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Basterebbe aggiungere quell'aggettivo per attualizzare il primo meraviglioso articolo della nostra Costituzione. Affinché il Primo maggio sia davvero una festa

 

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Andrebbe aggiornata quella prima, bellissima frase che apre la nostra amata Costituzione di cui quest’anno ricorrono i 75 anni. Basterebbe aggiungere un aggettivo che spesso sfugge a chi ci governa. Semplice, diretto, sostanziale. Una parola: dignitoso. Solo così quell’incipit folgorante voluto dai nostri padri costituenti troverebbe forma e sostanza in un Paese affamato di sana e giusta occupazione.

Perché non può reputarsi davvero democratica una Repubblica fondata su un lavoro che non ti permette di vivere. O peggio ti uccide. Ti schiavizza. Ti precarizza l’esistenza. Ti condiziona il futuro e ti paralizza il presente. Ti priva dei diritti fondamentali. Ti rende meno libero e dunque più ricattabile.

E poi c’è l’articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Perché la civiltà di uno Stato degno di questo nome si misura soprattutto dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Di concedere a tutti la possibilità di realizzarsi, di inseguire i propri sogni e di soddisfare i propri bisogni.

Ma è tutta carta straccia, parole al vento, utopia: un roboante “me ne frego” governativo ci condanna alla realtà. Proprio oggi, proprio il Primo Maggio, impacchettato sotto forma di decreto. Un delitto perfetto per una classe lavoratrice già assassinata da decenni di deregolamentazione sfrenata. Patria dello sfruttamento quotidiano, della flessibilità selvaggia, del precariato a vita, del voucher incontrollato, del subappalto strutturato, dell’infimo salario, del pagamento in nero, del turno insostenibile, del profitto a tutti i costi.

Dove i giovani sono vittime di stipendi mortificanti. Dove i poveri vengono criminalizzati e lasciati ai margini. Dove l'ascensore sociale è fuori servizio da decenni, guasto al piano -1. Dove il fisco premia i più furbi e l'onestà è guardata con sospetto. Dove uscire di casa la mattina e non fare ritorno la sera è un rischio da mettere in conto. Dove chi può fugge e non ritorna. Dove mettere al mondo un figlio equivale a un salto nel vuoto. Dove programmare un futuro significa sfidare un destino già segnato.

Ce lo ricorda la nostra storia recente e ce lo conferma l'attuale panorama socio-economico, fatto di numeri senza appello. Nei primi tre mesi dell’anno le retribuzioni medie italiane sono cresciute del 2,2%, dato in assoluto più basso d’Europa, mentre l'inflazione è schizzata al 7,6. Il caro-vita ha eroso il potere d'acquisto di 5,4 punti. Oltre 7 milioni di lavoratori attendono da tempo il rinnovo dei contratti. Nel Mezzogiorno è occupata meno di una donna su tre. Quasi 3 milioni di ragazzi sotto i 34 anni non studiano né lavorano. Più di 5 milioni e mezzo di persone sopravvivono in povertà assoluta.

Con una cartella clinica così fosca bisognerebbe agire d’urgenza. Un bravo medico dovrebbe fare di tutto per salvare il paziente agonizzante. E non accompagnarlo a miglior vita come ha deciso di fare questo esecutivo che convoca i sindacati la sera prima per leggergli il bollettino e proporre una cura che accelera il decesso. Pressapochismo, incompetenza, cinismo, provocazione, arroganza: scegliete voi il termine più consono.

Scaldano invece il cuore le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che sabato in visita al distretto meccatronico di Reggio Emilia ha sottolineato come sia il lavoro a metterci “di fronte alle sfide nuove, alle necessità e a bisogni emergenti, per chiederci come rilanciare il Paese in Europa e nel mondo”. Il lavoro è lo strumento che in passato "ha permesso e favorito la mobilità sociale”. Il lavoro “è ciò che mette ogni cittadino nella condizione di scegliere il proprio posto nella vita della comunità”, ha aggiunto il capo dello Stato. Meglio se dignitoso, mi permetto di aggiungere io.

 

È necessario raccogliere 5.000 firme tra residenti nella Regione Emilia-Romagna per depositare la proposta di legge in Consiglio Regionale. A Faenza si può firmare a partire dal 1° aprile ai nostri banchetti tutti i sabato mattina dalle 9.30 alle 12.30 in Piazza, vicino alla Fontana, e all’Ufficio elettorale in Piazza Rampi n. 2 dal lunedì al venerdì 8.30-13 e giovedì anche 14.45-16.15.

Il Comitato Liberi Subito Faenza fa sapere che comunicheranno banchetti straordinari sui social Facebook “Eutanasia Legale Faenza” e Instagram @faenzacivile.

https://inemiliaromagna.liberisubito.it/

 

L’associazione ambientalista propone 5 punti chiave per accelerare la transizione energetica del settore edilizio e permettere a tutti i cittadini di “Vivere in Classe A"

Vivere in Classe A
via depositphotos.com

Secondo Legambiente nei prossimi 7 anni dovremo riqualificare almeno 871mila edifici l’anno

(Rinnovabili.it) – L’Italia è in forte ritardo sulla riqualificazione edilizia nazionale. Il quadro che emerge dal Rapporto di Legambiente “Civico 5.0: Vivere in Classe A” non sorprende più di tanto. Siamo ormai consapevoli di essere molto lontani dagli obiettivi di decarbonizzazione del costruito previsti per il 2030, con un patrimonio edilizio obsoleto collocato per oltre il 60% nelle classi energetiche più energivore (F e G).

Secondo le stime disponibili analizzate dall’associazione, degli oltre 12 milioni di edifici ne sarebbero stati riqualificati grazie al Superbonus solo il 3,1 %. Mettendoci in prospettiva di rispettare le richieste della Direttiva Case Green, l’Italia dovrebbe riuscire entro il primo step del 2030, a riqualificare almeno 6,1 milioni di edifici. Stiamo parlando di 871mila edifici l’anno, corrispondenti ad una percentuale di ristrutturazione praticamente doppia rispetto al bonus 110% (7,2%).

Dispersioni termiche, inquinamento indoor e consumi eccessivi

A testimoniare il patrimonio immobiliare “colabrodo” del nostro Paese ci pensano i monitoraggi di Legambiente sulle dispersioni termiche, sui consumi elettrici e sull’inquinamento indoor. Le rilevazioni hanno coinvolto 42 famiglie in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Sardegna e Campania, nell’ambito del progetto Life ClimAction. In termini di dispersioni, le termografie hanno evidenziato evidenti problemi di isolamento da travi e solai, infissi, impronte termiche dei termosifoni, nonché mancanza di coibentazione. Elementi che ovviamente concorrono all’aumento dei consumi di riscaldamento delle famiglie. In tema di energia invece, il monitoraggio ha analizzato 18 elettrodomestici, evidenziando nel frigorifero il problema più energivoro da risolvere.

Leggi anche Scuole inefficienti: l’analisi termografica di Legambiente mostra edifici altamente dispersivi

In questa direzione sarà importante nei prossimi mesi capire cosa uscirà dal Forum Consultivo, che vedrà il coinvolgimento delle parti interessate e degli esperti nazionali, e che potrà svolgere un ruolo importante nell’innalzare l’asticella in tema di progettazione ecocompatibile per scaldabagni e sistemi di riscaldamento. Un segno importante in tema di decarbonizzazione, che potrebbe infatti vedere, grazie all’innalzamento della soglia di efficienza energetica per tutti i diversi dispositivi legati alla produzione di energia termica, un divieto di fatto alle caldaie a gas e a gasolio, che non raggiungerebbero il livello di efficienza richiesto invece conseguito dalle pompe di calore e da altri sistemi basati su fonti rinnovabili”, commenta Legambiente in controtendenza rispetto a produttore ed installatori estremamente preoccupati di quanto potrebbe uscire dalla revisione del Regolamento “Ecodesign”.

La Road-map di Legambiente per il 2030

Nel Report “Civico 5.0: Vivere in Classe A” Legambiente prova a tracciare una road-map fattibile per far decollare la transizione energetica del settore edile residenziale.

 

Ciò che serve al Paese è prima di tutto una normativa chiara e duratura per riformare le politiche di efficientamento che prevede:

  1. un nuovo sistema incentivante unico che guardi ai singoli interventi, ma soprattutto alla riqualificazione complessiva degli edifici spingendo soprattutto interventi in classi energetiche elevate;
  2. raggiungimento classe D come minima per aver accesso agli incentivi;
  3. un nuovo sistema incentivante che guardi alla prestazione energetica ottenuta dall’intervento, al reddito delle famiglie, alla messa in sicurezza sismica, ma anche all’abbattimento delle barriere architettoniche, al recupero delle acque piovane a all’utilizzo di materiali innovativi e sostenibili;
  4. l’eliminazione di ogni tecnologia a fonti fossili dal sistema incentivante e introduzione del blocco alle installazioni dal 2025;
  5. il ripristino della cessione del credito (che potrebbe essere riservata solo agli interventi di efficientamento energetico e a quelli relativi alla messa in sicurezza sismica) e degli strumenti alternativi.

Uno strumento di questo tipo, secondo l’associazione, permetterebbe di allinearsi con la Direttiva UE sulle Prestazioni degli edifici portando, entro il 2030, l’intero patrimonio immobiliare almeno in Classe E, per salire alla Classe D entro il 2033. Un obiettivo che si allinea anche con la proposta di revisione in discussione in questi giorni che costringerà a dire addio alle caldaie a gas e non solo entro il 2029, innalzando del 115% il livello di efficienza minima per la produzione termica.

È evidente che all’Italia – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – serve con urgenza una nuova e lungimirante politica di efficienza energetica per il settore edilizio che sia al tempo stesso anche una grande politica di welfare per imprese e famiglie. Gli ingredienti ci sono tutti: un grande numero di edifici a disposizione, tecnologie e competenze e una grande disponibilità, non economica, delle famiglie agli interventi. I monitoraggi di Legambiente, attraverso gli Sportelli Energia del progetto Life ClimAction sono la dimostrazione della necessaria strada da percorrere su cui non sono ammessi più ritardi ed errori come quelli che commessi dagli ultimi Governi sul superbonus, che abbiamo più volte criticato indicando quello che a nostro avviso doveva essere migliorato a partire da una modulazione in base al reddito”.

Secondo Legambiente ciò che serve al momento all’Italia è un miglioramento di quanto fatto fino ad oggi con i bonus edilizi innalzando i controlli, per assicurare che l’efficientamento vada prima di tutto a contrastare la povertà energetica “permettendo alle famiglie di vivere meglio e spendere meno risparmiando in bolletta, di dare un volano al settore edile riconvertendolo verso le ristrutturazioni e non verso il consumo di suolo, e fornire infine un contributo importante alla lotta alla crisi climatica”.

 

I benefici del Vivere in Classe A

Secondo l’Osservatorio di Nomisma le riqualificazioni attivate con il Superbonus hanno ridotto le emissioni di CO2 di 1,42 mln di tonnellate. Allo stesso tempo hanno permesso un risparmio in bolletta di 964 euro l’anno per famiglia. “Oggi vivere in classe A – spiega Katiuscia Eroe, responsabile nazionale energia di Legambiente – oltre ad essere un diritto per universale, è un’operazione tecnicamente fattibile per tutti, o quasi tutti, i nostri edifici residenziali”.

L’associazione ambientalista punta tutto su una riformulazione del Superbonus “uno strumento che con tutte le sue imperfezioni ha però permesso di muovere passi importanti verso la decarbonizzazione di questo settore”. “Da qui ai prossimi anni sarà importante consentire soprattutto alle famiglie in difficoltà un accesso garantito a questi strumenti a costo zero, differenziando percentuali e mantenendo la cessione del credito e lo sconto in fattura per chi non ha capacità di anticipo ed eliminando dai sistemi incentivanti tutte le tecnologie a fonti fossili, come le caldaie a gas, oltre a spingere, nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni l’utilizzo di materiali innovativi e sostenibili”

Ciao a Tutt*

stiamo organizzando un pullman da Faenza ( se ci sono i numeri...) in ogni caso raccogliamo le adesioni.. per la marcia della pace del 21 05
Al fine di ...contarci vi chiediamo entro il 7 maggio ( domenica ) di rispondere a questa  mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  Massimo 333 6218832
Bottega Bertaccini Info@bottegabertaccini .it   tel 0546 681712
Grazie
Cordiali saluti
Circolo legambiente lamone Faenza

 



 
 

Anche
 Legambiente aderisce e partecipa alla Marcia PerugiAssisi della pace del 21 maggio

 

VIENI ANCHE TU!


Invitiamo tutte le organizzazioni e i comitati aderenti a Europe for Peace ad organizzare la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi, ad essere presenti per ribadire il nostro No alla guerra e il Sì a politiche di pace, di solidarietà e di accoglienza.
 
 
Iscriviti alla Marcia!
 
 
 
 Europe for peace  di fronte al continuare della guerra in Ucraina aderisce con convinzione alla Marcia Perugia-Assisi del prossimo 21 maggio e sottoscrive l’appello dei promotori.
 
 
 
Abbiamo organizzato insieme le manifestazioni nazionali e centinaia di iniziative locali contro la guerra in Ucraina, per il cessate il fuoco, il negoziato, una conferenza internazionale per la pace. Continuiamo a lavorare insieme e facciamo della Marcia Perugia Assisi una grande occasione di mobilitazione, di lavoro comune, di unità del movimento pacifista italiano.

Sabato 20 maggio, a Perugia, nel pomeriggio (15:00 – 20:30) realizzeremo l’Assemblea di Europe for Peace per incontrarci e per programmare le prossime iniziative di mobilitazione contro la guerra in Ucraina.

Domenica 21 maggio camminiamo insieme per trasformare il futuro – un futuro di pace e di solidarietà – per ribadire che, a 75 anni dalla sua promulgazione, siamo sempre dalla parte della Costituzione e dell’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra. Dobbiamo dirlo e gridarlo tutti insieme.

Ecco perché saremo alla Marcia Perugia-Assisi: per dare voce tutti insieme alle vittime della guerra, per denunciare l’aggressione alle popolazioni civili, per protestare contro le politiche di riarmo e di guerra, per riaffermare che in ogni guerra, l’unica possibile vittoria è quella della Pace.

Europe for Peace
 

Trentasette anni fa un guasto al reattore 4 dell’impianto scatenò il più grave incidente atomico della storia. Ricordare oggi la durissima lezione di Chernobyl significa guardare a un futuro senza nucleare per il Pianeta.

Era il 26 aprile del 1986. Un guasto al reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl cambiò il corso della storia e l’esistenza di intere generazioni. È stato classificato come il più grave incidente nucleare con circa 4mila vittime stimate dall’Onu (secondo altre fonti sono molte di più) e 116mila sfollati dalla regione circostante. Le particelle radioattive trasportate dalle masse d’aria raggiunsero un’area vastissima e arrivarono addirittura in Europa. La quantità di radiazioni era altissima. A peggiorare la situazione è stata poi la mancanza di informazioni tempestive nei confronti delle popolazioni coinvolte che ha drammaticamente contribuito all’esposizione. A distanza di decenni, le conseguenze della contaminazione nucleare sono ancora tangibili. Basti pensare che il disastro di Chernobyl rilasciò una quantità di radiazioni almeno 100 volte in più rispetto alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Il fall-out nucleare interessò l’Ucraina, la Russia e per il 70% la Bielorussia, Paese più colpito dalla catastrofe. A lasciare la zona furono solo 350.000 persone. Gran parte della popolazione colpita rimase nelle zone colpite complice, oltre alla disinformazione, l’impossibilità a spostarsi a causa delle difficili condizioni economiche.
 
Gravissimi gli effetti a lungo termine anche sull’ambiente, a carico di ecosistemi, flora e fauna. La contaminazione del suolo avvenne principalmente per mezzo di alcuni elementi radioattivi come lo Stronzio-90 e gli isotopi del Cesio, il 134 e il 137. Sotto il profilo sanitario, nel corso degli anni, oltre all’abbassamento delle difese immunitarie e all’aumento di numerose patologie legate a una dieta fortemente contaminata da radionuclidi, si è palesato un fortissimo incremento di casi di tumore alla tiroide che ha colpito soprattutto i più piccoli a causa dello iodio radioattivo fuoriuscito dalla centrale nella prima fase del disastro. A questo si sono aggiunte una serie di gravi patologie di natura psicologica legate alla cosiddetta “sindrome di Chernobyl” che hanno presentato sintomi connessi alla consapevolezza di vivere in un territorio fortemente contaminato e senza futuro per sé e per la propria famiglia.
 
La preoccupante situazione emergenziale ha portato Legambiente ad attivarsi sin dai primi anni sia per sensibilizzare l’opinione pubblica circa l’assurdità della scelta del nucleare che per fornire un supporto concreto alle popolazioni colpite.
Grazie alla nostra rete di circoli locali e famiglie e a una incredibile gara di solidarietà siamo riusciti ad accogliere oltre 25mila tra bambine e bambini provenienti dalle zone più contaminate di Bielorussia, Russia e Ucraina, consentendo loro di effettuare percorsi terapeutici di un mese in Italia.
 
A Faenza dal 1991 al  2005  attraverso il circolo, grazie a famiglie che si sono messe a disposizione e al sostegno di varie associazione del territorio , abbiamo ospitato  circa 350 minori provenienti dalle zone rurali e purtroppo inquinate della  Bielorussia
 
 
La solidarietà ha poi preso la forma di “Rugiada”, un progetto attraverso il quale viene garantita ospitalità in un centro specializzato e totalmente sostenibile realizzato in un’area priva di radioattività a bambine e bambini bielorussi provenienti dalle zone più contaminate.
 
I piccoli ospiti del Centro Speranza a Vilejka possono contare su un soggiorno durante il quale vengono sottoposti a controlli medico-sanitari e a un regime alimentare sano e privo di contaminazioni. Grazie all’aiuto dei nostri circoli e dei donatori, mai venuto meno nel tempo, e alla collaborazione dei nostri referenti in Bielorussia, il progetto Rugiada continua senza sosta a donare speranza. Un vero e proprio presidio legambientino in Bielorussia, un segnale concreto di solidarietà verso le popolazioni colpite, vittime innocenti del disastro nucleare.
 
Il disastro di Chernobyl è avvenuto trentasette anni fa, ma ancora oggi più di 5 milioni di persone vivono nelle aree contaminate, mangiano cibo e bevono acqua radioattivi. Cereali, ortaggi, carne, latte, selvaggina, funghi e frutti di bosco conservano ancora oggi una presenza significativa di radionuclidi.
 
A ciò si aggiunge la grave crisi economica che affligge la Bielorussia e la disastrosa guerra in Ucraina che coinvolge proprio quell’area. Sia  il sito di  Chernobyl che le altre centrali nucleari ucraine attualmente in funzione rappresentano obiettivi sensibili e il rischio di una ennesima catastrofe nucleare è altissima.
 
Non ci stancheremo mai di ripeterlo: non ha alcun senso continuare a spingere sul nucleare. É una scelta  pericolosa, assurda e ha tempi lunghissimi di realizzazione. Serve al contrario promuovere con decisione le rinnovabili e portare avanti con coraggio e concretezza le trattative per la pace in Ucraina affinché eventuali rischi di trasformare le centrali attualmente attive in bersagli venga definitivamente archiviata.
 
La definitiva  chiusura delle ultime centrali in funzione in Germania ci fa ben sperare. Si vada tutti in questa direzione.
 
Per saperne di più sul progetto: www.solidarietalegambiente.it

 

Sulla raccolta firme per due quesiti referendari “contro la guerra”. Il parere del Movimento Nonviolento.

Viene presentato come un Referendum pacifista contro le armi all’Ucraina; molti non sanno chi l’abbia proposto, cosa chiedono i quesiti, quando si voterà e quali saranno le conseguenze. Cerchiamo di fare chiarezza e argomentare la nostra posizione.

È iniziata la raccolta firme per due quesiti referendari relativi all’export di armamenti (volti a modificare il primo la legge di proroga dell’invio di armi in Ucraina e il secondo la legge 185/90 sull’export di armamenti) su cui ci esprimiamo nel metodo e nel merito con questo documento, per rispondere a chi chiede il nostro parere.

I due quesiti referendari sono promossi da due diversi Comitati, “Generazioni future” (primo quesito) e “Ripudia la guerra” (secondo quesito), e si coordinano per la raccolta firme con la campagna referendaria “L’Italia per la pace”.

La raccolta firme durerà tre mesi, dal 22 aprile al 22 luglio 2023, e dovrà raggiungere 500mila firme valide da presentare alla Corte di Cassazione. La decisione finale della Corte Costituzionale sull’ammissibilità arriverà entro fine 2023, per poi votare, se i quesiti e la validità delle firme troveranno semaforo verde, fra il 15 aprile e il 15 giugno 2024.

Siamo venuti a sapere di tale iniziativa a cose fatte, senza essere coinvolti nel dibattito preparatorio, né consultati sull’opportunità o meno di fare ricorso all’istituto referendario per tale materia e nella valutazione e scelta dei quesiti specifici.

Il Movimento Nonviolento fa parte della Rete Italiana Pace e Disarmo (RiPD), network di coordinamento delle maggiori organizzazioni impegnate sui temi oggetto dei quesiti referendari, che promuove in continuità campagne per il disarmo e il controllo degli armamenti, con la quale non c’è stato confronto nè condivisione sull’opportunità del lancio di questa campagna referendaria, che avrebbe potuto evidenziarne gli elementi di debolezza.

Per questo esprimiamo solo a posteriori dubbi e perplessità che forse (se richiesti prima) avrebbero potuto portare a scelte diverse.

Per i motivi che esponiamo qui sotto riteniamo di non attivarci nella raccolta firme.

Come Movimento Nonviolento siamo già fortemente impegnati – al limite delle nostre energie e risorse – contro la guerra e per la pace in Ucraina fin dal giorno dell’invasione russa (e anche ben prima, dal 2014 contro la vendita di armi alla Russia, contro l’espansione della Nato e per i processi di disarmo e democratizzazione in Europa e ai suoi confini).

Impegnati come siamo nella Campagna “Un’altra difesa è possibile” per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta tramite Legge di iniziativa popolare, e nella Campagna di “Obiezione alla guerra”, per il sostegno agli obiettori di coscienza, disertori e renitenti alla leva russi, bielorussi e ucraini, fosse dipeso da noi non avremmo certamente aggiunto l’impegno gravosissimo di una raccolta firme per dei referendum che non avranno, comunque vada, impatto sul conflitto in corso.

Di fronte alla necessità di unire gli sforzi del mondo per la pace, il disarmo, la nonviolenza, non ci pare opportuno lanciare a freddo, senza un approfondito dibattito preventivo, una ulteriore campagna (che se presa sul serio sarebbe totalizzante) che richiede organizzazione, sforzi e ingenti risorse che francamente non abbiamo e che non ci pare di vedere in campo.

Nel merito le proposte referendarie ci appaiono deboli per due ragioni:

– a proposito del quesito relativo all’abrogazione dell’Art. 1 del Dl 2 dicembre 2022 n. 185, convertito in legge n. 8 del 27 gennaio 2023, che proroga al 31 dicembre 2023 l’autorizzazione parlamentare all’invio di armi in Ucraina, ci sembra evidente che i tempi referendari – seppure tutto l’iter andasse in porto positivamente – non siano compatibili con i tempi tecnici per intervenire su una proroga che scade fra otto mesi;

– per quanto riguarda il quesito relativo all’abrogazione dell’art. 1, comma 6, lettera a), legge 09 luglio 1990, n. 185,  relativamente alle parole  “o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”, in riferimento all’invio di armi all’Ucraina, è privo di efficacia in quanto la Legge 185/90 si applica all’export di armamenti effettuato dalle aziende produttrici di armi: togliere quindi direttamente nella legge 185/90 il punto sulle deliberazioni di Governo/Camere non ha alcuna influenza sulla cessione di armi verso l’Ucraina. Il passaggio parlamentare, in questo caso, è politico e non tecnico.

Per queste ragioni, di metodo e di merito, il Movimento Nonviolento non aderisce al comitato referendario e non collaborerà alla raccolta di firme né sul piano nazionale né su quello territoriale, non potendoci permettere di disperdere le nostre energie già impegnate in campagne che riteniamo di primaria importanza politica.

Il rischio di non riuscire a raccogliere le 500mila firme valide necessarie è tecnicamente elevato, e l’insuccesso andrebbe comunque a pesare sull’intero movimento pacifista, che verrebbe additato come debole e disorganizzato, e il tema pace/guerra liquidato come non popolare.

Se invece le firme saranno comunque raccolte, i due quesiti, così come formulati, hanno un’alta possibilità di essere bocciati dalla Corte, che può dichiararli inammissibili. In questo caso i proponenti potranno protestare, denunciando furti di democrazia, complotti o manovre politiche contro il pacifismo, ma alla fine ci sarà un nulla di fatto, con grande dispendio di energie.

Se invece la Corte approverà i quesiti e si arriverà a celebrare il Referendum nel 2024, a quel punto ovviamente parteciperemo alla campagna e al dibattito politico che ne scaturirà. Ma fin d’ora possiamo dire che a noi non pare che il “pacifismo giuridico” possa essere introdotto per via referendaria. Il ripudio costituzionale della guerra c’è già, e non viene rispettato dalla politica: non saranno due limitatissimi quesiti referendari, facilmente aggirabili, a ripristinarlo. Inoltre, fatto ancora più grave, se i Referendum andassero disertati, e non raggiungessero il quorum (rischio molto concreto), o peggio fossero bocciati nelle urne, allora le conseguenze politiche sarebbero disastrose: il pacifismo in toto sarebbe accusato di essere ininfluente, minoritario, residuale.

Detto tutto questo, aggiungiamo però che: il Referendum, previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana, è un elemento fondamentale della nostra democrazia: l’intero corpo elettorale viene chiamato ad abrogare una Legge, o una sua parte, per correggere l’azione del Parlamento ritenuta errata: il popolo come controparte del legislatore che egli stesso ha eletto; si capisce quindi la delicatezza e la straordinarietà di tale istituto, che tuttavia va preservato come espressione di volontà partecipativa diretta da parte del singolo cittadino. Per questo riteniamo inaccettabile che dopo l’approvazione del decreto attuativo relativo al funzionamento della piattaforma di raccolta elettronica delle sottoscrizioni per i referendum e i progetti di legge di iniziativa popolare, tale modalità non sia ancora operativa con la piattaforma istituzionale e gratuita, ma ci si debba rivolgere a piattaforme implementate da società private a pagamento. Per questo chiediamo al Governo che venga garantito il diritto alla piena partecipazione civica attivando senza ulteriori ritardi la piattaforma pubblica.

A fronte delle critiche e perplessità che abbiamo illustrato, esprimiamo pieno rispetto per tutti coloro che si impegneranno nel referendum, per chi firmerà e voterà, riconoscendone la formale legittimità e il diritto, pur nel dissenso politico e nella differente valutazione di opportunità.

  Documento approvato il 16 aprile 2022 dal Direttivo e dal Comitato di coordinamento nazionale