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E SE LA CATASTROFE NUCLEARE ESPLODESSE A ZAPORIZHZHIA?

 FORMAZIONE GRATUITA ONLINE sulla SOSTENIBILITA' AMBIENTALE ...

Uno sterminio nell’unità di tempo (110mila morti all’istante) tanto intenso si è verificato ad opera umana solo 77 anni fa, alla conclusione della seconda guerra mondiale con l’inutile (oserei dire “gratuito”, ma anche questo termine lacera ogni coscienza) massacro di due popolazioni giapponesi ormai vinte, quasi a marchiare quanto il ricorso al nucleare trascenda la convivenza e possa avere  a destino, a questo punto, perfino la fine del nostro mondo. Eppure, non solo i governanti, ma la stessa opinione pubblica mondiale continua a sottovalutare, se non addirittura a ignorare, la minaccia atomica. (v. https://thebulletin.org/doomsday-clock/ )

 

La guerra in Ucraina oggi ripropone d’attualità questo rischio efferato. Il territorio di quel Paese è disseminato di 15 reattori nucleari. A Zaporizhzhia, sulle rive del fiume Dnepr e in piena zona di guerra, è in funzione l’impianto nucleare di maggior potenza in Europa con ben sei reattori da 950 MWe ciascuno.

E’ noto come le centrali nucleari siano tra le installazioni più complesse e soggette a rischio. Per mantenerle operative e al riparo da danni dovute alle reazioni radioattive incontrollate, occorre che le garanzie - necessariamente sovrabbondanti - previste in fase di progettazione degli impianti vengano mantenute inalterate in tutte le fasi di operatività e in qualsiasi condizione.

A Zaporizhazhia la guerra in corso non solo lambisce la centrale, ma rende del tutto precaria la disponibilità di risorse in grado di contrastare un incidente catastrofico.

Una centrale nucleare operativa richiede in ogni momento la fornitura di elettricità alle pompe di alimentazione e la fornitura di acqua adeguate per raffreddare il combustibile nucleare, sia nel reattore che nell'adiacente vasca di combustibile nucleare esaurito. Sia una eventuale fusione del nocciolo, sia la reazione chimica altamente esotermica nella vasca provocherebbero il rilascio di un volume molto elevato e micidiale di radioattività.

E’ quanto è già avvenuto a Fukushima, dove vi è stata sì fusione del nocciolo, ma, casualmente e fortunatamente, la vasca è rimasta coperta da un sufficiente strato d’acqua in ebollizione, evitando che l’incidente fosse ancora più spaventoso.

 

In una guerra come l’attuale condotta da mesi a colpi di artiglieria pesante ed a lanci di missili e con il rifornimento continuo di armi sempre più micidiali, una centrale nucleare è molto vulnerabile a un'interruzione dei sistemi di supporto, sia di energia elettrica, sia di acqua di raffreddamento: in tal caso, centinaia di lavoratori  e mezzi speciali a soccorso dovrebbero poter raggiungere l'impianto da vicino: il che, evidentemente, non è fattibile in circostanze belliche. Ogni interruzione tecnica, per qualsiasi motivo, potrebbe richiedere un'importante operazione logistica a livello nazionale che sarebbe gravemente compromessa dalle esplosioni intorno alla centrale.

Lo spettro di gravi rischi per la più grande centrale nucleare d'Europa è diventato nelle ultime settimane purtroppo molto attuale.

E non riguarda solo il danneggiamento e la fusione delle barre di uranio, ma la struttura di stoccaggio di combustibile esaurito (2.204 tonnellate secondo uno studio di Greenpeace) v. https://www.greenpeace.org/international/press-release/52459/nuclear-hazards-zaporizhzhia-plant-ukraine-military-invasion/.

 

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dell’11 Agosto ha condannato i bombardamenti avvenuti venerdì e sabato nei pressi della centrale e Guterres  ha chiesto “alle forze armate della Federazione Russa e dell’Ucraina di interrompere immediatamente qualsiasi operazione militare”, mentre continua lo scaricabarile tra Mosca e Kyiv sulla responsabilità degli attacchi.

A chiedere un incontro urgente al Palazzo di Vetro sull’incolumità del sito era stata proprio la delegazione russa guidata dall’ambasciatore Vasilij Nebenzja, che ha inoltre sollecitato una missione dell’AIEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) presso l’impianto nel più breve tempo possibile.

Ora c’è da chiedersi: chi tra i belligeranti (Ucraina e Russia) ha diritto di lanciare accuse su un possibile responsabilità di disastro nucleare in seguito ad operazioni belliche? La centrale è da tempo condotta da tecnici russi che hanno sostituito il personale ucraino per “assicurare maggiore protezione”.

 Mi risulterebbe strano dal punto di vista strategico o semplicemente razionale, assumere un compito e poi renderlo vano consapevolmente con rischi tutt’altro che improbabili di una estensione del disastro ben al di là degli occupanti (russi!) e delle regioni limitrofe ucraine, del Donbas ed oltre. Viene poco ricordato  come l’impianto fornisca energia non solo alle zone “filorusse”, ma anche alla Crimea e che, quindi l’occupazione abbia un po' il senso di una “preda di guerra” da scambiare, arrivati alla augurabile cessazione del fuoco,  sul tavolo delle trattative.

Quel che è certo è che da parte ucraina si sono lanciati droni per colpire l’intorno dell’edificio, mentre l’esercito russo ha avvicinato al sito mezzi di artiglieria.

 

Ma la questione, terrificante per la sua portata catastrofica, non si limita alle parti in conflitto diretto: sono spariti dall’orizzonte della discussione la voce e l’interesse di Francia e Germania, che pure avevano mantenuti relazioni d’appoggio alle agenzie russe produttrici di materiale fissile nella trattativa UE per la tassonomia verde affibbiata anche a gas e uranio.

Forse il relativo silenzio su Zaporizhzhia fa parte di una intesa generale per il rilancio del nucleare, a cui non si sono sottratti nemmeno gli stati Uniti, che non hanno applicato alcuna sanzione alle esportazioni di materiale fissile fuori dalla Federazione russa.

Dobbiamo sollevare un grande allarme: un paese nucleare è in guerra, altri parlano di atomiche tattiche, negli Usa tornano i filmati del terrore post-atomico, centrali nucleari sono sulla linea di tiro. I negoziati per il disarmo non hanno fatto passi avanti e la guerra ucraina ha creato l’occasione per rimettere sul tavolo l’idea che testate nucleari “piccole” potrebbero essere usate al fronte. Pura follia, ovviamente, mentre ci sono leader mondiali che parlano di questo argomento in modo approssimativo e irresponsabile, senza considerare l’effetto devastante e permanente – “transtorico”, direi -  che l’uso di testate nucleari avrebbe sulla popolazione e sulla vita dell’ambiente.

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SINISTRA E AMBIENTE . Cedere ai rigassificatori vuol dire incatenare il paese al fossile per altri quindici anni, e rinunciare a investire per ridurre le emissioni o per adattare la popolazione agli eventi estremi

I rigassificatori, emblema della sordità del Pd Terminale di rigassificazione a largo di Porto Levante, Rovigo - Ansa

Il no di Calenda al Pd non basta a forzare la camicia di forza dell’agenda Draghi. Più che mai servono segnali da parte del Pd e uno dei più significativi può essere rivedere la scelta dei rigassificatori. Si ripete che sono una scelta strategica per il paese.

Al contrario sono una palese dimostrazione che i cambiamenti climatici non sono una priorità. È comprensibile domandarsi come liberarsi dalla dipendenza dal gas russo per evitare di lasciare i prossimi inverni al freddo gli italiani.

Inaccettabile è che nel porsi questo obiettivo ci si dimentichi del rischio più grave che correrà la popolazione nei prossimi anni e cioè l’aumento degli eventi estremi. La nostra comune casa Italia, ha le fondamenta deteriorate e si pensa solo a riparare il tetto. Strategico per l’Italia e l’Europa non può essere cambiare fornitore di gas, aumentando le spese, inquinando i mari e esponendo le popolazioni a rischi, ma risparmiare energia e accelerare finalmente l’inserimento delle energie rinnovabili.

La realizzazione dei rigassificatori, vuol dire

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INTERVISTA ALL’EURODEPUTATA E CO-PORTAVOCE DI EUROPA VERDE CHE SFIDA GIORGIA MELONI A UN CONFRONTO PUBBLICO SUI PROGRAMMI. «Calenda, Fi, FdI e Lega hanno votato tutti insieme a favore di un fantomatico futuro nucleare che non sta in piedi né su basi economiche né scientifiche»

Eleonora Evi: «Le politiche di destra sono contrarie all’interesse nazionale» Convention di Fratelli d'Italia - LaPresse

«Sfido Giorgia Meloni a un confronto elettorale. Lei è l’unica leader donna della coalizione di estrema destra, io l’unica della coalizione di centrosinistra. Scelga lei dove, come e quando»: Eleonora Evi, europarlamentare e coportavoce nazionale di Europa Verde, ha rilanciato via social l’invito al confronto.

Voi Verdi accusate il centrodestra di aver votato in Ue contro gli interessi dell’Italia.
Sulla tassonomia, ad esempio, è stato come tirarci la zappa sui piedi. Anche grazie a loro è passata la proposta che ha inserito tra gli investimenti verdi il gas e il nucleare. Definire il nucleare un investimento sostenibile per orientare i finanziamenti non favorisce certo l’Italia ma la Francia, che ha la gran parte degli impianti in Europa. Il paradosso è che la metà sono spenti perché una parte ha problemi di corrosione; l’altra è in difficoltà per la siccità e il basso livello dei fiumi, cosa che blocca le centrali poiché ne hanno bisogno per raffreddare gli impianti. L’azienda energetica francese Edf, da poco rinazionalizzata, è in forte difficoltà finanziaria proprio per gli ingenti costi di manutenzione degli impianti e oggi, anche grazie ai voti delle destre italiane, sarà agevolata a trovare finanziamenti. Il nucleare non è a prova di crisi climatica ed è costosissimo. Il prezzo a megawattora è molto alto e anche realizzare gli impianti è un salasso: la costruzione della centrale francese di Flamanville, in Normandia, è iniziata nel 2007 e doveva entrare in funzione nel 2014, forse succederà nel 2023 intanto il costo è lievitato a 18 miliardi di euro dai 3,7 miliardi iniziali. Non ha alcun senso proporre questa soluzione in Italia.

E sul gas cos’è che non va?
Nemmeno su questo fronte ci ha guadagnato l’Italia: la norma è scritta in modo da calzare sulla Germania, il 100% degli impianti tedeschi sono elegibili per gli investimenti previsti dalla tassonomia mentre il 40% di quelli italiani resta fuori da questo tipo di risorse. Noi Verdi, Pd e socialisti del gruppo S&D ci siamo schierati contro sia perché non aiuta il settore a livello nazionale sia perché è una traiettoria completamente sbagliata su cui mettere i soldi oggi. Calenda, Fi, FdI e Lega hanno votato tutti insieme a favore in nome di un fantomatico futuro nucleare che non sta in piedi né su basi economiche né scientifiche.

Il sottosegretario dem agli affari europei, Amendola, ha ricordato le tre astensioni della destra nel 2020 e 2021: «Mentre noi del governo negoziavano il Pnrr, Meloni proponeva debiti con il Fmi».
Mi sembra incredibile la giravolta che sta facendo Meloni dopo tutti gli ostacoli messi per andare a costruire il Recovery fund e livello europeo e anche per la stesura del Pnrr nazionale. Dire oggi che rispetteranno gli impegni quando hanno cercato di smantellarlo è poco credibile. Berlusconi poi si intesta l’aver potato a casa queste risorse grazie al suo lavoro: io al Parlamento europeo l’ho visto una volta sola. L’Ue ha saputo fare un passo verso solidarietà mentre il partito di Meloni ha fatto di tutto per non proseguire verso una maggiore integrazione.

Il rapporto con l’Europa è tema dove le deste hanno posizioni differenti. Meloni sta provando a rassicurare i governi stranieri.
Peccato però che sono state presentate due proposte da parte di FdI, una con la prima firma proprio di Meloni, per mettere in dubbio il percorso di integrazione europeo. In uno dei due testi chiedeva la prevalenza del diritto nazionale su quello Ue battendo sullo Stato libero e sovrano, riducendo la relazione con l’Europa a una mera questione formale. Oggi fa video in tre lingue mostrando un volto affabile ma nasconde l’appartenenza a una famiglia Ue che fa del sovranismo il suo punto principale. Possiamo avere un assaggio del futuro che ci attende se dovesse vincere osservando quello che sta accadendo in Polonia e Ungheria. In 12 anni di governo, Orban è riuscito a demolire di fatto la democrazia, il pluralismo non esiste più, la Corte costituzionale è diventata un orpello al servizio del governo. Non c’è trasparenza sull’uso dei fondi europei con comprovati episodi di corruzione. In Polonia alcune città si sono dichiarate «Lgbt free zone». Meloni condanna schierandosi con l’Ue o tace?

Sulle politiche migratorie?
Sulla redistribuzione abbiamo ancora un quadro regolatorio che è quello vecchio, in base al quale ricade sullo stato di arrivo la gestione della protezione. Però a giugno anche con il contributo della Commissione è stato raggiunto un nuova accordo per la redistribuzione tra 27 stati. Lega e Fdi invece su diritti, politiche migratorie e questioni ambientali votano costantemente in sintonia con le posizioni conservatrici e retrograde. Sono accanto a Polonia e Ungheria che costruiscono muri.

Ma non è la destra che difende l’interesse nazionale?
Non mi pare proprio a giudicare ad esempio dalle politiche agricole. Ci sono molte risorse su questo settore, quasi 400miliardi fino al 2027, e verranno utilizzati per sostenere l’agricoltura industriale e l’allevamento intensivo, nonostante in questo momento la Commissione stia facendo delle proposte che guardano a un futuro più verde. I gruppi conservatori, Lega, Fdi, Fi, Calenda (ma anche pezzi di Pd e 5S) hanno invece confermato questo modello ancorato al passato. La superficie agricola negli ultimi 10 anni è rimasta invariata ma il numero di aziende e occupati è calato: abbiamo perso 5 milioni di aziende e 8 milioni di lavoratori. Il settore, quindi, è dominato da realtà sempre più grandi e i fondi vengono distribuiti in base a quanti animali allevi o quanti acri possiedi. In Italia invece prevalgono imprese medio piccole. Portare avanti, come fa il centrodestra, la logica di attribuzione delle risorse che premia le mega aziende è contrario agli interessi dell’Italia e dell’ambiente.

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Lo schieramento di centrosinistra che si delinea, si sposta deliberatamente al centro verso destra. Uno spostamento ancor più marcato se restava Calenda.

L'errore di SI e VE è nel rifiuto o disimpegno di una relazione con quella sinistra che poteva emergeva da una opportuna aggregazione, al limite anche solo tecnica, con Unione Popolare e con Conte.
Un buon programma sociale e ambientale poteva valorizzarlo e renderlo competitivo con il centrodestra. Si poteva consolidare il risultato con candidati affidabili anche già sperimentati in legislature precedenti e personalità qualificate e impegnate in azioni sociali e ambientali di solidarietà e della scienza, di cui c'è molto bisogno nelle istituzioni.
Categorie di rappresentanti che possono affrontare le emergenze.

Di "migliori" e incaricati dalle "Divine Provvidenze", ne abbiamo avuti fin troppi. Ci hanno già impoverito abbastanza.

Il centrismo di natura calenda-renziano sarebbe stato fuori dai giochi.
Non sta andando così. Il rimedio del fato può essere corretto solo dagli elettori.
Loro possono e devono battere la destra.

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L’AGENDA VERDE . Nove sindaci lanciano un contr’appello per il clima dimenticandosi del consumo di suolo che non hanno fermato. Dati Ispra alla mano

Se i sindaci «smart» dimenticano il consumo di suolo Il sindaco di Milano Giuseppe Sala alla Marcia per il Clima - LaPresse

In questa tormentata estate fatta di incendi, siccità, frane e colate fangose, dove non ci viene risparmiato il naufragio dei politici con i loro spettacolini sempre meno degni del compito che li attende, una ‘piccola’ comunità di 100.000 studiosi ed esperti, me incluso, ha mandato loro un appello chiedendo di inserire ambiente e clima in cima all’agenda della prossima legislatura. In cima, non in un’altra posizione. A questo appello hanno risposto sulle pagine di Repubblica nove sindaci di altrettante città a loro volta selezionate dalla Commissione Europea per la Mission Climate-neutral al 2030 che in modo verboso si accodano all’appello.

Bene, bravi. Però, non mi convince una cosa. Delle varie competenze in capo ai sindaci, ve ne è una che è tutta loro e nessuna gliela toglie e sulla quale loro possono fare molto: la decisione sull’uso del suolo, la risorsa più delicata, non rinnovabile e non resiliente ed enormemente strategica per la mitigazione climatica.

Giusto una dozzina di giorni fa Ispra ha presentato il rapporto nazionale sul consumo di suolo e allora sono andato a vedere se quelle nove città sono state rispettose del suolo. Questi gli incrementi di cementificazione tra il 2020 e il 2021: Milano +18,68 ettari; Bergamo +4,76; Parma +11,2; Roma +95,05; Bologna +3; Firenze +3,25; Padova +2,56; Torino +3,08; Prato +5,02. Non una di loro si è fermata. Proprio loro, che scrivono che è urgente una «coraggiosa svolta ambientale» non hanno spento le betoniere nemmeno quando tutti noi eravamo in lockdown.

Il dubbio di un pelo di ipocrisia mi viene, anche perché l’uso del suolo è la cartina di tornasole di un buon governo del territorio. Perché i nostri nove cavalieri delle smart city anziché invocare mille parole teoriche, non iniziano a impegnarsi pubblicamente su ciò che loro possono davvero fare ovvero non consumare più suolo? E invece del suolo nessuna traccia nel loro appello. E questo la dice lunga. Come pure la dice lunga la sostanziale assenza, nel passato, di vigorosi appelli politici contro il consumo di suolo. Per rendere (più) credibile il vostro appello, cari sindaci, occorre che dichiariate anche da che parte state concretamente sull’uso della risorsa più strategica, il suolo, evitando di glissare.

È pur vero che con una mano avete fatto qualcosa di green, ma l’altra ha continuato a spalmare cemento, poco importa se per case meno energivore o per strade dove passeranno auto elettriche. Fintanto che abbiamo case e capannoni vuoti, solo quelli vanno usati. E sottolineo solo. E non ci dite che il vostro sforzo green è della serie ‘meglio poco che niente’, perché del poco oggi non possiamo accontentarci e serve solo a fare ancora greenwashing e ritardare l’appuntamento con la salvezza climatica. Occorrono atti concreti e occorrono proprio a partire dall’uso del suolo. Dichiarate tutti assieme che il prossimo anno il consumo di suolo delle vostre città paladine dell’ambientalismo, sarà zero. Chi di voi è sindaco anche di città metropolitana, dichiari che andrà a monitorare tutti i piani urbanistici, tutti i consumi di suolo, tutte le rigenerazioni per capire meglio perché si continua ad asfaltare. Tra voi vi è il sindaco di Milano, fiero promotore delle Olimpiadi2026 senza, però, che vi sia uno straccio di contabilità indipendente sul consumo di suolo nei luoghi delle gare e in quelli connessi (ma vi sembra possibile?).

C’è bisogno che dichiariate tutti assieme che il suolo è una risorsa ecosistemica e del suo consumo le vostre Giunte si fanno corresponsabili e che vi farete personalmente carico di innescare un appello ai vostri colleghi per una legge nazionale che fermi il consumo di suolo (magari ingaggiate anche la vostra associazione, Anci, che troppo poco ha fatto fino a oggi in materia). Chiedete di partire dai grandi sviluppatori (logistica in primis) sottoponendoli a meccanismi fiscali di fortissimo disincentivo a consumare suolo libero. E così via. Insomma, siate concreti e non teorici, perché i risultati delle vostre teorie e promesse li tocchiamo con mano: il consumo di suolo netto in Italia è aumentato in un solo anno di oltre il 22%. Un aumento che non arriva dal cielo, ma dalle vostre firme sui piani urbanistici e sui permessi di costruire, dalla mancanza di coraggio ad opporsi a leggi regionali colabrodo come quelle di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna.

Visto che volete guidare il cambiamento, partite dal tutelare per sempre la risorsa più scarsa, irriproducibile e non resiliente che abbiamo, il suolo, e depositate là il vostro coraggio politico per il futuro.

* Politecnico di Milano

 

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ELEZIONI. La mossa di Calenda, con il possibile corollario di un nuovo soggetto di centro, chiarisce che la parola d’ordine della difesa della Costituzione, strumentale a una alleanza tecnica pre-elettorale, non basta. Rischia di rimanere una mozione degli affetti, volta al più a riguadagnare una quota di astensione, probabilmente insufficiente a cambiare le sorti della battaglia. Che fare? In specie, che può fare il fu campo largo di Letta?
Autonomia differenziata e difesa della Costituzione Illustrazione di Ludovica Valori

Sfogliando la margherita, alla fine Calenda non ci sta. I commenti oscillano tra l’analisi psicologica del personaggio, e la valutazione della sua convenienza a correre da solo, o magari in tandem con Renzi. Mentre è unanime la valutazione che il divorzio aumenti di molto la probabilità di una vittoria con largo margine della destra. Ora tutti vedono in chiaro quanto pesi la distorsione maggioritaria su un terzo dei seggi determinata dal Rosatellum.

La probabile accoppiata Calenda-Renzi in corsa verso il centro incide sull’offerta politica e sulle prospettive di quel che accadrà dopo le urne. Non sfugge infatti che il nuovo soggetto di centro conterrebbe sia chi da tempo sponsorizza una proposta affine al presidenzialismo caro alla Meloni, come il sindaco d’Italia (Renzi), sia un alfiere dell’autonomia differenziata cara alla Lega (Gelmini). Possiamo pensare che la cosa abbia un peso domani, nel parlamento che verrà.

In breve, la mossa di Calenda aumenta il rischio di uno stravolgimento della Costituzione. Perché questo è il copione che la campagna elettorale sta scrivendo. La sinergia perversa tra presidenzialismo e autonomia differenziata, con il contorno di misure regressive come la flat tax, non lascia spazio a dubbi. Certo, bisognerà vedere i dettagli. Ma la sostanza c’è già.

L’assemblea costituente ci aveva consegnato una Carta la cui architettura fondamentale poggiava su due pilastri: eguaglianza e solidarietà, da perseguire attraverso istituzioni ampiamente rappresentative e democraticamente partecipate. Non c’è modo di argomentare seriamente che un paese frammentato in chiave federale dall’autonomia differenziata sia un terreno favorevole all’eguaglianza e alla solidarietà. O che tale frantumazione sia sanata attraverso il diritto di votare il capo dell’esecutivo, che di per sé non compensa diseguaglianze, diritti negati, divari territoriali.

La mossa di Calenda, con il possibile corollario di un nuovo soggetto di centro, chiarisce che la parola d’ordine della difesa della Costituzione, strumentale a una alleanza tecnica pre-elettorale, non basta. Rischia di rimanere una mozione degli affetti, volta al più a riguadagnare una quota di astensione, probabilmente insufficiente a cambiare le sorti della battaglia. Che fare? In specie, che può fare il fu campo largo di Letta?

Consideriamo che il Nord è saldamente in mano alla destra, con vistose appendici sul tema dell’autonomia differenziata con Bonaccini in Emilia-Romagna e ora anche Giani in Toscana. Consideriamo che rimane contendibile il Mezzogiorno, che – non dimentichiamolo – sarebbe per dimensioni e popolazione in alta classifica tra i 27 della Ue. Consideriamo che sia FdI che M5S faranno un investimento sul Sud. Consideriamo che il Sud sarà ancora, come già nel 2018, terreno decisivo per gli equilibri dati dal voto.

Possono fare un investimento sul Mezzogiorno anche Letta e i suoi compagni di avventura? Posso sbagliare e nel caso mi scuso, ma ascoltando le esternazioni più importanti di Letta non gli ho mai sentito dire parole decise e decisive sul rilancio produttivo del Mezzogiorno, sul recupero del gap in settori essenziali come la sanità, l’istruzione, i trasporti. E nemmeno gli ho sentito prendere posizione contro l’autonomia differenziata in chiave leghista, salvo un appoggio a un documento assai blando del Pd veneto volto a ridurre la bulimia gestionale di Zaia & co.

Sul fronte dell’autonomia differenziata il Pd, e la sinistra con qualche eccezione, sono stati sostanzialmente assenti. Ora che l’autonomia è ufficialmente nel programma elettorale del centrodestra il silenzio non può continuare. Bisogna contrapporsi nettamente. Si può fare in specie con una correzione del Titolo V riformato nel 2001, come intende fare una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla quale si raccoglieranno le firme a partire da settembre.

O anche si può fare rivedendo l’agenda Draghi, indubbiamente da correggere. Ad esempio, superando l’ispirazione di iperliberismo mercatista che con i bandi ha messo in competizione i territori sui fondi Pnrr, o da ultimo ha introdotto nella scuola la figura del docente esperto, giustamente criticata da Francesco Sinopoli, segretario Flc-Cgil, su queste pagine. La battaglia elettorale si può vincere. Non con la mozione degli affetti sulla Costituzione, ma con proposte concrete che mostrino come nella Costituzione troviamo la più forte promessa di diritti eguali, di vita migliore, di speranza di futuro.

 
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