ASSALTO ALLA CGIL. Nelle scorse settimane sono state pubblicate le motivazioni della sentenza in merito al processo di alcuni responsabili – coloro che hanno accettato il rito abbreviato – dell’assalto alla sede nazionale […]
Nelle scorse settimane sono state pubblicate le motivazioni della sentenza in merito al processo di alcuni responsabili – coloro che hanno accettato il rito abbreviato – dell’assalto alla sede nazionale della Cgil avvenuta nell’ottobre dello scorso anno. La sentenza ha avuto scarsissima eco sulla stampa, ma merita una riflessione attenta per alcuni aspetti paradossali.
Essa si riferisce esclusivamente ai reati di danneggiamento e devastazione. Viene rigettata la costituzione dell’Anpi come parte civile perché, fra l’altro, non «risultano elementi che possano connotare la protesta come di matrice fascista».
Eppure nella stessa sentenza si legge che nella manifestazione «si sono insinuati militanti di estrema destra, alcuni ben noti agli operanti, al solo scopo di istigare i manifestanti alla violenza». Si sottolinea il ruolo di direzione nell’avvio del corteo diretto alla sede Cgil avuto da «Castellino Giuliano, noto leader del movimento politico di estrema destra Forza Nuova», che «si muove con il sostegno e l’attiva collaborazione di Fiore Roberto e Aronica Luigi, riconosciuti dalle forze dell’ordine perché già noti appartenenti a movimenti politici di estrema destra, il Fiore quale fondatore del movimento Forza Nuova e Aronica Luigi, già membro dei Nar». E si aggiunge che «i tre si pongono alla testa del corteo e manifestano in modo molto animato (…) l’intenzione di recarsi, appunto, presso la sede della Cgil, dicendo: «Portateci Landini o lo andiamo a prendere noi».
Si descrive il comportamento criminale di membri o simpatizzanti di organizzazioni di tipo neofascista o delle aree affini, come per esempio l’imputato Roberto Borra, «militante dei sodalizi di estrema destra Forza Nuova e Avanguardia nazionale e degli Ultras dell’Inter», o Fabio Corradetti, noto «per alcuni precedenti penali di natura violenta, tifoso romanista colpito da Daspo e militante del movimento di estrema destra Forza Nuova».
L’intero quadro rappresentato dalla sentenza disegna un’azione pianificata e portata a termine in piena coerenza con le imprese squadristiche tipiche degli anni Venti. Tale quadro viene ulteriormente e clamorosamente confermato nella sentenza, ove si traccia il profilo politico (e penale) di ciascun aggressore.
Non «risultano elementi che possano connotare la protesta come di matrice fascista». Ma come è possibile se proprio dalla lettura della sentenza emerge in modo dirompente che l’assalto alla sede Cgil è stato promosso, organizzato ed effettuato con metodo squadristico da una serie di militanti di organizzazioni neofasciste o comunque ruotanti attorno ad esse?
Da tempo assistiamo a sentenze obiettivamente contraddittorie rispetto alla stessa tipologia di comportamenti, come per esempio il saluto romano, ove in alcuni casi si condanna l’azione ed in altri analoghi casi si afferma che il fatto non costituisce reato. Prendiamo atto che la discordanza fra sentenze attinenti comportamenti simili crea un vulnus alla certezza del diritto.
Da anni sono clamorosamente disattese le leggi Scelba e Mancino, in assenza peraltro di un’iniziativa del governo in merito allo scioglimento delle organizzazioni neofasciste.
Perché la Procura della Repubblica all’atto della stesura dei capi d’imputazione, non si è riferita anche alla legge Scelba? Essa infatti prevede che «si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione (…)». Non c’è stata forse l’esaltazione, la minaccia e l’uso della violenza quale metodo di lotta politica? Non sono forse state attaccate e vilipese con la violenza le libertà garantite dalla Costituzione? Eppure proprio la sentenza ce lo conferma: «L’obiettivo prescelto per l’azione, la sede nazionale del sindacato (…) rivela un’aggressione ad un organo costituzionalmente riconosciuto».
Nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura, c’è da auspicare una riflessione ed un approfondimento su di un tema che è oggi di particolare drammaticità, data la crescita di movimenti neonazisti, neofascisti, razzisti su scala continentale, e la crescente impunità di comportamenti che rientrano palesemente nella fattispecie della ricostituzione del partito fascista. Vedi Predappio.
* Presidente nazionale ANPI
Commenta (0 Commenti)Sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole
Cara amica e caro amico,
sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole tra le persone, come accadde ai fratelli di Giuseppe che provavano invidia verso uno di loro, Giuseppe, invece di gustare la gioia di averlo come fratello. Così Caino vide nel fratello Abele solo un nemico.
Ti do del “tu” perché da fratelli siamo spaventati da un mondo sempre più violento e guerriero. Per questo non possiamo rimanere fermi. Alcuni diranno che manifestare è inutile, che ci sono problemi più grandi e spiegheranno che c’è sempre qualcosa di più decisivo da fare. Desidero dirti, chiunque tu sia – perché la pace è di tutti e ha bisogno di tutti – che invece è importante che tutti vedano quanto è grande la nostra voglia di pace. Poi ognuno farà i conti con se stesso. Noi non vogliamo la violenza e la guerra. E ricorda che manifesti anche per i tanti che non possono farlo. Pensa: ancora nel mondo ci sono posti in cui parlare di pace è reato e se si manifesta si viene arrestati! Grida la pace anche per loro!
Quanti muoiono drammaticamente a causa della guerra. I morti non sono statistiche, ma persone. Non vogliamo abituarci alla guerra e a vedere immagini strazianti. E poi quanta violenza resta invisibile nelle tante guerre davvero dimenticate. Ecco, per questo chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci: “Aiuto! Stanno male! Stanno morendo! Facciamo qualcosa! Non c’è tempo da perdere perché il tempo significa altre morti!” Il dolore diventa un grido di pace.
La pace mette in movimento. È un cammino. « E, per giunta, cammino in salita», sottolineava don Tonino Bello, che aggiungeva: «Occorre una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo,
Leggi tutto: Lettera a chi manifesta per la pace. Liberi insieme dalla guerra - di Matteo Zuppi *
Commenta (0 Commenti)IL 5 LA PACE IN PIAZZA. Oltre ad aver portato distruzione e morte nelle città ucraine e possibili conseguenze catastrofiche indotte su gran parte del mondo la criminale invasione di Putin ha avuto come effetto il […]
Oltre ad aver portato distruzione e morte nelle città ucraine e possibili conseguenze catastrofiche indotte su gran parte del mondo la criminale invasione di Putin ha avuto come effetto il blocco immediato (o meglio un pesante arretramento) di qualsiasi progresso internazionale su disarmo e politiche di pace. Lo dimostrano le decisioni di aumento robusto della spesa militare, che si vanno a sommare ad un trend già in decisa crescita.
L’unico aspetto sul quale ci si poteva aspettare una ripresa di ipotesi disarmiste, o quantomeno di controllo della proliferazione, era invece quello legato agli arsenali nucleari. Proprio perché, a causa dell’evidente minaccia di escalation, non si potevano più considerare esagerazioni o ipotesi di scuola i continui allarmi della società civile (per troppo tempo snobbate come allarmiste o visionarie). Ma al posto di far crescere il rifiuto a priori di qualsiasi ipotesi di guerra nucleare, con conseguente pressione verso lo smantellamento degli arsenali, le continue minacce e gli annunci retorici degli ultimi mesi hanno invece normalizzato l’idea di utilizzo dell’arma più distruttiva mai costruita dall’uomo. A partire sicuramente da Putin (e forse ancor dai toni accesi di Medvedev), ma con il «rilancio» altrettanto pericoloso – pur più sottile – di coloro che, anche in Occidente, si sono dilungati in analisi militari sulla opportunità e le conseguenze di un utilizzo circoscritto delle testate nucleari. Pericoloso quando si è di fronte ad un «vaso di Pandora» impossible da richiudere, se davvero qualcuno deciderà di lanciare un ordigno (qualsiasi ne sia la potenza distruttiva o la prospettiva in termini di piani miliari).
Ma il problema vero non è la retorica, quanto alcune scelte politico-militari che nemmeno davanti al baratro hanno avuto il coraggio di scardinare questo sistema di falsa sicurezza. Pensiamo alle esercitazioni strategiche annuali che la Russia ha confermato per queste settimane, così come la simmetrica conferma da parte della Nato delle grandi manovre “Steadfast Noon”: una settimana di “esercitazioni di deterrenza” che ogni anno coinvolge aerei e personale militare degli Stati dell’Alleanza. Denominata «attività di addestramento ricorrente e di routine» per sminuire il fatto che lo scopo della missione è quello di addestrarsi ad uccidere in massa di civili. Attività che potrebbero favorire escalation ed incidenti (non a caso gli Usa hanno cancellato una esercitazione con missili balistici a marzo) legittimando la pericolosa retorica nucleare della Russia e sminuendo gli sforzi per isolare politicamente Putin. Che si è guardato bene dal condannarle, proprio perché consolidano la sua posizione.
Non a caso tutti gli Stati nucleari e i loro alleati (tra i quali, purtroppo, anche l’Italia) hanno votato settimana scorsa contro una Risoluzione nel Primo Comitato Onu a sostegno del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari Tpwn (passata con 124 voti favorevoli). E addirittura votando contro o astenendosi (come l’Italia) su una seconda Risoluzione che ribadiva «la profonda preoccupazione per le conseguenze catastrofiche delle armi nucleari» sottolineando «che è nell’interesse della sopravvivenza stessa dell’umanità che le armi nucleari non vengano mai più utilizzate, in nessuna circostanza». La risoluzione esortava inoltre gli Stati «a compiere ogni sforzo per eliminare totalmente la minaccia di queste armi di distruzione di massa».
Per questi voti i Paesi occidentali, che tanto richiamano criteri ed ideali di pace e giustizia, non si sono fatti alcun problema ad allinearsi alla Russia di Putin, confermando che al momento nessuno vuole abbandonare l’architettura degli arsenali nucleari, che garantisce potere e predominio, nonostante un pericolo di guerra atomica distruttiva mai così vicino. E sono stati probabilmente gli alleati degli Usa ad impedire un cambio positivo della dottrina nucleare statunitense opponendosi ad una posizione di “no first strike” (rinuncia al primo colpo nucleare) ipotizzata da Biden in campagna elettorale. Sarebbe stato un passo avanti positivo ed innovativo (diversamente da quanto scritto da alcuni giornalisti disattenti non era mai stata adottata). Alleati che hanno appoggiato anche il dispiegamento anticipato di qualche mese delle nuove bombe «tattiche» B61-12, che arriveranno anche in Italia per un utilizzo sui nuovi cacciabombardieri F-35.
Prospettive non rosee: per questo che la Piattaforma della grande Manifestazione per la pace di domani, sabato 5 novembre chiede esplicitamente il disarmo nucleare globale. Bisogna mettere le armi nucleari fuori dalla storia prima che distruggano l’umanità, e la strada più concreta e realistiche per arrivarci, soprattutto dopo il varo del “Piano di Azione” di Vienna dello scorso giugno, è quella dell’adesione al Trattato Tpwn, che deve diventare obiettivo politico prioritario.
*Coordinatore Campagne – Rete Italiana Pace e Disarmo
Commenta (0 Commenti)MEDITERRANEO. Vittorio Alessandro ha dedicato 31 anni della sua vita alla guardia costiera. Ora è in congedo. «Una "nave pirata" contravviene alle norme internazionali ed esercita violenza su imbarcazioni e persone che solcano il mare. Quelle delle Ong salvano vite», dice al manifesto rispondendo alle affermazioni di Giorgia Meloni
Il contrammiraglio Vittorio Alessandro ha dedicato 31 anni alla guardia costiera. Ha percorso tutto il cursus honorum di un ufficiale, corredato dal comando di diversi porti. Si è anche occupato di gestire le relazioni esterne del corpo, è stato in missione in Libano e ha concluso la carriera da presidente del parco nazionale delle Cinque Terre.
Mentre mille persone sono bloccate su tre navi Ong, la guardia costiera ne salva centinaia che sbarcano subito. Ci sono norme che differenziano l’indicazione del porto in base alla bandiera della nave?
No. La differenza è che le motovedette sono collegate a una regia istituzionale, mentre la nave straniera deve rientrare nel coordinamento dell’area Sar [search and rescue, ndr] in cui opera. E quindi invocare di volta in volta un porto.
Le Ong dicono di chiedere sempre il coordinamento alle autorità, ma queste non lo danno. Di fronte a un’imbarcazione in pericolo dovrebbero attendere la risposta?
Non è una scelta. Il soccorso è un atto dovuto da parte di chiunque si trovi lì, per volontà o caso. Va fatto nel più breve tempo possibile per limitare i rischi. Nessuno ha mai messo in dubbio questa certezza. Il tema del coordinamento arriva dopo: ho salvato delle persone e mi rivolgo a qualcuno che coordini la mia attività, in particolare indicandomi dove andare. Purtroppo è invalsa la prassi di non rispondere alle Ong. Contravvenendo alle norme internazionali. Perché lo Stato deve rispondermi anche se non è responsabile dell’area Sar in cui ho agito. Quella risposta implica una responsabilità. Si crede di evitarla facendo finta di niente. Ma non è così: non è un’opinione, è disposto dalle leggi.
Durante l’operazione Mare Nostrum le navi della marina italiana salvavano persone in Sar maltese. Erano coordinate da La Valletta?
No, svolgevano un’azione di assoluta marca italiana che rispondeva a criteri diversi da quelli delle precedenti campagne di soccorso. La marina si è spinta molto più a sud, verso la Libia. Non solo per attuare uno straordinario programma di salvataggi ma anche per intercettare la malavita che organizza i trasferimenti di migranti.
Quindi il centro di coordinamento della guardia costiera (Imrcc) non le coordinava?
Le navi della marina rispondevano al ministero della Difesa e allo stato maggiore. Quell’esperienza è durata un anno. Quando è stata frettolosamente conclusa si è aperta la strada del soccorso tramite i mercantili, coordinati da Imrcc anche fuori dalla Sar italiana. Le Ong sono arrivate dopo. Oggi salvano meno persone di quanto facevano allora le navi commerciali, che però si facevano pagare.
Quindi l’Imrcc può coordinare fuori dalla sua area di competenza?
Certo, quando altri Stati non rispondono deve farlo. Nelle aree marine non possono esserci buchi.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi afferma che le Ong salvano il 16% dei migranti che sbarcano in Italia. Siccome accogliamo l’altro 84%, quelli devono andare altrove. C’è un nesso tra accoglienza e soccorso?
Assolutamente no. La Sar è una vicenda che si svolge in mare in un quadro di emergenza operativa. È come un interruttore: sì, salvo; no, non salvo. Non esiste via di mezzo. L’accoglienza, invece, è un percorso politico progettuale. Tutt’altra cosa. Se la Ocean Viking dovesse andare in Norvegia, come sostiene Salvini, dovrebbe navigare 23 giorni. Senza contare maltempo, rifornimenti di cibo, acqua e carburante. Impossibile con persone provate da un viaggio pericolosissimo e da precedenti periodi di prigionia.
Non dare il porto è un’omissione di soccorso?
È una sottovalutazione dei gravi rischi che queste persone corrono. L’omissione di soccorso è una fattispecie penale. Qui parliamo di responsabilità politiche ed etiche, dei valori che reggono la cultura marinara.
Giorgia Meloni ha definito quelle delle Ong «navi pirata». Tecnicamente è corretto?
Una nave pirata contravviene alle norme internazionali ed esercita violenza su imbarcazioni e persone che solcano il mare. Non è questo il caso. Qui parliamo di persone che soccorrono altre persone. Come in terremoti, pandemie, guerre.
La Ocean Viking ha chiesto a Spagna, Grecia e Francia di «facilitare l’assegnazione» del porto. Il diritto internazionale non prevede lo sbarco in quello più vicino?
Il soccorso è un’emergenza complessa che comincia quando prendo a bordo persone in pericolo e si conclude quando toccano terra. In un porto vicino e sicuro. Deve essere vicino perché solo così si può evitare ai naufraghi l’enorme fatica di una vicenda iniziata con il rischio di perdere la vita. Parliamo di donne, bambini, persone vulnerabili.
Commenta (0 Commenti)La presidente Rossella Miccio: “Invitiamo tutti, al di là delle appartenenze politiche, a partecipare alla manifestazione per la pace del 5 novembre”
Foto: Daniel Ceng Shou-Yi/Avalon/Sintesi
“Abbiamo sentito con forza la necessità di tornare in piazza contro la guerra tra Russia e Ucraina”. Rossella Miccio, presidente di Emergency, una delle tante associazioni che hanno promosso la manifestazione per la pace del prossimo 5 novembre, parla con pacatezza ma senza nascondere un sentimento di allarme. Ed enumera le molte ragioni che riporteranno sulle strade di Roma il movimento che si raccoglie attorno alla rete di Europe for peace: “L'escalation delle ultime settimane, la minaccia di ricorrere alle armi nucleari, l’allargamento ad altri Paesi del conflitto, il fatto che sono passati nove mesi e nulla è cambiato, nulla è migliorato. Al contrario, la strategia adottata finora da Usa ed Europa, impegnate quasi esclusivamente nel supporto finanziario e nell’invio di armi all'Ucraina, oltre che nell’aiuto ai profughi, non ha reso il conflitto meno duro o meno breve. Non si vedono proposte all'orizzonte. Dunque è importante far sentire la voce delle tantissime persone che,
Leggi tutto: Emergency: «In Ucraina tacciano le armi» - di Davide Orecchio
Commenta (0 Commenti)INTERVISTA. Michele Governatori del think tank Ecco: «I consumi sono così in discesa che, passati pochi inverni, il problema sarà superato per sempre»
Il mondo si è già messo alle spalle il gas, cioè il metano, in termini di investimenti e di prospettive. L’IEA nel suo ultimo rapporto usa un termine abbastanza radicale, prefigura per la prima volta di picco (peak) della domanda del gas che si sta verificando ora, in questo decennio. Stiamo parlando del picco della crescita, lo useremo ancora per anni, ma è una fonte in progressiva dismissione”. Per Michele Governatori, responsabile energia elettrica e gas di Ecco, un centro studi italiano per il clima e l’energia, l’IEA decreta la fine dell’età d’oro del gas e prende atto di quanto la tecnologia e l’innovazione delle fonti rinnovabili stiano spostando gli investimenti più velocemente di quanto potessimo immaginare, anche a causa della crisi energetica che stiamo attraversando.
Le previsioni contenute nel World Energy Outlook 2022 non vanno in direzione opposta alle politiche annunciate dal nuovo governo che, in continuità con quello precedente, è sempre orientato a nuovi rigassificatori, a nuove trivellazioni del gas italiano, al nucleare?
Decisamente sì. Diciamo subito che per quest’inverno i nuovi rigassificatori non faranno in tempo ad arrivare, ce la dovremo fare con le infrastrutture esistenti, mentre sarà dall’inverno 2023-24, come prevedeva Cingolani, che potremo avvalerci di queste forniture aggiuntive. Però, si sappia che è un investimento colossale che sarà prestissimo ridondante. Avrebbe molto più senso gestire questa fase di scarsità di gas tirando la cinghia con azioni straordinarie di contenimento dei consumi per i prossimi due inverni, oltre naturalmente ad accelerare sulle fonti rinnovabili, tenendo conto che i consumi di gas sono così in discesa che, passati pochi inverni, il problema sarà superato per sempre. L’industria ha diminuito i consumi di gas del 20% negli ultimi mesi rispetto agli stessi mesi del 2021, il residenziale del 10%: gli shock petroliferi ci hanno insegnato che una parte delle riduzioni dei consumi poi diventano permanenti. IEA dice chiaramente che le forniture del gas russo vanno sostituite con investimenti di breve respiro e coerenti con gli scenari di decarbonizzazione. Un esempio chiaro è l’indicazione di investire per ridurre le perdite di idrocarburi, in particolare di gas, nei siti di estrazione e di distribuzione.
Meloni ha annunciato nuovi sussidi per contenere il caro-energia. Come andrebbero configurati?
Per come sono stati concepiti dal governo Draghi, i sussidi alle bollette, per cui sono stati stanziati 50/60 miliardi, non hanno posto limiti né ai consumi né al tipo di energia, quindi in nessun mondo hanno incentivato il risparmio energetico né le fonti rinnovabili. L’IVA al 5% sul gas cos’è se non un ulteriore incentivo alle fonti fossili? Io credo invece che i sussidi alle bollette dovrebbero essere selettivi, mirati a contrastare la povertà energetica e ad aiutare alcuni settori produttivi particolarmente energivori, e commisurati a tetti massimi di consumi, come anche l’UE comincia a sostenere.
Non andrebbe rivisto anche il capacity market (il meccanismo che incentiva la capacità di produzione flessibile per sostenere la produzione delle rinnovabili intermittenti) che sembra disegnato più per sostenere nuovi impianti a gas che non sistemi di stoccaggio di energia?
In effetti, per come è disegnato oggi, del capacity market si avvantaggiano maggiormente le nuove centrali a gas che possono ottenere per 15 anni un canone molto generoso. Quindi, se verrà rinnovato oltre il 2024, alla luce di quello che sta succedendo, dal capacity market dovrebbero essere esclusi proprio gli impianti a gas nuovi. In Italia ce ne sono già così tanti che non corriamo il pericolo di blackout, purché non chiudano tutti insieme. Come dice la IEA, i residui investimenti nel gas devono essere emergenziali e chirurgici.
Resta il dubbio se la filiera delle fonti rinnovabili riuscirà a rifornirsi delle terre rare di cui ha bisogno per il suo sviluppo.
Nel rapporto IEA ho letto elementi di ottimismo in questo senso. Trovo che la paura sulla reperibilità delle terre rare sia abbastanza ricorrente, ma anche ingenua. Quando parte una tecnologia nuova è abbastanza evidente che le capacità produttive siano insufficienti. Poi il mondo produttivo si attrezza facendo investimenti, trovando nuove terre rare o sistemi per sostituirle, mettendo in sicurezza le tecnologie con cui vengono prodotte quelle già reperite. Idem per i sistemi di riciclo di batterie o dei pannelli fotovoltaici. È normale che parta prima la filiera del nuovo e poi quella del riciclo.
Nel report della IEA si fa riferimento più volte anche al ruolo del nucleare tra le cosiddette energie pulite o “a basse emissioni di carbonio”. Ha ancora senso investire nel nucleare?
In più report dell’IEA viene messo in evidenza che il nucleare è conveniente per chi ce l’ha già, se riesce a prolungarne la vita. Il nuovo invece costa tantissimo, molto più delle rinnovabili. Quindi pensare a costruire nuovi impianti di energia nucleare in Italia non è credibile, a meno che paghi lo Stato. Ma con uno sforamento di bilancio da 10 miliardi a impianto, voglio proprio vedere. L’Enel stessa non crede che sia oggi un’opzione conveniente.
Quale messaggio manderebbe a Giorgia Meloni in partenza per Cop 27?
A Meloni ricorderei che fare le politiche per le fonti rinnovabili oggi è necessario non solo per il clima o per sentirsi europei, ma soprattutto perché, se le trascuriamo, l’Italia rischia di essere tagliata fuori dall’economia mondiale nel giro di pochi anni. Questo lo possiamo affermare alla luce del rapporto IEA e di molti altri dati sugli investimenti green oggi nel mondo. Prendiamo ad esempio l’India, che sta installando 8 GW di rinnovabili all’anno, molto più di noi. O pensiamo al fatto che la Cina si sta attrezzando a diventare per la prima volta un grande esportatore di veicoli (elettrici) nel mondo. Meloni deve cambiare passo e alla Cop 27 sostenere che l’Italia vuole essere all’avanguardia negli investimenti del nuovo mondo dell’energia anche per continuare ad avere un ruolo manifatturiero importante.
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