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VERSO IL VOTO. Siamo di fronte a una svolta storica nella vita repubblicana. Il 25 settembre le destre italiane, fascistoidi e reazionarie, grazie a una nefasta legge elettorale che non consente il voto […]

Italia Porta, un’opera di Luciano Fabro Italia Porta, un’opera di Luciano Fabro

Siamo di fronte a una svolta storica nella vita repubblicana. Il 25 settembre le destre italiane, fascistoidi e reazionarie, grazie a una nefasta legge elettorale che non consente il voto disgiunto, potrebbero vincere le elezioni e mettere sotto ipoteca la nostra democrazia costituzionale.

Dopo la tragedia della pandemia, dopo la criminale invasione russa dell’Ucraina, dopo l’aumento drammatico della povertà, dopo gli allarmi inascoltati per l’ambiente, ecco un’altra emergenza, la più importante di tutte: quella democratica.

Un’emergenza che chiama tutte le persone antifasciste, progressiste e di sinistra ad assumersi le proprie responsabilità.

Dovremmo vivere sotto un governo nero di cui farebbero le spese milioni di persone senza lavoro e senza futuro; i diritti civili sarebbero via via ridotti; i programmi scolastici rivisti in ossequio alla trinità dio-patria e famiglia; gli immigrati per ottenere la cittadinanza costretti a imparare a memoria (è nel programma leghista) i nomi e le date delle sagre padane; l’autonomia differenziata messa tra i primi provvedimenti operativi con la sanità e i servizi sociali ridotti al rango di beneficenza per i poveri; il reddito di cittadinanza cancellato perché chi non trova lavoro vuol dire che non lo merita.

Che tutto questo accadrà se vinceranno le destre mi sembra inconfutabile.

E che, secondo ogni sondaggio, le destre vinceranno a mani basse mi pare altrettanto scontato.

Una simile prospettiva potrebbe già essere sufficiente per convincersi del fatto che

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MOVIMENTI. In questi bui giorni di crisi di governo, finalmente un bella cosa: il secondo raduno europeo dei Friday for Future, a Torino, che ho avuto l’onore di aprire insieme al segretario della Fiom Michele Di Palma e a Carlo Petrini, inventore e leader di Slow Food. Una boccata d’aria: migliaia di ragazze e ragazzi pieni di voglia di politica, ma che temo siano, in Italia quasi certamente ma credo altrettanto negli altri paesi fra quelli che - una cifra enorme, 60 % da noi, 57% in Francia, e cosi via - al partito di chi si astiene

Oltre le denunce, vertenze su obiettivi concretiSciopero globale dei Fridays For Future - Lapresse

In questi bui giorni di crisi di governo, finalmente un bella cosa: il secondo raduno europeo dei Friday for Future, convocato a Torino e i cui lavori ho avuto l’onore di aprire insieme al segretario della Fiom Michele Di Palma e a Carlo Petrini, inventore e leader di Slow Food. Una boccata d’aria: migliaia di ragazze e ragazzi pieni di voglia di politica, ma che temo appartenganosi, in Italia quasi certamente ma credo altrettanto negli altri paesi fra quelli che – una cifra enorme, 60 % da noi, 57% in Francia, e cosi via – al partito di chi si astiene.

Vorrei che non fosse così, ma capisco: nonostante l’impegno di validi movimenti ambientalisti e di qualche pezzo di sinistra, del disastro che incombe sulla terra non solo non c’è riflesso nel dibattito istituzionale, ma sembra che non ci sia neppure consapevolezza. (E questa è solo una delle sottovalutazioni gravi, cui va aggiunta la guerra e l’ineguaglianza).
Dico queste cose perché non vorrei più sentire ripetere che «i giovani non si interessano alla politica», come se la politica legittima fosse solo quella che vive nelle aule del parlamento. Quello di cui si è discusso in questi 4 giorni nel camping lungo il fiume Dora, nell’Aula magna dell’Università statale, lungo il corteo che ieri ha percorso le vie di Torino a conclusione dell’evento, cosa era?

Da quando

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ELEZIONI. La nostra Costituzione prevede il voto, oltre che segreto, eguale, libero, personale e diretto: il voto utile non è una prescrizione costituzionale, ma una scelta politica, una coalizione larga con scopo limitato ad impedire che il centro-destra prenda il 70% dei seggi uninominali

Il primo obiettivo è mettere in salvo la Costituzione

 

Ormai l’hanno capito tutti che il Rosatellum non è il nome di un buon vino giulian-friulano, ma di una pessima legge elettorale, che blocca non solo le liste elettorali ma anche la libertà e la personalità di voto nei collegi uninominali, con il voto congiunto obbligatorio a pena di nullità. Un obbrobrio non previsto dal Mattarellum, che alla Camera consegnava 2 schede e al Senato scorporava per la parte proporzionale i voti utilizzati per eleggere i candidati uninominali maggioritari.

Se non si aveva la forza numerica e la volontà politica di modificare la legge elettorale, come promesso in caso di taglio dei parlamentari, sarebbero bastate queste due piccole modifiche per rendere costituzionalmente potabile il Rosatellum: non ci hanno nemmeno provato.
La ragione è, come ha ben scritto Gian Giacomo Migone sul manifesto, nell’articolo “Quel Rosatellum che piace a tutti i partiti”, che fa comodo nominare i parlamentari, per aggirare di fatto l’art. 67 della Costituzione sul divieto di mandato imperativo, in attesa di introdurlo con modifiche dei Regolamenti parlamentari di Camera e Senato e pertanto sottratte al controllo della Corte Costituzionale.

Altro vantaggio del Rosatellum è che assegna, in caso di coalizione, al partito egemone della coalizione, il diritto di proporre, in caso di vittoria, al Presidente della Repubblica il nome del/della presidente del consiglio dei ministri, sempre che non scattino veti informali europei o atlantici.
Il Rosatellum va bene anche alla coalizione arrivata seconda, che avrebbe il monopolio dell’opposizione, perché decide chi ammettere come lista minore della coalizione.

Se lo scopo è quello di salvare la Costituzione, come ha suggerito Gaetano Azzariti, non si possono mettere paletti programmatici: la coalizione deve essere aperta a tutti, a cominciare dal M5S e dalle liste rosso-verdi di ogni ispirazione socialista, comunista e ambientalista. La nostra Costituzione prevede il voto, oltre che segreto, eguale, libero, personale e diretto: il voto utile non è una prescrizione costituzionale, ma una scelta politica, una coalizione larga con scopo limitato ad impedire che il centro-destra prenda il 70% dei seggi uninominali. Diventa un voto utile, ma se è una coalizione con un ruolo politico e programmatico privilegiato per Calenda, senza un’apertura a soggetti di sinistra, è inutile perché non competitiva per vincere i collegi uninominali maggioritari.

Alle votazioni partecipa appena il 28% delle classi popolari e più sfavorite, quel voto va recuperato altrimenti non c’è partita, come non è seria un’alleanza elettorale col solo scopo di far eleggere un paio di leader politici, garantiti dal Pd.
Infine per mettere in salvo la Costituzione basta chiedere fin da subito a tutti i partiti un impegno per un Ddl costituzionale, che ogni modifica della Parte Prima della Costituzione, della forma di governo e della elezione e composizione degli organi costituzionali debba essere approvata con referendum, anche se approvata con i 2/3 dei membri del Parlamento.

In questo scorcio di legislatura si è approvata con decreto-legge (art. 6 bis d.l. 41/2022 una norma in materia elettorale che esenta dalla raccolta firme liste coalizzate che avessero raccolto almeno l’1% alle elezioni del 2018: una norma che viola gli artt. 3, 48 e 51 della Costituzione, perché esclude liste non coalizzate che hanno raccolto la stessa percentuale di voto sia alla Camera, che al Senato. O si rimedia con urgenza ovvero si chieda l’assoluta neutralità del governo in caso di ricorso: è possibile e urgente prima della scadenza del termine per la presentazione delle liste.

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Overshoot Day 2022 | Wownature

Il Global Footprint Network ci informa che quest’anno l’Overshoot Day si anticipa di un giorno rispetto al 2021, passando dal 29 al 28 luglio. Cioè oggi. Una notizia negativa non solo perché preannuncia un aggravamento dello stato di salute del pianeta, ma soprattutto perché certifica che il nostro comportamento non è cambiato o sta addirittura peggiorando. L’Overshoot Day, conviene ricordarlo, indica il giorno in cui il nostro 'consumo di natura' raggiunge tutte le potenzialità biologiche e riproduttive di cui le terre fertili presenti sul pianeta sono capaci per l’anno in corso. Ai tempi in cui l’Overshoot Day cadeva attorno al 31 dicembre, c’era una situazione di sostanziale equilibrio. Ma oggi un pianeta non ci basta più. Ce ne servirebbe uno e mezzo.

La terra fertile presente sul nostro pianeta ammonta a 12 miliardi di ettari, ma i consumi complessivi ne richiedono ogni anno 22 miliardi, l’83% in più. Una situazione di squilibrio che si manifesta al tempo stesso sotto forma di penuria e di accumulo. Penuria di risorse agricole e forestali. Accumulo d’anidride carbonica e altri gas a effetto serra. Prima della rivoluzione industriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera era di 280 parti per milione. Oggi è di 420 parti per milione, la concentrazione più alta degli ultimi seimila anni, con conseguenze catastrofiche. Da quando la neve non copre più le nostre montagne e le piogge hanno smesso di cadere con regolarità, abbiamo imparato che il clima ha effetti stravolgenti anche per risorse che ci sembravano inesauribili. A cominciare dall’acqua che risponde anch’essa a meccanismi e tempi di rinnovabilità ben precisi. Leggi che se non sono rispettate ci colpiscono con inondazioni e siccità.

La strada per ritrovare l’equilibrio col pianeta si tiene su tre gambe, riassumibili nella sigla REC: rinnovamento, efficientamento, contenimento. Il rinnovamento riguarda in particolar modo il settore energetico, senza dimenticare quello agricolo. In ambito energetico la sfida è il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili ricordandoci che il 60% dell’impronta ecologica, ossia della nostra richiesta di terra fertile, è per liberarci dall’anidride carbonica.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’80% dell’energia primaria utilizzata dall’umanità continua a provenire dai combustibili fossili. Carbone, petrolio, gas - come la guerra russo-ucraina ha reso evidente a tutti – stanno ancora alla base della produzione di energia elettrica, della produzione industriale, degli spostamenti in treno, auto, aereo.

E le emissioni di anidride carbonica continuano a crescere. Per la verità nel 2020 avevamo assistito a una loro flessione del 4,6% e ci eravamo illusi di avere finalmente invertito il senso di marcia. Ma nel 2021 abbiamo assistito a una rimonta del 6,4% e il nostro ottimismo è svanito. Neanche i Paesi a economia avanzata vanno meglio. In Italia, ad esempio, le risorse energetiche primarie continuano a essere rappresentate per il 74% da combustibili fossili. Idrico, eolico, solare e altre forme di rinnovabili si fermano intorno al 20%. La sfida per l’umanità è affrancarsi dai combustibili fossili, ma per riuscirci dobbiamo attuare una doppia rivoluzione. La prima: ottenere energia elettrica solo da fonti rinnovabili.

La seconda: sostituire tutti i mezzi di trasporto e di riscaldamento, garantendoci gli stessi servizi utilizzando energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili. Innovazioni che dovranno necessariamente coinvolgere anche l’agricoltura che però deve essere capace di attuare anche altre trasformazioni. Oggi, a causa di un esagerato uso di petrolio e di veleni, l’agricoltura fa strage di biodiversità e contribuisce, allevamenti inclusi, al 31% di tutti i gas serra. Un vero gioco al massacro. L’agricoltura deve riscoprire pratiche colturali forse meno produttive, ma capaci di futuro. Il che ci porta al tema dell’efficientamento che si pone l’obiettivo di preservare le risorse attraverso il riciclo e altre forme di risparmio. Un esempio è l’economia circolare che lentamente si sta diffondendo in ambito produttivo. Ma l’efficientamento deve diventare una pratica abituale anche nel settore abitativo e alimentare. Fra riscaldamento e corrente elettrica, gli edifici contribuiscono a circa il 30% delle emissioni di gas serra. Una quota che potrebbe essere ridotta considerevolmente se adottassimo criteri di costruzione più ecologici.

Per questo gli interventi di miglioramento energetico sul patrimonio abitativo rappresentano un asso portante della strategia di riduzione della nostra impronta ecologica. Ugualmente importanti sono i cambiamenti delle nostre abitudini alimentari, ricordandoci che il consumo di carne – lo ha appena sottolineato papa Francesco – è altamente dissipativo. A seconda del tipo di animale, servono da 25 a 7 calorie vegetali per produrre una caloria animale. Per questo la carne va limitata alle necessità di carattere proteico. Mangiarne per ricavarne calorie è come bruciare pezzi d’antiquariato per scaldarsi. Per ragioni di efficienza, le calorie vanno ricercate nei prodotti che la terra ci offre direttamente. Non solo cereali, tuberi, frutta secca, ma anche legumi che essendo ricchi in proteine possono sostituire la carne. Con sommo vantaggio per clima e suoli agricoli, considerato che gli allevamenti assorbono il 40% delle terre coltivate e contribuiscono, da soli, al 14% di tutte le emissioni di gas serra.

Venendo infine al contenimento, bisogna ammettere che si tratta di un concetto poco di moda nella nostra parte di mondo. Ma sappiamo che è inutile produrre in maniera più efficiente se poi moltiplichiamo i consumi. Se produciamo auto più leggere, ma ne mettiamo di più in circolazione, alla fine la quantità totale di materia utilizzata sarà cresciuta, non diminuita. La conclusione è che se vogliamo fare pace col pianeta dobbiamo imparare ad adottare pratiche di consumo che pur non facendoci mancare niente, ci permettono di ridurre il prelievo di risorse e la produzione di rifiuti. Per questo dobbiamo imparare a distinguere, come singoli e come comunità, l’utile dal superfluo.

Ed è proprio collettivamente che dovremmo impegnarci contro il più odioso dei consumi. Quello delle armi di cui conosciamo a malapena il fatturato, stimato, per il 2021, in 2.113 miliardi di dollari. In barba alla democrazia, nel cui nome facciamo anche le guerre, la produzione di armi è protetta da una cortina di segretezza che neanche i Parlamenti riescono a scalfire. Per cui ci sfugge quanto lavoro, quanti minerali, quanta acqua, quanta energia, sprechiamo per produrre questi strumenti di morte. Né sappiamo quanti rifiuti producano durante il loro ciclo produttivo. In tema di gas serra, tuttavia, alcuni studiosi hanno calcolato che l’apparato militare mondiale è responsabile di almeno il 6% di tutta l’anidride carbonica emessa a livello globale. Una vera follia che si trasforma in tragedia quando poi le guerre scoppiano davvero. Ma allora non c’è più molto da fare. Le guerre, al pari dei cambiamenti climatici, vanno prevenute facendo appello a tutta l’intelligenza e i valori morali di cui siamo capaci.

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ENERGIE. Con il governo in carica per gli «affari correnti», come è possibile installare 70GW di energie pulite entro il 2030 come dice Draghi? Un promemoria per l’impresa

SI AL FOTOVOLTAICO SUL CONDOMINIO • Studio Legale Giusti & Laurenzano  avvocati a Roma

Non è una questione di poco conto, visto che senza questi dispositivi normativi le CER sono impossibili anche solo da progettare, a dispetto dei 2,2 miliardi stanziati dal PNRR. Ma i provvedimenti urgenti non sono finiti. Importantissima per il raggiungimento degli obiettivi delle rinnovabili, e quindi dell’affrancamento dal gas russo, è la definizione delle aree idonee dove poterle installare, che il settore aspetta dal MiTE da oltre un mese, perché propedeutica alla loro individuazione da parte delle regioni entro il prossimo dicembre.

E’ UN PASSAGGIO obbligato per le opere di semplificazione ed i sei mesi che erano a disposizione delle regioni si stanno accorciando ogni giorno che passa. Purtroppo su tale documento pesa il parere sia del Ministero delle Politiche Agricole che della Cultura, per la questione dei vincoli, cosa che verosimilmente allungherà i tempi. Tutto questo per dar corso alla raccomandazione europea del REPowerEU del 18 maggio scorso sull’indipendenza dal gas russo, che indica di portare a uno o due anni al massimo (e solo a tre mesi per il fotovoltaico sui tetti degli edifici) i tempi degli iter autorizzativi per le installazioni degli impianti rinnovabili.

NELLE AREE IDONEE DESIGNATE, l’amministrazione competente dovrà assicurare una valutazione d’impatto ambientale preventiva di carattere generale, per la quale i promotori degli impianti dovranno semplicemente notificare il progetto per una valutazione d’impatto generale dell’area idonea.

QUESTO SCREENING DOVRA’ DURARE al massimo trenta giorni e permetterà quindi di conoscere subito se un impianto può o non può essere realizzato. Nelle aree idonee, l’intero processo di autorizzazione non dovrà durare più di un anno (sei mesi per il rinnovo di impianti esistenti o molto piccoli). Ma gli Stati membri non dovranno limitare alle sole aree idonee i permessi per i nuovi impianti, e – con ovvia esclusione delle aree protette – potranno prevedere le realizzazioni a fronte di una normale valutazione d’impatto ambientale. Il processo autorizzativo, fuori dalle aree idonee, dovrà durare al massimo due anni. La nostra modesta proposta, non troppo provocatoria vista l’urgenza, è di seguire l’esempio della Germania: destinare il 2% dei territori regionali alle rinnovabili.

L’ESEMPIO DELLA SOLERZIA DELL’EMILIA Romagna è paradossale perché in assenza di indicazioni ministeriali ha ritenuto di non fornire disponibilità di territorio per l’eolico, con un decreto legge che, imponendo autonomamente una fascia di rispetto dai beni culturali esistenti del raggio di sette chilometri, di fatto azzera ogni possibilità di installazione.

UN ALTRO TEMA DA PROMUOVERE con urgenza è quello dell’agrivoltaico, con un provvedimento attualmente «in consultazione»; è questa una soluzione innovativa che mette d’accordo energia e agricoltura con interventi vantaggiosi per entrambi, con redditi supplementari per gli agricoltori, con nuovi posti di lavoro. Ma che non ha ancora una definizione condivisa ed accettata, nonostante mesi di lavoro al MiTE.

CHE DIRE DELLA COSIDDETTA FER2, attuazione della direttiva europea sulle rinnovabili definite innovative, come eolico off-shore, biomasse, biometano, biogas? In ritardo dal 10 agosto 2019, ad oggi più di 1000 giorni, è arcinoto che senza il decreto FER2 si bloccano anche le aste che per eolico e fotovoltaico che sino ad ora hanno avuto scarso successo a causa dell’aumento dei costi della tecnologia che non sono stati aggiornati. Non ci dimentichiamo poi i molti GW di autorizzazioni pronte e ferme alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che potrebbero veramente essere sbloccate con un semplice intervento di approvazione.

A TALE RIGUARDO CI ASPETTIAMO immediatamente una risposta e non occorre avere memoria lunga per ricordare l’intervista al Corriere della Sera del 2 giugno del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani che affermò: «Al 31 maggio risultano già autorizzati e quindi pronti per essere realizzati 8,3 GW di rinnovabili, di cui 5,1 da realizzare entro il 31 dicembre 2022», salvo in questi giorni dichiarare che per motivi di approvvigionamento viene tutto rimandato. Il tema dell’aumento dei costi era noto da più di un anno e queste ultime affermazioni hanno il sapore di un resa incondizionata senza cognizione di causa. Ma le parole sono macigni.

FERMIAMOCI QUI, AGGIUNGENDO per il momento solo la promozione dell’efficienza energetica nei diversi settori, per cui già esistono fondi disponibili come quelli del Piano di informazione e formazione del D.lgs. 102/2014. Infine c’è l’indispensabile aggiornamento del PNIEC, ma questa è un’altra storia. Occorre aggiornare il vecchio piano nazionale dell’energia, datato 2019, una era geologica fa. Non sono bastati due anni e mezzo e tre governi. Speriamo nel prossimo.

* prorettore alla sostenibilità, Sapienza Università di Roma e presidente Coordinamento FREE -Fonti Rinnovabili Efficienza Energetica

 

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VERSO IL VOTO. “O noi o Meloni” sostiene Letta. Uno dei modi più diretti per andare incontro alla sconfitta

Per 24 Km da Perugia ad Assisi, migliaia in marcia per la pace: "Basta con  le armi, fermatevi" - la Repubblica

O noi o Meloni” sostiene Letta. Uno dei modi più diretti per andare incontro alla sconfitta. In primo luogo perché è sempre un errore – anche in presenza di una legge elettorale dai chiari profili incostituzionali – trattare le elezioni politiche con la logica binaria di un referendum abrogativo. E viceversa. In secondo luogo perché nel frattempo il campo largo, il mantra della segreteria Letta, si è ristretto e spostato sensibilmente a destra. I 5 Stelle ne sono stati esclusi, in osservanza al programma Draghi che dovrebbe costituire il piatto forte della proposta politica del Pd. Non stupisce quindi che Giuseppe Conte abbia subito proclamato l’intenzione dei suoi di “correre da soli”, anche se è lecito ed opportuno chiedersi quanti siano coloro che lo seguiranno dopo gli scombussolamenti e le scissioni di cui quel partito è stato vittima in modo programmato e non per responsabilità del solo Di Maio.

Il tema di colmare lo spazio politico che resta aperto alla sinistra del Pd, torna in modo drammatico, sia per i tempi entro cui siamo costretti, sia soprattutto per l’assenza di una forza politica aggregante, dotata di capacità di egemonia e di massa critica adeguate. Ma piangere sul tempo perduto non serve a nulla. Sono state avanzate su queste pagine proposte che

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