ELEZIONI. Anziché consegnarsi a Calenda, a Renzi, agli ex berlusconiani, bisognerebbe provare a recuperare almeno parte dell’astensione dovuta al disagio sociale
È almeno dalla campagna elettorale successiva alla prima legislatura dell’Ulivo che riceviamo appelli al voto utile.
Tra il 1996 e il 2001, l’alleanza di centrosinistra aveva aperto alla parificazione tra fascismo e antifascismo, introdotto la precarietà nei contratti di lavoro, ridotto la progressività fiscale, approvato una legislazione repressiva dell’immigrazione, trasformato il rapporto Stato-enti territoriali in senso federalista, realizzato un vasto programma di privatizzazioni, mosso guerra a uno Stato sovrano senza l’autorizzazione dell’Onu, gerarchizzato le scuole con l’autonomia scolastica, revisionato la Costituzione con un risicato voto di maggioranza.
Al di là delle effettive intenzioni dei suoi protagonisti, e al netto dei condizionamenti esterni, di fatto il governo dell’Ulivo aveva predisposto il terreno per una svolta a destra della politica italiana. Ciononostante, la comprensibile decisione di Rifondazione comunista di presentarsi da sola alle elezioni del 2001 fu vissuta come un tradimento dall’establishment politico-culturale di centrosinistra, che bersagliò il potenziale elettorato di Rifondazione con l’appello al voto utile contro il pericolo del ritorno di Berlusconi.
Da allora lo schema ha continuato a ripetersi, provocando ogni volta l’ulteriore slittamento a destra del quadro politico generale. Il culmine della stagione renziana è stato da ultimo superato con l’agenda Draghi, le cui politiche anti-sociali, anti-ambientali, anti-parlamentari e pro-guerra sembrano l’esito della negazione, a miope beneficio dei dominanti, delle emergenze che minacciano il nostro futuro: le crescenti disuguaglianze, la devastazione ecologica, la crisi democratica, l’olocausto nucleare.
Peraltro, le politiche di destra realizzate dal (sedicente) centrosinistra sempre hanno preparato il terreno alla successiva vittoria politica della destra. Meglio: di una destra ogni volta un po’ più a destra di quella precedente. A Berlusconi è succeduto Salvini; a Salvini Giorgia Meloni. A chi toccherà tra cinque anni?
Leggi tutto: A chi è utile il voto utile? Alla destra di Letta - Francesco Pallante
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Esiste un legame stretto tra la guerra in Ucraina e la questione energetica. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) in un recente commento ha ricordato che l’aumento dei prezzi del gas, già iniziato nell’autunno del 2021, era legato alla riduzione dei flussi dalla Russia come la stessa IEA aveva denunciato a settembre.
L’allarme sulla strategia russa di creare una scarsità nel mercato e, dunque, un aumento artificiale dei prezzi era stato poi rilanciato dal direttore IEA Faith Birol lo scorso gennaio, senza un apparente reazione dei Paesi europei.
Dunque, oltre ad aver creato artificialmente una difficile situazione per i Paesi consumatori in Europa – utilizzando, va ricordato, un meccanismo di mercato europeo assai discutibile – la Russia ha iniziato a incassare flussi di denaro importanti per finanziare l’imminente invasione dell’Ucraina, iniziato a mettere in difficoltà l’economia europea e, inoltre, importanti aziende russe hanno svolto azioni di lobby per far includere gas e nucleare nella Tassonomia verde europea.
Le azioni lobbistiche russe e non solo
Questa azione di lobby da parte delle aziende di stato russe è stata documentata da un rapporto di Greenpeace Francia, che ha evidenziato le azioni di lobby ad alto livello di aziende come Gazprom, Rosatom e Rosfnet.
Una azione di lobby, peraltro, congiunta a quella francese sul nucleare (esistono legami di collaborazione ufficiali tra industria nucleare francese e russa) e, con ogni probabilità, un’azione concomitante sul gas a quella di Paesi come l’Italia (che chiedeva mano più larga sui criteri per il gas). Così la decisione di includere gas e nucleare in tassonomia dello scorso febbraio fu salutata dal Ministro russo dell’energia Nikolai Shulginov come un’opportunità per vendere più gas, combustibile nucleare e reattori (vedi report “How russian companies lobbied for the Ue taxonomy to include fossil fuel and nuclear energy” – pdf)
Una novità assoluta di questi mesi è l’utilizzo sia delle centrali nucleari che della zona contaminata di Cernobyl come obiettivi militari. C’è allarme per la “situazione fuori controllo” della centrale di Zaporizhzhia, la più grande in Europa, sotto il controllo dei militari russi (e dei tecnici della Rosatom).
Oligopolio fossile russo vs transizione energetica
Ma, oltre all’utilizzo dell’energia come arma geopolitica, c’è anche un elemento di fondo che collega la guerra in Ucraina anche con la transizione verso le rinnovabili per combattere la crisi climatica.
La Russia fa parte a pieno titolo dell’oligopolio globale del settore petrolifero e del gas, pochi grandi attori statali e privati, settori che una seria politica climatica dovrebbe abbandonare progressivamente.
Dunque, un aspetto del conflitto innescato da Putin – potremmo dire una “ragione sottostante” – riguarda la natura della forza economica della Russia e cioè il suo essere parte integrante e rilevante di un oligopolio mondiale del petrolio e del gas, ruolo di fatto messo in discussione dalla prospettiva della transizione energetica che, pur con una ambizione non adeguata alla sfida climatica, l’Unione Europea, principale cliente della Russia, ha avviato.
Un rapporto di pochi anni fa dell’agenzia internazionale sulle fonti rinnovabili Irena analizzava come cambierà la geopolitica dell’energia dopo la transizione energetica e, tra i Paesi in maggiori difficoltà, si identificava proprio la Russia e a ben vedere.
Oltre a petrolio e gas, la Russia è esportatrice anche di carbone – la fonte in assoluto più sporca – e controlla anche oltre un terzo del mercato globale del combustibile nucleare. Una transizione verso le fonti rinnovabili, globalmente guidata dalla Cina con Europa e Usa a seguire, spiazzerebbe la posizione economica della Russia, il cui bilancio dello Stato è fortemente dipendente dalle esportazioni delle fonti fossili.
Eolico e rinnovabili sul territorio russo?
Se il primo impianto eolico a capacità industriale in Russia è stato impiantato solo l’anno scorso dall’italiana Enel, la piccola Danimarca, che oggi produce con l’eolico più di quanto consuma, aveva iniziato nel 1987 seguita nel 1991 dalla Germania.
Il potenziale eolico della Russia è gigantesco e, quindi, non ci sarebbe nessun problema se quel Paese iniziasse a investire anche in questa fonte. E, proprio a inizio 2022, la Germania aveva aperto un “ufficio idrogeno” anche a Mosca, proprio nell’intento di iniziare una possibile collaborazione anche con la Russia oltre che col Medio Oriente.
In sostanza, se oggi la Germania è il primo importatore di gas russo in Europa, seguita dall’Italia, domani potrebbe importare idrogeno verde che potrebbe essere prodotto proprio a partire dall’eolico.
Ma c’è una sostanziale differenza tra un assetto dominato dall’industria fossile e quello dominato dall’industria rinnovabile.
Nel primo si tratta di controllare fisicamente pochi siti di produzione in cui con “buchi e tubi” estrarre le risorse fossili per venderle. L’oligarchia di Mosca è “petrolchimica” (e nucleare) e cioè legata alla gestione e al controllo dei flussi energetici fossili e di combustibile e tecnologie nucleari.
Invece, uno scenario dove a comandare sono le rinnovabili è completamente diverso. Si tratta di dover investire in moltissimi impianti, creare una classe di imprenditori e tecnici specializzati, e condividere con le autorità locali anche i benefici degli investimenti.
In sostanza, uno sviluppo di questo genere è scarsamente compatibile con la persistenza di un’oligarchia petrolifera basata sul controllo territoriale dei giacimenti come quella attuale.
Rinnovabili, come progetto di pace
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato di recente che “se agiamo insieme la transizione verso le rinnovabili è il progetto di pace per il 21mo secolo”.
Passare dal secolo del petrolio a secolo del solare, semplificando, è un cambio d’epoca che stiamo vivendo. Questi cambi d’epoca sono spesso stati accompagnati e risolti con le guerre.
Da questo punto di vista, l’accordo di Parigi non è solo un accordo sul clima globale ma è anche un accordo di pace, perché crea un quadro istituzionale globale per gestire in modo negoziato questo cambio d’epoca. Non va dimenticato infatti, che l’Accordo di Parigi nel 2015 fu preceduto da un accordo di cooperazione tecnologica tra Usa e Cina promosso dalla Presidenza Obama.
I rischi di guerra di queste settimane, legati anche alla geopolitica delle risorse energetiche, vanno in senso opposto. E la possibilità di una “guerra fredda” estesa, che coinvolga anche la Cina, è un rischio anche per la lotta alla crisi climatica che, invece, richiederebbe un quadro di collaborazione. Nonostante le pericolose frizioni su Taiwan, il tema della crisi climatica è stato citato nei colloqui tra il Presidente Biden e il Presidente Xi Jin Ping, c’è dunque un tenue segnale di speranza che il dialogo continui.
Le politiche pro-gas dell’Italia
Il conflitto tra fossili e rinnovabili l’abbiamo vissuto anche in Italia. E lo vediamo tuttora: una parte dell’industria – quella elettrica – è disponibile a investire, ma è stata frenata in vari modi.
La reazione alla crisi del gas innescata dal conflitto in Ucraina è stata gestita col tentativo di trovare altre fonti di approvvigionamento in Paesi politicamente instabili, alcune delle quali (gas liquefatto), richiederanno comunque tecnicamente alcuni anni.
Mentre la proposta di accelerare sulle rinnovabili – e avviare espandere investimenti in risparmio ed efficienza – è stata pressoché snobbata. Una risposta che sembra voler garantire il mercato del gas invece di accelerare su tecnologie che possano ridurne la dimensione. Una politica volta a preservare il mercato dell’Eni – che importa il gas russo – più che gli interessi del Paese e del clima. Questo perché Eni ha un piano industriale totalmente inadeguato ad affrontare la crisi climatica e investe solo marginalmente in rinnovabili. Dunque, una accelerazione sulle rinnovabili e sull’efficienza toglierebbe mercato all’azienda.
Un sistema basato sulle rinnovabili è possibile. Ma è necessario accelerare: non è vero quello che dice il ministro Cingolani che bisognerebbe rallentare per non perdere posti di lavoro e accelerare per salvare il clima. Al contrario, bisogna accelerare anche per non perdere posti di lavoro nei nuovi settori, che verranno occupati da altri Paesi e che, invece se creati da noi possono consentire una transizione più giusta per riconvertire i lavoratori dei settori fossili.
Commenta (0 Commenti)L'APPELLO. Davanti allo spettacolo di divisioni e veti tra le forze di centro e di sinistra, la destra stende un preciso programma di governo che vuole stravolgere gli equilibri costituzionali. Nei collegi uninominali nessun rappresentante dei partiti, ma solo esponenti della società: esponenti di movimenti, associazioni, uomini e donne del mondo culturale
Il secondo giuramento di Sergio Mattarella da Presidente della Repubblica - LaPresse
Giunti al bivio si sono infilati in un vicolo cieco. Per uscirne bisognerebbe tornare indietro ed imboccare la via maestra.
Sin dall’inizio era noto a tutti che i programmi, le visioni, le sensibilità delle forze che si sarebbero dovute opporre alla preannunciata vittoria della destra erano tra loro non componibili.
Aver voluto siglare un particolareggiato accordo tra due alleati non poteva che gettare nello scompiglio i già fragili equilibri della coalizione elettorale allargata. Ora, ricomporre il quadro sembra impossibile, almeno sul piano dell’indirizzo politico e di governo.
Una spruzzatina di rosso-verde nel programma “Draghi” siglato in via autonoma e non concordata da due dei partecipanti alla coalizione non potrebbe che aumentare lo sconcerto e dare una rappresentazione falsata della natura dell’accordo perseguito. Meglio sarebbe – se ce ne fosse ancora la possibilità – riaffermare la natura e lo spirito di una alleanza elettorale tra diversi.
Su queste pagine è stato scritto ripetutamente e a chiare lettere. Ciò che lega tutte le forze dell’ipotetica coalizione è di evitare il peggio, non invece quello di realizzare il meglio. Si tratta di reagire con intelligenza e coraggio ad una situazione che rischia di portare il nostro paese fuori dall’orizzonte della democrazia costituzionale.
Per colpe diffuse, dalla quali nessuno è esente – ed alcuni degli attuali protagonisti della ipotizzata coalizione sono direttamente responsabili – rischiamo di consegnare il paese ad un gruppo di forze politiche che hanno preannunciato la fine della nostra forma di governo e di Stato.
Mentre si assiste ad un triste spettacolo di divisioni e veti tra le forze di centro e di sinistra, la destra riunisce i propri consulenti per stendere un preciso programma di governo ed ha già indicato tra i suoi punti qualificanti quello di stravolgere gli equilibri costituzionali: la democrazia parlamentare lascerebbe il posto a quella presidenziale, mentre il regionalismo italiano verrebbe piegato alle logiche brutalmente competitive del regionalismo differenziato.
Per non dire delle politiche sociali, economiche e filo-nazionaliste che la destra si propone di realizzare, che disegnano una compiuta e complessiva forma di democrazia illiberale.
Altre volte si è detto e si è scritto su questo giornale dei pericoli di una simile svolta ed è per questo motivo che è necessario auspicare che tutti coloro che avvertono il rischio si uniscano in difesa e per l’attuazione della Costituzione.
È evidente – né è opportuno nasconderlo – che tra coloro che si coalizzano vi sono idee diverse su quasi tutte le questioni di politica nazionale, la stessa interpretazione della vigente Costituzione appare assai diversa, per non dire della partecipazione attiva di molti allo scriteriato revisionismo costituzionale che è all’origine di molte delle attuali degenerazioni.
Ma – a me sembra – che, per evitare il peggio, la “grande coalizione” sia l’unica via possibile.
Una coalizione senza veti di tutte le forze unite dal rispetto della nostra Costituzione. Di questi tempi non sarebbe poco, forse è il massimo.
Si tratta di provare a mettere in sicurezza per l’intera prossima legislatura almeno il testo della Costituzione formale, per poi – evidentemente – continuare a lottare per un’interpretazione costituzionalmente orientata delle politiche dei governi, che rappresenterà il terreno di scontro tra le varie idee delle diverse forze politiche.
Una via resa possibile anche da un uso intelligente della peggiore legge elettorale possibile.
Anche in questo caso, senza tornare a discutere nel merito della legge, basta ricordare che la coalizione è resa necessaria solo pro quota: nei collegi uninominali dove vince il candidato che ottiene il miglior risultato, il quale può essere sostenuto da più forze politiche, tra loro non vincolate da un programma comune.
Queste stesse forze politiche si possono poi confrontare, ciascuno con un suo programma, presentando le proprie liste e concorrendo per la distribuzione proporzionale dei seggi.
Un’unità dei distinti, un po’ forzata, non v’è dubbio, ma questo è quanto permette di fare una legge elettorale Frankenstein. Questo è quanto è necessario fare per evitare il peggio.
Questa prospettiva ha (aveva?) un unico presupposto logico, prima ancora che politico: il riconoscimento delle diversità – anche profonde – di tutti i soggetti che partecipano all’accordo costituzionale.
È per questo che la creazione di un’asse che si ritiene titolare dell’indirizzo politico della coalizione finisce per compromettere l’intero progetto, sovrapponendo impropriamente il piano costituzionale che unisce, con il piano politico che divide.
Ed ora, che fare? Non mi sembra ci sia voglia di fare un passo indietro: a colpi di tweet è stata decretata la irreversibilità della scelta.
E allora non rimane che fare due passi avanti. L’accordo tra Letta e Calenda ha trovato un punto di sintesi accogliendo una proposta che era stata formulata inizialmente da Fratoianni: nessun candidato “divisivo” si presenterà nei colleghi uninominali, i leader di partito si confronteranno solo nella quota proporzionale.
Perché allora non proseguire su questa strada, stabilendo ora che nei collegi uninominali non si presenti nessun rappresentante dei partiti, ma solo esponenti della società civile (dei movimenti, delle associazioni, del volontariato, del mondo della cultura). Un passo indietro di tutti i partiti, per far fare due passi avanti al “popolo della costituzione”.
Non mi nascondo dietro ad un dito: una proposta che scatenerebbe una tempesta. All’interno dei partiti, che vedrebbero ridotte le possibilità di comporre i conflitti interni e ridurrebbe il numero dei posti in lista.
Fuori dai partiti, con l’evidente parallela difficoltà legata alla necessità di individuare autorevoli figure effettivamente rappresentative della “società civile”, che non è un’entità astratta ma è anch’essa divisa.
Non sarebbe dunque facile trovare un accordo, ma sarebbe un confronto di rottura e “sorprendente”, che uscirebbe delle logiche autoreferenziali della politica.
Così, composti i collegi uninominali da tutti sostenuti, ogni diversa forza politica riacquisterebbe la propria piena libertà di programma nella quota proporzionale dove ciascuno avrà il suo.
Una bella sfida. Una sfida impossibile?
Commenta (0 Commenti)È la prima volta, da quando esercito il mio diritto al voto, che sono incerto sulla mia scelta, ma dicendomi di sinistra, sento il bisogno di avere vicino a me compagne e compagni, almeno per discutere; da qui questo scritto aperto a osservazioni e critiche. Nel frattempo continuerò a ad ascoltare, leggere (e a discutere ad alta voce al bar).
L'imprevista crisi di governo ("domani sarà una bella giornata": Letta alla vigilia), ha squarciato il telone circense che proteggeva gli acrobati della sinistra.
Il prossimo numero elettorale sarà senza rete, l'ha recisa definitivamente una legge che più lontana dagli elettori e più coercitiva non si trova nella storia della Repubblica; legge elettorale che va ascritta all'impegno parlamentare del PD, di Forza Italia e della Lega. Questa legge favorisce l'apertura di faglie telluriche nel nostro sistema politico e istituzionale; invece di aiutare a controllare delle esplosioni, le amplifica: con poco più del 30% dei suffragi, il M5S è stato il Belzebù ex machina di questa legislatura, con finale inabissamento; con il 40/45% dei consensi reali, la coalizione di centro-destra potrebbe manomettere definitivamente la Costituzione.
Deriva da questo scenario la proposta/appello di Azzarita per dare vita a un fronte elettorale a difesa della Carta; non sarà accolta, perché non vi è, nei dirigenti a cui si è rivolto, nessuna generosità (elemento espressamente richiamato da Azzarita, per poter attivare tecnicamente lo schieramento) e perché per molti di loro il pericolo, in definitiva, o è nulla, o non merita alta vigilanza.
La mancanza di generosità e le divisioni politiche tra gli acrobati della sinistra, attenti soprattutto a non cadere loro dalla fune, ha tarpato le ali all'unica esperienza di sinistra che, se coltivata alla Voltaire, avrebbe potuto fiorire: Coraggiosa. Nonostante il risultato alle elezioni regionali del 2020 in Emilia Romagna, rafforzato dal successo nelle elezioni comunali dello stesso anno e successivi (con percentuali tra il 5 e l'8 per cento), non si è costituito un movimento politico autonomo. La responsabilità è tutta dei suoi soggetti costituenti: Articolo 1, Sinistra Italiana e dei suoi leader, Schlein e Vasco Errani su tutti, che oggi si preparano a trovare ospitalità nel PD per tranquille nomine, anche lasciando a metà esperienze amministrative sbandierate come le più innovative nel Paese.
Ma l'emergenza democratica non consente di essere moralisti, giusto? Anzi, è proprio questa l'unico mastice a disposizione nel campo delle sinistre, ma è ormai senza presa e per nulla attrattivo: l'allarme, son fascisti, purtroppo non genera plusvalore elettorale. Le memorie sono sempre più brevi, anche quelle politiche, ma nel 2018, chi affisse manifesti antifascisti nei pochi spazi elettorali a disposizione, perse un seggio considerato sicuro - o, almeno, contrattato come tale a livello nazionale.
A sinistra, la politica negativa, cioè il voto oppositivo, alimentato solo dalla paura, è un voto perdente per la sua stessa natura. Norma Rangeri, sul manifesto, ha esposto gli argomenti migliori per farne una sorta di Piave democratico, ma a chi si rivolgeva? E, soprattutto, chi pensava di convincere? Forse l'ascolteranno alcune centinaia di elettori senza partito, incerti come mai sul segno da tracciare sulla scheda elettorale.
Ma nessun giovane sarà convinto da argomenti antifascisti. O lo sono già, antifascisti, o non lo diventano in questa torrida estate elettorale, ascoltando gli argomenti di Letta, Calenda o Di Maio. E le decine di migliaia di leghisti iscritti alla CGIL non abbandoneranno il loro partito perché fascista o alleato ai fascisti, anzi: probabilmente avranno buoni argomenti per sostenere che per i lavoratori è più dannoso il liberismo di Calenda (e Draghi) che non il populismo della Lega, la quale il reddito di cittadinanza comunque l'ha votato e ha sospeso la legge Fornero.
E come non vedere che Calenda e Renzi, e con loro il centro moderato e trasformista, addirittura hanno sabotato l'idea di un campo largo detto repubblicano, ponendo veti sulle persone e aut aut programmatici? Ancora una volta il PD tentenna e passa in pochi giorni dal campo largo al corriamo da soli, per approdare, via alleanza repubblicana, all'agenda Draghi uber alles. Solo il decisionismo del governatore dell'Emilia Romagna, accompagnato da manifesto piglio autoritario, può confondere le idee sulle questioni energetiche: e cioè che un rigassificatore di fronte alla spiaggia e alla pineta di Punta Marina, autorizzato per 25 anni, compensato da un campo di pale eoliche, sia una strada obbligata delle nuove politiche energetiche; un clamoroso esempio di pragmatismo amministrativo insofferente a qualsiasi obiezione, perché incardinato su un sistema economico che non prevede trasformazioni significative, né per la condizione del lavoro, né per la distribuzione della ricchezza, né diversa l'attenzione agli ecosistemi.
In attesa leggere le proposte del PD su lavoro, salari, tassazione, prelievi dalla rendita e dai profitti XXL, rilevo che Provenzano ha dichiarato che il PD non permette al M5S di intestarsi la questione sociale: quindi? Nemmeno di fronte ad una crisi epocale, il PD riesce ad andare oltre a qualche balbettio su salario minimo e riduzione del cuneo fiscale. Casi come quello di Monfalcone, dove la classe operaia italiana non vota più a sinistra, certificano l'abbandono da parte del PD del mondo del lavoro operaio come principale soggetto sociale e politico di riferimento, è più in generale confermano le ricerche di studiosi come Piketty sul mutamento epocale in Europa occidentale dei partiti socialisti, che sono stati sostituti dalle destre come principali collettori della rappresentanza delle classi lavoratrici e popolari.
Crisi epocale, quella che stiamo attraversando, crisi di sistema: pandemia, guerre, inflazione, clima, digitalizzazione della vita sociale: sono tutti segmenti di una grande trasformazione in atto di cui vediamo i pericoli, ma per i quali non ci stiamo attrezzando adeguatamente. Incombono nuovi nazionalismi, razzismi e soprattutto esplosioni di violenza, individuale e collettiva, come rapide soluzioni a malesseri di ogni tipo, alimentati da vecchie e nuove povertà.
Recentemente più di un imprenditore ha espresso il timore che il prossimo autunno possa essere stagione di contestazioni, rabbie, rivolte sociali sempre meno controllabili. Non ho sentito un dirigente del PD esprimere la medesima urgenza. Così, decisivi settori dell'elettorato sono relegati nell'astensionismo o regalati al populismo.
Il PD non ha nemmeno capito, oppure ha dimenticato, la lezione che la scuola ha dato al governo Renzi. Lasciamo da parte la questione economica (eh però: 4 anni che si aspetta il rinnovo del contratto, una proposta Bianchi di incentivi economici legati ad una formazione burocratica inutile che ricorda molto i devastanti bonus premiali di Renzi) e diciamo semplicemente che non capiamo che cosa si aspetta ad attivare un percorso di confronto e dialogo con il mondo della scuola che approdi una riforma strutturale del nostro sistema educativo e formativo. L'attuale sistema, così com'è, non reggerà per molto tempo: tutti i dati a disposizione suggeriscono che è ora di cambiare, e cambiare radicalmente: curve demografiche, statistiche europee sulle conoscenze acquisite, certificazioni dei disagi e dei ritardi, età media dei docenti di ruolo. I cicli della scuola sono ancora strutturati come quando l'obbligo era fissato ai 14 anni e l'università era un approdo qualificante per pochi. Cosa si aspetta a sinistra a mettere a disposizione una proposta generale di riforma? Cosa spetta il sindacato? Anche qui, non si va molto lontano se ci si mette sempre e solo sulla difensiva.
Giunti a questo punto, i lettori potrebbero aver tratto la conclusione che il mio voto quindi andrà a una formazione di quelle sinistre che non ci hanno pensato nemmeno un secondo a coalizzarsi col PD. Proverò a spiegare perché non è probabile che sarà così. Se è pur vero che l'appello di Azzariti e le ragioni di Rangeri li hanno lasciati insensibili, non è questo il motivo principale per cui non mi hanno convinto.
Quando leggo Ferrero, e più recentemente Acerbo, che propone di trasferire, sic et simpliciter, il modello (!?) Melanchon in Italia, mi viene da sorridere, perdonate la sincerità. Per Ferrero in Italia ci sarebbero già tutte le condizioni politiche, sociali e culturali per dare vita a una ampia e plurale coalizione antiliberista ed ecologista, mancherebbe solo il leader (che non è poco). Non sono del suo parere: in Italia culture politiche, lotte e movimenti reali, radicamento sociale, organizzazione e dialogo delle sinistre non corrispondono alla realtà francese. E in Francia la crisi del partito socialista ha lasciato spazi che la sinistra radicale ha saputo coltivare. C'è poi una questione che continua ad essere elusa: perché solo alla vigilia delle elezioni politiche le sigle della sinistra provano a unirsi (tecnicamente) e mai giungono a maturazione precedenti processi di unificazione? All'ultimo momento, un aiuto insperato per la costituzione di un rassemblement alla francese delle sinistre (con il M5S?), potrebbe venire dall'accordo Letta-Calenda su ripartizione dei collegi e Agenda Draghi, vedremo.
Comunque andrà, guarderò con attenzione se, dall'esperienza francese, sarà mutuata anche la scelta di candidare in posizioni eleggibili uomini e donne conosciuti per il loro impegno e le loro lotte nella società, oppure saranno scelti solo i dirigenti delle piccole formazioni, secondo puntuali divisioni percentuali. Anche SI e Verdi, ai miei occhi, si giocano molta credibilità sul tema delle candidature.
Non voterò per nessun candidato no vax.
È la prima volta, da quando esercito il mio diritto al voto, che sono incerto sulla mia scelta, ma dicendomi di sinistra, sento il bisogno di avere vicino a me compagne e compagni, almeno per discutere; da qui questo scritto aperto a osservazioni e critiche. Nel frattempo continuerò a ad ascoltare, leggere (e a discutere ad alta voce al bar).
Saranno i profili dei candidati e le proposte programmatiche concrete e che valuterò se realizzabili che orienteranno la mia scelta finale, che non voglio prendere in solitudine.
APPELLO. E' indispensabile ed urgente dare vita ad una coalizione d’emergenza senza preclusioni per nessuno. La diversità verrà misurata nel proporzionale, dove ciascun soggetto politico si presenterà con il proprio programma specifico, e senza dubbio in questa sede torneranno centrali le grandi questioni
Non avere cambiato la legge elettorale in tempo prima delle elezioni politiche del prossimo 25 settembre obbliga tutti a fare i conti con quella in vigore.
In ogni situazione i soggetti politici debbono fare i conti con la situazione reale, altrimenti si è destinati a gravi insuccessi.
In questa tornata elettorale, a causa della ritrovata compattezza delle forze di destra e della scomposizione dell’aggregato politico e sociale realizzato dai 5 Stelle nel 2018, massimo è il rischio che nel maggioritario il centro-destra possa fare cappotto assicurandosi gran parte dei 147 seggi della Camera e dei 74 del Senato.
L’esperienza delle elezioni in Sicilia del 2001 dove il centrosinistra perse per 61 a 0 ci insegna che è sempre possibile che un solo soggetto conquisti il 100% dei seggi nel maggioritario.
Gli effetti negativi di questa pessima legge elettorale, per di più, sono esaltati dal taglio di un terzo dei parlamentari, visto che in due anni non sono state approvate le modifiche della Costituzione ritenute indispensabili per arginare la compressione del pluralismo nella elezione del Senato.
Il 25 settembre ci sarà un voto unico per il maggioritario e per la circoscrizione proporzionale con liste bloccate. Se all’unico candidato della destra, si contrapporranno più candidati di altre forze politiche, l’esito sarà scontato.
A farne le spese sarebbe la Costituzione perché
Leggi tutto: «Una coalizione d’emergenza» per la Costituzione *** un appello da firmare
Commenta (0 Commenti)DE MAGISTRIS su accordo Letta - Calenda: il PD sarà il perno del grande centro. È triste che Sinistra italiana non abbia avuto il coraggio di ascoltare i territori per garantire qualche poltrona ai suoi dirigenti
“ L’accordo Letta-Calenda è la prova definitiva che il PD è non solo azionista di maggioranza del draghismo, in prima linea nel partito delle armi e della guerra, oltre che delle politiche di devastazione ambientale, inceneritori in testa. Il PD sarà il perno su cui ruoterà il grande centro, da Letta a Calenda, da Brunetta a Gelmini, da Carfagna a Mastella, da Di Maio a Renzi. “ lo afferma Luigi de Magistris portavoce di UNIONE POPOLARE
“ È triste che per garantire la poltrona parlamentare a qualche dirigente di partito Sinistra italiana non abbia avuto nella sua maggioranza il coraggio di ascoltare i territori che avrebbero voluto la costruzione di un polo pacifista, ambientalista, per i diritti e le libertà civili, non allineato al sistema. Unione Popolare si impegnerà al massimo per unire chi non vuole consegnare il Paese ai signori del sistema e realizzare un’alternativa di governo.” conclude de Magistris