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Nell'Electricity Market Report 2023 le considerazioni dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano sulla nuova bozza del Pniec e su tutte le sfide che il nostro sistema elettrico deve affrontare 

L’instabilità geo-politica ha ridato centralità agli obiettivi di sicurezza energetica e di competitività dei prezzi dell’energia, accanto alla consapevolezza che sarà necessaria una ristrutturazione significativa del sistema elettrico, già in forte evoluzione in Italia e obbligato ad accelerare la trasformazione per traguardare i target sempre più stringenti indicati dalla bozza del nuovo Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec).

Stando ai dati presentati dall’Electricity Market Report 2023 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, la situazione a oggi rivela l’immaturità del nostro Paese rispetto agli obiettivi posti sia per il 2030 che per il 2050: entro otto anni, infatti, dovremo tagliare le emissioni per più del 24% a fronte di un consumo finale lordo di energia ridotto del 12% e soddisfatto per una percentuale doppia, rispetto all’attuale, da fonti rinnovabili. Questo con una domanda di energia elettrica prevista in aumento del 6%.

La bozza della nuova versione del Pniec prevede un significativo innalzamento anche rispetto alla capacità di generazione da rinnovabile (+40% circa), mentre l’unico valore che decresce rispetto alla versione precedente del Piano riguarda la capacità installata di elettrolizzatori per la produzione di idrogeno verde, da 5 a 3 GW. Non sono stati definiti, invece, obiettivi espliciti in termini di capacità di accumulo necessaria per accompagnare la trasformazione del sistema elettrico: l’edizione del 2019 parlava di circa 10 GW (tra centralizzati e distribuiti).

La continua revisione delle politiche energetiche e ambientali europee (“Fit-for-55”, “RepowerEU” e il nuovo “Green Deal Industrial Plan”), anche in risposta alla complessa situazione geopolitica, ha prodotto la proposta di revisione del market design da parte della Commissione europea, che ambisce a rendere il mercato elettrico maggiormente integrato, decarbonizzato e capace di far fronte ad eventuali emergenze energetiche future, riducendo il livello di rischio legato all’instabilità dei prezzi e definendo, per ciascuno Stato membro, obiettivi in termini di fabbisogno di flessibilità del sistema e di risorse deputate ad assicurarlo, prosegue il report dell’E&S G.

Fra gli strumenti identificati ci sono la riforma dei forward market, un maggiore supporto alle rinnovabili (attraverso PPA e Contract for Difference a due vie) e la realizzazione di meccanismi di flessibilità della rete. I forward market sono importanti strumenti di protezione dei consumatori dalla volatilità dei prezzi dell’energia: la Commissione propone la creazione di virtual hub che amplino il perimetro geografico di negoziazione dei contratti, allo scopo di aumentare la liquidità dei mercati e quindi la loro efficacia.

Tuttavia, spiegano gli analisti dell’Energy & Strategy Group, tale formulazione non è stata accolta con favore unanime dagli operatori, soprattutto perché il meccanismo proposto comporterebbe la formazione di prezzi all’interno degli hub non indicizzati ai prezzi nazionali, generando la necessità di istituire un meccanismo ad hoc per consentire di effettuare le negoziazioni.

Il crescente impatto delle Fer sul sistema elettrico

L’integrazione crescente delle rinnovabili sta progressivamente trasformando il sistema elettrico, ponendo nuove sfide da superare come la non programmabilità delle Fer, il posizionamento degli impianti rispetto ai punti di consumo e la diffusione della generazione distribuita.

In Italia, la potenza complessiva installata è aumentata lentamente negli ultimi anni e a fine 2022 risultava pari a circa 64 GW (+5% rispetto al 2021). La capacità di generazione termoelettrica, invece, si è assestata sui 60 GW. L’affermarsi delle Fer ha determinato l’aumento della quota di energia prodotta al Sud e di quella da generazione distribuita: a fine 2022 il 36% della potenza installata proveniva da fonte non programmabile e il Sud e le isole rappresentavano il 40% della potenza installata totale.

L’Europa cerca di chiudere un circolo virtuoso per le Fer

Una delle principali barriere agli investimenti in impianti a fonte rinnovabile è rappresentata, ad oggi, dall’incertezza sui ricavi futuri. La Commissione Europea individua una possibile soluzione nei Power Purchase Agreement (PPA) e nei Contract-for-Difference (CfD) a due vie, introducendo, nel primo caso, strumenti finanziari statali per schermare i produttori dal rischio di insolvenza degli acquirentiPerché questi contratti riescano effettivamente a decollare in Italia, però, è necessario utilizzare diverse leve attraverso un approccio coordinato.

Nel contesto italiano i CfD a due vie sono da tempo impiegati come strumento di sostegno all’investimento in impianti Fer, tramite aste competitive dedicate. Tuttavia, con il susseguirsi dei bandi, si è registrato un progressivo calo nelle partecipazioni. Perché i CfD riescano ad apportare i benefici attesi è fondamentale che queste aste guadagnino nuovamente efficacia attraverso una burocrazia più snella e una maggiore capacità di programmazione degli investimenti da parte degli operatori, spiegano i ricercatori del Politecnico.

I risultati del progetto pilota UVAM: potenzialità, rischi e incertezza futura

L’aumento della generazione da fonti rinnovabili e distribuite, accompagnato da una riduzione della percentuale di elettricità prodotta da fonti programmabili, ha portato all’avvio del progetto pilota UVAM, che intende valutare l’effettiva capacità dei BSP (Balancing Service Provider) e delle risorse distribuite di piccola taglia di fornire servizi ancillari in forma aggregata. Negli ultimi due anni, però, il numero di UVAM abilitate è diminuito di circa un quarto (a settembre 2023 erano 208) a causa del mancato superamento, da parte di un numero non trascurabile di esse, dei test di affidabilità a cui sono state sottoposte. Anche la partecipazione delle UVAM alle aste di approvvigionamento ha subito una contrazione, rileva il rapporto.

Il Testo Integrato del Dispacciamento Elettrico (TIDE) intende completare il processo di innovazione innescato dalle Deliberazione 300 del 2017 e integrare nel quadro generale del dispacciamento la regolazione sperimentata nei progetti pilota, includendo l’ampliamento dei soggetti che possono offrire servizi ancillari e l’istituzionalizzazione dei ruoli di BSP e BRP (utente del dispacciamento). Inoltre, i criteri contenuti nel TIDE comporteranno un significativo sforzo di revisione dei modelli di rete e degli algoritmi applicati da Terna nell’ambito del dispacciamento. Secondo gli operatori, il Testo Integrato del Dispacciamento Elettrico apre numerose opportunità e rappresenta uno strumento abilitante, ma per valutarne l’effettivo impatto è necessario comprendere come sarà declinato nel Codice di Rete. Inoltre, sarebbe utile che l’Autorità fornisse ulteriori chiarimenti.

Comunità energetiche rinnovabili a rilento: il ritardo normativo è causa di disillusione sul mercato

Ad oggi in Italia sono presenti circa 85 configurazioni in autoconsumo collettivo: 61 gruppi di autoconsumatori e 24 comunità di energia. Considerando le iniziative ancora in fase progettuale, il totale raggiunge 198 iniziative, 6 volte di più rispetto alle 33 mappate nel 2021 ma notevolmente al di sotto delle stime attese, in primo luogo a causa del ritardo normativo.

Con la delibera 727/2022/R/eel, infatti, è stato completato il quadro regolatorio, ma la normativa sulle Comunità energetiche risulta incompleta, in particolare per quanto riguarda il decreto Mase, che definisce i meccanismi di incentivazione. I progetti ad oggi sono stati realizzati in larga maggioranza nel Nord Italia, fatta eccezione per la Sicilia, e promossi principalmente dai Comuni tramite fondi nazionali ed europei. La taglia degli impianti è eterogenea, in genere nell’ordine di qualche decina di kW.

Le comunità energetiche come nuova opportunità per la diffusione delle Fer, e non solo

La partecipazione a una comunità energetica rappresenta una buona opportunità per i consumatori, sia per chi non ha la possibilità di installare un impianto rinnovabile per l’autoconsumo, sia per chi invece può condividere la sua energia in eccesso, massimizzando i ricavi. Nel rapporto viene anche effettuato un confronto tra iniziative di piccole dimensioni, dedicate a utenti residenziali, e quelle di taglia maggiore rivolte a utenti industriali.

Come emerso dalla mappatura, tra i progetti attualmente realizzati le prime iniziative osservate in Italia riguardano comunità energetiche formate da utenti residenziali, mentre le PMI ancora non sono coinvolte in maniera diffusa, soprattutto a causa delle norme transitorie definite dal Decreto Milleproproghe. Terminato l’iter per ampliare il perimetro delle comunità energetiche, ci si può attendere l’arrivo di utenti di grandi dimensioni e di impianti che potrebbero raggiungere 1 MW di taglia.

Mercato potenziale e prossimi obiettivi: che cosa aspettarsi?

Gli incentivi stabiliti nella nuova proposta del decreto MASE del 23 Febbraio 2023, insieme ai fondi stanziati dal PNRR (2,2 miliardi di euro in conto capitale destinati ai Comuni sotto i 5.000 abitanti), permetterebbero di installare una potenza rinnovabile – a partire da quella fotovoltaica – pari a circa 7 GW in 5 anni, un obiettivo decisamente sfidante se paragonato alla situazione corrente e ai target mancati fino ad ora. Tuttavia, nonostante ad oggi le configurazioni già in fase operativa siano limitate, appare evidente la volontà di cogliere questa nuova opportunità per clienti finali e imprese.

Incertezza e ritardi normativi, barriere culturali, difficoltà di gestione e impegno economico potrebbero porre un freno alle iniziative, mentre i risvolti sociali ed ambientali, l’affermarsi del concetto di comunità e la semplicità tecnologica continuano a spingere per una crescente espansione

Molto dipenderà dal clima invernale: con un inverno più rigido della media ci sarebbe probabilmente un’impennata dei prezzi in tutta Europa. Con un inverno "normale" o mite, i prezzi sarebbero inferiori a quelli dell'anno scorso. Per il gas si prevedono lievi rialzi, ma la volatilità è sempre dietro l’angolo.

Se l’inverno sarà caratterizzato da condizioni climatiche “normali”, equivalenti a quelle del 2016, i prezzi dell’energia elettrica tra novembre e marzo in Europa saranno in media inferiori di circa il 20-25% rispetto all’anno scorso, e cioè attorno a 130 €/MWh.

In caso di inverno mite, invece, alcuni mercati europei dell’energia elettrica potrebbero registrare un calo della domanda residua fino al 17%, rispetto a uno scenario di condizioni meteorologiche medie, con un ulteriore calo dei prezzi di circa 15 €/MWh.

Al contrario, se l’inverno fosse più freddo della media, i prezzi nel 1° trimestre 2024 per tutti i mercati europei dell’energia elettrica supererebbero di gran lunga quelli del mercato del giorno prima registrati nel 1° trimestre del 2023.

Sono questi, in sintesi, i risultati che emergono da una previsione sui prezzi dell’elettricità in Europa il prossimo inverno, secondo l’analisi di Icis, una società britannica di ricerche e consulenza specializzata in materie prime ed energia.

Nel grafico, le stime di prezzo per l’inverno 2023/24 nei tre scenari, per 5 paesi dell’Europa centro-occidentale, non comprendenti quindi l’Italia, analizzati a livello nazionale, e cioè Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda.

Differenze fra un inverno freddo e uno mite in termini di consumo di gas

La Francia e la Gran Bretagna sono i Paesi in cui Icis prevede che i prezzi elettrici scenderanno maggiormente rispetto allo scorso inverno, soprattutto grazie ad un’attesa migliore disponibilità nucleare francese, mentre la Germania si colloca all’estremo opposto.

La differenza tra un inverno freddo e uno mite porterebbe a un’oscillazione di circa 14 miliardi di metri cubi nei consumi di gas da parte del settore energetico, pari al 6,2% della domanda totale di gas in Europa.

Questo in un contesto in cui le centrali a gas coprono ancora il 60% della variazione della domanda residua dovuta alle condizioni meteorologiche, col restante 40% coperto da un mix di altre tecnologie flessibili, come carbone, petrolio, ecc., secondo l’analisi, consultabile dal link in fondo a questo articolo.

Allo stesso modo, le emissioni del settore energetico europeo potrebbero subire un’oscillazione del 20% tra uno scenario freddo e uno mite per l’inverno, pari a circa il 10% delle emissioni totali nell’ambito del sistema di scambio delle emissioni ETS.

L’impatto delle rinnovabili

È importante notare che il crescente livello di capacità rinnovabile basata su sole e vento e la graduale elettrificazione della domanda di riscaldamento in Europa determineranno un impatto via via maggiore delle condizioni meteorologiche sui prezzi dell’elettricità, secondo la società di analisi.

Per mantenere la coerenza fra i dati climatici, Icis ha considerato i profili orari della radiazione solare e della velocità del vento degli stessi anni meteorologici storici dei profili della domanda.

Sulla base di questi dati, esiste una correlazione significativa tra inverni freddi/domanda più alta/bonaccia di vento/minore generazione e inverni miti/domanda più bassa/venti più forti/maggiore generazione.

Di conseguenza, lo scenario dell’inverno freddo comporta un calo del 6,1% della generazione solare ed eolica europea rispetto allo scenario di base, mentre lo scenario dell’inverno mite è caratterizzato da un aumento del 7,3%.

L’oscillazione totale della generazione solare ed eolica è quindi del 13,4%, pari a circa 50 TWh, come mostra il grafico, tratto dall’analisi.

Prezzi invernali del gas

I prezzi del gas metano sono saliti in ottobre, sia in previsione della stagione invernale, sia sui timori circa i possibili effetti che il conflitto fra Hamas e Israele potrebbe avere sull’offerta nella regione di produzione mediorientale.

In Europa, i prezzi dei contratti sul gas con consegna il mese successivo (month-ahead) sono aumentati del 5,5% a ottobre rispetto a settembre sul mercato di riferimento olandese TTF.

La domanda è rimasta sostanzialmente stabile rispetto all’anno scorso, in quanto l’aumento dei consumi nell’industria e per il riscaldamento degli ambienti è stato compensato dal continuo declino della produzione di energia elettrica a gas, secondo Greg Molnár, analista presso l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea).

I flussi di gas norvegese, calati del 6% su base annua, e i minori afflussi di gas naturale liquefatto (Gnl) diminuiti del 9% su base annua, hanno esercitato una pressione al rialzo sui prezzi, nonostante i siti di stoccaggio europei abbiano raggiunto il massimo storico del 99% di riempimento, ha scritto l’analista della Iea in una nota.

Mercati non europei del gas

Vista la crescente internazionalizzazione dei mercati del gas, vale la pena tenere d’occhio anche cosa sta succedendo sulle piazze non europee.

Il JKM, l’indice dei prezzi spot dell’Asia nordorientale per il Gnl consegnato via nave in Giappone e Corea, che fa da riferimento per la regione asiatica, ha segnato degli aumenti a ottobre rispetto al mese precedente.

Ciò è avvenuto sulla scia della ripresa della domanda in Cina e i rischi di sciopero in Australia, ha detto Molnár, secondo cui le importazioni di Gnl della Cina sono aumentate del 14%, rafforzando la sua posizione di maggior importatore mondiale del prodotto.

Negli Stati Uniti, i prezzi dell’Henry Hub sono aumentati del 13% a ottobre rispetto a settembre.

La forte produzione di energia elettrica a gas, cresciuta del 7% anno su anno, e il rapido aumento delle esportazioni di Gnl hanno sostenuto l’aumento dei prezzi del gas americano.

Volatilità nei prossimi mesi

“A qualsiasi accenno di ulteriori interruzioni dell’offerta, per scioperi, sabotaggi, guerra nel Golfo Persico, ecc., la risposta sarà un balzo esagerato verso l’alto [dei prezzi del gas]. La volatilità è destinata a rimanere fino al 2026, quando arriverà sul mercato una nuova ondata di offerta”, ha detto Seb Kennedy di Energy Flux.

La previsione che la volatilità sia sempre dietro l’angolo, e non necessariamente di facile lettura in una fase confusa come quella attuale, è suffragata anche dall’andamento dei prezzi di questi ultimi giorni.

Nei due giorni dal 30 ottobre al 1° novembre, infatti, le quotazioni del contratto sul gas per consegna a dicembre trattato al TTF sono diminuite di quasi il 10% a 47,75 €/MWh, senza che all’apparenza si siano verificati eventi particolarmente rilevanti per un riequilibrio fra domanda e offerta. E anche stamani 2 novembre alle 11:10 la quotazione è diminuita ulteriormente a 47,12 €/MWh.

Fatta salva la volatilità che può incombere in un senso o nell’altro, attualmente, chi opera sul TTF prevede lievi aumenti da dicembre a febbraio per i contratti con consegna il mese successivo. Il contratto per dicembre, come detto, è quotato a 47,12 €/MWh, quello per gennaio a 49,10 €/MWh e quello per febbraio a 49,76 €/MWh.

Se i prezzi rimanessero tali, prefigurerebbero un rincaro del 5,6% da dicembre a febbraio, per poi diminuire dell’1,3% a 49,12 €/MWh a marzo, secondo le quotazioni attuali del TTF.

"Una finanziaria che aumenta le tasse e colpisce salari e pensioni”, dice il segretario generale Cgil alla Stampa: “Lo sciopero nazionale è solo l’inizio”

Matteo Oi

 

“La manovra toglie il respiro al mondo del lavoro, ai pensionati, ai cittadini in difficoltà”. È senza appello il giudizio del segretario generale Cgil Maurizio Landini sulla legge di bilancio che sta per varare il Governo Meloni, motivato oggi (martedì 31 ottobre) in un’intervista al quotidiano La Stampa.

“Una manovra che non affronta la questione salariale”, prosegue: “Il governo, invece che intervenire là dove è partita l'inflazione, cioè dai profitti, taglia sul fronte di lavoro e salari. Senza contare che colpisce la sanità, le pensioni e aumenta le tasse”.

La conseguenza è fin troppo diretta: “Con la Uil abbiamo proclamato uno sciopero nazionale di otto ore e manifestazioni articolate in tutta Italia. S'inizia il 17 novembre e si finisce il 1° dicembre. La misura è colma, non c'è scelta”.


FISCO

“La legge delega non allarga la base imponibile, mette in discussione il principio della progressività, non combatte l'evasione fiscale, non interviene con decisione sulle rendite finanziarie e immobiliari”, afferma il leader sindacale, rilevando che così “non si liberano le risorse necessarie per investire nella sanità pubblica e nella scuola, per far ripartire il Paese”.

Operazione-verità anche sullo sbandierato calo del cuneo fiscale. “Quello c'era già ed è un provvedimento temporaneo, lo avevamo ottenuto con gli scioperi già al tempo del Governo Draghi”, argomenta Landini, precisando che “dal 1° gennaio non entra nulla di nuovo: sono sette euro netti mensili per chi guadagna 20 mila euro lordi, con un’inflazione cumulata del 16,9% in tre anni”.

L’aumento dell'Iva sui pannolini dimostra che il governo “cerca di recuperare soldi ovunque, ma non va a prenderli dove sono. Davanti ai conti che non tornano, rispondono con le una tantum”. Un altro esempio? “Guardate la figura sulle banche: hanno annunciato sfracelli, ma non recuperano nulla, mentre calano i salari e aumentano i profitti”.

PENSIONI

Il “capolavoro” del governo, però, è il peggioramento della legge Fornero: “Per confermare quota 103 ricalcolano la componente retributiva, cosicché se uno va in pensione perde mediamente il 15 per cento”. E ancora: “Il settore pubblico subisce la revisione delle aliquote, che è pure incostituzionale, perché tocca diritti acquisiti. E per giovani e donne si aggrava la situazione”.

Per il segretario generale Cgil, dunque, l’esecutivo “fa cassa con la previdenza, compresa la non piena rivalutazione degli assegni pensionistici, dopo aver anche tagliato il reddito di cittadinanza. In sintesi, è una manovra sbagliata e socialmente inaccettabile”.

LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

“Il governo non ha discusso la manovra finanziaria con le parti sociali, poi la maggioranza l'ha sequestrata vietando gli emendamenti”, rimarca Landini: “È un’idea di gestione delle relazioni che umilia la democrazia e fa arretrare il Paese”.

Per il segretario generale Cgil stiamo vivendo “una crisi della democrazia. Quando il 50 per cento non vota, vuol dire che c'è una maggioranza che non si riconosce in nessuno. Anziché ascoltare gli elettori e affrontare i loro problemi, si fanno scelte sbagliate, come riformare la Costituzione e l'autonomia differenziata”.

LA VIA MAESTRA

“Il 7 ottobre c'è stata una manifestazione che non si vedeva da decenni, un percorso che ha messo insieme sindacato e mondo associativo”, sottolinea: “La Via Maestra è applicare la Costituzione, non cambiarla. La sanità è in crisi, l'economia non riparte, la spesa sociale scompare”.

E ancora: “Eurostat rileva che il 63% di italiani non arriva alla fine del mese. Istat avverte che la povertà assoluta è aumentata. Di fronte a questo, il problema è l'elezione diretta del premier? Non raccontiamoci storie”.

LO SCIOPERO

“È lo strumento che i lavoratori hanno quando non vengono ascoltati”, dice Landini: “Non siamo noi che votiamo in Parlamento, non siamo noi al governo. Anche il conflitto, quando è necessario, diventa un mezzo democratico. Adesso, lo è. Soprattutto perché la Cgil ha ascoltato più di 30 mila assemblee sui luoghi di lavoro, pubblici e privati. Abbiamo chiesto loro di votare. E hanno scelto il confronto, pronti allo sciopero”.

IL RAPPORTO COL GOVERNO

“L’esecutivo ha scelto di non confrontarsi con il sindacato e non ha seguito le nostre richieste”, sottolinea Landini: “Hanno fatto promesse che non sanno come realizzare, così cercano di dare la colpa a qualcun altro. Sulle pensioni fanno il contrario di quello che serve. Puntano sulla sanità privata. Parlano di asili e tagliano gli investimenti previsti dal Pnrr”.

L’ultima battuta è per i vertici con l’esecutivo. “I tavoli sono stati finti e finto è stato l'incontro sulla manovra”, conclude Landini: “Questo è solo l'inizio. Hanno fatto finta di chiederci cose ne pensassimo. Quando la democrazia viene messa in discussione, la risposta deve essere praticare la democrazia. Non ci fermeremo, è il nostro impegno

Ferrari: “Discuterne ora serve solo a distrarre l’opinione pubblica dalla crisi sociale che il governo si guarda bene dall’affrontare”

Luciano Movio/Sintesi 

“Il premierato sarebbe un sovvertimento della Carta costituzionale, discuterne ora serve solo a distrarre l’opinione pubblica dalla crisi sociale che il governo si guarda bene dall’affrontare”. Lo afferma, in una nota, il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari dopo il vertice di maggioranza di oggi che ha annunciato l’esame nel Consiglio dei Ministri del 3 novembre di una riforma Costituzionale per introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

Per il segretario confederale: “Il superamento della Repubblica parlamentare cui mira l’attuale maggioranza per passare da una ‘democrazia interloquente’, in cui il pluralismo e le minoranze hanno pari cittadinanza e dignità e si confrontano nell’interesse generale della popolazione, a una ‘democrazia decidente’, in cui il sistema di bilanciamenti è cancellato e a chi vince è riconosciuto il potere di governare nell’interesse di una sola parte del Paese, non porterà l’Italia in una fantomatica Terza Repubblica, ma in un sistema con l’uomo o la donna solo/a al comando in cui gli spazi di democrazia e partecipazione sarebbero annullati”.

“La responsabilità storica attribuita al governo non è superare definitivamente il sistema parlamentare, ma - prosegue Ferrari - adottare gli interventi e le misure necessarie, a partire da quelle in materia di lavoro (salari, contratti, precarietà), per ridurre le inaccettabili disuguaglianze e rilanciare un nuovo modello di sviluppo e crescita”.


“Una responsabilità che questo esecutivo non si sta assumendo come dimostra la legge di Bilancio in discussione, su cui si sta già esercitando l’agognata ‘democrazia decidente’ cara al Governo, con l’ennesima marginalizzazione di ogni discussione parlamentare e la totale assenza di confronto con le parti sociali”, conclude Ferrari.

L’angoscia e l’orrore per guerra israelo-palesinese dei giovani di LƏA, il Laboratorio ebraico antirazzista

"LƏA, Laboratorio ebraico antirazzista, formato da giovani ebree ed ebrei italiani, esprime angoscia e orrore per la situazione in Palestina e Israele. In questo momento di dolore e di devastazione, in cui piangiamo persone amate sia israeliane sia palestinesi, chiediamo la fine del massacro a Gaza e il rilascio immediato degli ostaggi israeliani".

Così inizia un comunicato che si distingue per la sua provenienza e per i suoi contenuti. Bruno Montesano, uno dei giovani componenti del Laboratorio, ci dice infatti che LƏA prende origine “dall’esigenza di disarticolare il discorso tendenzialmente schiacciato sul sostegno acritico alle politiche del governo israeliano, che facevano e fanno le comunità ebraiche e che oggi produce una strage di civili innocenti e, nel contempo, dalla difficoltà di attraversare alcuni spazi a sinistra che, purtroppo, sono ancora imbevuti di forme di antisemitismo consce e inconsce che hanno reso ad alcuni di noi difficile frequentarli, anche quando non ci si doveva occupare di Israele e Palestina”. 

“Siamo ancora sgomenti per la carneficina di Hamas del 7 ottobre – si legge nel comunicato –: niente può giustificare la strage e la cattura di civili inermi. A questo lutto si è aggiunto l’orrore per la violenta campagna militare israeliana volta a punire collettivamente il popolo palestinese. A Gaza, oltre due milioni di persone sono assediate e bombardate dall’aviazione israeliana, private di cibo, acqua, corrente elettrica e corridoi umanitari. Un crimine di guerra non ne giustifica un altro. Chiediamo al governo italiano e all’Unione Europea di attivarsi con urgenza per porre fine allo spargimento di sangue e per raggiungere un cessate il fuoco”.

Montesano spiega che il comunicato è stato redatto anche per affrontare un doppio problema che si ripropone: “Da un lato la punizione collettiva contro gli abitanti di Gaza viene legittimata nel frame dello scontro di civiltà dal discorso pubblico giornalistico e politico maggioritario, dall’altro lato una minoranza ingigantita nella rilevanza pubblica dai media (ossia pezzi della sinistra radicale) seleziona chi meriti di essere ricordato e degno di lutto, dal momento che l’attacco di Hamas è stato letto come un atto di liberazione con dei danni collaterali, quando invece è un crimine di guerra”.

I giovani del Laboratorio ebraico antirazzista sono “inorriditi dall’uso che l’estrema destra di governo fa della questione israelo-palestinese per legittimare tanto il proprio razzismo islamofobo quanto l’antisemitismo”. Lo sguardo cade poi sul lungo periodo e Montesano ci dice che “sarebbe importante porre fine alla discriminazione istituzionale dei palestinesi che configura un regime di apartheid in Israele, Cisgiordania e Gaza. Bisognerà poi ragionare su quali forme di coesistenza siano possibili al di là della forma dello stato-nazione, affinché israeliani ebrei e palestinesi possano vivere insieme con eguali diritti”.

Per questo LƏA si propone di “organizzare incontri, partecipare a mobilitazioni e rilanciare altre voci palestinesi ed ebraico-israeliane contro l’occupazione. “Voci che esistono e vengono silenziate nella diaspora e in Israele/Palestina. Ci sono, ad esempio, l’associazione palestinese Al Haq, quella dell’attivista Issa Amro, le associazioni Breaking The Silence e B’Tselem in Israele che parlano di apartheid da tempo, o Na’amod in Regno Unito: vorremmo incunearci in questo spazio stretto tra una comunità ebraica purtroppo schiacciata a destra e una parte della sinistra radicale che, giustamente, difende i diritti dei palestinesi, ma allo stesso tempo, in parte, contiene forme di antisemitismo che non riconosce”.

Montesano invita a non dimenticare “che siamo di fronte a un aumento di episodi di antisemitismo e, parallelamente, alla sua strumentalizzazione allo scopo di silenziare le voci critiche palestinesi o di solidarietà con la Palestina. Inoltre, i nostri governi, già profondamente implicati in politiche razziste e islamofobe usano quanto avviene in Israele/Palestina, attraverso la lente dello scontro di civiltà, che è in realtà uno scontro tra barbarie, per accentuare i tratti discriminatori dei propri discorsi e delle proprie politiche".

E l’appello del Laboratorio ebraico antirazzista conclude: “La Nakba, i decenni di occupazione militare della Cisgiordania, le politiche di colonizzazione, apartheid e l’embargo su Gaza sono tra i fattori che impediscono di immaginare un futuro insieme. Come lo sono gli attacchi indiscriminati sui civili. La comunità internazionale è complice delle ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e della distruzione fisica e morale di tutte le comunità che vivono nella regione. Chi è sul campo ha bisogno dell’aiuto e della pressione di tutti gli attori coinvolti per fare spazio a una soluzione politica che comporti la fine dell’occupazione e la dignità per tutti i popoli. Non c’è altra via d’uscita”