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Per l'ex presidente di Emergency l'unica soluzione possibile è il disarmo totale, una sfida che il movimento pacifista e non violento deve raccogliere e vincere a tutti i costi quando il conflitto in Ucraina sarà concluso. Ne va della vita dei nostri figli

Con Emergency di tragedie ne ha viste e vissute tante. Una lunga avventura per proteggere i diritti e le vite degli altri che Cecilia Strada, figlia del fondatore dell’organizzazione umanitaria Gino, attivista e saggista, adesso prosegue con ResQ People saving people, una Onlus che soccorre i naufraghi nel Mediterraneo, sulla rotta migratoria tra Africa ed Europa. Quando pensa a questa guerra alle porte del nostro continente dice che va fermata, “non abbiamo alternative: buttarla fuori dalla storia credo che sia l’unica opzione realistica che abbiamo, se teniamo alla pelle dei nostri figli”. L’abbiamo incontrata alla manifestazione di Roma del 5 marzo “Europe for peace”, una mobilitazione partecipata che però, come hanno fatto notare in molti, è arrivata in ritardo rispetto allo scoppio del conflitto in Ucraina.

Che cosa pensa di questa critica?
Questa è stata la prima iniziativa nazionale, ma nelle ultime settimane ce ne sono state altre, in tante città. Io vengo da Milano, dove abbiamo visto presidi molto partecipati, sebbene questo strumento negli ultimi anni non raccolga grandi folle. Vuol dire che su questo tema c’è sensibilità.

Crede che le persone abbiano paura?
Beh sì, c’è paura. Io naturalmente mi auguro che la guerra si concluda il prima possibile per via diplomatica. Poi però c’è qualcosa che dobbiamo fare dal giorno immediatamente dopo: cambiare il sistema. Dobbiamo renderci conto che quando questa guerra finirà, ce ne saranno altre

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Servizio pubblico. «Misura necessaria», ma proseguono le polemiche sul corrispondente da Mosca Marc Innaro. Rientrano i quattro inviati mentre i due corrispondenti possono scegliere se restare

 

 Servizio da Mosca del corrispondente Rai Marc Innaro

La Rai, l’Ansa e il Tg5 da ieri hanno sospeso i servizi giornalistici dalla Russia – al pari dei broadcast Bbc, Cnn, delle tedesche Ard e Zdf, la spagnola Rtve e le agenzie Bloomberg e Efe, e altre testate internazionali – a causa dell’entrata in vigore della nuova normativa imposta da Putin che prevede pene fino a 15 anni di carcere per chi diffonde informazioni sulla guerra in Ucraina ritenute false dalle autorità federali. Una decisione necessaria ma che si inserisce, per quanto riguarda la Radiotelevisione italiana, sul solco delle polemiche sollevate, dal Pd prima e poi anche da Forza Italia, nei confronti del giornalista Marc Innaro, il capo dell’ufficio di corrispondenza Rai di Mosca, giudicato troppo filorusso, soprattutto per un servizio pubblico. Al punto di dare l’impressione (tra i sindacalisti) che si stia cogliendo l’occasione per sostituire lo storico corrispondente con qualcuno meno “asservito” – secondo i suoi detrattori –  alla propaganda del Cremlino.

LA SOSPENSIONE dei servizi da Mosca, spiegano i vertici Rai, «si rende necessaria al fine di tutelare la sicurezza dei giornalisti sul posto e la massima libertà nell’informazione relativa al Paese. Le notizie su quanto accade nella Federazione Russa verranno per il momento fornite sulla base di una pluralità di fonti da giornalisti dell’Azienda in servizio in Paesi vicini e nelle redazioni centrali in Italia». Allo stesso modo l’agenzia di stampa nazionale italiana spiega che i servizi «saranno comunque forniti attraverso la sede centrale di Ansa e gli altri uffici di corrispondenza dell’Agenzia all’estero».

MARC INNARO, che sta organizzando come disposto dalla Rai il rientro in Italia dei quattro inviati in Russia (da Mosca Alessandro Cassieri per il Tg1 e Giammarco Sicuro per il Tg2; Marina Lalovic per Rai News 24, e Nico Piro da Rostov sul Don per il Tg3), spiega al manifesto che invece ai due corrispondenti – se stesso e Sergio Pani – è stata lasciata la libertà di «scegliere se rimanere qui o tornare, ma siamo stati messi in ferie da subito». Alla domanda se abbia intenzione di rientrare in Italia, vista l’impossibilità di svolgere il proprio mestiere liberamente dopo le minacce penali di Putin, risponde: «No, assolutamente. Rimarrò qui in ferie qualche giorno. Poi si vedrà…». Innaro però rimanda la nostra domanda ai vertici aziendali quando gli chiediamo se pensa che nella decisione presa dalla Rai abbiano influito le pressioni del Pd.

Il gruppo dem in Commissione vigilanza Rai infatti aveva già presentato un’interrogazione all’indomani del servizio di approfondimento di Marc Innaro al Tg2 Post del 26 febbraio, con l’accusa rivolta al giornalista di aver «sostanzialmente confuso il piano dei fatti con quello delle opinioni attribuendo, come un fatto acquisito, la responsabilità della guerra in Ucraina all’avanzare della presenza della Nato ad Est».

Altre polemiche sono state sollevate anche venerdì sera quando Innaro nel dare la notizia dell’attacco russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia ha riportato solo la versione di «fonti militari russe» secondo le quali l’esercito russo avrebbe preso il controllo dei reattori già il 28 febbraio scorso con l’«obiettivo di mettere in sicurezza le centrali nucleari», mentre ad appiccare l’incendio alla struttura sarebbe stato «un gruppo di sabotatori» che avrebbe attaccato «un centro di addestramento del personale della centrale».

A PRESCINDERE dai convincimenti politici di Marc Innaro e dalla sua etica professionale, la richiesta di rimozione di un corrispondente Rai in un Paese dove i giornalisti già in tempi “normali” sono tra i più perseguitati al mondo rischia di produrre ancora più danni alla libera informazione che in Russia fa fatica a sopravvivere. «Se qualcuno vuole la sua sostituzione abbia almeno il coraggio di dirlo apertamente e ne spieghi le ragioni – scrivono in una nota congiunta i sindacati Usigrai e Fnsi – L’attacco della politica al corrispondente della Rai da Mosca, mentre infuria la guerra, appare oggi strumentale e pericoloso».

 

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No War. A Roma Ong, studenti, movimenti, sinistre, sindacati. Landini: «Abroghiamo la guerra»

La manifestazione di Roma contro la guerra

La manifestazione di Roma contro la guerra  © LaPresse

Parafrasando Bob Dylan, bisogna essere dei metereologhi per sapere che il vento gelido che spira in questi giorni dalle nostre parti arriva proprio dalla Russia. Ma non bisogna essere esperti di clima, basta essere in piazza San Giovanni, per capire che la brezza siberiana è attenuata dal calore umano delle 50 mila persone che manifestano il loro no alla guerra in Ucraina.

DOPO 24 MESI di pandemia e isolamento sociale, questa gente avrebbe voluto un’altra occasione per ritrovarsi. Ma tant’è: la piazza voluta dalla Rete italiana pace e disarmo è uno spazio pubblico smilitarizzato. La scommessa è che questa manifestazione non venga ridotta a bandierina di testimonianza sulla carta geopolitica delle guerre, che rappresenti una rete di relazioni e mutuo appoggio per resistere alla guerra. «Disarmo, neutralità attiva, stop alle armi, riduzione delle spese militari: con queste le parole il movimento per la pace ritrova in questa piazza», dicono gli organizzatori.

ALLE 13.30, orario prefissato, piazza della Repubblica è già piena. Dunque il corteo si muove dietro lo striscione d’apertura «Europe for peace», accompagnato dalle bandiere della pace, dalle Acli e dalle Ong. A tenerlo c’è anche Maurizio Landini. Dedicando questa manifestazione a Gino Strada, il segretario generale della Cgil alza l’asticella delle ambizioni: «Questo è il momento del coraggio, della responsabilità ma anche dell’utopia – scandisce – L’obiettivo non deve essere solo fermare la guerra, deve essere ancora più alto: la battaglia per un nuovo modello sociale di sviluppo deve assumere l’obiettivo di abrogare la guerra, come è stata abrogata la schiavitù».

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Crisi ucraina. La repressione dei media: chiusi decine di siti e radio, oggi si discute una legge per condannare a 15 anni chi diffonde notizie non ufficiali

Il direttore di radio Ekho Moskvy, Aleksei Venediktov

Il direttore di radio Ekho Moskvy, Aleksei Venediktov © Getty Images

«Sosteniamo una rapida fine del conflitto armato e la sua risoluzione attraverso un processo di negoziato». È il gigante petrolifero Lukoil il primo a saltare davanti al fuoco finanziario dell’Occidente contro la Russia, e la nota del consiglio di amministrazione resa pubblica quando a Mosca è sera incendia le agenzie di stampa. È il fronte interno della Russia in guerra, un impasto di sanzioni e code in banca, media chiusi o censurati, arresti a migliaia di pacifisti coraggiosi e isolati.

LUKOIL è la principale industria petrolifera del paese, la settimana scorsa aveva una capitalizzazione di Borsa di quasi 74 miliardi di dollari, un po’ meno del pil dell’Uruguay. Ieri alla chiusura di Londra aveva perso il 92,5%, in pratica non esiste più. Come la banca Sberbank (-99,7%), il big dell’oro Polyus (-95,5%) e il gigante dei giganti Gazprom (-93,7%). Il ceo di Lukoil è Vagit Alekperov, un 70enne azero che viene dalla nomenklatura sovietica come Putin. Era già presidente allora e lo è ancora oggi, con 25 miliardi di dollari in tasca. Come per tutti gli oligarchi, sembrava che il suo problema fosse salvare il mega-yacht – il suo Galactica Super Nova, un 70 metri, è stato visto navigare a tutta velocità dalla Spagna verso l’ospitale Montenegro, dove già si affollano molti altri giocattoli russi.

Fuori dal cerchio magico degli oligarchi (e dalle terrificanti conseguenze economiche sui russi), l’altra trincea del fronte interno è quella dei media e dell’opinione pubblica, su cui il Cremlino picchia come un fabbro. Gli eroi disarmati sono quelli di Novaya Gazeta, il coraggioso giornale che fu di Anna Politkovskaia, nato sulla tomba della Pravda e diretto da quasi trent’anni da Dimitri Muratov – che ci ha preso il Nobel per la Pace l’anno scorso. Il primo marzo la Gazeta ha scritto di aver ricevuto 6 diverse ingiunzioni dal temibile regolatore russo Roskomnadzor (non usare le parole guerra, vittime, invasione, fake news eccetera) e di aver chiesto ai sottoscrittori cosa fare: il 94% ha risposto «continuare». E hanno continuato, 550mila copie tre volte a settimana, mentre intorno a loro avveniva un’ecatombe di testate: ieri chiusa la stazione radio Eco di Mosca, come solo nel golpe del ’91, nei giorni scorsi chiusi i siti o le stazioni radio di Current Time, The New Times, Krim.Realii, Taiga.info, Doxa, The Village, Tv Rain, rimosso il materiale “bellico” da Tomsk Tv2, e la fila continua.

PUR TITOLANDO l’editoriale «Sul lavoro in tempo di guerra», alla Gazeta sono quindi costretti a impiegare allusioni, in questo sostenuti dalla storia russa: è il “linguaggio esopico”, quello che lo schiavo greco impiegava per ritrarre i padroni come animali, diventato il rifugio del dissenso politico dai tempi dello zar Alessandro II fino a Michail Bulgakov (ucraino russofono) e al suo celeberrimo Cuore di cane. E quindi i titoli sono «Putin avanza sull’Ucraina, giorno otto», «Esempi di resistenza personale alle bugie», «Ricostruire l’economia con i propri soldi», e avanti così finché si può.
L’altro sito citato ovunque in Occidente è Meduza, un aggregatore di notizie scelte a mano, che ieri ha lanciato un editoriale: «Pubblichiamo mentre siamo ancora in tempo, per segnare l’inizio di un altro sviluppo storico: la Russia ha ufficialmente introdotto la censura di stato». Meduza parla dei 15 anni di galera che oggi il presidente della Duma Vyaceslav Volodin proporrà come legge contro chi diffonde notizie non ufficiali sulla guerra «e commette atti ostili contro il proprio Paese». La pena terrorizza anche Meduza, che ha un vantaggio: è in Lettonia, finanziata dall’ex oligarca Michail Chodorkovski quando uscì dopo dieci anni dalle prigioni di Putin (per truffa, ma Amnesty lo considera un prigioniero di coscienza).

INTANTO l’attendibile “contatore degli arresti” della ong Ovd-Info ieri sera era arrivato a 8.012. E il capo del “Comitato investigativo della Federazione russa” Alexandr Bastrykin ha annunciato la creazione di «gruppi di repressione delle manifestazioni estremiste e terroristiche». La Rai ha scovato un cartone animato diffuso nelle scuole: il piccolo Vanya (russo) strappa il bastone al cattivo Nikola (ucraino) circuito da un tizio in maglietta a stelle e strisce. C’è aria di legge marziale, a Mosca.
Mentre l’Europa spegne siti e ripetitori di RT e Sputnik, media ufficiali del Cremlino – inutile macchia sulla coscienza: sono grotteschi. L’altro giorno Sputnik proponeva nei titoli principali «Operazione di peacekeeping affidata a Berlusconi».

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Se ne parla poco, ma anche a Mosca un pezzo di società civile si sta mobilitando per la pace. Ecco l'elenco delle quasi 400 ong firmatarie di un appello per la pace contro l'invasione in Ucraina

Vladimir Putin

Quasi 400 organizzazioni della società civile e non governative russe hanno hanno sottoscritto un appello al presidente russo Vladimir Putin invitandolo a fermare le ostilità sul territorio dell'Ucraina. Ecco il breve testo e l'elenco dei firmatari

"Ci opponiamo alle azioni militari che il nostro paese sta portando avanti sul territorio dell'Ucraina.
Tutto il nostro lavoro consiste nel lottare per la dignità umana, per salvare delle vite. La guerra è incompatibile con la vita, con la dignità e con i principi fondamentali dell'umanità. La guerra è un disastro umanitario che moltiplica il dolore e la sofferenza. Le sue conseguenze annullano anni di sforzi. Consideriamo inumano l'uso della forza per risolvere i conflitti politici e vi invitiamo a cessare il fuoco e ad avviare i negoziati".




L'elenco dei firmatari aggiornato ad oggi

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Delocalizzazioni. Il gruppo irpino De Feo torna al timone dell'Ortofrutticola del Mugello, con un piano industriale su tre linee produttive. Trasferita invece nel bergamasco, dagli ex proprietari di Italcanditi, la produzione in proprio dei marron glacé. Chiara Torsoli (Flai Cgil): "Un buon accordo, sia per le assunzioni che per la durata dei contratti stagionali. Garantita l'occupazione a Marradi per i cinque anni del piano".

 

Presidio © Aleandro Biagianti

Dopo due mesi di sciopero e di presidio in pieno inverno davanti allo stabilimento, da lunedì si sono riaperti i cancelli dell’Ortofrutticola del Mugello. Non era scontato, anzi: il 28 dicembre scorso c’era una fabbrica che chiudeva i battenti, per decisione di Italcanditi – e cioè del fondo Investindustrial di Andrea Bonomi – che l’aveva acquistata nel 2020, con l’obiettivo di togliere di mezzo il più pericoloso concorrente nella produzione di marron glacé. Un mercato che in Europa vedeva leader l’Ortofrutticola con il 50% delle vendite, e dietro Italcanditi con il 30%. Ora invece lo stabilimento resterà aperto, e saranno assicurati gli stipendi, per quest’anno e per il 2023, ai sette lavoratori a tempo indeterminato e ai 64 stagionali, in stragrande maggioranza donne.
Cambia di nuovo anche la proprietà: il gruppo irpino De Feo torna dopo due anni al timone dell’Ortofrutticola, con il progetto di un piano industriale di cinque anni che sarà incentrato su tre linee produttive: castagne in retina, snack in doypack, e castagne in latta per la produzione dei marron glacé in pasticceria. Il piano, che ha avuto l’ok di Flai Cgil, di Fai Cisl e degli enti locali, prevede anche di salvaguardare l’approvvigionamento della materia prima, il celebre Marrone del Mugello Igp, in quantità non inferiori a quelle raccolte fino ad ora, e l’ammodernamento degli impianti.
L’acquisto del ramo d’azienda da parte della De Feo non comprende però la lavorazione e la produzione in proprio dei marron glacé. Questa viene trasferita in toto a Pedrengo nel bergamasco, quartier generale di Italcanditi. Un sacrificio necessario per sbloccare una trattativa che era arrivata a un punto morto, e in cui ha avuto un ruolo anche la Regione Toscana, che assicurerà un sostegno logistico al polo industriale. Una mossa necessaria per salvaguardare l’azienda principale di Marradi e una delle poche dell’Alto Mugello, che come ogni comunità montana è sempre alle prese con il rischio di progressivo spopolamento del territorio.
Per i sindacati, che al tavolo di trattativa hanno chiesto e ottenuto garanzie occupazionali, sia in termini di numero di assunzioni che in termini di durata dei contratti degli stagionali, quello raggiunto è un buon accordo: “Di fatto è stata garantita l’occupazione a Marradi per i cinque anni di durata del piano industriale – spiega Chiara Torsoli della Flai Cgil fiorentina – dando il tempo a De Feo di svilupparlo e portarlo a regime. Se ripenso a dicembre, con la chiusura dello stabilimento a un passo, abbiamo fatto, tutte e tutti, un buon lavoro”.
All’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori l’intesa è stata approvata col 95% di sì. “Certo è rimasta un po’ di amarezza fra le operaie – aggiunge Torsoli – per la perdita della lavorazione e produzione dei marron glacé, che negli ultimi anni avevano permesso alla fabbrica di tenere la posizione sul mercato. Ma per loro non sarà un problema adattarsi alle nuove linee produttive, che già conoscono per averle fatte in passato. E’ un accordo raggiunto anche grazie al sostegno del sindaco Triberti e di tutta la cittadinanza, che si è stretta intorno alla fabbrica e a chi ci lavora. Il tavolo in Regione resta comunque aperto, per monitorare il rispetto dei patti”.

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