Mentre il Senato annuncia obiettivi chiari per dire stop ai sussidi per oli alimentari (come palma e soia) nella produzione di biocarburanti al 2023, il deputato della maggioranza di Governo, Alberto Pagani, insieme ad altre forze politiche di opposizione, propone un emendamento per dirottare lo stop al 2030: “scelta incomprensibile se non motivata da interessi economici”.
La discussione sui sussidi ai biocarburanti nemici delle foreste interesserà la Camera nei prossimi giorni per la definizione della legge delega, in quanto recepimento della direttiva europea sulle fonti rinnovabili. Un iter che dovrà poi vedere lo stesso Governo prendere delle posizioni chiare senza rischiare rimbalzi che potrebbero far slittare pericolosamente l’obiettivo di rimozione dei sussidi. Un ritardo che lederebbe al positivo slancio da parte del Senato, che invece ha accolto l’anticipazione dello stop ai sussidi.
La riforma in discussione riguarderà la regolamentazione dei biocarburanti ad alto e basso rischio ILUC (Indirect land use change), che provocano cioè un cambiamento indiretto dell’uso del suolo, come l’olio di palma e l’olio di soia sottraendolo quindi alle nostre tavole.
Vista la necessità di dare un taglio ai sussidi per le “finte rinnovabili”, è inspiegabile la posizione del deputato PD Alberto Pagani che, secondo Legambiente, è probabile difenda degli interessi economici locali.
“Non ci vuole molto a dare una lettura di questa scelta politica, non a caso della politica ravennate che continua a portare avanti istanze nemiche del clima e spesso a supporto delle attività estrattive” – commenta Legambiente. Nel polo industriale ravennate, in particolare nella località marittima di Porto Corsini è presente la Noavol del gruppo Bunge, una delle principali bioraffinerie di oli vegetali destinati sia all’industria alimentare ma anche a quella per la produzione di biocarburanti. Impianto che fu oltretutto contestato dalla comunità locale nel 2016 per problemi legati ad emissioni odorigene e su cui intervenne anche la procura”.
Si tratta di un impianto che lavora circa 200 mila t/anno di oli ricevendo quindi ingenti sussidi.
“Ci appelliamo allora al deputato Pagani, in primis per ricevere spiegazioni puntuali sulla motivazione dell’emendamento e inoltre, per sottolineargli l’impatto che la produzione di queste materie prime esercitano sui territori di produzione. Un impatto ecologico per la conseguente deforestazione quindi sul clima ed importanti impatti sociali sulle popolazioni indigene “.
Infine Legambiente rimanda all’urgente necessità di abbandonare politiche industriali più vicine al greenwashing che alla vera riconversione green, come è stato per il caso di ENIDiesel+ ma che ancora alcune aziende, come Hera, cavalcano come soluzioni ambientalmente migliorative.
“Se vogliamo puntare sui biocarburanti è necessario alimentare filiere di recupero di oli esausti puntando su Economia Circolare ed efficienza ed inserendo colture dedicate in pianificazioni centrate a valorizzare ambienti agricoli marginali, altrimenti poco produttivi” - conclude.
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NOTA di APPROFONDIMENTO
Il pluralismo e l’articolazione delle istituzioni repubblicane sono e devono essere moltiplicatori di energie positive, ma questo viene meno se, nell’emergenza, ci si divide. Dobbiamo far ricorso alle nostre capacità e al nostro senso di responsabilità, per creare convergenze e collaborazione tra le forze di cui disponiamo perché operino nella stessa direzione. Anche con osservazioni critiche, sempre utili, ma senza disperderle in polemiche scomposte o nella rincorsa a illusori vantaggi di parte, a fronte di un nemico insidioso che può travolgere tutti.
(Intervento del Presidente Sergio Mattarella, per l’apertura della XXXVII Assem-blea ANCI, 17.11.2020).
Il DDL Boccia come legge-quadro applicativa dell’art.116. c.3, Cost. non fornisce risposta sui seguenti punti cruciali e ineludibili:
1) Natura della legge di recepimento delle intese, emendabilità delle stesse e ruolo del parlamento.
Va affermata la natura sostanziale della legge di approvazione delle intese con la più ampia e incondizionata facoltà del Parlamento di proporre modifiche, indiriz-zare, accettare o rigettare le intese medesime. Al contrario, ove si ritenesse tale legge puramente formale – come quelle che approvano le intese ex art. 8 Cost. – si produrrebbe un mutamento costituzionalmente illegittimo della forma di governo e di Stato. Infatti potrebbero ritenersi ridimensionati in modo inammissibile i poteri del PdR di rinvio alle Camere della legge di approvazione e pure quelli della Corte Costituzionale sui contenuti dell’intesa, e assisteremmo all’insostenibile paradosso per cui il Parlamento continuerebbe ad essere titolare del potere di revisione co-stituzionale della distribuzione delle competenze di cui all’art.117 cost., ma non avrebbe alcun potere nel caso in cui una diversa distribuzione delle competenze venisse decisa ex art. 116 cost. da una intesa degli esecutivi regionali e nazionale. Andrebbe piuttosto considerata, come il PdR stesso ha sottolineato, l’attuazione del disposto dell’art.11, commi 1 e 2, della L. 3/2001, integrando la Commissione par-lamentare per le questioni regionali con rappresentanti delle Regioni, delle Provin-cie autonome e degli Enti locali.
2) Condizioni necessarie per qualsiasi attribuzione di maggiore autonomia
indivisibilità della Repubblica sancito dall’art. 5 Cost., e specificato dall’art. 120 in termini di unità giuridica ed economica.
Appare dunque di per sé insostenibile la richiesta di maggiore autonomia in tutte o nella grande maggioranza delle materie ex art. 117, commi 2 e 3, Cost., che viene avanzata dalle bozze di intesa fin qui note. Va preliminarmente notato che nelle materie concorrenti la potestà legislativa di dettaglio è già della regione. Dunque, se fosse richiesto un trasferimento di potestà legislativa, si intaccherebbe la potestà statale di dettare i principi fondamentali, con evidente lesione del modello generale dell’art. 117.
In ogni caso, si produrrebbe una disarticolazione del paese, come si mostra in specie vero laddove si consideri la devoluzione di materie quali “porti e aeroporti civili” , “grandi reti di trasporto e di navigazione”, “ordinamento della comunica-zione”, “ produzione trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, “ armoniz-zazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” , “tutela e sicurezza del lavoro” , “alimentazione”, “governo del territo-rio”. Nella conseguente frammentazione la Repubblica una e indivisibile non po-trebbe sopravvivere. Lo stesso vale per la scuola, per la valenza di fondamento dell’identità nazionale che ad essa deve riconoscersi. Mentre la pandemia in atto dimostra con assoluta evidenza come la regionalizzazione estrema abbia prodotto squilibri inaccettabili nella tutela di un diritto fondamentale come quello alla salute, ed abbia altresì gravemente indebolito la capacità di fare fronte all’emergenza.
La legge-quadro proposta non può rispondere alle esigenze qui indicate. È infatti inidonea, in quanto legge ordinaria, a porre limiti alle leggi che approvassero intese di contenuto difforme, verso le quali non è gerarchicamente sovra-ordinata. Non può in specie considerarsi norma interposta prevalente rispetto a quelle di
approvazione delle intese, per l’inapplicabilità del modello alle leggi ex art. 116., co. 3, della Costituzione. Si potrebbe, al più, affermare nella legge-quadro il principio, di valenza politica, che talune materie non consentono alcuna forma di maggiore a particolare autonomia per la valenza strategica ai fini dell’unità nazionale, come ad esempio – per ragioni diverse – la scuola o le grandi infrastrutture.
L’inadeguatezza della legge quadro non viene superata dalla sola previsione di una disciplina per la definizione dei LEP. I livelli essenziali delle prestazioni non po-trebbero né prevenire né impedire la frammentazione del paese derivante dall’au-tonomia differenziata. Attengono infatti al livello del servizio, e non all’organizza-zione dei poteri pubblici che lo forniscono. La prova si trae dai LEA, equivalente sa-nitario dei LEP, che non hanno evitato il sostanziale dissolvimento del servizio sani-tario nazionale.
3) Definizione dei LEP e dotazioni finanziarie
I LEP possono essere - a seconda del modo in cui si costruiranno - argine alla di-seguaglianza ovvero positivo fattore di uguaglianza. La preventiva definizione dei LEP e dei fabbisogni è la condizione per determinare le risorse necessarie a finan-ziarli e non viceversa come sinora avvenuto. I diritti civili e sociali sono il fine, la disponibilità e l’efficienza economica sono il mezzo per raggiungere quel fine: così anche la Corte Cost. con la sentenza 275/2016. I Lep, cioè i Livelli essenziali – non minimi – delle prestazioni relative a sanità, istruzione, lavoro, non autosufficienza, prestazioni sociali, ambiente, devono trarre la loro base giuridica e politica dai prin-cipi e dagli scopi rinvenibili nelle leggi quadro nazionali, così come la L. 833/1978 istitutiva del SSN lo è per i LEA, e devono essere adeguatamente finanziati o si ri-schia che la loro sola definizione sia del tutto insufficiente a garantirne l’esigibilità e l’uniformità in tutta la nazione.
Una volta definiti i LEP, sarebbe fondamentale definire a legislazione vigente – a proposito dei soggetti istituzionali che dovranno dare applicazione ai medesimi- “un sistema integrato di livelli istituzionali che operino nei territori di competenza e nell’interesse della cittadinanza in un quadro di principi inderogabili e universali” (documento sul Titolo V della CGIL nazionale, febbraio 2018)
Lanciamo un appello pubblico, aperto a tutte le organizzazioni, singoli, scienziati e personalità del mondo accademico per la costruzione di una grande campagna contro la costruzione del CCS di Ravenna per una allocazione dei soldi del Recovery Fund in progetti che permettono una transizione energetica e per un radicale cambiamento delle politiche energetiche del nostro paese
La crisi climatica sta devastando sempre di più il nostro pianeta e la diffusione del Covid-19 ha rafforzato la necessità di un’inversione di rotta radicale sui nostri stili di vita e sulle politiche ambientali, eppure a 5 anni dagli accordi di Parigi del 2015 siamo ancora lontanissimi dall’intraprendere concretamente la strada per l’azzeramento delle emissioni di CO2, che in Italia dovrebbe avvenire entro il 2030.
Non solo: i grandi colossi energetici come ENI, con il sostegno del Governo italiano, della Regione Emilia Romagna e i soldi europei, non sembrano essere davvero interessati, se non per slogan e campagne di greenwashing, ad abbattere le emissioni, come dimostra il progetto di costruire a Ravenna il più grande ‘centro di cattura e stoccaggio della CO2’ del mondo.
Attraverso la tecnologia del CCS (Carbon Capture and Storage – o Sequestration), ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi 300-500 tonnellate di CO2 ad altissima pressione; CO2 risultante da processi industriali o dall’attività dei loro stessi impianti, la cui produttività dunque non è messa in discussione.
Come attivisti e attiviste, esperti, associazioni, comitati e collettivi ecologisti che lottano per l’abbandono totale dei combustibili fossili, siamo contrari a questo progetto perché:
– il CCS non è un modo efficace per abbattere la CO2, ma un espediente per tenere in vita processi produttivi e di approvvigionamento energetico altamente emissivi, mettendo di fatto la polvere sotto il tappeto;
– il CCS viene adottato in primo luogo perché permette di estrarre ciò che resta nei giacimenti ravennati al termine della loro vita produttiva, così da immettere sul mercato altre quantità non trascurabili di combustibili fossili;
– il CCS è una tecnologia sperimentale ancora in fase di ricerca, altamente costosa rispetto ai benefici economici (come già dimostrato in Norvegia);
– sviluppare il CCS significa investire miliardi di euro pubblici che sarebbe invece necessario e urgente utilizzare per la transizione ecologica, tecnologie 100% green, energie rinnovabili;
– lo stoccaggio, come hanno dimostrato analoghe attività in altre aree, potrebbe provocare un progressivo incremento della sismicità nel territorio ravennate, che già presenta un rischio sismico medio-alto ed è soggetto a significativi fenomeni di subsidenza;
– Ravenna, i suoi preziosi mosaici e gli otto monumenti Unesco, non meritano di essere sede di “esperimenti”;
– il progetto del CCS a Ravenna, qualora venisse approvato, diventerebbe un pericoloso precedente che ENI potrebbe replicare in altri siti in Italia.
Lanciamo pertanto un appello pubblico, aperto a tutte le organizzazioni, singoli, scienziati e personalità del mondo accademico per la costruzione di una grande campagna contro la costruzione del CCS di Ravenna per una allocazione dei soldi del Recovery Fund in progetti che permettono una transizione energetica e per un radicale cambiamento delle politiche energetiche del nostro paese.
Primi firmatari:
Fridays For Future Italia
Rete per l’emergenza climatica e ambientale dell’Emilia Romagna
Campagna per il clima fuori dal fossile
NO TAP – Brindisi
Làbas – Bologna
Forum Italiano Movimenti per l’acqua
Prof.Vincenzo Balzani
Prof. Leonardo Setti
Tpo – Bologna
Re:Common
Legambiente Emilia Romagna
Redazione emergenzaclimatica.it
Salvaciclisti Bologna
Ass. eQual – Mantova
Medici per l’ambiente
Difendiamo l’ambiente con le unghie!
Coordinamento provinciale comitati ambiente e salute – Reggio Emilia
Parents for future – Castelfranco Emilia (MO)
Parents for future – Bologna
La materia dei sogni
Verdi Forlì – Cesena
Casa Madiba Network Rimini
Per firmare l’appello: https://forms.gle/mynkKPWWPMZvupdn6
Contatti:
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Facebook: NOCCS il futuro non si Stocca
Instagram: noccs_ilfuturononsistocca
La politica faccia una scelta: serve difendere persone e aziende, non inseguire autostrade che aggravano il problema
Fiumi sempre più artificializzati e nuovo cemento aggravano il cambiamento climatico
Anche nell'anno del Covid il clima non ci dà tregua, segnalando che sui temi ambientali servono risposte urgenti. I fatti di Modena ci presentano l'ennesima alluvione causata da piogge intense e la rottura di un argine nella nostra regione.
Un evento che purtroppo non ha più nulla di straordinario, vista la regolarità con cui il nostro territorio deve fare i conti con lo stato di calamità ed eventi che mettono in pericolo l’incolumità delle persone, i loro beni e le attività economiche. La dinamica meteo vista nel fine settimana, con forti precipitazioni in pochi giorni e scioglimento repentino della neve in Appennino è ormai un evento già visto che ha causato altre alluvioni negli anni scorsi.
Straordinario invece è che nella provincia con uno dei nodi idraulici più a rischio il principale dibattito sia su come usare Autobrennero per realizzare fare nuove autostrade, per le ceramiche. Infrastrutture che aumenterebbero l'impermeabilizzazione del suolo e le emissioni da traffico.
Proprio sabato scorso era la giornata internazionale del suolo - Legambiente ha presentato il proprio studio sul nuovo cemento (LINK) - e ironicamente il territorio ancora una volta mostra la sua fragilità sotto gli effetti del clima e dell'eccesso di urbanizzazione.
“Serve trovare spazi naturali di espansione per i fiumi e anticipare al prima possibile l’obiettivo del consumo di suolo netto pari a zero. “ – sottolinea Legambiente.
"Dobbiamo prendere atto che continuare ad alzare argini e artificializzare i fiumi non è la soluzione che da sola ci possa mettere in sicurezza"
Secondo l’associazione la crescita scomposta delle aree urbanizzate e l’assottigliamento delle aree naturali a disposizione dell’acqua per espandersi hanno portato, ancora una volta, ad un’esondazione importante che ha messo in pericolo l’incolumità delle persone, i loro beni e le attività economiche.
Serve dunque una nuova politica sul suolo che tolga invece che aggiungere, che delocalizzi e crei fasce libere attorno ai fiumi. Serve rafforzare la legge regionale urbanistica 24/2017 senza quindi ampliare le maglie e chiedere ai Comuni una veloce applicazione dei PUG, senza lasciare alibi ed interpretazioni.
“Occorre limitare il più possibile la cementificazione diffusa e caotica che colpisce l’Emilia Romagna.”- conclude.
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L’assemblea generale della Cgil di Ravenna, che si è svolta oggi (giovedì 3 dicembre), ha eletto, con il 93% dei voti favorevoli, Marinella Melandri segretaria generale della Camera del lavoro di Ravenna.
L’emergenza dettata dalla pandemia non ha frenato un momento fondamentale del percorso democratico della Camera del lavoro. L’assemblea generale è stata preceduta da una consultazione che ha coinvolto tutti i componenti della assemblea. Le consultazioni sono avvenute rispettando tutte le disposizioni anti-covid. L’assemblea si è svolta in una modalità del tutto inedita. I lavori sono stati seguiti da sindacalisti e delegati grazie a una diretta online e le votazioni si si sono tenute nelle tre Camere del lavoro di Ravenna, Faenza e Lugo nel rispetto del distanziamento e delle norme di sicurezza. I lavori sono iniziati alle 9 con l’insediamento della presidenza e si sono conclusi con la proclamazione della nuova segretaria, con i saluti del segretario uscente Costantino Ricci e con l’intervento di Luigi Giove, segretario della Cgil Emilia Romagna.
Marinella Melandri succede a Costantino Ricci che ha terminato i due mandati da segretario generale (termine massimo previsto dallo statuto) che lo hanno visto alla guida della Cgil di Ravenna per 8 anni. La Cgil ringrazia Ricci per il costante impegno, la dedizione, l’autorevolezza e la serietà dimostrati in questi anni e augura buon lavoro alla nuova segretaria.
Il segretario regionale Luigi Giove ha augurato buon lavoro a Costantino Ricci, destinato a ricoprire l’incarico di presidente Caaf Cgil Emilia Romagna, e alla nuova segretaria. “Marinella Melandri è la prima donna eletta alla guida della Camera del lavoro di Ravenna – ha detto – e si aggiunge alle altre sei segretarie generali in carica in Emilia Romagna. È un segnale importante che dà una rappresentanza della forza e del ruolo delle donne nelle nostre Camere del lavoro. Abbiamo di fronte a noi sfide impegnative per l’occupazione e per il lavoro. Ci attende un periodo molto complicato, non solo per gli aspetti sanitari, e come Cgil opereremo sempre per una società più equa, giusta e sostenibile”.
Marinella Melandri è nata a Fusignano nel 1966 e ha iniziato l'attività sindacale in Cgil nel 1997 seguendo per la Funzione Pubblica della Cgil i Comuni del Lughese e le Ipab. Successivamente è stata responsabile provinciale, sempre per la Fp Cgil, del comparto enti locali. Nel settembre del 2009 diviene segretaria generale della Fp Cgil Ravenna, incarico che ricopre fino al 2014, quando entra a fare parte della segreteria provinciale della Cgil di Ravenna.
Dichiarazione della segretaria generale Marinella Melandri
“Assumere il ruolo di segretaria generale – commenta Marinella Melandri, che ha rivolto un ringraziamento personale al segretario uscente Costantino Ricci per il lavoro compiuto - mi onora e mi impegna con umiltà e spirito di servizio in un contesto generale di grande complessità. Stiamo attraversando trasformazioni epocali, in cui gli schemi a noi noti non bastano più ma non abbiamo ancora chiaro il nuovo schema di gioco. Il cambiamento climatico, la digitalizzazione, i cambiamenti demografici, la dimensione delle diseguaglianze e ora il Covid trovano l’Italia impreparata ed arretrata a causa della carenza di strategie e di una programmazione di medio/lungo periodo. Sono deficit certamente non imputabili solo agli ultimi governi (il nostro Piano per il Lavoro risale al 2013), ma frutto di una miopia politica più che ventennale che ha privilegiato il consenso immediato, le politiche neoliberiste, la logica degli incentivi a pioggia anziché un ruolo attivo, di regolazione e di selezione da parte dello Stato in economia”.
Gli effetti della pandemia sul lavoro in provincia di Ravenna: “La crisi indotta dalla pandemia ha portato nella nostra provincia ad avere oltre 40.000 lavoratori in cassa integrazione: quasi un terzo degli addetti. Dopo la ripresa delle attività in estate, i cassaintegrati si sono ridotti a 3.000 per poi raddoppiare nuovamente in queste settimane a seguito dei provvedimenti legati alla seconda ondata. Vedremo le conseguenze sull’occupazione stabile quando terminerà il blocco dei licenziamenti, e saranno tutte da gestire. Già però vediamo le conseguenze sull’occupazione tipica di un territorio con forte vocazione alla stagionalità, come il turismo e l’agricoltura. Abbiamo registrato 5.400 nuove assunzioni in meno rispetto al 2019, e rapporti di lavoro più brevi, aumento di lavoro grigio e nero, che si ribalteranno negativamente su trattamenti Naspi e di disoccupazione. Ci aspettano mesi difficili, nei quali la povertà ed il disagio sociale aumenteranno”.
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