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Atto d'imperio. Se si voleva davvero salvaguardare in questo momento oscuro per la pace l’unica mediazione sul campo, quella degli accordi di Minsk che difendono giustamente l’integrità territoriale dell’Ucraina, ecco che la decisione di riconoscere le indipendenze di Lugansk e Donetsk azzera ogni sforzo diplomatico

 

Il presidente russo Vladimir Putin

La scelta di riconoscere le indipendenze di Lugansk e Donesk è un atto di forza che cercherà di legittimarsi quale risposta asimmetrica alle tante scelte sbagliate delle guerre occidentali. E proprio per questo non possiamo che definire l’annuncio del presidente russo Putin come un grave errore, un’avventura foriera di nuova guerra. Perché se legittimamente si difendono le ragioni del popolo russo, non è la risposta asimmetrica all’arroganza altrui, della Nato e degli Usa, la soluzione: parliamo del 2008 quando, nonostante gli accordi di pace di Kumanovo del 1999 – dopo la guerra «umanitaria» aerea – che riconoscevano il diritto sul Kosovo di Belgrado, fu riconosciuta a tutti i costi la divisiva indipendenza del Kosovo.

Se si voleva davvero salvaguardare in questo momento oscuro per la pace l’unica mediazione sul campo, quella degli accordi di Minsk che difendono giustamente l’integrità territoriale dell’Ucraina, ecco che

Sipario. Da tempo, e ormai senza il religioso consenso del popolo che gli cantava in coro "meno male che Silvio c’è", era evidente a tutti tranne che a lui che l’antica gloria non potesse risorgere sulle ali di una improbabile maggioranza dei grandi elettori.

 

Senza nemmeno la maschera drammatica di una Gloria Swanson sul viale del tramonto, ma piuttosto con i toni di una farsa degna dei fratelli Vanzina, Silvio Berlusconi ha gettato la spugna, rinunciando alla folle, incredibile corsa verso il Quirinale. È una liberazione, innanzitutto per il paese, che non meritava di essere intrattenuto da questa sceneggiata. E anche per il centrodestra che Berlusconi ha continuato a tenere sulla corda con sbrindellate riunioni via zoom, poco consone a una decisione così importante, come dovrebbe essere l’elezione del Presidente della Repubblica.

Da tempo, e ormai senza il religioso consenso del popolo

La protesta. Da Bari, durante una manifestazione di Cgil e Uil in preparazione dello sciopero generale di giovedì 16 dicembre contro la «legge di bilancio inadeguata» del governo Draghi, il segretario della Cgil Maurizio Landini ha lanciato l’appello: «Chiediamo a tutto il paese di scendere in piazza il 16 dicembre per cambiare: è il momento che il mondo del lavoro venga ascoltato per i problemi che ha e per lo sforzo che ha fatto durante la pandemia». Dal palco di Lamezia Terme (Catanzaro) il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri ha attaccato duramente il sistema dominante dei media. «Lo squadrismo non è solo quello dell'assalto alla Cgil - ha detto - Lo squadrismo è anche alcuni articoli sui giornali. Ma non ci piegano, non abbiamo paura. Ricordatelo, non ci intimorite"

Bari, il segretario della Cgil Maurizio Landini  © Ansa

Dal palco di Lamezia Terme dove ieri ha manifestato on la Cgil contro la legge di bilancio del governo Draghi il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri ha dato un giudizio politico molto preciso della reazione mediatica e politica provocata dall’annuncio dello sciopero generale di giovedì 16 dicembre: «Lo squadrismo non è solo quello dell’assalto alla Cgil – ha detto – Lo squadrismo è’ anche alcuni articoli sui giornali. Ma non ci piegano, non abbiamo paura. Ricordatelo, non ci intimorite».

TRA UIL E CGIL circola una consapevolezza. E ieri è stata esplicitata. La battaglia contro questa maggioranza, e l’ideologia classista e pauperista che esprimono i suoi sostenitori a reti unificate sarà lunga, la lotta contro legge di bilancio è il primo passo di un percorso più lungo.

La mobilitazione Il segretario della Cgil spinge per l'election day: accorpare il voto sui quesiti contro Jobs Act e per la cittadinanza ai nati in Italia da genitori stranieri. Chiesto un incontro al governo: "Favorisca la partecipazione". Via alla campagna referendaria anche a Palermo e a Napoli. Si voterà tra il 15 aprile e il 15 giugno

Bologna, Paladozza - Il segretario Cgil Maurizio Landini all'assemblea generale del sindacato, Michele Nucci / LaPresse Bologna, Paladozza - Il segretario Cgil Maurizio Landini all'assemblea generale del sindacato – Michele Nucci / LaPresse

Un «Election Day» in cui votare sia per le elezioni amministrative che per i referendum contro il Jobs Act e per la cittadinanza ai nati in Italia da genitori stranieri che si dovranno tenere comunque tra il 15 aprile e il 15 giugno. È la richiesta che la Cgil, insieme al comitato per il referendum sulla cittadinanza, ha fatto alla presidente del consiglio Giorgia Meloni. Il segretario Maurizio Landini le ha chiesto un incontro dal palco dell’assemblea generale del sindacato che si è chiusa ieri al Paladozza di Bologna.

«L’election day sarebbe un’occasione per evitare di spendere soldi visto che tra l’altro nel nostro Paese esiste un problema di risorse – ha detto Landini – Credo che sarebbe una cosa intelligente e sarebbe anche un modo per favorire la partecipazione». Un incontro sarà chiesto anche alla commissione vigilanza della Rai per dare visibilità ai quesiti e alla campagna referendaria che sta accendendo i motori. Lunedì Landini sarà a Palermo all’assemblea dei gruppi dirigenti della Cgil in Sicilia aperta alle associazioni. Martedì sarà a Napoli in un incontro analogo.

«Credo – ha aggiunto ieri Landini nell’intervento di chiusura dell’assemblea generale a Bologna – che chi governa e il Parlamento dovrebbe favorire in tutti i modi la partecipazione al voto, è un elemento di responsabilità». Se, come sarà probabile, giungerà l’indicazione agli elettori di stare a casa, questo per Landini significherà «uccidere la democrazia». Un assaggio della risposta che arriverà dal Palazzo è arrivato da un messaggio su X dal vicepremier Salvini: «Accoglienza? Integrazione? Fratellanza? Figuriamoci. Vogliono la cittadinanza facile per garantirsi milioni di voti in più. Mai, mai e poi mai! La Lega si opporrà sempre».

Per Landini il quorum ai referendum di primavera può essere raggiunto. «Non ci chiamiamo De Coubertin. Sappiamo perfettamente che abbiamo bisogno di portate a casa dei risultati». «Non stiamo semplicemente resistendo al cambiamento o facendo una lotta di difesa». Stiamo proponendo una discussione per cambiare il paese e dargli un futuro». Quanto al contenuto politico dei quesiti ha aggiunto: «Una persona non è libera se è precaria, se non arriva alla fine del mese, se muore sul lavoro, se in base alle sue espressioni o genere può essere discriminata». O se non ha la cittadinanza. La vittoria del referendum potrebbe sancire un cambiamento.

Nei confronti del governo Meloni «non c’è una pregiudiziale opposizione», ma per Landini «sta favorendo chi evade il fisco e non chi paga le tasse, non sta aumentando i salari». Il referendum in sé è un’occasione di mobilitazione per il superamento della precarietà o il rinnovo dei contratti pubblici dove, in realtà, non c’è alcuna trattativa

Cisgiordania Una legge in via di approvazione alla Knesset e una conferenza internazionale a Gerusalemme confermano le mire israeliane sulle aree di interesse storico ora sotto il controllo dell'Anp

Cisgiordania, l’annessione parte dai siti archeologici Una giovane palestinese scatta una foto alla stella di Davide disegnata da coloni israeliani su un resto archeologico a Sebastia – Nasser Ishtayeh/SOPA Images via ZUMA Press Wire

 

Milad Basir

“Dopo 15 mesi di genocidio, bombardamenti e distruzione nella striscia di Gaza e nei Territori Occupati da parte di Israele, supportato da molti governi occidentali, è stata finalmente siglata la tregua con Hamas.

Questa non è una tregua come altre nella storia dei conflitti tra paesi, questa è la Tregua con la T maiuscola: lo stato di Israele, appoggiato militarmente, politicamente e finanziariamente dal mondo intero, aveva scommesso di poter cancellare per sempre il movimento di resistenza islamica di Hamas. Nonostante i 15 mesi di durissimo scontro tra uno degli eserciti più avanzati del mondo e i gruppi paramilitari palestinesi, la devastazione di Gaza, l’elevato numero di vittime e l’embargo totale che dura da decenni, Israele è dovuto scendere a compromessi e ha firmato la Tregua con Hamas. 

Non sono bastati a Israele i continui massacri, le torture, la privazione di cibo, di medicinali e di aiuti umanitari. Non è bastata l’uccisione dei leader di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Al Sanwar. Netanyahu e il suo governo di estremisti sionisti erano convinti che la popolazione di Gaza e Hamas stesso avrebbero sventolato la bandiera bianca e si sarebbero arresi, riconoscendo la sconfitta. Ma in questi mesi nessuna bandiera bianca ha mai sventolato tra le macerie, tantomeno oggiOggi sotto il cielo di Gaza e della Cisgiordania sventolano solo bandiere della Palestina.

Il bilancio di questi 15 mesi è drammatico da diversi punti di vista: fonti non ufficiali parlano di oltre 75.000 morti, 120.000 feriti, 15.000 dispersi, oltre la distruzione quasi totale delle infrastrutture, edifici, scuole e ospedali.
La resistenza di questi quasi 500 giorni di assedio sarà studiata nei libri e nelle accademie militari: i suoi protagonisti, ovvero l’intero popolo palestinese, sono invincibili perché da troppe generazioni vivono per lottare contro l’oppressore, l’identità stessa del popolo palestinese è plasmata sul concetto di resistenza.

Da parte mia, questa tregua rappresenta senza dubbio una vittoria della resistenza palestinese, che ha dettato le regole e ha impedito al governo fascista israeliano e a tutti i suoi sostenitori di realizzare un successo militare e politico. L’unica vittoria, se può essere considerata tale, del primo ministro israeliano, è l’uccisione indiscriminata di bambini e civili: in realtà una infame sconfitta morale ed etica che finirà anch’essa nelle pagine più buie dei libri di storia.

La Tregua tra Hamas e Israele è un testo articolato molto complesso, elaborato, controverso, da analizzare con attenzione per evitare ogni forma di equivoci e di interpretazioni errate. La sua applicabilità dipende dai firmatari (Hamas e Israele) e dai suoi garanti (Egitto e Qatar ). In sintesi, il cessate il fuoco inizia domenica 19 gennaio 2025. L’accordo prevede 3 fasi di 6 settimane ciascuna. Nella prima fase si compirà il ritiro in modo graduale dell’esercito israeliano e saranno rilasciati 33 ostaggi israeliani in cambio di circa 1700 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Non si esclude che tra i prigionieri palestinesi ci sia anche il leader dell’intifada Marwan Barghouti. L’accordo prevede anche il ritorno della popolazione palestinese alle poche case ancora in piedi nella Striscia di Gaza.

L’esercito israeliano conserverà una forma di controllo marginale sui corridoi chiamati Saladino e Filadelfia e su una striscia di sicurezza di 700 metri lungo i confini di Gaza. Nella seconda e terza fase dell’accordo riprenderanno le trattative a partire dal sedicesimo giorno dell’entrata in vigore dell’accordo. Inoltre cessa il blocco dei rifornimenti che ha provocato la carestia e la morte per fame di migliaia di esseri umani: sarà ammesso l’ingresso degli aiuti umanitari con 600 camion al giorno e 50 camion di petrolio. 

Sono più e meno gli stessi elementi dell’accordo proposto da Biden nel mese di maggio 2024 con l’aggiunta di dettagli supplementari elaborati dai mediatori egiziani. Da ricordare che la precedente proposta di cessate il fuoco fu respinta da Netanyahu, che preferì occupare il corridoio di confine tra Gaza e Egitto, facendo di fatto fallire la trattativa. Sette mesi di ritardo, di morti, di devastazione, che hanno permesso al primo ministro di conservare il consenso politico in patria, a Joe Biden di proteggere le lobbies israeliane in America e a Donald Trump di vincere le elezioni presidenziali dello scorso novembre. Tutto a spese del popolo palestinese. 

Le Nazioni Unite valutano in circa 80 anni il periodo necessario per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Oltre il 70% delle costruzioni sono state distrutte e in alcune zone nel nord la percentuale raggiunge il 100%. Le macerie, le bombe, i missili non esplosi rappresentano non solo un pericolo per la popolazione oggi, ma un ostacolo per il ritorno alla normalità, se di normalità si potrà mai parlare. 

Questa catastrofe dentro la catastrofe che dura dalla prima metà del Novecento, non ha impedito alla popolazione di Gaza di uscire e festeggiare con il segno della vittoria e con la bandiera palestinese. Nessuna potenza militare può soffocare la speranza del popolo palestinese di avere la sua dignità, il suo passaporto e il suo Stato secondo il diritto internazionale. Che sia da lezione per Israele e per tutto il mondo occidentale che l’ha sostenuto in questo genocidio.

Ora tutte le parti in causa devono cooperare per garantire il rispetto e l’applicazione di questo accordo: che entrino ora tutti gli aiuti umanitari di cui necessita urgentemente la popolazione, ma che si lavori per il riconoscimento dello Stato di Palestina entro confini sicuri e riconosciuti e si continui a lottare su scala globale per la fine dell’occupazione. Altrimenti arriveranno nuovi massacri, seguiti da nuove tregue. L’unica certezza è che non sventolerà mai una bandiera bianca, perché la resistenza finirà solo con la vittoria del popolo palestinese”.

Milad Jubran Basir, giornalista italo-palestinese e militante Sinistra Italiana Forlì-Cesena