquistata dai più a peso d’oro. Da questa impostazione derivano sia l’inadeguatezza e il progressivo scadimento del servizio sia l’isolamento sociale e politico della categoria, chiusa nella conservazione dello statu quo, insensibile a qualsiasi un progetto condiviso di mobilità urbana sostenibile.
Detto ciò, la mobilitazione contro l’art.10 ha un segno del tutto nuovo e diverso. Mette al centro la questione, assai sottovalutata, delle ricadute delle innovazioni tecnologiche sul tessuto economico e sociale. Ha il merito di mostrare che le innovazioni, non governate, provocano lacerazioni sociali, accentuano frammentazione e particolarismi, aggravano diseguaglianze. Uber sta decimando il servizio taxi in molti paesi del mondo sulla base di un algoritmo che consente all’azienda di funzionare e macinare profitti senza possedere macchine né assumere lavoratori. Zero costi, insomma. L’autista ci mette l’auto, la benzina, l’assicurazione. La piattaforma tecnologica trattiene per sé il 25 per cento degli incassi.
Giustamente ai 40 mila conducenti italiani di taxi non va giù l’idea che il loro lavoro perda valore, inglobato in un ingranaggio di cui non hanno alcun controllo. L’art.10, ora stralciato, disponeva appunto «l’adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti». Una porta spalancata a Uber, secondo i tassisti. Al contrario, per i liberali di casa nostra, un salto nella modernità e l’apertura del mercato alla concorrenza.
Ma quale concorrenza può esserci mai tra una potente multinazionale come Uber e le cooperative e associazioni di radio taxi? Nell’epoca del capitalismo finanziario e digitale regna piuttosto la legge del più forte. Le chiavi di accesso al mercato sono quasi tutte nelle mani di poche aziende hi-tech, tanto da poter parlare di un nuovo «feudalesimo digitale». I tempi sono cambiati e il «tassinaro», immortalato da Alberto Sordi in un film di 40 anni fa, ha perso la giovialità, l’ottimismo e la bonomia. Oggi appare incupito, preoccupato e incattivito. Si sente assediato e minacciato da una multinazionale che si fa strada con mezzi leciti e illeciti, come ha documentato il Guardian in una recente inchiesta. Non accetta la prospettiva di diventare rider ed essere inghiottito nel gorgo della «gig economy», dove gig in inglese sta per lavoro temporaneo, lavoretto.
Ecco perché oggi non ha più senso parlare di chiusure corporative a proposito dei tassisti. Viviamo in un mondo in cui alcune multinazionali, in virtù della loro potenza finanziaria e tecnologica, occupano spazi di mercato, indirizzano i consumi, modellano l’economia a propria immagine, piegano i poteri pubblici ai propri interessi. Anche l’art.10, apparentemente innocuo nella sua neutralità, avrebbe provocato un rapido scivolamento verso il basso della scala sociale di un bel po’ di lavoratori autonomi, quali sono i tassisti.
La distruzione creatrice» di cui parlava Schumpeter, come occasione di maggiore concorrenza e di sviluppo, è roba paleocapitalistica. Con la rivoluzione digitale, siamo alla distruzione tout court di molti settori e attività e all’accelerazione dei processi di concentrazione del potere economico e della ricchezza. A nulla valgono le deboli misure antitrust contro i nuovi monopoli, messe in atto negli Stati Uniti e nell’Ue.
Non c’è solo Uber. I tassisti hanno lanciato, più o meno consapevolmente, una sfida importante che spetta alla sinistra raccogliere. In gioco c’è l’uso e il controllo democratico delle «piattaforme digitali», se cioè le innovazioni debbano essere appannaggio di pochi padroni o al servizio dell’interesse generale. Questo è il tema. Si tratta di difendere il valore del lavoro, la sua dignità e, insieme, tutto un mondo di relazioni sociali, umane e culturali, che rischia di scomparire sotto i nostri occhi. Sono tante le ragioni per un impegno che sottragga alla demagogia sovranista e di destra gli strati sociali più esposti alla concorrenza (sleale) dei padroni delle nuove tecnologie.
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Il governo Draghi è caduto, il congresso della Cgil è rinviato, il Pd sembra riorientarsi velocemente dal campo largo di cui avrebbe dovuto essere l’asse portante al campo più esplicitamente neoliberista, con pezzi da novanta come Brunetta e Gelmini che annunciano l’ingresso in Azione, il gruppo di Carlo Calenda
Anche la Cgil, seppure con degli argomenti propri, si era unita nei giorni scorsi al coro degli appelli “senza precedenti e impossibile da ignorare” che hanno percosso il Paese.
Un coro trasversalissimo che ha echeggiato dai padroni ai clochard.
Non si può scioperare contro un governo che non c’è, si è detto, ma ora che si fa?
Nelle dichiarazioni rese alla Camera Draghi ha pronunciato la parola sindacati due volte: la prima per rivendicare l’esistenza di un metodo di lavoro condiviso con il governo sin dall’inizio, e la seconda per affermare la condivisione sull’alleggerimento del carico fiscale sui salari più bassi come obiettivo di medio termine, annunciando a breve altri interventi spot.
Del reddito di cittadinanza, il presidente del consiglio ha detto che “bisogna ridurne gli effetti negativi sul mercato del lavoro”, una affermazione che pesa come un macigno, legittimando le infinite e penose lagne di tutti quelli che non trovavano più camerieri, bagnini o commessi.
Dobbiamo ammetterlo, più che a chi ritiene che il reddito di cittadinanza abbia avuto piccoli effetti di riequilibrio del mercato del lavoro il sindacato ha come riferimento chi, in contrapposizione al reddito di cittadinanza che avrebbe problematici effetti finanziari e di etica economica, sostiene la tesi del lavoro di cittadinanza (quello sì che sarebbe facile da mettere in piedi!).
E sul salario minimo, aveva rassicurato Draghi, si procederà in accordo con le rappresentanze sindacali, che sarebbe stata, questa sì, cosa buona e giusta, perché dove c’è sindacato e dove il sindacato è forte, i dati sono innegabili, le condizioni economiche e sociali delle fasce più deboli sono migliori.
Ma suvvia diciamolo, a meno di non voler essere proprio ipocriti, il salario minimo stabilito per legge ha costituito per anni un bel problema per il sindacato, che solo gradualmente e spinto dagli eventi ha rivisto su questo le proprie posizioni, e con molti distinguo.
Nel documento congressuale della Cgil, poi, le parole capitale o capitalismo non compaiono mai, compare una sola volta l’espressione “capitalismi esteri”. La politica ha abbandonato il lavoro, hanno detto più voci della Cgil nei giorni scorsi, ma la cinghia di trasmissione si è spezzata del tutto o ha prodotto qualche effetto di mutazione reciproca?
Il rapporto tra i gemelli siamesi, come li chiamava Luigi Agostini, tra la sinistra e il sindacato, che effetti ha avuto sul sindacato negli anni del neoliberismo? Proprio nessuno? La blairizzazione della sinistra non ha contagiato qualche organo interno del sindacato? Possibile che mentre si approva un ordine del giorno che proclama la mobilitazione per difendere un Servizio Sanitario nazionale più martoriato che mai quasi in contemporanea, si tenga un convegno che teorizza una sanità integrativa che favorirebbe lo sviluppo del suddetto martoriato Ssn; e che ancora si firmino rinnovi di contratti collettivi nazionali di lavoro (ccnl) che prevedono conferimenti economici ai soli lavoratori iscritti ai fondi previdenza complementari?
Il congresso è rinviato, la discussione si farà, ma quando si parlerà degli elefanti che si aggirano nei corridoi della nostra amata e preziosa Cgil, della bilateralità, del numero crescente di dirigenti che non vengono dai posti di lavoro, del conformismo pesantissimo che sta spegnendo quello che fino a tempi recentissimi è stato il sale e il lievito dell’organizzazione, e cioè il pluralismo?
Commenta (0 Commenti)ELEZIONI. Adottare la tattica della destra, cioè coalizzarsi al di là delle differenze di programma e non solo, è l’unica via per avere almeno un’opposizione significativa
La sinistra deve abbandonare il piccolo cabotaggio, hanno ragione Guendalina Anzolin e Loris Caruso che lo hanno scritto sul manifesto. Deve impegnarsi per l’uguaglianza, l’ambiente, la pace, i diritti elaborando strategie e proposte realizzabili. Deve affrontare un paradosso epocale: i subalterni, quelli che dovrebbe rappresentare, quando votano, perlopiù votano altrove. Deve insomma ricomporre un blocco sociale e costruire un’egemonia.
Per questo è necessario impegnarsi nelle periferie sociali, nei luoghi di lavoro compreso quello povero, frammentato e precario, costruire reti di partecipazione e percorsi di mobilitazione, contribuire a rendere possibile quel conflitto sociale strutturato che è la condizione necessaria dell’inclusione sociale e della stessa democrazia. Tutto questo, d’altra parte, richiede una forza politica organizzata, con una massa critica consistente. L’assenza di un partito di sinistra è l’altro paradosso epocale dell’Italia di oggi.
Si sono persi anni, almeno tutta questa legislatura, nonostante le promesse dei dirigenti prima delle elezioni del 2018, e ci ritroviamo di nuovo a votare, con un mese di tempo per presentare le liste. L’argomento di chi dice “facciamo come Mélenchon” – costruiamo una proposta autonoma e quando avrà forza sufficiente potrà trattare e allearsi – ha le sue ragioni ma non ha i tempi necessari nemmeno per essere formulata.
La vittoria della destra è quasi certa ed è noto che con questa pessima legge elettorale se le altre forze vanno in ordine sparso può conquistare quasi tutti i seggi uninominali. Più la parte proporzionale. Adottare la tattica della destra, cioè coalizzarsi al di là delle differenze di programma e non solo, è l’unica via per avere almeno un’opposizione significativa, una presenza parlamentare che è una delle condizioni necessarie anche per quella navigazione nel mare aperto della società di cui si parlava, e per cercare di costruire una proposta politica.
Conte, al di là della buone ragioni di contenuto, forse avrebbe potuto votare in extremis la fiducia, Letta avrebbe potuto pronunciare qualche se e qualche ma nel difendere Draghi. Ruggini e rancori sono anche comprensibili, ma non c’è alternativa ragionevole.
Se questo non avviene, se nel Pd vince la linea renziana e si profila una proposta centrista sulla cosiddetta agenda Draghi (una proposta minoritaria: in Italia non c’è Mélenchon ma non c’è neppure Macron; ci sono Di Maio, Gelmini e Brunetta) occorrerà un piano B. E l’interlocutore per quello che c’è di rosso e di verde in Italia – i partitini più o meno alleati, le liste civiche che in molti comuni e regioni hanno avuto risultati significativi, il mondo del sindacato e dell’associazionismo – non può che essere il Movimento 5 Stelle. Per i contenuti che ha espresso, dai temi sociali a quelli internazionali e, ancora di più, perché quelli che la sinistra dovrebbe rappresentare in qualche modo li ha rappresentati.
Commenta (0 Commenti)VERSO IL VOTO. Le forze minori rinuncino unilateralmente alla presenza nei collegi uninominali e chiedano, senza contropartite politiche, esclusivamente l’apparentamento col Pd
Il futuro della nostra Costituzione dipende dai risultati che si otterranno nei collegi maggioritari. Infatti, per quanto la coalizione di centro-destra possa avere successo nella quota proporzionale non raggiungerà mai la maggioranza assoluta necessaria per modificare il testo costituzionale. Sarà la conquista di gran parte dei seggi assegnati uninominalmente che trascinerà la coalizione ben oltre tale soglia avendo come obiettivo quella dei due terzi dei componenti le assemblee. Un esito da scongiurare.
Un tale traguardo permetterebbe al trio Meloni-Salvini-Berlusconi di modificare a loro piacimento la Costituzione senza neppure il rischio di essere smentiti da un referendum oppositivo. Metteremmo dunque nelle loro mani il futuro dei nostri diritti fondamentali e le sorti della democrazia parlamentare.
Un tale scenario da incubo ha buone possibilità di realizzarsi per una ragione comprensibile a tutti. In ciascun collegio maggioritario troveremo un solo candidato di centrodestra (scelto in base ad un preventivo accordo politico, in rappresentanza dell’intero schieramento) e una pletora di altri candidati in lotta tra loro, ciascuno collegato alle singole forze politiche che si presentano alle elezioni.
In assenza di un accordo anche il più piccolo raggruppamento dovrà presentare sia liste bloccate nella quota proporzionale nella speranza di ottenere una rappresentanza, sia candidati immagine nella quota maggioritaria ben sapendo di non avere nessuna possibilità di ottenere più voti delle coalizioni o dei partiti maggiori. Visto il fallimento del “campo largo” e i reciproci veti tra le forze politiche la prospettiva è quella di un’inutile competizione tutta giocata a favore del centro-destra.
Proprio per evitare questa débâcle Antonio Floridia sul manifesto ha proposto un accordo “tecnico” tra tutte le forze contrarie alla coalizione di centro-destra. Poiché la questione è evidentemente decisiva, mi permetto di suggerire una via “politica” per conseguire tale risultato (quello di evitare di consegnare il futuro della nostra Costituzione al trio di cui sopra).
Le forze minori, che non hanno nessuna possibilità di conquistare il seggio maggioritario, rinuncino unilateralmente alla presentazione di loro candidati nei collegi uninominali e chiedano, senza contropartite politiche (ma fatta salva la clausola di cui diremo), esclusivamente l’apparentamento con il Partito democratico, che nella situazione data rappresenta l’unico che a livello nazionale può competere per la conquista nei colleghi maggioritari. Si preserverebbe l’autonomia di ciascuno e si eviterebbero di formare coalizioni politiche confuse, tenute assieme solo per ragioni di convenienza elettorale.
I vantaggi sarebbero diversi. Non solo per il partito democratico che si troverebbe unico competitor per la conquista di ben un terzo dei seggi, ma, a ben vedere, anche per le altre forze minori, che vedrebbero venir meno l’argomento spesso decisivo e per loro assai penalizzante del voto utile. Almeno nella parte proporzionale, la scelta a favore di una lista presentata da forze di minoranza non favorirà il centro-destra nella distribuzione dei collegati seggi maggioritari.
L’apparentamento potrebbe portare con se altre due effetti collaterali. Anzitutto permetterebbe all’elettore che non si sentisse rappresentato da nessuna forza politica, ma solo contrario al centro-destra di esprimere la preferenza per il solo candidato al collegio uninominale. In tal caso, in base alle alchimie della legge attualmente in vigore, il suo voto, oltre che al candidato uninominale, verrebbe anche redistribuito proporzionalmente tra le liste apparentate. Con beneficio indiretto per tutti.
Il secondo possibile effetto indiretto è del tutto ipotetico, ma non può essere escluso. Il maggior beneficiato da questo sistema sarebbe certamente il partito di maggioranza relativa che si troverebbe in via di fatto e senza alcun vincolo politico-programmatico a godere indirettamente per la quota maggioritaria dei voti delle diverse forze politiche espressi nella parte proporzionale.
Non vi sarebbe nessun obbligo, ma dovrebbe essere politicamente saggio ed anche elettoralmente opportuno scegliere per questi collegi candidati espressione della società civile, riservando le candidature più schierate alla competizione che si svolge nella quota proporzionale. Se ne potrebbe avvantaggiare la qualità della rappresentanza.
Se la ragione politica fondamentale di un simile escamotage (perché – ahimè – di questo si tratta) è quella di mettere in sicurezza la Costituzione, un’unica clausola inderogabile dovrebbe essere richiesta a tutti i contraenti ed in particolare al Pd, che ne sarebbe il beneficiario per la quota maggioritaria. Quella di impegnarsi nella difesa e nel rilancio dei principi costituzionali: l’attuazione costituzionale come programma comune minimo di tutte le forze di un nuovo diversificato arco costituzionale.
Il massimo del risultato possibile nelle condizioni date. Una posta che penso valga la rinuncia alla presentazione di candidati di bandiera, preservando le diverse identità di ciascuno. Nella situazione difficile nella quale ci troviamo, con una legge elettorale che non si è voluta modificare e che appare costruita per far vincere il centro-destra, ci vuole un po’ di coraggio per cercare di evitare il peggio. Ci vuole anche un po’ di generosità da parte di chi non ha la forza (di conquistare i collegi maggioritari), ma ha la consapevolezza del valore della difesa della Costituzione.
Commenta (0 Commenti)Il primo grave errore commesso in questa crisi è che i partiti, in particolare quelli che avrebbero avuto interesse a farlo, non hanno capito pienamente l’importanza dell’approvazione in tempo utile di una nuova legge elettorale. Ora è troppo tardi. Hanno rinviato, perso tempo. Eppure, più volte negli anni scorsi si è rischiato di chiudere la legislatura anticipatamente, ma questo preavviso non è stato sufficiente. Ne è prova che ancora pochi mesi fa si è dedicata tutta l’attenzione alla modifica delle circoscrizioni del Senato che, per quanto importanti, non potrebbero risolvere il nodo di fondo e cioè avviare la ricostruzione di un rapporto di fiducia tra cittadini-elettori ed eletti. Eppure, l’allarme astensione ha ormai raggiunto livelli di guardia, segnalando una frattura tra corpo elettorale e rappresentanza parlamentare, la cui offerta e credibilità politica è in evidente caduta. Questo è un problema centrale del funzionamento della democrazia. Per di più dalla soluzione di questo problema dipendono le politiche che verranno adottate.
Certo c’è chi si consola affermando che la crescita dell’astensione non è solo un problema italiano. Vero, ma è solo la conferma che la crisi della democrazia non riguarda solo l’Italia e rende stucchevole la propaganda che contrabbanda lo scontro in atto nel mondo come un confronto tra democrazia e autoritarismi. Come minimo andrebbe aggiunto che le democrazie sono in crisi e non tutti gli “amici” che trovano sono campioni di democrazia. Una parte ha coltivato fino allo scioglimento delle camere la convinzione che un sistema maggioritario sia migliore per mettere l’accento sul governare, sottovalutando che da venti anni questo sistema ha fallito in Italia, nelle diverse versioni, tanto è vero che sono andati in crisi sia le maggioranze di centro destra che di centro sinistra, confermando che maggioranze raccogliticce, motivate solo dalla conquista del potere, sono fragili ed esposte a paralisi e crisi premature. Anche nella versione francese, che tanti prendono a modello, è ormai dimostrato che la crisi dei valori e delle idee-forza porta a serie difficoltà anche un sistema istituzionale ed elettorale ipermaggioritario.
Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale aveva incontrato Enrico Letta, allora fresco di nomina, proprio per esporgli la ferma convinzione che una nuova legge elettorale proporzionale era indispensabile per iniziare a rispondere alla crisi della rappresentanza, che della democrazia è un punto decisivo. Quella attuale è una legge elettorale palesemente incostituzionale per diversi aspetti, i più rilevanti certamente il voto unico (coatto) per uninominale e proporzionale e la differenza abissale di rappresentanza tra aree diverse del paese. Il risultato purtroppo è sotto gli occhi di tutti, si voterà con una legge sbagliata e incostituzionale. A questo punto occorre gestire una ulteriore difficoltà e non sarà facile. La legge elettorale in vigore, non a caso difesa a spada tratta dalla destra, privilegia per più aspetti le coalizioni. Il miraggio è ottenere la maggioranza parlamentare ad ogni costo. Eppure, Berlusconi ha già dovuto gettare la spugna di governo nel 2011 pur avendo 100 deputati e 50 senatori in più dell’opposizione e non è detto che questa volta vada meglio perché il paese è di fronte a problemi di fondo.
Per essere chiari: in gioco c’è il futuro dell’Italia, della sua qualità sociale, dell’Europa, della pace.
Non si può affrontare la campagna elettorale con il torcicollo, cioè mettendo al centro il passato, a partire dal governo Draghi. Bisogna mettere al centro le scelte necessarie per il futuro. Il sostegno al governo Draghi è finito con lo scioglimento delle Camere, dopo resta solo la richiesta di Mattarella ai partiti di mantenere comportamenti responsabili durante la campagna elettorale. Questo consente di aprire una fase in cui anziché limitare le proprie scelte ai confini di Draghi si può e si deve andare oltre per dispiegare un punto di vista originale, di sinistra sulle crisi e le soluzioni da adottare. Certo, una legge elettorale proporzionale avrebbe favorito la possibilità per i partiti di esporre i propri punti di vista, per distinguersi dagli altri. Il problema della formazione di una nuova maggioranza per governare, le mediazioni programmatiche sono un problema per il dopo voto, non prima. Anche per questo fare affermazioni apodittiche del tipo mai con chi ha causato la crisi del governo è un errore. Per di più la legge elettorale in vigore rende conveniente creare alleanze che possono essere di tipo differente, da occasionali a strategiche, prima di decidere scelte avventate bisognerebbe almeno fare i conti.
Un punto chiave è certamente la crisi del M5Stelle, che è partito dal 33% degli eletti del 2018 per arrivare alle valutazioni attuali che lo vedono attorno ad un terzo. È una dimensione elettorale che rappresentava la crisi di credibilità della rappresentanza di 5 anni fa e oggi paga il prezzo di avere fallito, ma l’humus di protesta da cui ha tratto forza è sparito o resta un’area in cerca di una rappresentanza? Può diventare astensione ulteriore ma non sono azzerati il disagio, la critica, la protesta. La democrazia è anche portare dentro il meccanismo decisionale aree che sono critiche o contro. Quindi, a parte la decisione frettolosa del mai con chi ha contribuito a fare cadere il governo Draghi, resta il problema di fondo dei problemi che il M5 Stelle ha cercato di rappresentare. Si pensa di cancellare questo problema? Possibile che a sinistra non ci sia almeno qualcosa, lavoro, diritti che il governo Draghi non ha voluto o saputo affrontare, al di là della disponibilità a incontrare i sindacati nella fase finale? Possibile che non si comprenda che la gestione Cingolani, con il consenso di Draghi, della politica ambientale ed energetica in particolare ha puntato tutte le carte sulle fonti fossili a partire dal gas e trascurato l’esigenza di approvare misure straordinarie per le energie da fonti rinnovabili, a partire da eolico e fotovoltaico, e idrogeno verde come ha deciso la Germania? Il risultato è che non ci sono garanzie sufficienti che l’Italia sia effettivamente al riparo dalla crisi del gas e soprattutto che rischiamo di rimanerci legati molto più dei tempi indispensabili per realizzare gli investimenti. Parole tante, anche a sproposito sul “nuovo” nucleare, fatti pochini e tanti problemi irrisolti o rinviati.
Il PNRR, stella polare del futuro dell’Italia, è tuttora in una fase di incertezza. Gran parte dei consensi di amministratori locali derivano dalle promesse di investimenti, ma nessuno oggi è in grado di offrire un quadro d’insieme di come gli investimenti stanno procedendo, tranne le grandi aziende che hanno in mano investimenti decisivi, ad esempio i collegamenti ferroviari.
L’elenco dei problemi su cui la sinistra dovrebbe distinguersi sono molti, non solo i sacrosanti Ius Scholae e cannabis, ma ad esempio il fisco, risolto malissimo con un doppio binario: progressività per i redditi da lavoro e da pensione e proporzionalità con aliquota unica bassa per redditi finanziari, da capitali, da immobili. Anche la discussione sul cuneo fiscale non aveva ancora sciolto il nodo se riguardava i lavoratori o i padroni. Oppure l’occhiolino strizzato da Draghi alle regioni iperautonomiste nel discorso al Senato malgrado il ben magro risultato delle regioni in occasione della gestione della pandemia, che peraltro sta tornando.
Il tema che giustifica da solo l’essere di sinistra è la crescente disuguaglianza sociale. Una parte della società è relegata ai margini, in una condizione di povertà (6 milioni) di diritto allo studio negato (abbandono scolastico tuttora alto, oltre il 13%), di reddito eroso con violenza dall’aumento dell’inflazione, di occupazione e diritti negati.
Questi ed altri punti spingono a distinguere un accordo di governo, necessariamente di fase, da una strategia politica. Altrimenti le scelte politiche sono paradossalmente autoridotte a pura tattica, a gestione dell’esistente.
Per questo occorre un’iniziativa che porti in campagna elettorale proposte politiche di futuro. Anche sulla guerra in Ucraina c’è bisogno di qualcosa di più e di diverso da una subalternità agli Usa, dalla mera continuità dell’invio di armi, per affermare con forza la priorità delle trattative per la pace che l’accordo per il grano ucraino dimostra sono possibili. L’accento va posto sul rilancio della coesistenza tra sistemi diversi, su regole in grado di garantire sovranità senza affidare la soluzione alle armi, sul rilancio della riduzione bilanciata e controllata degli armamenti nucleari, su una valorizzazione del ruolo dell’ONU. Solo grandi speranze motivano scelte controcorrente.
L’Italia e l’Europa debbono svolgere un ruolo attivo, non subalterno, per garantire che un mondo multilaterale come quello attuale possa sviluppare confronto e coesistenza.
Il Pd ha una grande responsabilità per il ruolo che ha, le sinistre debbono superare divisioni e polemiche, altri soggetti possono entrare in campo e anche un M5Stelle legato a un rinnovamento sociale e di pace importante può aiutare un percorso.
I condizionamenti sono già in campo: gli aiuti europei legati a comportamenti precisi proprio mentre è evidente che l’inflazione è stata sottovalutata e affrontata senza interventi organici, rincorrendo gli aumenti dei profitti sui combustibili fossili per trovare qualche spazio di contenimento degli effetti. La campagna elettorale sarà condizionata da incubi di varia natura e da punti di crisi, per evitare che l’influenza di questo prevalga e allontani dal voto occorre far tornare in campo la società e le sinistre con programmi e proposte coraggiose, meglio se unitarie.
Parlare di Agenda Draghi come piattaforma di riferimento vuol dire dimenticare che nella maggioranza e nell’azione di governo era presente anche il peso della Lega e di Forza Italia che fino a prova contraria stanno a destra, perfino più a destra del passato, come confermano le uscite di ministri da Forza Italia. Il complesso della guardia svizzera, fedele al papa di turno, non farebbe bene al Pd, mentre la destra sta già lavorando senza vincoli e remore. Spiegare l’agenda Draghi e le ragioni dei suoi limiti è un principio di verità. Indicare con chiarezza le proprie diversità è un ricostituente per la sinistra, con la quale c’entrano ben poco i trasversalismi e gli opportunismi di Italia Viva ed altri, costretti a trovare una colla per restare nell’ambito del potere.
Solo una piattaforma chiara e forte che guarda ai prossimi 5 anni può rendere possibile affrontare questa campagna elettorale breve quanto difficile e trovare gli elementi di saldatura per stare (purtroppo ormai non si può fare altro) in questo sistema elettorale senza farsi stravolgere dal passato e travolgere dalla destra, che non è affatto invincibile ma di cui non basterà evocare il pericolo per ottenere i voti necessari per sconfiggerla.
Alfiero Grandi
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«Siamo pronti a dialogare con tutti per sconfiggere la destra sulla base di una piattaforma politica. Anche con i 5S»: il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, lo ha spiegato alla festa del partito.
Come affronta Si il voto a settembre?
Confermiamo la nostra alleanza con Europa verde, un punto fermo che nasce da una convinzione: giustizia sociale e giustizia ambientale camminano assieme e sono le sfide del tempo nostro. Da qui partiamo e a questo stiamo. Abbiamo lanciato la proposta molto prima che tutto precipitasse nella convinzione che si tratta di un piano politico immediatamente comprensibile e coerente.
Per il Pd il campo largo è morto.
Attenzione, dall’altra parte c’è uno schieramento pericoloso: c’è la destra post fascista di Meloni, la destra xenofoba di Salvini, iperliberista. Vuole la flat tax, cioè togliere a chi ha poco per dare a chi ha molto, vuole smantellare i servizi pubblici e svendere i beni comuni. Una destra amica di Trump che sosteneva che se si alza il livello degli oceani avremo più case vista mare, come un ubriacone qualsiasi. La destra che vuole trivellare tutto il territorio, amica della sanità privata, che vuole svendere la scuola pubblica, che sul piano dei diritti civili annuncia una stagione cupa. Salvini è già tornato a rilanciare i porti chiusi. Una destra che stravince può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza. Serve responsabilità: facciamo tutti i conti con quello che abbiamo difronte, a partire da Conte e Letta. Mettiamo insieme le forze per opporci all’urto della destra.
Come costruire il dialogo visto lo scontro in atto tra Pd e 5S?
Serve un programma in grado di mettere al centro i temi a fondamento dell’alleanza di Si con Europa Verde: misure di contrasto a diseguaglianze e povertà, aumento dei salari, risollevare le condizioni materiali della maggioranza dei cittadini impoveriti in decenni di crisi. E poi politiche che assumano il tema della transizione ecologica intrecciata alla questione sociale: se per fare l’auto elettrica, ad esempio, serve meno manodopera allora ridiscutiamo della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Non mi aspetto che le mie proposte debbano essere alla base del programma così come sono, mi interessa la lettura condivisa dei problemi del paese.
Pd, 5S, centristi, sinistra rosso verde: un puzzle di difficile composizione, soprattutto se dem e centristi insistono sull’agenda Draghi.
Col Pd abbiamo un’interlocuzione che va avanti da tempo. Su molte questioni abbiamo elementi di convergenza con i 5S. Non serve costruire una proposta per l’Italia attorno a una fantomatica agenda Draghi di cui fatico a riconoscere persino i contorni, non so cosa sia come terreno di costruzione di una proposta politica. Lo dico senza polemica. L’ultimo governo, per ammissione di chi l’ha fatto nascere – Pd, 5S e destra mentre Si era all’opposizione (e su questo non prendiamo lezioni di coerenza da nessuno, neppure dai pentastellati) – si è determinato come un’eccezione a tempo e con un mandato limitato, con dentro un parte molto significativa della destra. Ora è finito e non commento modalità, gestione e passaggi. Osservo però che la destra, che nella legislatura ha avuto assetti assai articolati (FdI sempre all’opposizione; Fi con Draghi; la Lega con 5S e poi Draghi), ha cominciato subito a discutere su come riprendersi il paese. In campo c’è la proposta di destra, qual è l’alternativa? Mi aspetto di discutere di questo. Quando in Europa si formano governo avanzati, in Italia si plaude. Ma quando tocca a noi lavorare a un sistema di alleanza capace di contendere il governo, si fanno passi indietro. Perché non si può fare come in Spagna, dove governa una coalizione che è l’equivalente di Pd-M5S-Si/Europa Verde?
È possibile un’alleanza con i centristi?
Se il tema è l’agenda Draghi con Renzi e Calenda, che in questi mesi sul merito delle questioni spesso e volentieri hanno assunto posizioni che stanno dall’altra parte, è un progetto che non funziona. Ci sono due schemi possibili, uno è l’opzione Cln: difronte a una destra così aggressiva, tutti rinuncino a qualcosa per costruire una prospettiva democratica su poche e chiare questioni. Ma guardando agli ultimi mesi, ad esempio a Calenda che è il campione dei veti oltre che il campione del nucleare, e come lui altri, non mi pare praticabile. Se non è questo, allora ci vuole uno schema con proposte politiche. Per questo dico ancora una volta a tutti, e innanzitutto a Letta e Conte, che uno sforzo va intrapreso per costruire un quadro di alleanze utile al paese. Se non dovesse succedere, Sinistra italiana ed Europa Verde sono comunque pronti con una piattaforma chiara e coerente.
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